Badshan Khan, satyagrahi musulmano in Pakistan
Quanto avvenuto in questi giorni in Pakistan può essere un’occasione per riconsiderare, a vent’anni dalla scomparsa, la figura di Abdul Ghaffar Khan, meglio conosciuto come Badshah Khan o anche come “il Gandhi musulmano” cui si deve l’avere introdotto la metodologia nonviolenta all’interno della complessa realtà islamica.
Paragonato, per operato e insegnamento, al Mahatma, cui fu legato da un rapporto indissolubile, nonostante la sua importanza è purtroppo ancora ignorato in occidente.
Per questo riteniamo utile, anche ai fini di un ulteriore apporto alla definizione del nostro satyagraha, richiamare l’attenzione sulla sua azione.
Abdul Ghaffar Khan nasce nel 1890 da una famiglia benestante di Utmanzai, villaggio ad una trentina di chilometri da Peshawar, in una regione appartenente all’odierno Pakistan.
Va detto che, per ragioni strategiche, gli inglesi avevano diviso la zona della frontiera in tre aree geografiche: le “agenzie” al nord, i cosiddetti distretti “stabilizzati” tra l’Indo e le montagne, le aree “libere” lungo il confine occidentale dove i pathan (o pashtun), cui Khan apparteneva, potevano governarsi secondo la legge non scritta della pakhtunwali.
Riluttanti ad ogni dominazione, i fieri pathan avevano sempre costituito un serio problema per gli inglesi. Decine di spedizioni dell’esercito coloniale erano state inviate tra quelle impervie montagne, le roccaforti erano state prese a cannonate, i villaggi incendiati. Migliaia di persone erano state imprigionate e torturate senza piegarne, però, la resistenza. Quello dei pathan restava l’unico territorio dell’Impero britannico a non essere del tutto sottomesso.
Nell’estate del 1897, tanto per ricordare a troppi smemorati un po’ di storia, gli inglesi si resero protagonisti di una delle più spietate repressioni compiute nel corso della loro dominazione, un vero e proprio massacro. Così annotò lo stesso W. Churchill: “In mezzo ai campi di riso ed alle rocce, i robusti soldati a cavallo davano la caccia al nemico in rotta. Non fu chiesto né concesso alcun quartiere ed ogni uomo catturato veniva trafitto o abbattuto all’istante”.
Carri di fave e patate vennero sottratti dai depositi, i frutteti spogliati, gli alberi abbattuti con le asce, le messi date alle fiamme, le acque dei pozzi avvelenate, i villaggi demoliti.
A metà novembre la valle di Tirah era stata resa un deserto mentre nelle alte cime dove la popolazione aveva trovato precario rifugio i bambini morivano di freddo. L’Impero britannico aveva mostrato il proprio volto arrogante e non mancò chi, come la teosofa Annie Besant, cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica europea:”Dall’oscurità ci giungono lamenti di sofferenza e rabbrividiamo di orrore per ciò che è stato fatto in nostro nome. Quei bambini morti di fame proclamano nei gemiti la nostri condanna. Quelle donne assiderate gridano forte contro di noi. Quei cadaveri irrigiditi, quelle regioni annerite dal fuoco, quelle pianure coperte di neve e rigate di sangue si presentano all’umanità per maledirci”.
Abdul Ghaffar non dimenticherà mai i visi cupi, esausti, di coloro che erano riusciti a tornare dai combattimenti. Resta profondamente turbato dall’odio, dal rancore, dallo spirito di vendetta che regnavano in quegli sguardi e già sente agitarsi dentro quella vocazione che si manifesterà una diecina d’anni più tardi.
Di pace, perdono, compassione, dignità umana, aveva sempre sentito parlare dal padre, Bethram Khan, intimamente religioso, e dal reverendo E.F.E.Wigram, missionario preside della scuola superiore della Edwardes Memorial Mission di Peshawar dove, nonostante la condanna dei rigidi e intolleranti mullah di Utmanzai, era riuscito a studiare.
Sarebbe rimasto volentieri a lavorare con Wigram se non lo avesse distolto l’idea di arruolarsi nelle “guide”, un corpo scelto di fanti e cavalieri pathan e sikh di stanza a Mardan considerato di grande prestigio. Alto un metro e novantadue, di corporatura robusta, non avrebbe incontrato certamente problemi a farvi parte se non fosse stato dissuaso da un grave episodio di razzismo e sopraffazione commesso da due ufficiali inglesi.
