Coppie di fatto: storie di ordinaria discriminazione

Di Stefano Bolognini, Franco Grillini - 12 dicembre 2007

Questo dossier è stato diretto e coordinato dall’onorevole Franco Grillini. Con la collaborazione di: Dott. Stefano - giornalista

giovedì 23 marzo 2006 di Stefano Bolognini

PREFAZIONE

DANIELE E LUIGI1

Ti prego Dio mio… Ti prego!!!

Mi chiamo Daniele ho 22 anni e da nove mesi sto vivendo la più bella storia della mia vita. Per 21 anni ho vissuto da etero, da falso etero per paura di essere giudicato. Ero schiavo degli altri, schiavo della civiltà. Per anni ho vissuto legato a catene. Ho buttato via 21 anni di vita. 21! Sono anni che nessuno mi ridarà.

Ora finalmente ho fatto il mio coming out… Mi sento libero. Ho la sensazione di respirare per la prima volta. Lotto tutti i giorni. È una guerra continua. Nessuno comprende il mio amore. L’omosessualità è una malattia o una perversione? È da curare o un handicap? È una diversità? Ma cos’è la normalità a questo mondo?

Due gay… sesso perverso! Credete?

L’amore che lega due persone va al di la del sesso…

Dio quanto lo amo. Stiamo studiando tutti e due. Siamo due bravi ragazzi tra qualche anno saremo laureati. Abbiamo amici stupendi. Lavoriamo. Non ci droghiamo, non fumiamo, non rubiamo… Ma siamo gay! Io canto lui balla. Dio solo te puoi capire.

Non stiamo chiedendo niente solo un riconoscimento. Perchè siamo fidanzati che lo vogliate o no. Vorremmo avere il diritto di assisterci l’uno con l’altro. Se io dovessi avere un incidente vorrei che vicino al mio letto ci fosse lui. Se io dovessi morire vorrei che la casa che si è costruita sia la sua. Il lavoro poi… […]

Vorremmo acquistare una casa come tutti hanno diritto di un tetto. Non disturbiamo nessuno! La nostra unica colpa è di amarci. Siamo persone siamo una realtà.

Dio c’è, e arriverà presto il Pacs per tutti quelli che lo desiderano, perchè farà contenti tutti quelli che lo aspettano e certo non recherà danno a chi pensa il contrario… Ciao.

ANNA E SANDRA2

“Stiamo bene insieme, lavoriamo, abbiamo passato i trenta: non c’erano motivi per non giungere a una convivenza”. Già, ma Anna e Sandra non sono come tutte le altre coppie felicemente sposate e accasate. Sandra e Anna, appunto.

Eppure nessuno dei vicini, che vedono i loro cognomi sulla targhette dell’appartamento che Anna ha comprato e che riconoscono come amore il rapporto che esiste tra le due, ha nulla da eccepire. Così come nessuna obiezione arriva dai parenti delle due. “Tra poche settimane mio fratello si sposa e ha invitato con un’unica partecipazione tutte e due”.

L’esempio di Sandra dà la misura di quanto le relazioni omosessuali stabili e alla luce del giorno siano diventate terreno di condivisione, più che di esclusione.

“Per lo Stato italiano invece semplicemente noi non esistiamo come nucleo affettivo: siamo un’anomalia. Siamo due amiche che dividono la stessa casa”.

L’esclusione o peggio la discriminazione permane nell’ordinamento dello Stato italiano, per cui non esiste alcuna forma di riconoscimento di questa coppia a tutti gli effetti. Sandra ha le idee ben chiare sui problemi a cui lei e la sua compagna potrebbero andare incontro: si tratta in generale di questioni spiacevoli, ma il fatto che se ne parli è indice della consapevolezza che ha raggiunto chi vive questo tipo di relazioni.

