Quanto costa il Vaticano agli italiani. L'inchiesta di Curzio Maltese

Pubblicato il 26 Settembre 2007
Città del VaticanoCittà del Vaticano

Durante il discorso in occasione dell'Angelus del 23 settembre 2007, Benedetto XVI ha dichiarato: «Si tratta (...) di operare una sorta di "conversione" dei beni economici: invece di usarli solo per interesse proprio, occorre pensare anche alle necessità dei poveri (...). La logica del profitto e quella della equa distribuzione dei beni, non sono in contraddizione l’una con l’altra, purché il loro rapporto sia bene ordinato. La dottrina sociale cattolica ha sempre sostenuto che l’equa distribuzione dei beni è prioritaria [e] il capitalismo non va considerato come l’unico modello valido di organizzazione economica».

Di seguito, le parole di Benedetto XVI e una rassegna di documenti e approfondimenti sui capitali della Chiesa italiana, i fondi derivanti dall'otto per mille e i loro impieghi.

La Chiesa e la roba

(…) Un sacerdote che conosceva molto bene l’organizzazione della Chiesa, l’abate Antonio Rosmini, in un libretto scritto nel 1832 e pubblicato subito dopo l’elevazione di Pio IX al soglio pontificio (delle cinque piaghe della Santa Chiesa, una delle quali era appunto «la servitù dei dei beni ecclesiastici», che è quanto dire «la roba») osservò che sarebbe stato di incredibile giovamento alla Chiesa una precisa, razionale, ripartizione di tutte le sue entrate, e delle entrate degli ordini religiosi, tra i diversi impieghi, e la pubblicazione di un rendiconto annuale, «sicchè apparisse a tutto il mondo il ricevuto e lo speso in quegli usi con una estrema chiarezza, sicchè l’opinione dei fedeli di Dio potesse apporre una sanzione di pubblica stima o di biasimo all’impiego di tali rendite (…). No, per fermo, non conviene, non è espediente che la giustizia e la carità, secondo la quale opera la Chiesa nell’amministrazione economica de’suoi beni temporali di qualunque specie, si resti sotto il moggio nascosta, anzi è più che mai desiderabile che risplenda siccome ardente face sul candeliere. Oh quanto ciò non concilierebbe a lei gli animi dei fedeli! Che istruzione, che esempio non potrebbe dar ella all’universo intero! E solamente allora la debolezza de’suoi ministri, sostenuta dal giudizio pubblico, si terrebbe lontana dal cedere all’umana tentazione».

(Ernesto Rossi, “Pagine anticlericali”)

Rassegna stampa

«L’equa distribuzione dei beni è prioritaria. Il profitto è naturalmente legittimo»

«(…) ho avuto modo di soffermarmi a riflettere sul retto uso dei beni terreni (…). Il denaro non è “disonesto” in se stesso, ma più di ogni altra cosa può chiudere l’uomo in un cieco egoismo. Si tratta dunque di operare una sorta di “conversione” dei beni economici: invece di usarli solo per interesse proprio, occorre pensare anche alle necessità dei poveri, imitando Cristo stesso (…).

Qui potrebbe aprirsi un vasto e complesso campo di riflessione sul tema della ricchezza e della povertà, anche su scala mondiale, in cui si confrontano due logiche economiche: la logica del profitto e quella della equa distribuzione dei beni, che non sono in contraddizione l’una con l’altra, purché il loro rapporto sia bene ordinato. La dottrina sociale cattolica ha sempre sostenuto che l’equa distribuzione dei beni è prioritaria. Il profitto è naturalmente legittimo e, nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico.

Giovanni Paolo II così scrisse nell’Enciclica Centesimus annus: “la moderna economia d’impresa comporta aspetti positivi, la cui radice è la libertà della persona, che si esprime in campo economico come in tanti altri campi” (n. 32). Tuttavia, egli aggiunse, il capitalismo non va considerato come l’unico modello valido di organizzazione economica (cfr. ivi, n.35).

L’emergenza della fame e quella ecologica stanno a denunciare, con crescente evidenza, che la logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo e sostenibile».

(dal discorso di Benedetto XVI in occasione dell’Angelus del 23 settembre 2007)

La Chiesa, il profitto e l’equità

«(…)si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all’anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale (…). La prima voce comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione (…), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all’ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell’ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per «aiuti di Stato». L’elenco è immenso, nazionale e locale (…). Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca «di sinistra» come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale (…)».

«(…) ogni anno la quota dell’otto per mille Irpef che viene assegnata alla Conferenza Episcopale Italiana cresce a ritmi elevatissimi, sia in termini relativi (passando in tre anni dal 82,5% al 87%), che in termini assoluti (dai 449 milioni di euro del 1995 ai 1016 del 2003). Successive modifiche legislative hanno esteso ad altre confessioni religiose il diritto a concorrere alla ripartizione dei fondi derivanti dalla quota dell’otto per mille (…). Lo Stato italiano ha scelto di finanziare la Santa Sede attraverso la rinuncia di una parte del denaro raccolto con il pagamento dell’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche. In pratica, l’otto per mille dell’Irpef che ogni contribuente italiano versa annualmente allo Stato viene accantonato in un fondo, poi ripartito tra la Chiesa cattolica, lo Stato e le altre confessioni religiose che concorrono alla ripartizione del denaro: l’Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, le Assemblee di Dio in Italia, la Chiesa evangelica valdese, la Chiesa evangelica luterana in Italia, l’Unione comunità ebraiche italiane. La ripartizione del denaro tra i soggetti concorrenti avviene secondo la percentuale di contribuenti che annualmente hanno espresso la preferenza per l’una o per l’altra confessione religiosa al momento della dichiarazione dei redditi.

