Autodenuncia

Di Adele Faccio - 7 marzo 2007

Antologia di testi di Adele Faccio

(a cura di Gianfranco Cercone)

Questa piccola antologia è stata ricavata da quattro testi dattiloscritti, con correzioni autografe, conservati presso l’Archivio Radicale: “Autodenuncia”, “La donna e l’arte”, “I miei amici omosessuali”, “Fine di una cultura e alternativa femminista socialista del M.L.D.”. Quest’ ultimo, il più cospicuo (34 cartelle), è l’unico che reca un’indicazione di data: 30 aprile 1975. (g. c.)

L’educazione

La mia educazione è stata repressiva, antifascista sì, ma autoritaria (tu sei l’ultima ruota del carro, diceva mia madre), atea, ma moralistica (mia madre diceva: “ …. E poi nel matrimonio ‘purtroppo’ bisogna accettare le basse esigenze del marito”).

Ma mia nonna diceva (oggi penso provocatoriamente): “Io ho sposato mio marito perché mi ‘piaceva’ ”.

E io soffrivo la frase di mia madre e godevo di quella di mia nonna (tra i quindici e i venticinque anni).

Mia madre ha accuratamente coltivato la mia bruttezza. Ha represso l’innato gusto per il bello, dirottandolo verso il binomio natura-arte. Ha tentato di trasformare in intellettualistico-razionale quello che per me era emotivo-artistico, con schemi fin troppo culturali e con molti danni comportamentali. (…)

Io invece mi sentivo forte, vitale, espansiva, affettuosa, piena di voglia di sapere e di conoscere, ma soprattutto di “toccare” “gustare” “odorare” “intuire” “dare” “ricevere”.

La mia famiglia era asettica e asessuale.

Io ho voluto entrare nel corpo concreto della vita, nonostante la timidezza indotta che mi è stata innestata dall’educazione familiare e da quella scolastica. Ho lottato contro la famiglia come avevo visto lottare la mia famiglia contro il fascismo. Me lo hanno insegnato loro. Anche se non se lo proponevano.

A me il fascismo ha dato una cosa positiva: la ginnastica e, attraverso questa, la conoscenza della forza, dell’elasticità, delle possibilità fisiche del mio corpo. Potevo saltare, correre, sciare, nuotare, scalare montagne. Emozioni fisiche mi hanno destato alla vita fisica.

I miei amori

I miei amori sono sempre iniziati di botto, col coup de foudre, anche se poi sono stati allungati e diluiti, ma anche potenziati, data la nostra educazione, con la lunga attesa nel ghetto dell’amicizia (che rispetto all’amore è un ghetto).

La mia sensualità però è esplosiva ed io non sono mai stata passiva. Ho atteso, spesso spasmodicamente, la sollecitazione, sì, ma poi ho continuato a gestire e co-gestire il rapporto, anche con litigate furiose.

I miei rapporti sono sempre stati erotico-sentimentali, affettivo-sessuali, mai aridi, mai passivi, mai subiti (non ho mai fatto l’amore per dovere, per convenienza, per vantaggio, ma per desiderio, passione, entusiasmo – quando finiva, chiudevo). Spesso sono stati tormentosi per la catena di divieti paurosi contro cui dovevo lottare per me e tanto spesso – ma lo so soltanto adesso – anche per lui. E tanto spesso lui ha avuto paura della mia lotta contro gli altri per imporre noi e mi ha lasciato sola a gridare nel vuoto e nel silenzio accusandomi di fare dell’amore un’arma per la lotta sociale.

Perché io non voglio l’amore solo per me, ma anche e sempre per tutti, e questo ‘rompe’ e ‘rompeva’ … oppure incuriosiva e piaceva, in principio, ai compagni, ma poi diventava impegnativo, faticoso, nuovo.

L’erotismo per me non è mai stato ‘fine’ a se stesso, ma uno stupendo mezzo per raggiungere la libertà; l’equilibrio dinamico che mi (ci) consentisse di costruire una nuova umanità, o almeno una nuova dimensione umana.