1 Daniele e Luigi, Dio ti prego, testimonianza raccolta in Internet, 16 luglio 2004. La testimonianza è consultabile on-line [http://www.unpacsavanti.it/forum/forum_argomento.asp?IDArgomento=120], ultima visita marzo 2005.

2 Samuele Cafasso, Jari Pilati, Le coppie gay e lesbiche: tre storie per raccontare i pro e i contro del Pacs, in “Labiulm”, 7 aprile 2004; l’articolo è consultabile in Internet [Url: http://lab.iulm.it/produzioni.jsp?documentID=987], ultima visita marzo 2005.

“Se ci capitasse qualcosa di spiacevole e una di noi due si trovasse in ospedale, incapace di intendere e di volere, l’altra non potrebbe decidere sulle cure mediche da intraprendere. E ciò è straziante oltre che ingiusto. E, peggio ancora, se accadesse l’inevitabile, senza un testamento non spetterebbe all’altra alcuna quota dell’eredità, e, anche col testamento, si dovrebbero pagare delle altissime tasse di successione, cosa che, come si sa, non accade ai coniugi”.

Sandra prosegue così: “Dato che l’appartamento è intestato solo ad Anna, io potrei essere cacciata da un giorno all’altro dai suoi eredi, se lei non ci fosse più. Così come pensiamo al giorno in cui andremo in pensione: alla morte di una delle due, l’altra non avrebbe alcun diritto sulla pensione di reversibilità”. Ma le questioni sono tante e non riguardano solo eventualità negative: “Pensiamo a qualcosa di più piacevole: un avanzamento di carriera. Se una delle due dovesse essere trasferita per lavoro, l’altra non avrebbe diritto al ricongiungimento del nucleo familiare: per le coppie sposate è molto più semplice”. […] Il problema più significativo resta però il rapporto con lo Stato, che non concede alle coppie di fatto nessun tipo di riconoscimento legale, come ci dice ancora Sandra: “È paradossale che proprio l’unico documento ufficiale in cui i nostri nomi compaiono insieme è chiamato ‘stato di famiglia’, dove si trovano i nomi delle persone residenti sotto uno stesso tetto. Incredibilmente quello status a cui ufficialmente non possiamo aspirare è invece naturalmente presente su un pezzo di carta. Allora siamo una famiglia o no?”.

INTRODUZIONE

Tutte le coppie di fatto sono discriminate. Quotidianamente.

Ma la discriminazione che subiscono, soprattutto gli omosessuali, non emerge se non con estrema difficoltà. Molte delle nostre coppie non hanno un volto e così subiscono, in silenzio.

Il rischio per coloro che lottano per ottenere una migliore condizione, e diritti, per le coppie di fatto è quello di apparire teorici.

Ribadiamo giornalmente che “vogliamo diritti per le coppie di fatto” e ci sentiamo rispondere che “i gay hanno già diritti che vogliono di più”, oppure, peggio, “l’Italia non è un Paese maturo”…

Per questo abbiamo deciso di raccontare la discriminazione che subiscono le coppie di fatto omosessuali, lesbiche ed eterosessuali che vivono nel nostro Paese.

È bastato guardarsi intorno per raccogliere il grido di dolore di decine di coppie prive di tutela giuridica. Alcune addirittura, quelle con un partner extracomunitario, vivono nell’illegalità in attesa di una legge che sembra non arrivare mai…

Abbiamo raccolto testimonianze dai forum su Internet su quotidiani, mensili e settimanali. Abbiamo proposto alcune lettere e e-mail che riceviamo sull’argomento ed intervistato altre coppie per rompere il silenzio.

Tante grida isolate così raccolte diventano un coro di denuncia ad una classe politica che fa finta di nulla. Per quanto tempo ancora migliaia di cittadini dovranno soffrire?

