Come si finanzia la politica? I mille tentacoli di un sistema legale

Pubblicato il 9 Febbraio 2006 da Federico Punzi

La vicenda Unipol/Bnl, con il coinvolgimento diretto del segretario dei Ds Piero Fassino dopo la pubblicazione dell'intercettazione di una sua telefonata al presidente di Unipol Consorte, ha portato al centro del dibattito politico il collateralismo Ds-Coop. Qual è l'interesse politico che ha spinto il segretario di un grande partito come i Ds non solo a interessarsi ma a «tifare» per l'acquisizione da parte di Unipol di una banca importante come Bnl? Sarebbe ingenuo ignorare i rapporti che legano i Ds al mondo delle cooperative e all'Unipol e la grande attenzione che tutti i partiti dedicano ai rapporti con le banche. Riemerge, al centro di questo intreccio, il tema dei costi della politica, del suo finanziamento.

Finanziamento pubblico ai partiti

Totale per le elezioni europee, nazionali, regionali nel 2005: 196 milioni e 435 mila euro

Contributi ai gruppi parlamentari: 58 milioni 408 mila euro dalla Camera e 33 milioni 885 mila dal Senato.

Regioni ed enti locali

Negli ultimi anni moltiplicazione di commissioni consiliari nelle regioni e nelle province autonome e di missioni all’estero. La spesa “non sanitaria” delle regioni dal 2000 al 2004 rappresenta l’aummento più elevato fra tutte le voci di spesa: +16%. Tra consulenze, incarichi esterni, e costi del personale.

Le consulenze

Nel 2003 su un totale di consulenze nel settore pubblico di 168.727, 70.606 sono state conferite da regioni o enti locali, al costo medio di 56.711 euro l’anno per ciascuna.

Stipendio lordo annuo dei parlamentari europei

Gli italiani figurano al primo posto con 149.215 euro. Gli austriaci si piazzano secondi ma molto distanziati, con 105.527. Circa la metà prendono i tedeschi (84.108), gli inglesi (82.380) e i francesi (63.093).

Costo annuo dei parlamentari italiani tra diaria e indennità

Deputati: 124.263

Senatori: 63.315

Costo annuo consiglieri regionali: 124.231.824

Persone che vivono di politica

Eletti: 149.593

Incarichi e consulenze: 278.296

Costo del sistema: 1.851.767.958

Fonte: “Il costo della democrazia”, Salvi, Villone (Mondandori, 2005)

«Io sono fra quel 7% di cittadini che si schierò contro l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti… sono quello che scrive le leggi che in Parlamento si approvano di notte… sono quello che nel 2001 forzò la mano al tesoriere di Forza Italia per ottenere un aumento del rimborso elettorale». Così, il 14 novembre scorso, il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, in un dibattito sui costi della politica a cui ha partecipato anche il tesoriere di Radicali Italiani Rita Bernardini, che nella sua relazione all’ultimo Comitato nazionale, ha poi spiegato che «i Ds continuano a teorizzare oggi il partito radicato nel territorio, il partito/istituzione, il partito/Stato. Provare per credere: leggete il saggio del Prof Paolo Borioni con prefazione di Piero Fassino “Le risorse per la politica”, dove si sostiene l’importanza del finanziamento pubblico dei partiti “fra tradizione e innovazione”: le legislazioni efficaci – si afferma – sono quelle che incentivano l’interazione fra risorse pubbliche e autofinanziamento trasparente. I partiti socialisti più classici e radicati (il riferimento è ai partiti fratelli europei) sono quelli che utilizzano al meglio l’ampiezza organizzativa, l’insediamento per sfruttare creativamente i dettami del moderno fund raising. Deve essere stata proprio la creatività, la fantasia, ad aver portato il mitico tesoriere dei DS Ugo Sposetti a ripianare in tre anni il buco di mille miliardi nel bilancio del suo partito: un colpo di culo, dice testualmente a chi gli chiede come abbia fatto».

