Mariateresa Di Lascia. Appunti per una biografia

Di Antonella Soldo - 19 dicembre 2007

Mariateresa Di Lascia, politica e scrittrice italiana.

“Quando aveva pensato a cosa sarebbe stata la sua vita, a quale forma si sarebbe piegata ad avere, se mai ne avesse avuta una, aveva sentito qualcosa ribellarsi dentro sé, come per una insopportabile imposizione. Allora aveva avuto un solo desiderio: conservare il più a lungo possibile, forse per sempre, la libertà di non avere nessuna forma.” (Passaggio in Ombra)

= BREVE BIOGRAFIA=

(Rocchetta Sant’Antonio, 3 gennaio 1954 - 10 settembre 1994)

La storia di Mariateresa Di Lascia comincia in un borgo del foggiano, Rocchetta, che si trova “su quell’altura dove si pone il confine su tre diversi sentieri- che separa la Puglia dalla Basilicata e questa dall’Irpinia “.

Conseguita la maturità classica si iscrive alla Facoltà di Medicina a Napoli - allo scopo di diventare missionaria laica nelle regioni più povere del mondo- che abbandonerà dopo tre anni perché completamente assorbita dall’impegno politico all’interno del Partito Radicale.

È datata 1975 la sua prima adesione al PR, e da questo momento in poi è stata sempre in prima linea in tutte le battaglie, diventando nel 1982, vicesegretaria nazionale, durante la segreteria di Marco Pannella, e deputata durante la IX legislatura.

===ATTIVITA’ POLITICA===

Pannella ricorda: “la sua vita è stata quella del partito, senza sosta e senza riposo. I suoi interventi puntuali, costanti, sempre essenziali e singolari, sono stati da me sempre attesi ed ascoltati con attenzione. Sempre molto personali, oltre che politici: mai privati ed era lei a ricordarci e ad ammonirci che il privato è privazione, non rifugio o risorsa”.(da il Corriere del Sud 15/10/1995)

Interprete perfetta della politica radicale, di quella politica che non vuole per forza coincidere con il potere, che non si preoccupa di irrigidirsi in una forma o di essere portatore di convinzioni, ma piuttosto si propone come metodo, sperimentale, sempre rivedibile.

Un metodo che ogni volta deve “recuperare l’innocenza”, cercando non di tollerare (quando tolleranza è intesa nel suo senso etimologico, come la intendeva Pasolini, come un guardare altrove, togliere lo sguardo da), ma di comprendere i fenomeni, guardandoli direttamente, di essere, per questo, “intelligenti”.

Un modo di intendere e praticare la politica che non nasconde di essere utopistico e visionario, quando guardare a un’utopia non significa aspirare a qualcosa che non è in nessun luogo, ma credere che tutto sia possibile oggi, e pertanto provare a realizzarlo, ed essere visionario non vuol dire vedere ciò che non c’è, ma guardare dove gli altri non guardano.

“Non un salto nel buio, dunque, non un passo nell’ invisibile o nel mistico, ma semplicemente ciò che tutti vedono se il primo dei diritti ad essere affermato è il diritto a vivere”

(onorevole Di Lascia, aprile 1984, Notizie Radicali)

Una posizione che si può avvicinare a quella della filosofa tedesca Arendt, per l’importanza centrale data al concetto di AZIONE: la sola azione che metta in rapporto gli uomini senza la mediazione di cose materiali.l’azione coincide con l’attività politica, ossia con l’agire interpersonale che fa tutt’uno con l’ambito della polis in quanto comunità di uomini liberi.

Come tale l’agire è la dimensione specifica dell’uomo, poichè è l’unica che gli consente di realizzarsi come individualità etica consapevole.

Nella Di Lascia l’azione politica radicale per eccellenza, l’atto non violento dello sciopero della fame, è il modo per affermare la singolarità della persona, la sua individualità tutta intera che si mette in gioco e si assume le responsabilità di quello che fa, sapendo di non poter cedere nemmeno la più piccola parte di sè altrimenti perde tutto( su questo si ascolti l’intervento sull’atto nonviolento).

L’idea di libertà come situazione in cui l’individuo possiede il completo controllo razionale sulle proprie azioni e non esiste l’agire cieco e arbitrario, ci permette di allargare il confronto ad un’altra pensatrice politica: la francese Simone Weil, cui la stessa Di Lascia si sente affine ( si veda paragrafo su “Le relazioni sentimentali”).Libertà che in entrambe si rende possibile solo nell’intreccio di fare e pensare, di pensiero ed azione.