La prima testimonianza nella quale mi sono imbattuto è del 1986:

“Io vorrei sposare la mia donna con la quale sono insieme già da tre anni e che se non cambierà nulla mi darà il resto della sua vita, ma voglio che le vengano riconosciuti gli stessi diritti degli altri, nel senso che lei avendo un posto statale (in cui non si sente realizzata) vuole lasciarlo per iscriversi all’università e per badare solo a me e alla nostra casa anche perché il mio lavoro è stressante, ora se avessimo assegni familiari e la mia pensione, un giorno (se dovesse capitarmi qualcosa) potesse passare a lei, non ci sarebbe problema, ma un domani per lo Stato lei non è nessuno per me, da poter avere questi diritti, ed io vi domando perché. I nostri rapporti, le nostre unioni, sono forse peggiori, disuguali dalle loro?3”.

Le due donne parlavano di “sposarsi” anche perché, nell’immaginario collettivo, non esistevano i Pacs. A distanza di vent’anni, con molti Paesi europei che si sono dotati di una legislazione per le coppie di fatto, quelle donne meritano almeno una parziale risposta.

La testimonianza accenna ad assegno familiare e pensione di reversibilità.

Come vedremo le coppie gay non chiedono soltanto questo perché ci sono discriminazioni evidenti (impossibilità di assistenza partner in ospedale, eredità, pensione di reversibilità…) ma ce ne sono di meno visibili che possono rendere impossibile la vita a due individui che si amano, e, per questo, non meno importanti.

Aggiungerò inoltre numerose testimonianze sulla discriminazione sociale, quella che impediscono ancora a molte delle coppie ascoltate di lasciare il loro nome e cognome.

Ne emerge una realtà amara che solo attraverso uno strumento legislativo potrà finalmente aspirare a costruire il bene comune. Per ora le nostre coppie vivono ai margini, nascoste, per paura.

Solo con un riconoscimento giuridico le nostre coppie potranno dirsi parte integrante di questa società.

Franco Grillini

3 Jil (Pseud.), Una legge per sposarsi, in Babilonia, n. 40, ottobre 1986, pp. 58-59.

ASSISTENZA OSPEDALIERA

LORENZO E LUCA

Lorenzo e Luca, siete due professionisti di 37 e 42 anni e state assieme da quasi 10 anni. Volete raccontarci cosa vi è successo e perché ritenete utile l’introduzione del Pacs in Italia?

Ammetto che fino a 2002, non pensavo molto a questa storia dei Patti di Solidarietà. Mi sembrava che tutto andasse bene e che non fosse necessario un contratto per sancire la nostra unione.

Cosa ti ha fatto cambiare idea?

Una mattina, come tante, Luca è uscito con la sua auto per andare in ufficio e mentre si trovava sulla Tangenziale di Milano un camion ha saltato la corsia e lo ha preso in pieno. Da quel momento la nostra vita è cambiata. Fu portato all’ospedale in stato di incoscienza e ovviamente furono avvertiti il fratello e la madre. Io ero in redazione (faccio il giornalista) e non ho saputo niente fino alla sera, quando un comune amico medico mi avvertì. Da quel momento è iniziato per me un calvario doppio: oltre alla preoccupazione per le sue condizioni di salute, dovevo preoccuparmi pure dei suoi parenti che volevano tenermi lontano.

In che senso volevano tenerti lontano? Non ti hanno permesso di assisterlo?

Non solo non mi hanno permesso di assisterlo, ma mi hanno impedito perfino di entrare un attimo nella sala di rianimazione per stringerli la mano. Mi hanno totalmente escluso. Per 8 giorni Luca è rimasto in coma e io non ho potuto vederlo, parlare con i medici, poter decidere a quale cura sottoporlo, etc. Diciamo che io e un qualunque passante in quel momento avevamo gli stessi diritti: cioè nessuno.

E perché i parenti di Luca ti hanno escluso e ti hanno tenuto fuori da ogni decisione?

