Confronto tra Emma Bonino e Walter Veltroni sul futuro della sinistra in occasione della presentazione del numero di Ottobre-Dicembre 1999 della rivista "Mondoperaio"

Di Radio Radicale - 3 settembre 2007

(Roma, 7 dicembre 1999)

Primo intervento di Emma Bonino

Inizio subito per dirvi che non so bene se sono l’interlocutore giusto per questo tipo di dibattito, visto che è da molto tempo - non provocatoriamente ma perchè profondamente convinta - che a mio avviso, almeno rispetto ai concetti tradizionali di destra o sinistra, queste parole generali che si richiamano a un dato storico, destra e sinistra, le vedo poco aderenti a decifrare le realtà che abbiamo di fronte e poco conseguenti anche nelle proposte di soluzione dei problemi che abbiamo di fronte.

Per esempio, su molti temi che a me sembrano fondamentali alla vigilia degli anni duemila, destra e sinistra assumono posizioni, come dire, strane, ad esempio sul caso droga: mentre l’Europa continentale e in particolare nel nostro paese - anche se ancora non concretizzata in leggi - l’atteggiamento è un’invocazione a una maggiore tolleranza, dall’altra parte dell’Atlantico o comunque dall’altra parte della Manica, la guerra totale alla droga in termini di proibizionismo e di criminalizzazione, senza distinzioni tra narcotrafficanti e i consumatori, tipico della amministrazione Clinton e della amministrazione Blair. Gli unici favorevoli alla legalizzazione li troviamo nella cosiddetta destra americana e inglese.

Io non lo so - immagino di no - se avesse in mente noi Tony Blair, quando pochissimo tempo fa sulla Repubblica scrisse “noi socialisti dobbiamo essere i nuovi radicali d’Europa”; in realtà potremmo metterci d’accordo una volta a provare ad invertire i ruoli: loro fanno i radicali e noi facciamo i socialisti e vediamo cosa viene fuori.

Il fatto è che l’analisi di Blair è davvero molto simile alla nostra, perchè essere radicali dice lui “significa mettere a punto una agenda di riforme economiche, riformare il sistema di welfare, far funzionare meglio i meccanismi fiscali, abbattere le barriere strutturali che impediscono alla gente di entrare nel mercato del lavoro, mettere in discussione la presunta superiorità del modello sociale europeo su quello anglosassone”.

Evidentemente Blair è parte di questa sinistra europea, ma mi pare che politiche di questo tipo non sono poi così seguite: quindi parlare di una identità della sinistra, e perfino anche della destra, a mio modo di vedere non è il modo corretto di affrontare il problema. Io rimango convinta che in realtà oggi, come peraltro già ieri, quello che sembra mancare soprattutto anche nella sinistra è un concetto profondo di libertà. Libertà come la intendeva Rosselli e cioè mezzo e come metodo - non solo come fine di non si sa quali programmi - di agire nella vita quotidiana e il quotidiano di tutti i cittadini.

Io credo che da questo punto di vista rimane attualissimo - proprio perchè mai attuato - un dato che richiamerei nella tradizione italiana di sinistra liberale, che è sempre stata vista come se fosse il massimo dell’avversario - magari recuperata di più in questi ultimi tempi - o il nemico politico: è quando Rosselli dice che “liberi non si nasce ma liberi si diventa, e ci si conserva liberi solo mantenendo attiva e vigilante la coscienza, la propria autonomia, e costantemente esercitando le proprie libertà”. Credo che questa frase potremmo sottoscriverla tutti, ma se poi passiamo all’applicazione, ci rendiamo perfettamente conto che manca, manca proprio nella cultura della sinistra italiana, questa introiezione della libertà non solo come supremo fine o come suprema regola, ma come supremo mezzo. “Una libertà che non può essere solo ne elargita ne imposta ma che si deve conquistare - diceva Rosselli - con duro e personale travaglio nel perpetuo fluire delle generazioni, perchè la libertà viene concepita non come dato di natura, ma come divenire e sviluppo”.

Forse lo avrete letto in molti la critica di Darendoff alla “terza via” o comunque perfino nel socialismo di Blair, quando Darendoff critica principalmente il documento della “terza via” perchè lascia ai margini la libertà come valore atemporale e diceva che questo documento denotava un tratto curiosamente autoritario nelle modalità con cui affronta i problemi dell’inclusione sociale e della coesione: cioè senza la libertà individuale, senza il rischio - perchè la libertà è drammatica responsabilità di scelte - state attenti che pure la nuova “terza via” non recepisce quello che è l’essenza, se volete di fondo, di quello che per me è sempre stato come tratto culturale e fondamentale del liberalismo inteso in questo senso.