Dunque, chi non esprime la scelta a favore di un soggetto verserà comunque il suo otto per mille ed esso sarà ripartito sulla base delle scelte espresse dagli altri. Ad oggi, circa il 64% degli italiani non esprime una scelta nella dichiarazione dei redditi, per cui il loro otto per mille viene ripartito in base alle scelte degli altri. E siccome l’87% di chi firma sceglie la Chiesa cattolica, allora l’87% del tuo otto per mille finisce alla Chiesa cattolica (…). Solo la Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica luterana utilizzano i fondi che ricevono dall’otto per mille per finalità religiose.

In particolare, dei 1016 milioni di euro ricevuti dalla CEI nel 2003, quasi l’80 % è stato speso per finalità religiose, tra cui, oltre al sostentamento al clero e ai fondi per le diocesi, sono comprese la costruzione di nuove chiese, i costi della Sacra Rota, le attività della CEI. Nonostante ciò gli spot televisivi che solitamente accompagnano la campagna pubblicitaria della CEI a volte inducono il cittadino a pensare che i soldi vengono spesi prevalentemente per interventi caritativi e contro la fame nel mondo, mentre in realtà è ad essi destinato circa il 20% (…)».

«Quest’anno, con la dichiarazione dei redditi, i contribuenti italiani si accingono a trasferire dalle casse dello Stato a quelle della Chiesa cattolica circa un miliardo di euro. A tanto ammonta - milione più, milione meno - il valore dell’8 per mille di pertinenza Cei calcolato sul totale del gettito Irpef. Cinque volte di più che nel 1990. Si potrebbe pensare che la cattolicissima Italia abbia deciso di aderire plebiscitariamente all’invito a sottoscrivere che le viene rivolto, ogni anno a primavera, attraverso gli schermi tv, l’affissionistica e le inserzioni pubblicitarie della Conferenza episcopale. Ma in realtà non è così (…). Il sistema dì ripartizione indicato dalla legge numero 222 del 1985 - effetto del nuovo Concordato firmato l’anno prima da Craxi e Casaroli - prevede infatti che anche la quota dell’8 per mille di chi non ha espresso una preferenza sia ripartita tra i soggetti concorrenti «in proporzione alle scelte espresse dagli altri contribuenti». I cittadini che non esprimono la loro scelta, non fanno per questo calare l’ammontare di risorse che viene suddiviso fra le sette destinazioni e che è sempre uguale all’8 per mille. Dunque, esattamente come accade alle elezioni, chi vota decide anche per gli astenuti: e quindi il grosso va alla Cei, che ottiene un finanziamento quasi triplo rispetto ai consensi espliciti ottenuti a suo favore (…)».

La tabella diffusa dalla Conferenza Episcopale Italiana sulla ripartizione dei fondi Otto per mille assegnati alla Chiesa Cattolica è divisa in quattro sezioni principali: Interventi nazionali (Edilizia di culto, Culto e pastorale, Beni culturali, Carità), Diocesi italiane (Culto pastorale e Carità), Terzo Mondo e Sacerdoti. Per l’anno 2006 ai Sacerdoti è stata assegnata la quota maggiore del finanziamento (336 milioni di euro su un totale di 930 milioni, pari al 36% del totale), la sezione “Interventi nazionali” ha ricevuto 274 milioni di euro (29% del totale) e le Diocesi 240 milioni di euro (26% del totale).

Al capitolo “Terzo mondo” sono stati assegnati 80 milioni di euro (9% sul totale dei fondi otto per mille destinati alla Chiesa cattolica).

Nella sezione “Scelte per la Chiesa Cattolica” si trovano «I dati ufficiali comunicati dal Ministero delle Finanze sugli esiti delle scelte per la destinazione dell’otto per mille (…), aggiornati all’anno 2003 e [riferiti] al comportamento dei cittadini italiani contribuenti come persone fisiche».

Per quanto riguarda le ultime comunicazioni ufficiali e definitive, riferite alle «dichiarazioni dei redditi del 2003 (redditi guadagnati nel 2002), dalla tabella CEI appare che l’89,16% dei contribuenti ha scelto di versare l’8 per mille dell’IRPEF alla Chiesa Cattolica.

Tuttavia, in virtù del meccanismo per cui chi non esprime la scelta a favore di un soggetto specifico vedrà comunque il suo otto per mille ripartito sulla base delle scelte espresse dagli altri «nel 2003, su oltre trenta milioni di contribuenti, solamente il 39,52% ha espresso un’opzione: solo il 35,24% della popolazione, quindi, ha espresso una scelta a favore della Chiesa cattolica» (UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti).