Agorà ed ecclesia
Così, nella primavera di cinque anni fa, tenemmo il primo comizio elettorale interamente dedicato all’aborto, al sesso, alla liberazione della donna. Mentre parlavo e raccontavo quel che per altri dovrebbe necessariamente arrestarsi alle soglie della politica per nutrire invece il tempo dei dialoghi “privati” d’amicizia e d’amore, dinanzi alla reazione che provavo e mi legava e mi portò a parlare per più di un’ora, avvertii con pressante chiarezza qualcosa che da allora ho spesso cercato di esprimere. Viviamo in un tempo in cui non di rado “agorà” e “ecclesia” coincidono, piazza e assemblea di preghiera. Il silenzio era surreale, religioso.
Le parole cadevano certo come pietre, e crudele era l’aggressione esplicita alla “politica” cui ci vogliono costringere. Ma quando terminai mi trovai strette attorno, silenziose (e in quante!) le vecchie donne in nero. Ricordo le loro carezze, le mani che si alzavano lente, come una benedizione, ritrovate mani contadine della mia infanzia abruzzese, e mi porto dietro la loro scarna e dolce esortazione: “Grazie, figlio!”.




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