In questi due aspetti, uno mi pare che dovremmo rimettere in discussione senza tanti pregiudizi il senso o l’uso del termine destra-sinistra rispetto alle sfide che abbiamo di fronte, e secondo credo che uno degli elementi che dovrebbe caratterizzare questa identità - e che vedo mancare -è questa concezione della libertà: per esempio quelle libertà economiche su cui abbiamo promosso una serie di referendum, che sono stati visti come uno sfreggio ai lavoratori, ma francamente credo che ci vorrebbe una lettura un pò più attenta, anche perchè recentemente mi sono sentita scavalcata a destra da Larizza perchè nella sua lettera aperta sul tema della disoccupazione, ben più oltranzista di noi moderati, chiede la sospensione dell’art.18 dei lavoratori per tre anni, per le imprese credo del sud che superino i 15 dipendenti, mentre noi più modestamente con questo referendum chiederemmo soltanto che, fermo restando tutte le procedure della giusta causa e del ricorso al tribunale come è adesso, il giudice invece di poter stabilire come è adesso o il reintrogo o la riassunzione o l’indennizzo economico, possa stabilire solo la riassunzione o l’indennizzo economico e non il reintegro.

Io credo che da questo punto di vista, lasciando da parte l’attualità, quello che io mi sento di dire è che se noi ridiscutessimo il senso, oggi, di destra e di sinistra, se rimettessimo in discussione - Walter Veltroni ha detto appunto che comunismo e libertà erano incompatibili e io dico altrettanto - che una sinistra o una destra che non comprendano che le libertà e le responsabilità individuali, che non faccia suo il principio che non c’è crimine se non c’è vittima, che i comportamenti individuali che non creano vittime non hanno a che vedere con leggi o controleggi, io credo che senza questo, neanche la nuova sinistra si possa dare gli strumenti per affrontare e governare le sfide degli anni duemila.

Primo intervento di Walter Veltroni

Quando Claudio Martelli mi ha invitato a partecipare a questa discussione, nella configurazione che poi si realizzata, ed ho risposto positivamente per diversi ordini di motivi.

Primo ordine di motivo è il fatto che il tema che viene affrontato, è un tema che ha, nella lunga storia di Mondoperaio come in tutte le riviste e le sedi di discussione della sinistra, una presenza quasi periodica: il tema della identità della sinistra. Credo che lo avremo letto come titolo delle discussioni per decine e decine di anni. Detto questo, per la responsabilità che porto e nel momento in cui su di questo si apre una discussione, mi sembra giusto portare il mio contributo.

Secondo perchè mi fa piacere trovare una occasione di dialogo con Emma Bonino: un pò per collocare la riflessione che c’è tra la sua esperienza politica e la nostra, in una sede in cui siamo invitati che fa riferimento alla tradizione socialista, che è la sede giusta, corretta, più onesta, almeno da parte mia, che ho grande rispetto, e non considero, come posso dire, a “intervalli elettorali”, l’attenzione nei confronti delle esperienze del Partito radicale prima e poi della Lista Pannella e poi della Lista Bonino; può essere una occasione per fare una discussione molto più chiara, sincera e onesta, di quanto spesso non siano i rapporti, quì si davvero con destra e sinistra, quando le elezioni si avvicinano e magari si configura il timore che questa forza elettorale possa dislocarsi da una parte o nell’altra e si apre una sorta di rincorsa che credo sia sicuramente umiliante per chi la pratica e dalla quale io cercherei di sottrarmi, avendo invece l’attenzione e la passione per un confronto politico un pò più di respiro che vorrei ci fosse qui e mi piacerebbe, lo dico subito, ci fosse anche fuori di qui, in particolare ci fosse in Europa.

Penso che su alcuni temi - noi siamo tre parlamentari europei, diversamente dislocata Emma rispetto al gruppo del socialismo europeo che io e Martelli abbiamo in comune, e non riapro la riflessione sulle scelte che hanno portato alla composizione di un gruppo tecnico, nel quale sicuramente Emma Bonino si trova in compagnia di persone dalle quali si sente certo storicamente più distante rispetto a quanto non si sente con le persone con le quali discute stasera - mi piacerebbe che noi potessimo trovare lì trovare delle sedi di confronto permanente, di dialogo permanente, nelle quali le idee, le ragioni, le posizioni politiche che le forze che fanno riferimento alla tradizione radicale potrebbero utilmente incontrarsi con le posizioni socialiste europee.