La madre non ha mai approvato il fatto che il figlio avesse deciso di vivere con un uomo. In quel momento, lei e il fratello, si erano riappropriati della sua vita; erano finalmente loro a decidere cosa fosse bene e cosa fosse male per lui. E ovviamente una delle prime cose da fare era escludermi, tenere fuori colui che aveva “traviato” il figlio.

E cosa è successo a quel punto, quando sei riuscito a rivederlo?

Dopo 8 giorni, Luca si risveglia dal coma e appena comincia ad essere presente a se stesso, chiede di me, di vedermi. Ma la madre e il fratello continuano nella loro follia e inventano storie assurde, sul fatto che avrei provato a decidere senza il loro consenso a quali cure doveva sottoporsi. Insomma cercavano di metterlo contro di me, approfittando della debolezza di una persona appena risvegliata dal coma e con lesioni gravissime al fisico. Luca chiese di parlarmi, almeno al telefono, ma loro glielo impedirono.

Gli impedirono perfino di fare una telefonata?

Esatto. Luca era bloccato a letto, non poteva muoversi per cui l’unico modo di comunicare con l’esterno era il cellulare, ma loro non glielo diedero, inventando scuse banali e approfittando della suo stato di confusione mentale. Nel giro di 48 ore, però, lui riprese totalmente le sue capacità mentali e immediatamente mi chiamò al telefono. Per me fu un momento drammatico e felice allo stesso tempo: sapere che il compagno della mia vita era in un letto di ospedale a pochi km da me e che io non potessi stargli accanto, mi faceva malissimo.

Quando siete riusciti a vedervi nuovamente?

L’indomani, cioè a 11 giorni dall’incidente. 11 giorni che non dimenticherò mai come non riuscirò mai a perdonare i suoi parenti per questa crudeltà gratuita cui mi hanno sottoposto.

Pensa che la madre e il fratello si alternarono giorno e notte davanti la porta della sua stanza con la scusa di difenderlo dai visitatori molesti. E pensa che fecero entrare chiunque, i parenti più lontani, i conoscenti che Luca neanche ricordava, i nipoti ancora adolescenti. Chiunque

4 Testimonianza raccolta da Vito Tronnolone, 03 maggio 2005.

5 Pseudonimi. Luca ha oggi 42 anni ed un dirigente di un’importante azienda multinazionale del settore sanitario. E’ laureato in medicina ed ha sempre vissuto tra Roma e Milano.

Lorenzo ha 37 anni, fa il giornalista dal 1990. Laurea in giurisprudenza, vive con Luca dal 1995.

tranne me! Ovviamente lui, appena riuscì a stare meglio, volle tornare a casa nostra e io l’ho accudito e curato per oltre un anno, fino alla sua completa guarigione, dopo 5 interventi chirurgici. Cercai di essere tollerante con i suoi parenti, anche se nel profondo del mio cuore avrei desiderato vendetta. Ma li accolsi in casa nostra come se niente fosse accaduto. Lo feci per lui, perché era giusto che nel momento della malattia stesse vicino anche alla mamma e al fratello. Ma evidentemente loro non ebbero la stessa sensibilità per capire che doveva stare vicino anche a me, suo compagno da tanti anni.

Come giudichi questa storia? Frutto dell’ignoranza, dell’arretratezza?

Niente affatto. Luca proviene da una famiglia benestante, con un elevato grado culturale. Si tratta di persone che hanno viaggiato, che hanno conosciuto il mondo. Non c’è scusante per il loro atteggiamento. Ecco perché ritengo che una legge sia l’unico modo per evitare storie simili.

Le cose sarebbero andate diversamente se in Italia ci fosse stato il Pacs?

Certo che si! Se ci fosse stata la legge sulle unioni civili, io sarei stato il suo compagno a tutti gli effetti, anche davanti ai medici. Avrei potuto farlo visitare dal medico che Luca stesso mi aveva indicato in caso di sua malattia e che invece i suoi non vollero neanche consultare. Avrei potuto stargli vicino, stringergli la mano. Sembra poco, ma in realtà è tutto. E’ la cura migliore per qualunque malato. Purtroppo non ci si può affidare al buon senso delle persone. Ci deve pensare la legge, altrimenti torniamo al medioevo.

