A Cologno il «piccolo Tibet» italiano

Di Mariano Maugeri - 14 dicembre 2007

MILANO - «Hai dei sogni?», chiede l’interprete al XIV Dalai Lama, leggendo un foglietto sul quale alcuni degli ottomila del Palasharp di Milano hanno potuto scrivere qualche domanda? «Lot of dreams», risponde lui col sorriso di un bambino. Tanti sogni custodisce Tenzing Gyatso, che da due giorni illustra a un pubblico silenziosissimo il “commentario della mente dell’illuminazione” del venerabile Nagarjuna.

Una spiegazione a tratti noiosa, tutta in tibetano, fatta di parole come vacuità (vuoto), impermanenza, compassione e illuminazione. Qualcuno sbadiglia, qualcuno si addormenta sull’onda di parole che sembrano nenie («om vajra burri a um. uang cen ser ghi sa scí…»). Tanti prendono appunti come se non ci fossero nient’altro che il volto del Dalai Lama e i loro taccuini. La coreografia esprime il caldo estetismo tibetano: cinque file di monaci a destra e a sinistra, due mazzi di rose bianche e rosse e in mezzo un palchetto sul quale il Dalai Lama dondola, si gratta la testa, sbadiglia (pure lui), giochicchia con le mani, si soffia il naso e pulisce gli occhiali.

L’incipit della due giornate è stato sempre lo stesso: «Mi prostro ai gloriosi esseri adamantini».

Un concetto filosofico e religioso che potrebbe essere pure un concetto politico. Perché di prostrazione, di gloria e di adamantinità non si trovano tracce scorrendo le agenzie di stampa che hanno contrassegnato la visita del Dalai Lama. Tantomeno tra ipolitici (il mancato invito alla prima della Scala, con i suoi cinque capi di Stato e di Governo, ha tradito prima di tutto le regole nell’ospitalità), con l’eccezione del governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, e il sindaco di Cologno Monzese, Mario Soldano, che ha conferito a Sua santità la cittadinanza onoraria. Forse perché Cologno viene dal latino colonia (un po’ come il Tibet con la Cina?), forse perché ospita la

più numerosa comunità tibetana in Italia, e forse perché il democratico Soldano vuol diluire l’identificazione con Mediaset, che qui ha il suo quartier generale.

Il capolavoro dei paradossi l’ha fatto però il portavoce del ministero degli Esteri cinese, che ha affibbiato a Tenzing Gyatso l’appellativo di «separatista». L’uomo che è la stessa essenza della pace e dell’amore accomunato al senatùr Umberto Bossi che invitava gli italiani a buttare la loro bandiera nel gabinetto – è una delle invenzioni più spassose dei cinesi. E devono averci creduto in tanti, altrimenti non si spiegherebbe come mai gli siano stati risparmiati piccoli e grandi sgarbi. Ai quali il premio Nobel per la Pace ha mandato un messaggio (ovviamente involontario) in chiusura della sessione, quando ha invitato gli ottomila del Palasharp a scorrere il Commentario fino al punto 52. Dove si legge: «Il ruggito del leone della vacuità terrorizza tutti i dogmatici. Dovunque siano, istantaneamente diventano vacuità».