Quindi queste sono le due ragioni di interesse specifico per questo dibattito e poi ci sono delle valutazioni di merito che io vorrei subito dire.

Prima valutazione di merito: anch’io come Paolo Franchi concordo sulla inopportunità di una rimessa in discussione delle categorie di destra e sinistra, non nel senso, si intenda bene, di ciò che Emma Bonino ha detto, non nel senso, come posso dire, di indifferenza degli schieramenti, ma per parte mia, nella chiara ed evidente definizione di due campi le cui caratteristiche, i cui contenuti, i cui valori, i cui programmi si sono, questo si, sostanziosamente modificati nel corso degli ultimi anni.

Da questo punto di vista non c’è dubbio che diventa, per le culture politiche che si sono formate anche più recentemente, spesso molto difficile dare organicità ai compartamenti di singoli schieramenti, di singole forze politiche da come appaiono secondo la lente di lettura tradizionale del conflitto destra sinistra che abbiamo conosciuto fino alla fine degli anni Settanta. Diventa assai difficile conoscere e collocare spesso le posizione degli uni e degli altri, ma questo non significa che destra e sinistra non esistano, anzi io considero che il fatto che esistano è il principale valore, la principale risorsa, di cui le democrazie occidentali dispongano; parlo delle democrazie occidentali dove questa configurazione ha una storia, un significato, un peso, del tutto particolare.

Altra cosa è la natura, l’ampiezza e le caratteristiche, di questi due campi. Tralascio il campo avversario, anche li se dovessi guardare, vedo una destra che sfugge regolarmente alla riflessione sulla identità della destra ed a molta meno passione a riflettere su se stessa, mentre è più cimentata in una competizione ruspante per la conquista delle posizioni di governo, ma non c’è dubbio che, faccio due esempi, liberismo e statalismo, penso a Forza Italia e Alleanza Nazionale, nella destra italiana sono fortemente compresenti: voi prendete, al di là delle dichiarazioni, i comportamenti concreti, e la destra prende, nella stragrande maggioranza dei consigli comunali d’Italia quando si vota su liberalizzazioni o privatizzazioni, generalmente atteggiamenti negativi; o anche le posizioni che si prendono sui temi che riguardano le libertà individuali: perchè la vicenda della fecondazione ha attraversato certo il fronte di centro-sinistra ma anche quello di centro-destra.

Comunque non è una mia questione, o meglio lo è nel senso che riguarda l’assetto a regime della democrazia italiana, questione nostra è invece la definizione e le caratteristiche di questo campo.

Per me la sinistra è una espressione di valori, di idee forza, di progetti, di programmi, che sono nei loro macrosignificati evidentemente riconoscibili.

Tuttavia, essendo stato tra quelli che in questi anni, anche quando era più difficile farlo nel dibattito della “sinistra italiana”, ha guardato sempre con attenzione alle esperienze anglosassoni, inglese di Tony Blair, ma anche in quella americana in particolare in questa nuova presenza democratica che a partire dal ‘92 con la presidenza di Bill Clinton si è manifestata, io credo che ciò a cui Claudio Martelli ha fatto riferimento, e cioè del Congresso dell’Internazionale socialista, ci offra una buona base di partenza per riflettere su come sta cambiando la sinistra.

Il Congresso dell’Internazionale socialista, questa volta diversamente delle altre, ha configurato molto chiaramente un itinerario di allargamento del campo al quale fa riferimento la più grande organizzazione politica mondiale; verso forze, energie e culture che non vengono direttamente dalla tradizione socialista: tu hai citato argentini e sudafricani io potrei aggiungere la citazione della formazione politica di Yasser Arafat che non è tradizionalmente socialista.