Pur avendo dei fondamenti che si possono far risalire ad importanti posizioni filosofiche, che hanno segnato la meditazione sull’agire politico a partire dal secondo dopoguerra, la politica della Di Lascia non disdegna come sue fonti posizioni più semplici, come quelle di un libro per bambini, “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint- Exupery.

“Non si conosce che ciò che si ama, e di questo noi siamo responsabili” è scritto nel libro, e questa frase introduce il concetto- chiave in cui leggere il suo modo di concepire la politica, e la vita: la responsabilità.

Il pensiero politico della di lascia è strettamente legato alla pratica politica. numerosi sono i suoi interventi ai congressi o consigli federali del partito a partire dal 1980, le conduzioni di programmi a Radio Radicale, e a Tele Roma 56, gli articoli scritti su Notizie Radicali su argomenti vari ma sempre rigorosamente funzionali alle iniziative di volta in volta portate avanti.

Il 1982, anno della sua elezione a vicesegretaria del partito, è l’anno in cui tutta la sua attività politica è concentrata sulla battaglia contro lo sterminio per fame: coordina la campagna “Sopravvivenza 82”, con la mobilitazione di sindaci in Italia, Francia e Belgio a sostegno di leggi di intervento straordinario contro la fame nel

Sud del mondo. tema nel quale riesce a far confluire le lotte per i tutti i diritti civili, i diritti alla vita, economici, sociali ( qui si inserisce la battaglia per la riforma delle pensioni).Nell’84 sosterrà fortemente la campagna per “tre milioni di vivi subito”.

Prima della caduta del muro di Berlino partecipa a numerose manifestazioni in Cecoslovacchia( a Praga nell’anniversario dell’invasione) e Jugoslavia ( a manifestare per l’ingresso di questa nella CEE).

Promotrice di molte battaglie ambientaliste( come quelle per la salvaguardia della fascia dell’ozono), ha coordinato la battaglia contro il nucleare in Italia che ha portato alla vittoria del Referendum nel 1987.

Sostenitrice della medicina omeopatica hahnemanniana, ha organizzato nel 1988 un importante convegno transnazionale, patrocinato dalla Presidenza della Repubblica e in collaborazione con la Libera Università di Medicina Omeopatica, ed ha poi elaborato una proposta di legge per il riconoscimento di questo rimedio. e nel 1991 fonda l’ APO (Associazione Pazienti Omeopatici), con sede a Napoli e soci in tutta Italia, tuttora attiva.

Dal 1985 al 1986 il giornale Notizie Radicali ha scritto e pubblicato numerosi articoli di ecologia, di medicina, di giustizia, di attualità politica.

Ha fatto della scrittura, della comunicazione e delle relazioni con le persone parte integrante della sua attività. Costante era, infatti, la sua preoccupazione per la falsificazione di immagine e di informazione sia sulle scelte del partito che sui temi di attualità politica.

nel 1986 cominciano le visite alle carceri di San Vittore e Rebibbia

CORA, antiproibizionismo

Nel 1993 ha coordinato insieme ad Adriano Sofri la campagna “Io digiuno” di solidarietà con le vittime della guerra nella ex Jugoslavia

Nel 1990 è tra coloro che propongono la difesa della contestatissima legge Gozzini(del 96) sulla riforma penitenziaria: premessa alla più grande battaglia cui la Di Lascia darà vita, battaglia che la spingerà fino in Tibet.

Nel 1993 prende forma il progetto che meglio di ogni altro sintetizza le sue aspirazioni: fonda e dirige insieme a Sergio D’Elia Nessuno Tocchi Caino, la Lega di cittadini e di parlamentari per l’abolizione della pena di morte nel mondo, di cui ha scritto lo statuto, le tesi fondamentali, e a cui ha dato il nome traducendo lei stessa con “Nessuno tocchi Caino” il passo della Genesi che prima era citato come “Nessuno uccida Caino”. Nella sua idea, il segno che Dio appone su Caino perchè non sia uccisoè il marchi della garanzia, della giustizia che non dà la morte ma la vita, il vero diritto dell’uomo. Un’interpretazione che anche la Chiesa ha accolto nella successiva versione ufficiale del testo sacro.