Il femminismo

Noi siamo come quelle donne cinesi a cui venivano fasciati i piedi perché restassero piccoli. Noi siamo sempre state impedite di crescere, di essere noi stesse, di realizzarci in quanto esseri umani. I vecchi dizionari portavano la definizione: uomo – creatura umana; donna – la femmina dell’uomo.

E come quelle donne a cui per millenni sono stati fasciati i piedi e si ribellavano all’idea di non fasciarseli mai più, così anche noi tutte ci ribelliamo all’idea di non essere più ‘la femmina dell’uomo’ ma di gestirci in proprio e di essere semplicemente, direttamente anche noi, in modo autonomo: creature umane.

E di qui prendono l’avvio le diverse correnti in cui si divide il femminismo.

C’è un femminismo aggressivo che vuole una lotta diretta, che considera l’uomo ‘colpevole’ di questo stato di cose e vuole la lotta contro l’uomo, vorrebbe al limite che l’uomo diventasse nelle definizioni del vocabolario ‘il maschio della donna’.

Secondo questo donne bisognerebbe cambiare il genere dei nomi e sopprimere il maschile, non dire più ‘umanità’ ma ‘donnità’ e sciocchezze del genere.

Questo è quel femminismo polemico che brucia i reggipetti in piazza e fa ridere alle sue spalle tutto il mondo e spaventa a morte le donne concrete. Ma che ha anche una sua grande utilità, in quanto costringe tutti, uomini e donne, nel mondo, ad accorgersi che esiste il problema del femminismo.

Al lato opposto c’è un femminismo salottiero, a carattere squisitamente borghese, che, grosso modo, accetta la società così com’è, tutt’al più con qualche buona riforma socialdemocratica, e che aspira ansiosamente ai posti chiave nel lavoro, alle cariche direttive, anche per la donna, alla donna nella magistratura, nei consigli di amministrazione, al governo, ecc., a cui vanno benone Indira Gandhi e Golda Meir. Il loro ideale è l’efficienza, la funzionalità, la dirigenza, la parificazione con l’uomo per sostituirsi a lui e sottrargli il privilegio.

“Via tu che vengo io!” insomma. Nella più vieta e antiquata forma di prevaricazione tradizionale.

Sono naturalmente le più nevrotiche, le più frustrate, le più gelose e rabbiose. Mi dispiace dover dire che spesso rientrano in questi gruppi anche molte donne che tentano di farsi strada nel campo dell’arte.

E c’è un femminismo combattivo e ideologicamente aggressivo, ma limpidamente umano, che vuole una società diversa per uomini e donne diversi, strutture diverse per una vita diversa, per esseri umani diversi.

Uomini e donne

(…) il patriarcato ha scisso l’aspetto razionalistico da quello emotivo e ha fatto la donna custode delle qualità emotive, irrazionali, intuitive e l’uomo depositario della fredda razionalità, dell’autocontrollo e della creatività artistica e filosofica. Ora questo è proprio solo il risultato di una educazione profondamente discriminante e castratoria. Perché la donna è ricca di sensibilità e di tenerezza tanto quanto l’uomo, e l’uomo è dotato di razionalità e di creatività tanto quanto la donna. Bisogna però che le due metà del cielo si integrino, in modo che all’uomo sia concesso di abbandonarsi alla sensibilità e alla emotività e la donna pretenda da se stessa il rigore del ragionamento filosofico. A condizione però che non si faccia prendere dalla frenetica ansia di potenza e di rendimento che è così tipica del prevaricante carattere patriarcale della società maschilista di oggi.

L’arma della dolcezza

Il movimento di liberazione della donna ha il compito di porsi come alternativa ai modi tradizionali di condurre la vita della società voluti dal capitalismo. Il femminismo deve gettare questa alternativa facendo in modo di diminuire le tensioni all’interno della società, liberandosi dall’autoritarismo e dallo sfruttamento. La lotta contro l’autoritarismo deve tendere alla diminuzione per esempio del brutalismo militaristico, del rapporto sessuale sado-masochistico e di tutto il sesso alienato dalla violenza e dalla mistificazione pornografica, e infine alla restituzione della nostra vita a valori di normalità, cioè di serenità e di dolcezza.

