Caro Pannella, non mi rassegno

Di Piero Sansonetti - 18 novembre 2009

di Piero Sansonetti

Ho ascoltato - usando internet vari interventi di Marco Pannella al congresso radicale che si è concluso ieri (con lelezione a segretario del giovane Mario Staderini: tantissimi auguri al nuovo leader che si affaccia sorridente e spavando sulla scena tetra della politica italiana). Conosco abbastanza bene i congressi radicali. Ricordo che ne seguii uno, per la prima volta, nel1978 - pochi mesi dopo il rapimento Moro: anni incandescenti - si svolse a Bari e fu molto acceso. Cera una certa lotta tra le varie componenti: quella di Pannella, quella di Teodori, quella di Spadaccia. Vinse Pannella, naturalmente - appoggiato dai giovani: Negri, Cicciomessere, Crivellini, Adelaide Aglietta, Francesca Cappuzzo, Rosa Filippini, Emma Bonino - e si decise di nominare segretario un giovane obiettore di coscienza di nazionalità belga, Jean Fabre. Lavoravo per lUnità, e i rapporti tra lUnità (i comunisti) e i radicali erano pessimi. Pessimi davvero. Per noi, i radicali erano, più o meno, il male assoluto. Invece io restai affascinato da quella tre giorni di discussioni accanite, e ne scrissi con una certa simpatia (mi fu fatto notare criticamente, al giornale, ma non fui censurato). Perché restai affascinato? Perché parlavano per ore e ore di questioni sulle quali non ero abituato a discutere, ma che mi parvero fondamentali: i diritti individuali, la libertà, la nonviolenza.

La tolleranza. Cioè la necessità di rispettare quelli con i quali non si è d`accordo, gli avversari.

Caro Marco Pannella, sono passati più di trentanni. Il panorama politico è cambiato tutto. Non esiste nessuno dei partiti di allora, nessuno dei leader di allora. Tranne un partito e un leader: il partito radicale e tu. Ti scrivo dopo aver ascoltato una frase che hai pronunciato domenica, nell'ultimo intervento. Hai detto: «si rassegnino quelli degli Altri...». Ti riferivi a noi e ci spiegavi che una alleanza tra i radicali e la sinistra non è possibile. Mentre invece i radicali devono allearsi coi verdi, coi socialisti, coi laici. No, Pannella: non mi rassegno. Per due ragioni, che provo a spiegarti. La prima è di ordine "tattico", come si diceva - leninianamente - una volta. Penso che sia necessario realizzare un raggruppamento di forze diverse, che si collochi al lato (al lato sinistro...) del Pd, e svolga una funzione decisiva per impedire che il Pd diventi regime. E dei tanti piccoli gruppi - socialisti, comunisti, ex comunisti, ambientalisti, radicali - che oggi sono sul campo della politica, nessuno è in grado, da solo, di svolgere questo ruolo. Poi cè una seconda ragione, che è molto, molto più importante della prima. Ed è la necessità di un fortissimo rinnovamento delle culture politiche. Ne ha bisogno la sinistra, ma ne hanno bisogno anche - lo sai - il centro e la destra. Io sono convinto che nessun rinnovamento delle culture politiche sia possibile senza un rimescolamento, un contagio - molto più di un confronto - tra culture politiche diverse. Noi degli Altri, per esempio, veniamo da una cultura comunista. E così i nostri amici e compagni di “Sinistra e Libertà”. Siamo arrivati ad un punto del nostro cammino, della nostra riflessione - e delle nostre lotte - nel quale ci siamo resi conti che quella nostra cultura dorigine non ci basta più. Penso che abbiamo bisogno di frugare nella cultura liberale, prendere qualcosa in prestito, cambiare su alcune cose la radice del nostro pensiero. Ti dico di più: penso che non sia possibile intrufolarsi nella cultura liberale pretendendo di assorbire solo la religione della libertà ideale e rinunciando ad un confronto serio sulle libertà economiche, e quindi pretendendo di scindere in modo definitivo e senza appello libertarismo e liberismo. Per capirci, a me non basta dire: «lerrore del comunismo fu quello di sacrificare la libertà». Devo capire perché lha sacrificata, se era inevitabile, devo capire quale relazione cè tra libertà politica e libertà economica, e quindi devo ragionare nuovamente sul rapporto tra Stato e persona e

anche tra Stato e mercato. Per questo mi interessa il tuo partito, il vostro pensiero, le vostre tradizioni. Perché rappresentano la cultura più avanzata su quel terreno, la più spregiudicata. Adesso però faccio una domanda a te. Pensi, Marco, di poter affrontare la crisi del liberismo (non solo del capitalismo, non solo del mercato: del li-be-ris-mo) senza farti contagiare anche tu, cioè senza farti contaminare dal pensiero della sinistra, dalle sue lotte, dalla sua storia, dalle sue elaborazioni?

Io non gioco con le parole - come hai visto - e non pretendo di imporre una separazione inconciliabile tra libertarismo e liberismo. Però non devi farlo neanche tu. Quando usi il termine “socialismo” non puoi adattarlo ai tuoi desideri. La storia del socialismo italiano comprende tante cose: Turati, Nenni, Saragat, Mancini e Craxi, certo: ma anche Berlinguer, anche Occhetto, e anche un pezzo di Rifondazione comunista, quella ispirata da Garavini prima e poi da Bertinotti. Comprende ancheVendola. E`molto difficile affrontare la crisi del liberismo prescindendo

da questi pezzi di storia italiana. Che sono pezzi,di storia pieni di buchi neri, ma anche pieni di luce, di intuîzioni. Ecco la ragione per la quale penso che mettere insiemepensiero radicale, e ambientalista, pensiero femminista, nonviolenza e pensiero socialista (moderato o estremista, riformista o rivoluzionario) sia lunico modo per dare ossigeno e spessore alla parola dordine - splendida - del vostro congresso: rivolta. Se partiamo da qui ci sarà la possibilità di discutere di tutto. Soprattutto se decidiamo di farlo senza pregiudizi. Qual è lostacolo: il tuo americanismo? E chi lha detto? Dove sta scritto che la sinistra radicale (vedi come tornano le parole: quella sinistra lì, che non si fa più chiamare sinistra comunista, ha scelto il termine di sinistra radicale, che, tra l`altro, è un termine che viene dagli Stati Uniti) non sia in grado di fare i conti con la democrazia americana?

Caro Marco, noi non ci rassegnamo

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