Svanita anche la possibilità di continuare gli studi in Inghilterra, si dedica a lavorare nei campi dove prende coscienza della penosa condizione di arretratezza economica e morale dei contadini. Ventiduenne, si rende conto che la prima cosa da fare è garantire loro un minimo di istruzione.
Avvia così nel 1910 una scuola ad Utmanzai destando da un lato l’interesse del riformatore sociale Haij Saheb e dall’altro viva preoccupazione sia negli inglesi che nel retrivo clero musulmano locale.
L’iniziativa ha successo e con Haij Saheb dà impulso ad altri corsi di studio.
Influenzato da un circolo di giovani liberali, si interessa intanto maggiormente ai periodici progressisti “Yamindar” e “Al-Hilal”.
Nel giro di breve tempo intensifica l’attività politica.
In seguito ad una rivolta fallita, Haij Saheb è costretto ad eclissarsi nei remoti territori dei mohmand, tribù pashtun e il ventiquattrenne Abdul Ghaffar va alla ricerca di sostegni per il movimento.
Nel 1913 partecipa ad Agra ad una conferenza di musulmani progressisti. L’anno seguente si reca a Deoband, per un altro convegno, e subito dopo visita il Bajaur, distretto montagnoso severamente controllato dagli inglesi.
Superato con uno stratagemma il posto di blocco, sosta provvisoriamente nel villaggio di Zagai e da lì manda ai compagni rimasti in pianura un messaggio affinché lo raggiungano.
I giorni però passano senza alcun riscontro. Rimasto solo e perplesso, intraprende in una piccola moschea un chilla, una lunga astensione dal cibo e dalle parole da cui esce radicalmente mutato. Da questo istante la sua vita scorre lungo un sentiero parallelo a quello di Gandhi.
Siamo nel 1914. Nell’estate di quell’anno, mentre Khan si reca nuovamente al suo villaggio intenzionato a fare riaprire le scuole fatte chiudere dagli inglesi, Gandhi lascia il Sudafrica per far ritorno, su un piroscafo, nella natia India.
L’anno seguente Khan perde la moglie. Provato dal dolore, affida i figli a sua madre e si muove tra i villaggi della Frontiera sfidando gli inglesi con l’apertura di nuove scuole.
Tra il 1915 e il 1918 visita cinquecento villaggi infondendo entusiasmo nella gente. E’ nel corso di questo peregrinare che viene accolto come Badshah Khan, khan dei khan, re dei khan.
Nel marzo 1919 il parlamento approva il Rowlatt Act con il quale vengono trasformate in legge permanente le disposizioni restrittive dell’emergenza bellica. Per gli indiani è peggio di un affronto.
Gandhi proclama un hartal, un giorno di completo digiuno e di preghiera. Ad Utmanzai Badshah Khan esorta a resistere alla tirannia inglese. E’ arrestato e condannato senza processo a sei mesi di prigione. I ferri ai piedi sono così stretti che le caviglie vengono corrose fino all’osso e sfregiate per sempre.
Il villaggio viene circondato dall’esercito e gli abitanti, sotto la minaccia dei fucili, vengono ammassati nel recinto della scuola di Khan, senza alcuna clemenza per donne, anziani, bambini. Mentre la gente prega i soldati puntano i fucili contro le prime file. Con inaudita violenza depredano, poi, quanto riescono a trovare. Qualsiasi cosa possa essere trasportata viene caricata e portata via mentre un commissario inglese apostrofa gli abitanti. Settanta sono prelevati e arrestati. Tra questi anche il padre di Badshah Khan.
Rilasciato, Khan fonda nel 1920 la Anjuman-Islah-Afaghina, un’organizzazione mirante ad incoraggiare il progresso economico, sociale ed educativo nella Frontiera e, soprattutto, rivolta ai pashtun.
Nello stesso anno partecipa alla storica sessione di Negpur del Congresso nazionale indiano in cui, per la prima volta, viene adottato il metodo nonviolento di lotta per un completo autogoverno. E’ in questa occasione che Badshah Khan fa la conoscenza diretta di Gandhi e prova subito forte attrazione per la sua straordinaria persona.
Tornato ad Utmanzai promuove, nonostante l’immancabile divieto inglese, la fondazione di una scuola superiore e ancora una volta finisce in galera e viene condannato a tre anni di lavoro forzato.