La dolcezza deve essere l’arma più vera della nostra lotta: dolcezza sessuale, dolcezza nei rapporti con i bambini, con i vecchi, con gli adulti, esigere dolcezza da chi tratta con noi, ma una dolcezza creativa, non sdolcinata.

La bisessualità

La bisessualità è rappresentata anche dal fatto che ogni adulto produce gli ormoni propri di entrambi i sessi, in piccola quantità e con forti variazioni individuali, ma li produce. Così come è dimostrata la presenza, sia pure in forme fortemente recessive, degli organi sessuali dell’altro sesso in ciascuno dei due sessi, che quindi contengono in forma recessiva anche tutti i componenti dell’altro.

Questo spiega l’intersessualità in tutti i suoi aspetti e le sue cosiddette anomalie, che anomalie non sono affatto, per cui ogni essere umano contiene in sé una partecipazione più o meno repressa di quelli che sono i caratteri essenziali dell’altro sesso.

Insomma, si può marciare per una strada sull’estremo lembo di destra o quello di sinistra, oppure nelle mille possibili posizioni comprese tra i due estremi. Si può essere maschio-maschio-maschio e femmina-femmina-femmina, ma entro questi limiti si può anche essere maschio-femmina-maschio, o maschio-femmina-femmina, oppure femmina-femmina-maschio, o femmina-maschio-femmina, o femmina-maschio-maschio, e via dicendo.

Ecco perché qualunque repressione, qualunque scandalo, è solo figlia di non-conoscenza, cioè di ignoranza. La gente che si scandalizza è solo gente che non sa queste cose. E il sistema non vuole che la gente sappia queste cose, perché la libertà sessuale è la chiave della libertà.

La libertà sessuale

La vita sessuale degli esseri umani è qualcosa di infinitamente importante e prezioso, perché è la chiave della libertà psichica, così come la libertà sociale è la chiave della libertà politica. L’umanità viene repressa e oppressa sia per mezzo del potere politico, militare ed economico dell’imperialismo, sia per mezzo della violenza sessuofobica che castra profondamente gli esseri umani maschi e femmine e li priva della gioia di vivere, della felicità e quindi della forza e della creatività.

L’essere umano è profondamente infelice se ha fame, se ha freddo, se ha paura, e anche se è insoddisfatto sessualmente. E poiché si è creato tutta una serie di tabù sessuali e si continua a mistificare il problema anche con moderne artificiosità, si continuano a creare condizioni per cui uomini e donne vengono costretti a pensare che il problema sessuale sia complicato e irresolubile.

Tutti portano tali profondi cicatrici di offese, di violenze, di inganni, di fraudolenza sessuale subita, che ben poche sono le persone che riescono ad attraversare l’esistenza con equilibrio sessuale armonico. Chi si immagina, perché glielo hanno insegnato, che l’amore sia una favola; chi crede, perché glielo hanno inculcato, che sia una colpa; chi pensa, perché lo respira nell’aria, che sia un trucco; tutti sono profondamente infelici, sia per eccesso, sia per difetto.

Il sesso è l’essenza stessa della vita. Chi lo deforma, deforma la vita. Chi lo reprime, reprime l’esistenza. Chi lo esalta assurdamente facendone un mito e un privilegio maschile, non ne conosce e ne comprende l’essenza liberatoria e ne fa un deprecabile oggetto di repressione per sé e per gli altri.

Chi si lascia influenzare da errate convinzioni di forza o di prevalenza sessuale o dell’uomo o della donna, non solo non ha capito, ma neppure lascia capire a chi ha la sfortuna di capitargli vicino, che sesso è libertà, è uguaglianza, è autenticità degli esseri umani, è comunicazione, è creatività, è fantasia, è compiutezza e armonia, è felicità.

Contro la fedeltà

Non avete mai pensato che tutte le cose alla lunga vengono a noia, anche le più belle? Anche lo stesso ‘amore’ il più lirico, poetico e spirituale? Figuriamoci poi un rapporto intimo come quello erotico! Viene a noia all’uno e all’altro partner, molto giustamente. Il guaio è che quando uno è stufo, spesso l’altro è ancora in fase entusiastica e non ancora disposto a cercare altrove altri partners. Anche perché ce l’hanno fatta tanto lunga sulla fedeltà coniugale!