Non si tratta di affrontarlo in termini moralistici o giudiziari, ma di sollevare come questione politica il tema del sistema legale di finanziamento dei partiti. «Cosa rimane, dunque, della “questione morale”? Niente di morale, ma tutta politica», dichiarava qualche giorno fa Marco Pannella a il Giornale: quel malaffare della politica, quelle «cose pessime», quand’anche non reato, per la nostra vita civile. E’ ciò che Pannella e i radicali hanno fatto per vent’anni da Radio Radicale, «… abbiamo parlato di cooperative rosse e bianche, dei bilanci truffaldini dello Stato, delle spartizioni di stampo mafioso. Non le condannavamo mica moralmente, le condannavamo politicamente in nome di un’altra etica politica. Ora dovrebbe essere più chiaro che quelli della “diversità morale” non erano affatto tali ma erano espressione di una unità antropologica che continua e sta ormai andando in putrefazione. In questo panorama, c’era solo una “piccola etnia”, quella radicale, che non viveva secondo conformità antropologica di ladri e truffatori ma seguendo una laica ricerca di maggiori verità e di soluzioni dei grandi problemi sociali secondo diritto e libertà».

A pesare «come un macigno» è il problema mai risolto del finanziamento pubblico della politica, «i cui costi si dilatano senza freni, mentre mancano i meccanismi che dovrebbero garantire la trasparenza dei bilanci e la partecipazione democratica degli iscritti alle scelte di gestione dei fondi», sottolineano Cesare Salvi e Roberto Villone nel loro fondamentale volume “Il costo della democrazia”. Ben documentato e fornito di tabelle illuminanti, riporta i costi totali di quella che chiamano «Politica S.p.A», che ammontano a un miliardo e 850.000 euro, rimanendo alle sole voci conoscibili, rilevabili, ufficiali. La legge-truffa dei falsi rimborsi elettorali, che si fonda sul principio “ogni elettore (anche se non va a votare), un euro” e per tutte le elezioni di tipo politico (europee, nazionali o regionali), indennità e diarie agli eletti, contributi ai gruppi parlamentari, rappresentano solo una parte, quella pubblica, e la più piccola, delle forme di finanziamento della politica. Abbastanza cospicue però da indurre Salvi e Villone a scrivere che «il mandato elettivo sta diventando un vero e proprio lavoro. Una nuova forma di lavoro dipendente» con tanto di restribuzione, assistenza sanitaria, pensione e liquidazione.

Con l’approvazione, oggi, del decreto milleproproghe, i soldi che i partiti ricevono a titolo di rimborso elettorale potranno essere fatti valere come garanzie nei confronti dei vari creditori, i quali tuttavia, qualora i partiti risultassero insolventi, non potranno chiedere la restituzione del debito ai tesorieri delle forze politiche a meno che non riescano a dimostrare che da parte loro c’è stato dolo o colpa grave. E questo vale anche per i procedimenti in corso. Inoltre, si istituisce un fondo di garanzia per “soddisfare” i debiti contratti dai partiti prima dell’entrata in vigore di questa legge. E il fondo viene alimentato con l’1% delle risorse stanziate da tutti i partiti politici. I partiti non avranno più l’obbligo di dichiarare finanziamenti da privati che non superino i 50 mila euro, mentre finora il tetto era di 6 mila euro. Il testo prevede un’altra novità: il rimborso per le spese elettorali, che secondo la normativa attuale dovrebbe venire sospeso in caso di scioglimento anticipato delle Camere, verrà incassato comunque.

Ma il peso maggiore nel sistema legale di finanziamento dei partiti è sostenuto in modo indiretto dallo Stato. Stefano Micossi scriveva il 13 gennaio scorso su La Stampa che uno dei problemi è «il sistema degli appalti, delle forniture pubbliche, delle concessioni, ancora in larga parte sottratto a ogni regola di trasparenza, concorrenza e qualità. Dimenticando che l’applicazione di standard esigenti nelle forniture pubbliche, nelle concessioni, e in generale nella gestione del territorio e dell’ambiente, sono fattori determinanti del contenuto di tecnologia e di innovazione del settore privato». L’esempio paradigmatico e più perfezionato di questo sistema è il collateralismo dei Ds con il mondo delle cooperative rosse, ma il fenomeno riguarda anche altre forze politiche, le coop bianche e i sindacati.