Dopo due mesi di isolamento, può incontrare il fratello, da poco rientrato dall’Inghilterra, che gli sottopone un foglio con alcune proposte del commissario capo per commutare la sentenza: può essere libero e aprire le scuole ma non deve girare per i villaggi della Frontiera.
Badshah non accetta e fa a pezzi il foglio. La settimana successiva viene trasferito in un carcere per detenuti comuni, in un’altra cella di isolamento e con il compito di macinare diciotto chili di grano al giorno. Da questo luogo di detenzione, descritto come un inferno di corruzione, è condotto in un’altra prigione, stavolta per detenuti politici, a quasi cinquecento chilometri a sud di Peshawar.
Nel 1923, mentre è ancora in carcere, apprende la notizia della morte della madre. Un colpo durissimo.
Scarcerato nel 1924, scopre che la sua prigionia e la sua sofferenza sono servite a far fiorire le scuole. Nel 1926 perde il padre e, durante un pellegrinaggio votivo alla Mecca, la seconda moglie, sposata sei anni prima.
Costituita la Pakhtun Jirga Lega giovanile, lancia un nuovo programma di riforme veicolato da un’apposita rivista in lingua pathan. E’ un successo immediato. Il giornale, tra l’altro, mette seriamente in discussione il purdah, cioè il sistema tradizionale che impedisce alle donne musulmane una piena partecipazione alla vita sociale.
Ma il grande impulso alla lotta di liberazione giunge nel 1929 dalla creazione dei Khudai Khidmatgar, i “servi di Dio”, il primo esercito nonviolento professionale della storia. E’ così che proprio tra i pashtun, notoriamente temuti per il loro carattere iroso e vendicatore, si diffonde il verbo della nonviolenza. In pochi mesi i giovani volontari sono già cinquecento. Con le loro camicie rosse, si recano nei villaggi per aprire scuole, sostenere progetti di lavoro, mantenere ordine nelle assemblee pubbliche.
Il 31 dicembre dello stesso anno a Lahore si svolge una sessione decisiva del Congresso. L’India è chiamata a recidere il giogo inglese. Gandhi lo avrebbe dimostrato al mondo intero.
Il 12 marzo 1930 il Mahatma lascia il suo ashram sul fiume Sabarmati per iniziare una marcia di ventiquattro giorni fino al villaggio costiero di Dandi. Qui, la mattina del 6 aprile, raccoglie una manciata di sale infrangendo la legge che ne assegna al monopolio governativo la produzione e la vendita. E’ la miccia della ribellione.
Il 23 aprile Badshah Khan indice un raduno di massa a Utmanzai per spronare alla resistenza civile. Quindi si dirige verso Peshawar ma viene arrestato a Naki. La notizia si propaga rapidamente e nella Frontiera si diffonde la lotta nonviolenta. Mentre, insieme a quattro suoi collaboratori, viene condannato a tre anni di carcere, a Kissa Khan la folla protesta in modo rigorosamente nonviolento contro gli arresti. La polizia spara e due carri armati ad alta velocità investono la gente. La folla accetta di disperdersi se gli inglesi consentano almeno di raccogliere i morti e i feriti e i soldati si allontanino. La risposta è un’altra carica.
Quando cadono feriti coloro che si trovano in prima fila, quelli che stanno dietro si fanno avanti a petto nudo, esponendosi al fuoco. I manifestanti restano fermi a fronteggiare i militari. Solo il plotone dei tiratori scelti garhwali si rifiuta di sparare. Diciassette di loro vengono deferiti alla corte marziale e condannati. Le spedizione dei militari inglesi si conclude anche questa volta con un massacro. Trecento morti e un numero impressionante di feriti.
I Khudai Khidmatgar sono messi fuorilegge e nell’intera Frontiera è imposta la legge marziale.
“Gli inglesi –scriverà più tardi Badshah Khan- temevano più un pathan nonviolento che uno violento. Tutti i loro orrori avevano un solo scopo: spingere i pathan alla violenza”.
Non ci riusciranno. Il popolo rimane indifferente alle provocazioni. In molti muoiono sereni per testimoniare il proprio ideale.
Alla fine del 1930 lord Irwin invita Gandhi a Delhi per trattare una tregua e alla Frontiera vengono date concessioni a lungo termine. I pathan raggiungono la parità politica con il resto dell’India inglese.
Rilasciato nel marzo 1931, Khan viene accolto come il Gandhi della Frontiera, paragone che ad uno come lui, fondamentalmente umile e con una venerazione particolare per il Mahatma, sembra eccessivo: “Non aggiungete il nome di Gandhi al mio. Non merito la gloria che avete riversato su di me. La gloria deve andare al metodo nonviolento che ha cambiato la natura della nostra gente”.