MARISA E RENATA6

Marisa e Renata, entrambe trentenni, si incontrano vicino a Modena nella fabbrica di ceramica dove lavoravano. Marisa è single mentre Renata è sposata.

Le donne si innamorano e decidono di condividere una casa. Comprano un appartamento e, sempre insieme, aprono un allevamento industriale di polli.

Nel corso degli anni cambiano diverse attività lavorative, che gestiscono in comune, prima una pizzeria, poi un bar e infine una rosticceria. “…ci piacevano le sfide! Eravamo fiere, spavalde, inarrestabili. Sfide, sempre, ma sempre con l’ironia… Sì, siamo due donne… siamo qui, provate a fermarci.” Marisa oggi ha sessant’anni, Renata non c’è più. Hanno convissuto più di venti anni.

Una sera di dieci anni fa, le due donne vengono coinvolte in un incidente stradale e ricoverate in un ospedale.

Marisa si salva. Renata è in terapia intensiva, può ricevere visite limitate e solo una persona per volta. Marisa chiede di vedere la compagna: “Viviamo insieme” dice, ma le visite consentite sono solo quelle dei parenti, “Mi spiace, non si può” è la risposta dell’infermiera di turno.

Renata ha un fratello che vive vicino a Philadelphia (USA) e che nei quattro mesi di ospedalizzazione della sorella non tornerà in Italia, sarà uno zio ad assisterla. “Entrare da lei, tenerle la mano, non mi è permesso” racconta Marisa che in quattro mesi riuscirà a “strappare” solo sette brevi permessi. Si rivolge a diversi avvocati ma non si può fare nulla perché per la legislazione italiana Renata e Marisa non sono coppia. Renata muore sola.

Il fratello di Philadelphia, morta Renata, torna in Italia e ha diritto alla metà della casa e della rosticceria che Marisa si vede costretta a ricomprare.

ELISABETTA E BARBARA7

“Il kayak sfreccia sulle acque bianche, le rapide mi spingono giù in picchiata, all’improvviso mi ribalto, la testa è sott’acqua, potrei restare così all’infinito, abbandonare la vita. Avrebbe vinto il

6 Di Vito Tronnolone, tratto da Piergiorgio Paterlini, Il fratello di Philadelphia in Piergiorgio Paterlini, Matrimoni, Einaudi, Torino, 2004, pp. 87-102.

7 Delia Vaccarello Lei mi ama, ma in ospedale non può entrare, in “L’Unità”, 25 febbraio 2004.

fiume, il fiume che trascina, avrebbe vinto tutto ciò che mi può schiacciare, non è possibile, voglio respirare, mi ribello, do un colpo di pagaia con tutte le mie forze, stringo i denti . Ce l’ho fatta. Ho la testa libera, respiro, riprendo la corsa, all’aria aperta, tra gli alberi, sotto il cielo”.

Lungo i fiumi della Toscana Elisabetta ha fatto le prove di “eskimo”, la giravolta sull’acqua che si esegue con quel tipo speciale di canoa che si chiama kayak. Ha superato la sua grande prova una, due, tre volte, ormai la sua abilità è accertata. Il giorno dopo si prepara per andare al lavoro. Il braccio muscoloso si allunga sulla tavola della cucina per afferrare la tazza con il caffellatte. Ma qualcosa s’inceppa. Il liquido caldo scorre, rapido, a cascata per terra. La tazza va in frantumi. La mano non ha più presa. “Avrò uno strappo”.

Giunge all’ospedale e le legano il braccio al collo. Nevrite, dicono.