Milena Gabanelli ha intervistato nel dicembre scorso Giovanni Donigaglia, già leader di Coop Costruttori e coinvolto nelle inchieste degli anni ‘90. Una persona onesta, «un anno di carcere, 30 processi, nessuna condanna e oggi sono incensurato». Il suo è un racconto istruttivo. «[…] C’era un accordo con le grandi società legate all’Iri per la spartizione delle opere pubbliche del Paese, alle cooperative veniva garantita una quota diversa da zona a zona. Ognuno secondo le proprie amicizie politiche… e io avevo le mie». Lei al partito cosa dava in cambio? «Garantivo il sostegno elettorale con i miei 3000 soci… e poi pagavo la pubblicità, le inserzioni, finanziavo interventi nei modi più diversi… non erano tangenti, era tutto legale, spese fatturate e messe a bilancio. Il mio obiettivo non era di arricchire qualche politico, ma di far lavorare l’azienda». E c’è da credergli. Però, dice, ha fatto tanti errori. «Sì, tanti. Ho sbagliato a non dare all’azienda una struttura finanziaria autonoma. Ho sbagliato a non licenziare mai nessuno, anche quando era necessario… perché sono stato educato così, con l’idea che la gente avesse diritto a un lavoro. Io ho rilevato tante aziende lasciando lo stesso numero di dipendenti, anche quando erano in esubero. Poi non ho saputo diversificare… perché non volevo entrare in conflitto con altre cooperative». Sempre agli ordini del Partito… «Guardi, per 43 anni, quando il Partito chiedeva, io eseguivo, perché pensavo avesse degli interessi superiori. E poi c’era il fatto che lavoravo solo per l’ente pubblico, e gli enti pubblici sono amministrati da politici; se andavo in contrasto con la politica, come facevo ad avere lavori per i soci e i miei lavoratori?».

Finanziamenti legali, per esempio, quelli di varie cooperative a Vasco Errani (72.000 euro), Mercedes Bresso (40.000 euro) e Piero Marrazzo (40.000 euro), candidati alle ultime elezioni regionali rispettivamente alla presidenza di Emilia Romagna, Piemonte, Lazio. Lo scorso febbraio, il Corriere della Sera pubblicò in un articolo le cifre di alcuni finanziamenti privati ai politici, dalle quali spiccava la differenza di trattamento, ad esempio, tra una Lista Marco Pannella, che da Soros riceveva un prestito di due milioni di euro, a un tasso del 7,5% (poi restituito grazie al prestito di una banca al tasso del 6,5%) e i Ds, a cui la Banca Intesa di Bazoli e Passera ha «abbuonato» tre milioni e 133 mila euro di debiti (2.472.986,68 registrati alla voce Ds; 48.428,93 alla voce “Ds-per l’Unità Editrice Multimediale spa”; 612.108,07 sotto “Ds-per l’Unità spa”).

Il ruolo centrale che una decina d’anni fa svolgevano le Coop Costruttori oggi viene svolto dalle cooperative che si occupano di facility management, cioè la gestione, in outsourcing, dei servizi di una struttura (la manutenzione di un Comune, ad esempio). Multicooperative come Manutencoop, che gestisce servizi ospedalieri, una immobiliare, servizi “ambientali” e facility management, fanno registrare un fatturato in grande crescita, la maggior parte del quale deriva dal facility management. L’indotto è vastissimo e copre tutto ciò che può servire a un Ente: smaltimento rifiuti industriali, gestione rifiuti urbani, gestione di patrimoni immobiliari, derattizzazione e allontanamento volatili, ospedali, comunicazione, marketing. Migliaia di cooperative dedite a servizi e facilities svolti in partnership con apparati dello Stato e con amministrazioni locali, molto spesso governate dallo stesso partito di riferimento. Il mondo delle cooperative “rosse” fa registrare un fatturato annuo complessivo di 45 miliardi di euro, 7.354.724 soci e 401.114 dipendenti. Confcooperative invece può vantare un fatturato di 42 miliardi di euro all’anno, 3 milioni di soci e 426.000 dipendenti. Dati che oggi affollano i principali quotidiani, ma da sempre pubblici e riportati alla luce sei mesi fa da Paolo Della Sala, nelle sue indagini su quella «rete di aziende in grado di capitalizzare il partito e rivitalizzare la sua rete di consenso, culturale e mediatica». Una rete di relazioni e di condizionamenti reciproci, quella fra cooperative e partiti, aiutata dai privilegi fiscali di cui le coop godono nei confronti delle altre aziende, in ragione della pretesa funzione sociale ed etica riconosciuta dalla Costituzione.

Le inchieste di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo
Corriere della Sera

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