Contro il liberalismo conservatore
l “liberalismo” - tutto teso a una rivendicazione di libertà che potremmo chiamare del “tempo libero”, che prescindeva cioè in concreto dall’analisi delle effettive condizioni di esistenza e di lavoro in cui tanta parte della vita umana si consuma - ha per decenni difeso solo concetti e forme di libertà il cui esercizio era storicamente vietato, e continuava a essere vietato, alle grandi masse lavoratrici. Così, per popolazioni in cui l’analfabetismo era ancora prevalente, la libertà di esprimere o formare le proprie opinioni attraverso la libertà di stampa non poteva che costituire l’eco di un mondo loro vietato; e la libertà di pensiero e di parola, connessa intimamente alla libertà di ricerca e di studio, si sostanziava in strutture civili in cui il dibattito e la discussione pubblica erano possibili solo per estreme minoranze; l’uguaglianza davanti alla legge si vanificava; l’ impossibilità di conoscerla si traduceva nell’impossibilità di riconoscere il proclamato carattere di tutrice dei diritti di ciascuno, impedendo in definitiva l’uso dell’amministrazione della giustizia; la libertà di coscienza e di culto non poteva che interessare i pochi, occasionalmente raggiunti dalle polemiche religiose che avevano cittadinanza in tutto il mondo civile ma non in paesi come l’ltalia. Così, per non aver voluto o saputo difendere in concreto le libertà storicamente negate alla maggioranza dei cittadini, a partire dal rapporti di lavoro e dalle loro implicazioni sociali, il liberalismo teorizzatore dello Stato di diritto svolgeva praticamente in Italia una funzione di classe e usava di fatto del suo patrimonio ideale in questa prospettiva.




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