Ce l’hanno fatto lunga sulla fedeltà in genere. Senza mai voler prendere atto che nessuno deve essere fedele, perché è naturale, fa parte dell’evoluzione biologica che una creatura umana dopo un’esperienza di qualunque genere, sia d’amore come d’amicizia, di lavoro come di studio, di produzione come di esecuzione, abbia voglia e necessità di passare ad altre esperienze nuove e diverse.

Se tutta la gente potesse cambiare attività dopo una decina d’anni che lavora, come sarebbe meno annoiata della vita, meno stufa e quindi meno disponibile per stranezze, dall’alienazione alla pazzia vera e propria! Forse i pigri farebbero fatica. Ma gli attivi si sentirebbero rivivere e nessuno cadrebbe in quello stato di disperazione (che da secoli i poeti hanno scoperto) che è la noia.

Per noia si compiono delitti, tradimenti, irrazionalità o anche solo banalità. La gente che lavora per tutta la vita allo stesso tavolo, finisce col metterci una tale indifferenza che spesso il lavoro costituisce un vero e proprio suicidio.

E poi chiediamo vitalità, partecipazione, vivezza, intelligenza a chi riempie moduli inutili in un inutile ufficio burocratico per vent’anni di fila? Oh, ma chiediamo che l’umanità sia castrata, infelice e disperata per forza!

Le tradizioni deleterie

Quando l’unica luce di cui l’uomo disponeva era la luce del sole, era ovvio alzarsi presto la mattina col primo sole, appunto, ma noi, nelle nostre città ben illuminate e ben riscaldate che ragione abbiamo di mandare in giro i nostri bambini, per la scuola, alla mattina presto, d’inverno, quando fa più freddo ed è ancora buio? Siamo dei mostri e dimostriamo sempre di essere ancora attaccati per la coda alla nostra vecchia caverna preistorica. Perché non si va a scuola dalle 10 alle 17, per esempio? No. Noi siamo legati ai tabù moralistici dell’alzarci presto alla mattina, come se fossimo ancora cacciatori nella foresta, e dovessimo regolare la nostra vita su quella delle bestie a cui dobbiamo dare la caccia per mangiare.

Altrettanto dicasi per la destinazione delle donne: in cucina.

“Il mio cibo deve essere cucinato dalle sante mani di mia madre”: sono quelle espressioni che fanno rabbrividire, che sanno di paleontologia e formano la gioia di quegli archeologi del costume che sono gli antropologi, ma riflettono solo il trionfo della pigrizia, delle cattive abitudini, dei luoghi comuni, delle tradizioni deleterie e vergognose perché non sono più civili.

Pensate al ridicolo di quelle abnormi costruzioni periferiche che riempiono le periferie di tutte le città del mondo con tutti i loro piani e guardateli con me, in ogni piano una cucina con dentro una donnina con in mano la sua padellina con dentro … beh, ci credete? tutti sempre le stesse cose: che si mangia in sostanza?: o pasta o riso – asciutto o in brodo – arrosto o lesso o fritto – verdura bollita o cruda – è finito. E dobbiamo farla tanto lunga? L’epopea del cibo! E le donne sacerdotesse di questo rito.

E allora su, donne, fuori l’alternativa: le case con le cucine, le lavanderie, le stirerie, i servizi – in comune o professionali o collettivi.

Cominciamo a far uscire le massaie dallo spaventoso isolamento in cui vivono. Specialmente quelle più povere, più disagiate, le emigrate, le sradicate, sole e disperate. Le ventenni sposate a fare un figlio da una stagione all’altra, fino alla nevrosi e spesso alla follia. Donne-bambine cariche di figli e di miseria, di solitudine, di abiezione, di desolazione. Donne castrate, avvilite, umiliate, distrutte, disperate. Credete che ce ne siano poche?