Del giornale Nessuno Tocchi Caino ha curato costantemente la redazione, facendone uno strumento di comunicazione non formale.

Nel giugno del 1993 partecipa alla Conferenza sui Diritti Umani a Vienna, in cui manifesta in favore della causa di liberazione del Tibet.

“E’ stata un’interprete della vita e delle scelte del partito. Perciò raccoglieremo tutti i suoi interventi e i suoi discorsi dei quali possediamo le registrazioni grazie all’archivio di Radio Radicale, e li studieremo, li riascolteremo. Sono certo che le sue parole risulteranno ancora più creative e ricche, più politiche anche nella durata. Non lo avevamo sin qui mai fatto, per nessuno di noi. Di nuovo, dunque, da Mariateresa avremo l’opposto della fine: un fine ed un nuovo inizio

Interprete perfetta della politica radicale, di quella politica che non vuole per forza coincidere con il potere, che non si preoccupa di irrigidirsi in una forma o di essere portatore di convinzioni, ma piuttosto si propone come metodo, sperimentale, sempre rivedibile. Politica anche come fine e non solo come mezzo.

Un metodo che ogni volta deve “recuperare l’innocenza”, cercando non di tollerare (quando tolleranza è intesa nel suo senso etimologico di guardare altrove, togliere lo sguardo da), ma di comprendere i fenomeni, guardandoli direttamente, essere “intelligenti”.

Un modo di intendere e praticare la politica che non nasconde di essere utopistico e visionario, quando guardare a un’utopia non significa aspirare a qualcosa che non è in nessun luogo, ma credere che tutto sia possibile oggi, e pertanto provare a realizzarlo, ed essere visionario non vuol dire vedere ciò che non c’è, ma guardare dove gli altri non guardano.

Un pensiero politico che se per la portata, la centralità del concetto di amore, il rifarsi alla comunità, all’ individualità, che nella Di Lascia diventa inncindibilità della persona(intervento sull’atto nonviolento), ma che come suo fonti accetta anche un libro per bambini come “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint- Exupery. “Non si conosce che ciò che si ama, e di questo noi siamo responsabili” è scritto nel libro, e questa frase riassume il suo modo di concepire la politica, e la vita.

==ATTIVITA’ LETTERARIA==

L’intensa attività politica della Di Lascia non ha però impedito a questa donna di coltivare una passione,o meglio una “necessità”, come lei stessa dice, che è quella dello scrivere. I numerosi articoli da lei scritti durante gli anni di militanza dimostrano la sua fiducia nella scrittura come mezzo di comunicazione, e i suoi scritti molto hanno dello stile giornalistico ironico e puntuale.

lasciando anche qui una traccia con il suo romanzo premio strega nel 95

LA CODA DELLA LUCERTOLA, 1988, inedito

è questa la prima prova letteraria della Di Lascia, un romanzo di media lunghezza che lei non volle mai pubblicare, considerandolo piuttosto un esercizio di stile.

La trama è poco originale, si parla della parabola di un amore, di una storia comune di ragazzi comuni. Il tutto è comunque costruito su una metafora, lo stesso titolo è già un termine di paragone: la coda della lucertola rappresenta una parte di qualcosa di vivo che viene staccata dal

tutto a cui appartiene. Poichè possiede una vitalità autonoma, si illude di poter sopravvivere pur se mutilata. Ma è un inganno che dura poco. Così è l’amore di Matteo, il protagonista. Catterina, la ragazza amata, tradendolo gli ha staccato dal corpo quel sentimento che faceva parte di lui. Egli lo ha creduto vivo, ma in realtà era morto nell’attimo stesso in cui era stato rifiutato.

 "Matteo pensò che lei sapeva esattamente cosa stava provando, qual era la gioia pagana che si 

 prova ad essere amati come un dio lontano e crudele che ci chiede il sacrificio del nostro amore     

 e non ci amerà mai"

COMPLEANNO, 1992,

E’ il primo dei racconti ad essere pubblicato, nel 1992 partecipa ad un concorso organizzato da Agorà, il sistama telematico integrato in internet e diretto da Roberto Cicciomessere. Arrivato insieme con altri 233 testi via cavo, si aggiudica la vittoria. Nel 1995 viene pubblicato da “Stampa alternativa Millelire”, in quanto vincitore del premio Millelire assegnato da una giuriacomposta da Compleanno”, vince il “Premio Millelire”, assegnato da una giuria composta da [[Gore Vidal]], [[Angelo Guglielmi]], Irene Bignardi, Gianluigi Melega, Paolo Mauri.