Arrivata a sera, non può muovere neanche la gamba. Sospettano una rarissima artrosi. Le fanno una risonanza magnetica. È sola dentro quel tubo infernale. Resta due ore lì dentro, piange. Vorrebbe qualcuno che le carezzasse i piedi, l’unica parte del corpo che può offrire al contatto. La fase acuta dura sei mesi. La supera grazie a farmaci cortisonici e antinfiammatori.

«LEI NON PUÒ ENTRARE»

È passato oltre un anno dalla malattia e lei decide di ritornare indietro. Torna a scivolare su altre rapide, quelle che si era negate da oltre dieci anni per non contravvenire ai divieti materni. “Mia madre aveva deciso la vita per me. Mi aveva assegnato un marito. E io per il timore di farla soffrire a un certo punto avevo rinunciato a me stessa. Ma dopo l’attacco del male ho capito che non posso negarmi nulla, sono legatissima alla vita”.

Cerca rapporti, amicizie. “Mi iscrivo a una mailing list e tramite Internet entro in corrispondenza con Barbara. Ci incontriamo. Ci scopriamo innamorate. Eppure dopo un mese la lascio. Io che volevo essere libera, adesso sono dipendente per ogni cosa. Non posso vederla soffrire, non posso mostrarmi a lei in una delle crisi che periodicamente mi attanagliano”.

Barbara si ribella, la sofferenza non la spaventa. Vuole stare accanto a Elisabetta. “Quando si ama non si arretra dinanzi a nessuna condivisione”, le risponde. Restano unite.

Dopo qualche mese un nuovo attacco. Elisabetta deve sottoporsi a una terapia di infiltrazioni, le iniettano il cortisone tra una vertebra e l’altra.

“Avevo una paura terribile. Non volevo restare sola. Prima di me erano entrate nel locale di somministrazione una madre e una figlia. Ho pensato che Barbara sarebbe rimasta con me». Arriva il suo turno: «La signora è una sua parente?», mi domanda il medico. «No, è un’amica». «Deve restare fuori»”.

Si sente schiacciata da una forza insormontabile come quella del fiume. Entra, a testa in giù. Le sembra di soffocare per il dolore. Resiste. Stringe i denti. È di nuovo fuori, con Barbara. Respira. Con la sua compagna a fianco torna ad essere nello spirito l’adolescente vivacissima che è stata prima di iniziare il percorso di negazione precedente la malattia.

GIOVANE SCATENATA

Fino a diciotto anni Elisabetta è stata il fiume in persona. “Mia madre voleva che andassi all’oratorio, io frequentavo le associazioni gay, il partito, andavo a ballare, facevo sport. “Cosi mi fai morire”, mi diceva. Ho partecipato all’occupazione della scuola. Per una settimana sono rimasta a dormire in istituto con il sacco a pelo. E lei: «Così mi uccidi, mi fai soffrire». Io non sapevo ancora cosa volesse dire la parola: morire”.

Finché morì il nonno materno. La prima dolorosa perdita. “Soffrivo per la prima volta davvero e vedevo mia madre turbata, lacerata, straziata”.

“Andai in discoteca una delle ultime volte. Disse ancora: «Così mi fai morire». Adesso sapevo cosa voleva dire. Non potevo sopportare di far provare a lei quello che avevo provato io per la morte del nonno. Non potevo essere la causa di tanto strazio. Scattò dentro di me un meccanismo automatico, quasi un riflesso condizionato. Dinanzi ai sensi di colpa iniziai a rispondere con l’’autolesionismo”. Dall’età di 15 anni Elisabetta conosce un giovane amabile e cortese. La famiglia di lei, dopo la morte del nonno, comincia a premere, giorno dopo giorno, perché il ragazzo frequenti casa, passi con loro il week-end, venga a pranzo. Viene invitato spesso anche a recarsi al negozio, una fornitissima coltelleria.

