Caso De Magistris. "Il problema degli uffici giudiziari sono i capi"
Caso De Magistris. “Il problema degli uffici giudiziari sono i capi”
di Stefano Pesci
Il c.d. “caso De Magistris” è forse solo all’inizio. Perché la vicenda della Procura della Repubblica di Catanzaro, da un lato non si può esaurire con le richieste del Ministro e, dall’altro, ha una significato più generale.
Sul primo aspetto: è evidente che il fatto più grave, in ipotesi accaduto a Catanzaro, è rappresentato dalla asserita connivenza del Procuratore con una serie di indagati eccellenti, ai quali il capo dell’ufficio avrebbe addirittura comunicato la prossima effettuazione di alcune perquisizioni. La circostanza è stata riportata da tutta la stampa, e – se fosse vera – si tratterebbe di un fatto gravissimo, assai più grave dei comportamenti addebitati sino ad ora a De Magistris ed allo stesso Lombardi. Ebbene, nessuno ha ancora chiarito se il fatto sia vero o meno, adottando, in entrambi i casi, le opportune misure. E sino a che questo fatto non si chiarirà, non solo il c.d. “caso De Magistris” (forse più opportunamente da indicare come “caso Lombardi”) rimarrà aperto, ma rimarranno pesanti ombre su un importantissimo ufficio giudiziario e sulla correttezza nella sua gestione.
E questo ci porta al secondo aspetto: il generale funzionamento degli uffici giudiziari. Perché patologie come quelle che si ipotizzano a Catanzaro sono certo un’eccezione, ma altrettanto certamente germinano in un contesto assai diffuso di modestissima qualità nell’andamento quotidiano del servizio giustizia. Che in generale gli uffici giudiziari siano mal diretti è sotto gli occhi di tutti. Chi li dirige è stato troppe volte selezionato sulla base di criteri che privilegiavano la anzianità sulle capacità, la “mancanza di demerito” sull’attenta verifica delle competenze, le appartenenze correntizie sul possesso delle qualità indispensabili per dirigere.
Inoltre, sino ad ora, non esistevano meccanismi efficaci per rimuovere i dirigenti disonesti, inerti o incapaci: le nomine erano a tempo indeterminato e prive di qualsiasi verifica di gestione. Il risultato? Dirigenti che, per età e formazione, sono spesso disinteressati alla qualità del servizio, privilegiando – all’esterno come all’interno – la logica del quieto vivere. Inoltre, sino ad ora, non esistevano meccanismi efficaci per rimuovere i dirigenti disonesti, inerti o incapaci: le nomine erano a tempo indeterminato e prive di qualsiasi verifica di gestione. Tutti gli operatori sanno che questa è una delle ragioni, una tra le principali ragioni, dell’intollerabile situazione in cui versa la giustizia in questo paese.
Abbiamo ora una importante occasione. Il nuovo ordinamento giudiziario abolisce (finalmente) il criterio dell’anzianità nella scelta dei dirigenti e stabilisce la temporaneità (quattro anni rinnovabili una sola volta) degli incarichi direttivi. Per effetto della nuova legge, a gennaio 2008 abbandoneranno l’incarico 140 dirigenti. Alcuni di essi andranno in pensione. Molti altri cercheranno invece di ottenere altri incarichi direttivi. Quanti se lo meritano veramente? Non molti, visto che mediamente gli uffici giudiziari sono diretti male o mediocremente. Sta ora alla magistratura, ed in primo luogo al CSM, affrancarsi da logiche corporative, che, ovviamente, spingono con forza verso un approccio indulgente, per imporre invece giudizi seri, corretti ed attenti sulle effettive capacità e qualità di questi dirigenti: come hanno gestito gli uffici negli anni precedenti? Si valutino, finalmente, meriti e capacità e si scartino non solo coloro che si sono distinti per gestioni opache e trascurate (e purtroppo non sono pochi), ma anche quelli che, degne persone e degni magistrati, hanno tuttavia gestito gli uffici in modo mediocre. In una situazione di allarmante degrado, servono dirigenti diversi. Per le incrostazioni culturali della magistratura italiana sarebbe una sorta di rivoluzione copernicana: un approccio serio, consapevole della gravità della situazione e non corporativo, avrebbe l’effetto di precludere nuovi incarichi alla gran parte dei perdenti posto, valorizzando nel contempo le non poche esperienze positive che certamente ci sono. Consentirebbe un robusto (e quanto necessario!) svecchiamento dei quadri direttivi. Nel giro di pochi anni molti uffici giudiziari potrebbero avere capi giovani, non solo: questi nuovi dirigenti saprebbero di essere soggetti ad una seria verifica quadriennale in ordine alla efficienza ed alla trasparenza della gestione. Le ricadute sulla qualità della giurisdizione e sulla risposta alla domanda sociale di giustizia potrebbero essere rilevantissime.
L’occasione, insomma, non può essere sprecata, perché solo vincendo logiche di protezione corporativa degli incapaci e dei mediocri la magistratura potrà cominciare a dare risposte credibili alla domanda di qualità che viene dal paese.