Successivamente comparirà sul “Corriere del Sud”(nel numero 46 del 31 luglio 1995).

La storia è quella di una donna che scopre che morirà di lì a poco e nel giorno del suo cinquantatreesimo compleanno, scrive al marito,e, quasi confessandosi, ripensa alla sua vita.

VEGLIA, 1992

Apparso per la prima volta il 6 luglio 1995 sul settimanale “Sette”, Veglia viene pubblicato più tardi sul numero 5 della rivista “Nessuno tocchi Caino” dell’ottobre/ dicembre 1998, con un messaggio di generale condanna di qualsiasi tipo di violenza, operato da un punto di vista del tutto inedito. Per la prima volta la tragedia è indagata non dalla parte delle vittime, ma di chi è vicino ad un colpevole. É la storia di una madre senza nome, vedova, con due figli. Il minore, Salvatore, si macchia del delitto più orrendo, l’assassinio di un bambino di due anni. La domanda. Chiave che la madre fa è :”Madonna del dolore, posso pregarti per il mio figlio assassino?”

LA CASA NUOVA, inedito.

É la storia di Filomena, una donna semplice del Sud, che ha bvotato la sua vita alla vita delle figlie.il suo mando è fatto di valori indiscutibili quali la famiglia i figli e la casa di proprietà. Dopo una vita di sacrifici, le figlie emigrate a Torino riescono a comprarle un appartamento in condominio: l’alloggio di proprietà ha nel paesino un valore inestimabile, quasi esistenziale.

Durante il trascolo Filomena lascia libero corso ai suoi ricordi e al dolore represso, e quasi sfiora la follia nel finale.

Tema portante è quello della netta contrapposizione della vita del paese, selvaggia e libera, nonostante il dolore e la fatica, e quella della città. La campagna rappresenta il tempo interiore, che trattiene in sè il momento dell’infanzia, quello dei ricordi più belli.

“Oh, la casa della madre, quante volte l’aveva sognata durante gli ultimi anni di prigioonìa dentro le mura del collegi: oh, la porta che si apriva sulla strada e bastava un attimo per essere fuori, in mezzo ai rumori dei vicini, alle chiacchiere senza senso, agli odori mescolati delle cucine. Oh, cara vita perduta e selvaggia, cara vita di polvere e fatica!

EMILIO (UN AMORE DIVINO), inedito.

Considerare l’interesse della Di Lascia per la medicina omeopatica forse può far comprendere meglio il messaggio di questo racconto.

Infatti, Elsa, la protagonista di questo racconto è una donna di sessant’anni che gestisce un centro di medicina alternativa, che cerca di curare i mali del corpo e dell’anima con l’amore. Al centro un giorno arriva Emilio, un medico di trentacinque anni, “con il corpo irrigidito dal dolore e dalla paura”. Tra i due si realizza un amore fortemente spiritualedove l’ “io” perde la propria consistenza per risolversi in un “noi”. Emilio però si serve di Elsa per recuperare la sua autostima, per concentrarsi poi di nuovo su se stesso. Diventerà una sorta di predicatore, egoista e pieno di sè. L’ammonimento dell’autrice è contro la superbia, il peggior nemico dell’amore.

PASSAGGIO IN OMBRA:

Gli stessi sentimenti e le stesse passioni che investiva nell’ impegno politico e umano pubblicamente, sono le stesse che la Di Lascia è riuscita ad esprimere con tanta intensità e creatività letteraria.

Dal 1988 al 1992 scriveil romanzo della sua vita, Passaggio in Ombra, pubblicato nel gennaio 1995, fenomeno di vendita che sorprende la casa editrice, la Feltrinelli.

Nel settembre dello stesso anno arriva il Premio Strega, Passaggio in Ombra stravince in finale su “Le maschere” di Malerba, e ottiene il favore di tutta la critica letteria: viene annunciato come il nuovo “Gattopardo”, e la sua autrice accostata a grandi nomi della letteratura quali Elsa Morante, Anna Maria Ortese, Grazia Deledda.