Aborto e contraccezione

La lotta deve essere rivolta ad ottenere la liberalizzazione dell’aborto, la libera propaganda e l’intensificazione dell’educazione anticoncezionale, l’aiuto alle madri e la parità salariale tra gli uomini e le donne che sola conferisce autonomia e dignità alla donna, e infine l’eliminazione del patriarcato retrogrado, autoritario e incapace di assumersi una paternità responsabile.

La famiglia ridotta al limite minimo del bilancio economico non permette né l’espressione di una validità effettiva né l’educazione dei minori. Questa è la realtà concreta attuale.

La difesa del bambino in Italia non esiste; i bambini vengono gettati al mondo in ambienti inadeguati, senza un minimo di sicurezza sociale, e non ricevono mai un’educazione libera e autonoma. Questo è più vastamente diffuso di quanto non si creda, da questi problemi non è immune neppure la borghesia, che si crede così al sicuro, ma affettano la stragrande maggioranza della popolazione.

Bisogna esigere che la contraccezione venga insegnata obbligatoriamente nelle scuole, prima della pubertà, che venga rimborsata dalla mutua, come gli eventuali aborti necessari, e che la propaganda sia autorizzata e incrementata continuamente.

L’ABORTO DEVE ESSERE CONCORDATO LIBERAMENTE FRA LA DONNA E IL SUO MEDICO E DEVE ESSERE LIBERO E GRATUITO.

Donne e amministrazione

Bene o male il reddito familiare privato in Italia è amministrato dalle donne e nella maggior parte dei casi anche abbastanza bene amministrato. Molto meglio di quello pubblico amministrato dagli uomini.

E allora come prima misura alternativa non sarebbe il caso di avocare alle donne le amministrazioni comunali, regionali, quelle degli enti locali e magari una amministrazione di quartiere collettivizzata?

Con la pazienza e l’abilità di cui danno prova nell’interno della propria casa, le donne riuscirebbero a creare una struttura elastica come quella a cui sono avvezze – tira, tira fin che arrivi e lascia che sei arrivata – e ritorna a tirare per una nuova meta. Se veramente si riuscisse a far funzionare una amministrazione pubblica come funzionano quelle private femminili, si potrebbe dire di avere già risolto tre quarti del problema della sopravvivenza del pianeta.

L’alternativa socialista femminista

Angela Davis ha dato la sveglia in questo senso. Forse ha fatto la scoperta più sensazionale del secolo. Bisogna riprendere la sua proposta di de-tecnicizzazione. Non è necessario lavorare tanto. Non è necessario produrre tanto. Non è necessario inquinare tanto. Non è necessario che certi paesi producano tanto e mangino tanto e altri invece restino al livello di fame e sottosviluppo. Avevano veramente ragione i paesi del Terzo Mondo al Congresso di Budapest. Una recessione è sempre un fatto doloroso. Però una recessione valutata in termini economici a livello continentale dovrebbe essere una meta da conquistare più che un sacrificio da sopportare. Meno armi, per esempio; meno difesa, meno attacco, meno esercitazioni, meno giochi di prepotenza e di potere; meno polizia, meno armi in vendita, meno armi in costruzione. Ecco un compito per le donne.

Quale potere avete per cambiare le cose? mi è stato chiesto qualche anno fa ad una conferenza sul femminismo.

Abbiamo il potere della persuasione. Abbiamo il potere del buon senso. Abbiamo il potere di non volere l’ecatombe planetaria. E chi non lo capirà? I fabbricanti di armi, certamente. I grandi industriali. Il grande padronato internazionale.

Eppure quando si reclama a gran voce il giusto riconoscimento dei diritti civili, che cosa si chiede in realtà se non questo?

Basta a tutto ciò che è troppo. Troppo cibo. Troppa merce. Troppo lavoro. Troppe armi. Troppa prepotenza. Troppa produzione. Troppa fatica. Troppa infelicità. Troppa angoscia.

Vogliamo riconquistare la dimensione umana della felicità, della gioia di vivere, della serenità, dell’equilibrio.

Vogliamo creare l’alternativa socialista femminista alla corsa al potere e alla violenza.