Come ai tempi dell'Urss io finii alla Lubjanka
Dopo l’aggressione subita da Marco Cappato e Vladimir Luxuria al Gay Pride che si è tenuto il 27 maggio, Angelo Pezzana già leader radicale e verde, fondatore nel 1972 del Fuori, racconta la sua esperienza del 1978 in occasione della prima manifestazione del movimento internazionale gay ed evidenzia le analogie del regime comunista di allora con il regime di Putin di oggi.
“Come ai tempi dell’Urss io finii alla Lubjanka” di Anna Zafesova, la Stampa, 28 maggio
Come dice con un certo orgoglio, Angelo Pezzana, leader storico del movimento omosessuale in Italia, è «sempre stato uno che precorre i tempi». Torinese, 66 anni, intellettuale, giornalista, già leader radicale e verde, è stato il fondatore nel 1972 del Fuori (Fronte Unito Rivoluzionario Omosessuali Italiani), oltre che fondatore e primo presidente dell’Associazione Italia-Israele.
Proprietario della libreria «Luxemburg», negli anni Settanta, Pezzana è in prima fila nella fondazione del movimento internazionale gay, che decise di tenere la sua prima manifestazione proprio a Mosca. «È sconvolgente vedere come 30 anni dopo si ripetano quasi le stesse scene - commenta -. Sono i nostalgici quelli che ci aggrediscono. Li possiamo chiamare nazionalisti o naziskin, ma sono sempre quelli che coltivano l’ideologia della violenza».
Ai suoi tempi organizzare una simile manifestazione era molto più difficile. «Era il 1978 e nell’Urss di Brezhnev era stato appena condannato a 8 anni di prigione il regista Serghej Paradzhanov - racconta -, per omosessualità. Solo che al momento di partire ho scoperto che ero l’unico pronto a partire. Ma ero deciso ad andare, anche da solo. Appartenevo al gruppo parlamentare radicale, e questo mi faceva sentire più sicuro».
Senza dire nulla a nessuno Pezzana si unisce a un viaggio organizzato per raggiungere al capitale russa. «Feci un errore però: una telefonata a un giornalista italiano che stava a Mosca, e così quando arrivammo all’aeroporto venni fermato. Mi hanno perquisito, mi hanno anche schiacciato il tubetto del dentifricio cercando qualche materiale sovversivo, che io peraltro non avevo. Avevo invece un asciugamano di lino, che assorbe bene l’inchiostro, l’ideale per fare striscioni».
Rilasciato, Pezzana passa a Mosca quattro giorni in attesa della manifestazione, sempre pedinato da auto nere con a bordo uomini del Kgb. «Visitai Sakharov - continua Pezza -, che viveva in condizioni misere, aveva geloni alle mani perché a casa sua non c’era riscaldamento. In quei giorni persi 5 chili, non mangiavo per l’apprensione, bevevo solo acqua».
In albergo, il vecchio Nazional, proprio di fronte al Cremlino, Pezzana prepara il gran giorno. «Ho passato la notte prima della manifestazione a scrivere sul mio asciugamano “Freedom for Paradzhanov” e “Abbasso l’articolo 121 del codice penale dell’Urss”, che criminalizzava l’omosessualità. All’asciugamano avevo cucito una cordicina per appendermelo al collo». Fa appena in tempo a esporlo che viene arrestato.
«Sono stato portato al Kgb, un’esperienza interessantissima. Era proprio la famosa Lubjanka, un grande salone dove erano sedute tante persone che mi facevano domande, ciascuno su vari argomenti. La traduttrice, mentre mi riferiva le domande, mi dava gomitate e mi sussurrava “Bravissimo, finalmente qualcuno che dice queste cose”. Gli uomini del Kgb mi chiedevano della rete di spionaggio alla quale facevo capo, e io rispondevo un po’ spavaldo con frasi del tipo “tornerò qui un giorno quando ci sarà il vero socialismo”, ma in realtà avevo paura.
Alla fine lo fanno salire su una macchina con gli agenti, gli fanno recuperare le valige all’albergo e lo portano in aperta campagna. «Io non conoscevo la Russia, non c’ero mai stato, e dopo 40 minuti di viaggio in campagna cominciai a temere, ma poi vidi l’aeroporto ed ebbi un sospiro di solliveo. Avevo capito che avevano deciso di espellermi dal Paese. Passai la notte alla prigione dell’aeroporto, e il mattino dopo venni caricato su un aereo Aeroflot per Milano».