Tutti i più autorevoli quotidiani e settimanali italiani le dedicano articoli (persino l’Osservatore Romano scrive: “il suo romanzo è uncapolavoro che segna ideologicamente e stilisticamente un segmento della nostra storia letteraria”), presto viene tradotto in Francia, Norvegia, Spagna, Svezia, Israele, Olanda, Turchia e Germania, e fatto oggetto di numerose tesi di laurea anche all’estero.

Il romanzo prende avvio dalla fine, quando tutti sono morti o se ne sono andati. La protagonista, Chiara, è rimasta sola insieme ai fantasmi che ritornano dal suo passato e alla sua malattia, un’asma che non le dà pace, e per scongiurare la follia sprigionata dal dolore, si affida al potere rasserenante della memoria.

Tutto la storia è come raccontata da un coro di voci defunte alla medianica relatrice. Chiara riprercorre le tappe della sua vita e le storie delle persone della sua famiglia, della madre Anita, del padre Francesco, della zia Peppina, del cugino Saverio… Sullo sfondo di un Sud ruvido e avvolgente, e insieme dolce e vitale.

Il romanzo, che pure è perfettamente omogeneo, può essere diviso in due parti. c’è il romanzo dell’ombra, delle riflessioni filosofiche, i cui temi principali sono la malattia, la follia, la morte, la perdita di identità, il silenzio, la favola.

Ma c’è anche il racconto delle vicende della famiglia D’Auria, specie della linea femminile, troppo spesso umiliata e offesa dagli uomini. C’è l’amore- ossessione delle madri verso i filgli, c’è l’amore mai alla pari tra un padre e una madre, e l’amore osteggiato tra due cugini. Non manca la critica sociale, la condanna di una giustizia ingiusta, il rifiuto dei conformismi, in un mondo rurale immobile da secoli ed estraneo ad ogni cambiamento.

Il linguaggio usato è a volte visivo e raffinato, altre umile, fino ad innalzare il dialetto a lingua letteraria. Ed è proprio nel dominio sofferto della lingua che questo indimenticabile personaggio femminile affonda il suo senso di esistere: nel momento di arrendersi alla fatica di vivere, trova la forza e l’orgoglio di raccontare la vita.

L’AUDACIA “A te m’accosto traendo presagio”Archiloco

pag.7 INIZIO LIBRO- ” Avevo i capelli biondi e una testa leonina che si faceva guardare quando camminavo, immersa nei miei pensieri, e le macchine si fermavano bruscamente per non travolgermi sulla strada. Ho vissuto in ogni città di questo paese e non ho potuto fermarmi mai, inseguita com’ero dai mille mostri atroci dell amia fantasia. Sono andata pellegrina di strada in strada, cambiando i bar dove mi piaceva prendere il caffè della mattina, perchè non trovassero le mie tracce. Le tracce dei miei racconti di principessa esule su questa terra senza anima, dove i miei polmoni hanno trovato difficile perfino respirare. Forse ero nata per un grande destino, ma questo lo sapevano in pochi: donna Peppina Curatore, che mi era zia, e Anita, mia madre. Francesco, mio padre, deve averlo vagheggiato anch’egli, ma solo per vanità.

Quando donna Peppina, che mi ha amata più di ogni altra cosa al mondo, e per questo mi rubò a mia madre e mi mise sempre contro di lei, decise che avrei studiato, e sarei diventata una “professorona”, avevo dodici anni, e stare al mondo non mi appassionava, perchè l’umanità pulsa di desiderio e di passioni incontrollate e forti, che io non so provare e neanche immaginare e che, infine, mi terrorizzano.

Adesso che mi viene incontro la vecchiaia e ho smesso con anticipo inspiegabile anche di avere il sangue, il mio aspetto dimesso e le rughe che tardano a venire mi difendono ancora più degli sciatti vestiti che mi coprono il corpo. Travestita così, senza età e senza sesso, finalmente me ne rido del mondo.”

IL SIENZIO “Quando tra i capelli neri fili bianchi spùntino” Anacreonte

Pagina 166 [ fine libro ]

“Questo silenzio- che si lascia esplorare come un mondo mediano dove il passato si incarna nella fantasmagoria del sogno- attraversa la sconfinata regione della salvezza. Se chiudo gli occhi ne intravedo i santuari imponenti, dove si celebrano- fra ricchezze tanto meravigliose da parere irreali- i riti incantati della MEMORIA e del FUTURO.