E oltre a questo c’è stato l’apertura di un confronto e un dialogo con altre forze: in particolare i democratici americani ma altre forze che di sinistra sono e che non vengono dalla tradizione socialista. Spesso si è pensato che dire questo significasse mettere in discussione il confine tra destra e sinistra: assolutamente no, per me la sinistra è un insieme di campi di forze di cui la tradizione socialista è il punto di riferimento principale che però è composto anche di energie, di culture, di spinte riformiste, che parlano anche linguaggi altri rispetto a quelli della tradizione socialista. E solo partendo da questo ragionamento - di questo parlerò sabato al Congresso dello SDI - ha senso la posizione che io sostengo, per la quale non vi è anomalia e comunque non è una anomalia da ricomporre, l’idea che possa esistere in Italia la presenza di due formazioni politiche che fanno ambedue riferimento alla casa della Internazionale socialista, proprio perchè il campo della sinistra mondiale si configura con questa ampiezza e con questa larghezza. E più vi sarà contaminazione tra le culture riformiste e di sinistra e più questo sarà fecondo: Antonio Guterres, presidente del Portogallo e ora Presidente dell’Internazionale socialista è un cristiano-sociale, viene da una tradizione e cultura che apparentemente non dovrebbe avere una omogeneità totale rispetto al percorso tradizionale di formazione della appartenenza alla identità socialista.

Quindi io leggo il campo del socialismo e della sinistra come un campo che si è allargato a questa tradizione: che rimane a sinistra, che rimane nella internazionale socialista, che rimane nel campo del socialismo europeo, ma che ha la sua forza nell’estendersi e nell’allargarsi.

Aggiungo una considerazione che secondo me è assolutamente obiettiva e cioè che sarebbe decisamente singolare che noi non ci ponessimo questa questione nel quale il nostro interlocutore sovranazionale, il Partito popolare europeo, si trasforma radicalmente immettendo dentro di se culture e formazioni che nulla hanno a che vedere con l’esperienza del popolarismo europeo: tra la tradizione di Adenauar e quella dei conservatori inglesi c’è una forte differenza.

Io credo che da questo punto di vista sia importante riconoscere - e questa mi sembra la seconda questione posta dalla discussione - nelle esperienze di governo delle forze socialiste e democratiche alcuni elementi di novità: 1) si è rotto un paradigma, secondo il quale quando governava la sinistra o quando governavano i democratici - sto pensando all’America - questo significava recessione e crisi economica, ma è successo il contrario, mai gli Stati Uniti hanno conosciuto una fase di espansione e di crescita come quella che stanno vivendo, e questo vale per la gran parte dei paesi europei; 2) si è rotto un’altro paradigma, quello della destra risanatrice e della sinistra spendacciona, in Europa in particolare - ma anche in America l’intervento che si sta facendo sul debito pubblico è di grandissima rilevanza - la sinistra è quella che ha garantito l’obiettivo dell’euro, con il risanamento dei conti, il contenimento della spesa pubblica, la riduzione del debito, il riequilibrio del deficit; 3) si sono fatte politiche di equità e l’America da questo punto di vista è il caso più clamoroso perchè Bill Clinton ha citato dei numeri che sono scritti nelle statistiche e non sono quindi contestabili: è un fatto che sono quarant’anni che in America non c’è un numero di famiglie povere e di cittadini poveri - che non è la stessa cosa - cosi basso di come c’è adesso, ed è un fatto che si sono creati posti di lavoro come non se ne erano mai creati, attraverso condizioni di libertà sicuramente, di flessibilità, rispetto alle quali - ed è l’unica accenno che io voglio fare rispetto alla discussione di attualità dei referendum, sono portato a pensare che al di la delle vicende referendarie sarebbe opportuno che le nostre culture incrociassero con l’obiettivo di portare al punto più alto la possibilità di far stare insieme l’esigenza di flessibilità con l’esigenza di garanzia, perchè noi siamo in Europa, giacchè in Europa il mercato del lavoro è fatto in un altro modo - anche se in presenza, per esempio, di una forma di riduzione del problema della disperazione sociale attraverso una azione di contrasto alla criminialità, che ha una certa durezza, un sistema che funziona quando l’economia cresce, ma quando quel trend si abbassa i prezzi sociali che si pagano sono molto alti. Non per questo alla fine degli anni Ottanta gli americani hanno scelto di cambiare linea, perchè quando la velocità della crescita è cominciata a diminuire i prezzi sociali che si sono pagati sono stati molto alti.