Per lo stesso motivo non ama essere chiamato neanche Badshah. Si ritiene un servitore, non un re. Ma per il popolo lui è Badshah e basta.
Intanto il leader nonviolento ha cessato di mangiare carne e veste con tessuti fatti in casa. Rinuncia alla propria terra lasciandone la proprietà ai tre figli.
Riprende a viaggiare tra i villaggi rischiando per ben due volte di essere assassinato dal momento che i suoi principi cozzano non solo con gli interessi degli inglesi ma anche con quelli dei mullah conservatori e dei ricchi proprietari.
“Abbiamo tre obiettivi da raggiungere –ripete ovunque- liberare il Paese, nutrire l’affamato, vestire l’ignudo”.
Gli inglesi gli intimano di fermarsi. Gandhi, da parte sua, protesta e chiede di poter visitare anch’egli la Frontiera. L’autorizzazione gli viene, però, negata.
Il governo vieta i raduni a meno di sei chilometri da ogni strada e fa pedinare Badshah mentre la stampa inglese distorce o censura ogni genere di notizia che riguardi lui o il territorio dove conduce la lotta.
Nonostante tutto, Khan non si arrende e continua il suo cammino. Il 24 dicembre 1931 è arrestato insieme al fratello maggiore e ai tre figli.
Nel giro di poche settimane tutti i leader indiani finiscono in prigione.
Un’ondata di violenza governativa si abbatte sulla Frontiera contro le camicie rosse dei Khudai Khidmatgar. Sparatorie, pestaggi, fustigazioni pubbliche, confisca di beni si susseguono su larga scala.
Soltanto a Peshawar finiscono in galera trentacinquemila persone.
Khan è condotto lontano, nel Bihar, nell’India nordorientale, e tenuto per tre anni senza processo e senza la possibilità di ricevere lettere o leggere giornali.
Rilasciato, insieme al fratello, nell’agosto 1934, è ospitato da Gandhi nell’ashram di Wardha.
Nell’ottobre dello stesso anno Gandhi e Khan si recano a Bombay per la sessione autunnale del Congresso. Accolto con calore, Khan rifiuta di accettarne la presidenza.
Il 7 dicembre è arrestato per avere pronunciato frasi “sediziose”. Condannato a due anni di carcere rigido, viene mandato nella prigione centrale di Sabarmati e messo in isolamento e senza letto. Passa da novanta a sessantasette chili.
Rilasciato nel luglio 1936, si reca immediatamente da Gandhi per promuovere insieme a lui un programma comune di azione sociale. Con il Mahatma si oppone alla richiesta di Jinnah di costituire uno stato islamico separato, il futuro Pakistan. Ma, nonostante tutto, è costretto ad accettare nel 1947 il corso degli eventi.
Il suo sogno di un’unità tra indù e musulmani, come quello di Gandhi, s’infrange nella brusca realtà.
Il 15 giugno 1948, a meno di un anno dalla proclamazione dell’indipendenza dell’India e della nascita di uno stato dai confini incerti e instabili come il Pakistan e a cinque mesi dall’assassinio del Mahatma ad opera di un nazionalista indù che temeva fosse filo musulmano, Badshah viene, per ironia della sorte, arrestato proprio dal governo pakistano con l’accusa di essere filo indù. Invano chiede per la sua gente della Frontiera un governo pathan, formato da pathan.
Come durante la dominazione inglese, anche nel nuovo stato musulmano il leader è destinato a vivere dietro le sbarre. La sua condanna viene prolungata due volte, sicché trascorre ben sette anni in prigione prima di essere rilasciato per essere ancora incarcerato l’anno successivo. Dei primi trent’anni di esistenza del Pakistan, Khan ne passa quindici in galera e sette in esilio.
Più volte arrestato per la sua fedeltà ai principi della nonviolenza e ad una visione politica riformatrice, si spegne nel 1988 a Peshawar in piena attività nonostante l’età avanzata di novantotto anni. Oltre quarantacinquemila persone e migliaia di automezzi accompagneranno il suo feretro dal Pakistan a Jalalabad, in Afghanistan.
La sua vicenda, come ha scritto Eknath Easwaran, suo biografo, reca in sé “i germi di una verità più profonda di cui il nostro mondo esplosivo, dal futuro incerto, ha molto bisogno”.