Eccoli! Avanzano scambiandosi gli identici volti, coi corpi intrecciatí in una danza sincronica: entrambi sono giovani, entrambi sono vecchi e quando l’uno è giovane, l’altra veste il suo volto vecchio; e quando l’altro è vecchio, quella prende il suo volto giovane. Come la favola che inizia dove finisce, come la vita che segue alla morte, come il giorno che nasce dalla notte: essi sono gemelli e l’una vive nell’altro.

Con un sospiro, guardo la pallida luce del giorno che se ne va con la sua ombra lunga sulle mie pezze: nessuno più mi chiamerà, nessuno mi verrà a cercare. Forse riceverò ancora qualche lettera da Titina e rivedrò la mia balia Rosina; forse incontrerò mio padre e ci arrenderemo a un sorriso.

Forse, mi dico, forse.”

LE RELAZIONI SENTIMENTALI, 1994, una prima parte pubblicata su “Linea d’ombra”, numero 104 del maggio 1995.

Di questo romanzo la Di Lascia voleva farne il proprio capolavoro, purtroppo la sua prematura scomparsa glielo impedì.

Qui è una madre che scrive una lettera alla sua figlia “negata”, le parla di sè e cerca di stabilire un contatto. Le parla a partire dai ricordi, quelli più dolci, quelli dell’infanzia e dell’amicizia con le sorelle Tartaglia: Gemma. Gilda e Gabriella.

Il primo capitolo, dal titolo “Onora il padre e la madre” si apre con una citazione tratta da La pesanteur et la grace di Simone Weil :

“Non lasciarti imprigionare da nessun affetto. Preserva la tua solitudine. Il giorno, se mai esso verrà, in cui ti fosse dato un vero affetto, non ci sarebbe opposizione tra la solitudine intima e l’amicizia: anzi, potrai riconoscerla da questo segno inequivocabile”

Con la pensatrice francese, militante di estrema sinistra sempre in lotta con l’ingiustizia sociale, alla ricerca di un riscatto del mondo da raggiungere attraverso l’amore, la Di Lascia deve aver sentito una grande vicinanza spirituale.

La liberazione dalla pesantezza, l’approdo ad un universo di grazia, avviene per la Weil attraverso la preghiera e la sofferenza, che portano lontano dagli inutili conformismi del mondo.

Di qui un passo molto bello de Le relazioni sentimentali,sulla libertà e l’inscindibilità della persona:

“ho voluto mostrarti che la libertà è indivisibile. Se sono sola sono tutta mia!- ti ripetevo, molto prima che per la terra corressero i richiami delle donne a libertà dolorose e parziali. Volevo apprenderti la solitudine come il più completo degli amori; volevo che non subissi il giogo della dipendenza da altri e che tenessi a suprema compagnia un libro. Io conosco questo appagamento e la fatica con cui da esso esco: costretta da una specie di istinto ferino, all’apparenza contrario alla mia indole, nella sostanza ubbidiente a questa e alla ragione più che ogni altro lato di me”

un altro passo significativo per indicare in nesso indivisibile tra la scrittura della Di Lascia, la politica, e forse anche la sua vita, lo troviamo sempre in questo capitolo. In bocca a Gemma, personaggio caratterizzato da leggerezza, purezza quasi immateriale, lontana dalle bassezze terrene, l’autrice mette le sue idee sull’aborto.

“Ma non è per questo che scrive lui- riprese indicando il mio libro.- Lui è un uomo, e capisce il concepimento filosoficamente, ma non può capirlo poeticamente! Eppoi, se l’aborto è un omicidio, bisogna anche riconoscere che si tratta di legittima difesa: una vita contro un’altra… un’idea assurda- disse scuotendo la testa, quasi volesse scacciarla dai suoi riccioli- che ci porta il un mondo popolato solo da assassine…Invece- concluse con sollievo- tutto è molto più facile!Io non abortirei per non privarmi di qualcosa di mio, che mi può dare una felicità senza confronti, e credo che questo sia il desiderio di ogni donna”.

Convinta che abortire sia per una donna una ferita terribile, la Di Lascia ha sostenuto comunque, all’inizio della sua attività politica, la possibilità per ognuna di scegliere liberamente, in tutta sicurezza.