Aggiungo a questi tre punti, un’altra cosa molto importante sulla quale ci siamo intesi e che è la politica dei diritti umani: guardate che da questo punto di vista la vicenda del Kosovo ha dimostrato un grado di sintonia, tra le politiche delle forze di sinistra che hanno governato in quella fase l’Europa e gli Stati Uniti molto importante. Considero anche quella, dopo Sarajevo, un passaggio molto importante, anche se vedo delle contraddizioni sulle quali - siccome su questo credo che le persone che sono a questo tavolo parlano lo stesso linguaggio - ci dobbiamo guardare dentro, perchè chi come me ha usato il termine “guerra giusta” - immaginando che vi siano dei momenti nei quali, quando una guerra c’è e quella non finisce per via diplomatica, una comunità internazionale che si rispetti non può voltar le spalle e far finta che la cosa non la riguardi - sento però tutta la contraddizione derivante dal fatto che quando questo non accade più nel Kosovo ma accade in Cecenia il mondo incrocia le braccia, un pò perchè non c’è la CNN, un pò perchè i russi hanno la bomba nucleare; o ancora, penso che la frontiera dei diritti si debba portare anche oltre, e penso che giustamente Jospen abbia richiamato il tema della pena di morte che è una grande questione che tutte le democrazie dovrebbero - mi dispiace per l’opportunità persa in sede di ONU - in qualche modo attenere.

Quattro cose importanti, di esperanto, di questa nuova sinistra, di questo nuovo campo della sinistra democratica.

Naturalmente tutto questo - e finisco - in Italia ha una sua obiettiva difficoltà. Lasciamo stare la storia della sinistra italiana, le sue vicende, le occasioni perdute - ieri ho partecipato ad un dibattito a proposito della discussione tra Ugo La Malfa, Ingrao e Amendola, sulla nota aggiuntiva come altra grande occasione perduta - ma lasciamo stare è un rosario delle occasioni perdute delle quali per la sua parte ognuno porta le sue responsabilità, ma guardiamo invece ad adesso: io sento che adesso anche qui abbiamo un tratto di strada molto importante e che probabilmente persino la discussione che noi facciamo stasera sarebbe stata difficile farla qualche tempo fa. Però penso che ci sia un problema di completamento della transizione politico-istituzionale del paese, senza la quale anche le prospettive della sinistra saranno fortemente messe in discussione.

Mi sembra che Romiti abbia detto oggi che per affrontare il tema della riforma del sistema elettorale ci sono due soluzioni, o quella tedesca-proporzionale o la soluzione di rafforzamento del maggioritario: io non le considero interscambiabili queste due soluzioni perchè dal tipo di scelta che si fa dipende una certa modellazione del sistema politico italiano. Io parteggio per la seconda scelta, cioè per un completamento in senso bipolare, no bipartitico, del sistema politico italiano, con un meccanismo che dia la possibilità ai cittadini di poter scegliere il governo ed avere un governo di legislatura.

Da questo punto di vista penso che se il referendum verrà, dalla Cassazione e poi dalla Corte Costituzionale reso patricabile, sarà un bene: sono stato tra quelli che, anche cambiando la posizione del mio partito, lo ha sostenuto nella scorsa tornata, e sono tra quelli che lo sosterranno in questa tornata, pur avendo fatto una proposta di riforma elettorale che mi auguro vada avanti in Parlamento, cioè la proposta della legge uninominale a turno unico con un premio di maggioranza che scatti per garantire un governo di legislatura e con l’indicazione del premier e del vice Premier, che è secondo me un punto di equilibrio con la scelta referendaria e con le esigenze di governabilità del paese. Mi auguro che passi in Parlamento e se questo non avverrà, il referendum sarà - come fu otto mesi fa - una grande leva per accelerare il processo di bipolarizzazione del paese.

Solo in questo contesto potrà avere, infine, una risposta il tema che Franchi ha evocato, perchè il punto debole del questionario - non nella domande ma nelle risposte - è che sulla terza questione - quale forma la politica e un partito può avere oggi - la risposta non c’è: e non perchè non ci sia la fantasia necessaria, ma perchè tutti quanti ci accorgiamo che le forme dei partiti oggi sono o in qualche misura ancora l’eredità di un tempo passato o sono delle forme assolutamente concentrate sulla funzione del leader; in mezzo, tra queste due alternative, non sembra prefigurarsi un modello di partito e di forma politica nuova. La ragione è obiettiva: siccome non c’è un sistema politico concluso, non c’è un assetto del sistema politico italiano definito, le formazioni politiche dentro questa incertezza sono anch’esse incerte.

Ragione di più perchè io credo che si vuole fare per la sinistra italiana una politica autenticamente riformista, ispirata a quei principi di discontinuità e di radicale rottura col passato che sono necessari, le condizioni di stabilità di governo entro le quali questo si realizza sono assolutamente determinanti per il raggiungimento di questo obiettivo.

Secondo intervento Emma Bonino

Solo due precisazioni. Vedi Walter io mi sento, sono, credo di aver combattuto, battaglie di sinistra e di sinistra liberale, non di sinistra comunista.

Al di la della collocazione e degli schieramenti che poco mi interessa, credo di aver combattuto delle battaglie liberali e laiche, e ho l’impressione che a volte tutti i discorsi sulla identità sono sempre difensivi e che oggi sarebbe giusto sedersi intorno ad un tavolo, intorno a programmi e progetti dove tradurre la diversità al da farsi: ad esempio io sono convinta che, una modifica in senso di flessibilità di mercato del lavoro sulle pensioni di anzianità, sarebbe veramente un dato di giustizia sociale. Io le vivo come battaglie di sinistra liberale.

Tu dici che è interessante vedere in Europa quale tipo di dialogo comune potremmo fare, e che in Italia non vuoi fare la rincorsa alla Lista Bonino. Peccato. Mi dispiace molto e potrei persino aggiungere che mi sembra un errore, perchè davvero sono convinta che, ad esempio, togliere le pensioni di giovinezza è un dato di giustizia sociale, e quindi di sinistra, e che i temi che stò affrontando vanno in questa ottica.

Bisogna trovare delle sedi di dialogo permanenti? Può darsi. A me sembrerebbe più urgente trovare una sede subito, ma non permanente, che non so cosa sia. Io, ti ripeto, sono convinta che nella urgenza della situazione italiana - non parliamo di quella della giustizia e le altre - le battaglie che io ho proposto, non potendole fare in Parlamento, sono battaglie di sinistra liberale.

Prendo atto però di quello che hai detto. Io rimango una anglosassone, una americana - non ho nessun problema a dirlo - e sono convinta che quello che ha detto il Fondo Monetario Internazionale, cioè che a parità di condizioni economiche i sistemi maggioritari e bipartitici sono quelli che offrono le migliori performance proprio perchè viene meno l’intermediazione dei partiti, hanno perfattamente ragione, e posto che in Italia siete - siamo - trentacinque, credo che questa intermediazione dei partiti sia una tassa davvero grande.

Saranno cammini separati nell’immediato, ne prendo atto, ma credo di non esprimere una politica di liberalismo selvaggio, ma di un moderato Rossi o Rosselli del 1999.

Secondo intervento Walter Veltroni

Io intervengo molto brevemente solo su questo tema perchè è bene che ci intendiamo con Emma su questo. Io ho detto e confermo - prima ho detto per chi lo fà ma secondo me anche per chi lo riceve - il fatto che quando si avvicinano le campagne elettorali i Radicali vengano raggiunti da profferte di varia natura lo considero sbagliato: sbagliato per voi, sbagliato per la politica che inventa una delle sue forme più basse, perchè voglio vedere poi quelli della destra che fanno ora grandi profferte come su alcuni temi potrebbero trovare ragioni di convergenza con la tua cultura politica. La mia è il contrario di una, come posso dire “chiusura” come tu l’hai letta. E’ esattamente il contrario.

Io ho detto in Europa è cominciato un dialogo, io considero sia un dialogo importante, positivo, che dobbiamo portare avanti esattamente sulle cose di cui tu stai parlando, perchè, le ho citate, su alcune di quelle cose noi non parliamo linguaggi molto diversi. Ho citato la questione dei diritti per esempio, delle battaglie sui diritti umani, anche per effetto di una evoluzione che c’è stata: oggi l’attenzione della sinistra italiana è molto maggiore rispetto a quanto ce ne fosse in passato. Ecco un tema su cui la convergenza può essere ampia.

Ho parlato del tema della legge elettorale: anche quello è un tema sul quale, paradossalmente, è molto più difficile trovare un punto di contatto con la destra - non AN ma Forza Italia - di quanto sia possibile averlo con noi.

Io dico solamente, se dobbiamo avviare un dialogo e un confronto - ed io sono per farlo - sia non una “molestia politica” come tu l’hai chiamata, cioè sia non un tentativo della sinistra di fare - cosi come fa la destra - di cercare di abbracciare i Radicali con lo scopo di vincere qualche elezione, ma sia qualcosa di più serio, di più impegnativo.

Avviamo un confronto politico, su alcune cose non saremo d’accordo, su altre credo che avremo ragioni di convergenza, poi quello che potrà venire da un confronto politico reale sarà tutto di guadagnato nelle relazioni tra di noi e anche nello sforzo di fare questa sinistra nuova nella quale siamo, credo, ciascuno nella sua parte, rispettivamente impegnati.