“A corteggiarlo erano i miei genitori. Io non riuscivo a tirarmi indietro. Noi ci volevamo bene come se fossimo solo amici. Ma siamo caduti in questo gioco. Per lui, d’’altra parte, fin da allora il lavoro sembrava la cosa più importante, più dell’intensità di un amore. Intorno ai 19 anni vado a convivere con lui, anche per scappare da casa. Ancora ho la mia libertà, ma comincio poco a poco a diradare le uscite. Inizio a sparire”.

La convivenza non basta. “Mia madre insiste: «Mi tocca fare certe figure, mi chiedono perché non vi sposate. Mi fai morire». Ci sposiamo. Ho iniziato a vivere solo per il lavoro. Odiavo il sabato e la domenica. Allontanai una ragazza che mi piaceva, che avevo frequentato prima del matrimonio e che mi aveva di nuovo avvicinato. Io sapevo che con lei sarei stata bene. E ne avevo paura. Feci ciò che voleva mia madre, eppure non bastava mai. Non facevo figli, restavo ‘inadatta’. Ingrassai 22 chili. Mi sembrava di essere dentro un guscio e da lì vedevo la mia vita passare. Le rapide scorrevano lontano. Arretravo. Era come se fossi entrata ‘nelle mortÈ, si chiamano così in kayak le acque stagnanti dietro ai grandi sassi. Il fiume era oltre”.

GLI SPORT ESTREMI

Ma le acque sono sempre più stagnanti, minacciano di fermarsi del tutto.

“Sei anni dopo tento il suicidio. Rubo dal negozio dei miei alcune lame affilatissime. Mi taglio le vene”. La salvano. Un colpo di pagaia, dato dai soccorritori questa volta, la riporta in vita.

È da allora che per Elisabetta non c’è pericolo, nello sport, che sia eccessivo.

“Inizio a fare il kayak, il bob sul fiume, mi arrampico su pareti a strapiombo, vado anche nel vicentino a fare il “bungeejumping”. Salgo a un’altezza vertiginosa, mi legano i piedi, tutto dipende dall’equipaggio del gommone che dovrà raccogliermi. Vedo l’imbarcazione, è un puntino. La mia vita è legata solo a un lungo elastico. Mi butto e il mio corpo diventa un urlo di rabbia. Ce l’ho fatta. Dico a me stessa che, dopo questa ennesima sfida, posso fare di tutto”. Ma non è vero.

Sono di fatto solo prove, prove di sopravvivenza dinanzi a un pericolo estremo. Si saggia la capacità di reagire. In quel momento scaturisce la volontà di vita, si stana l’istinto di sopravvivenza. Basterebbe così poco per lasciarsi andare…

Ma l’esperienza limite non basta a dare la misura delle proprie forze, perché, in fondo, è una simulazione rischiosa che si sceglie, che non si subisce davvero. “Soltanto dopo la malattia ho ripreso la vita nelle mie mani”.

Con la compagna convive, con il marito, che si rivela un grande amico, c’è una separazione di fatto. Con gli amici, non mente. Non si comporta come una finta etero. Riprendere la vita, in una situazione così, con una donna amata significa aver bisogno di ogni tutela possibile. […]

Le visite dal neurochirurgo in ospedale sono molto frequenti. “«Signora con lei c’è suo marito? I suoi genitori?», «No, c’è un’’amica». «Mi dispiace, deve restare fuori». Alle coppie etero non succede. Se c’è un lui che accompagna una lei, viene classificato subito come coniuge e nessuno fa domande. Per noi è diverso”. Di recente, consigliata da un’amica infermiera, Elisabetta adotta un piccolo, banale, espediente. Può andar bene una volta o due. “Non tolleravo l’idea di fare la risonanza magnetica senza il conforto della mia Barbara. Non tolleravo di piangere e sentirmi perduta, abbandonata. Mi hanno detto: «Presentala come tua cugina”. Eh già, mia cugina non deve assomigliarmi, mia cugina può avere un’età qualsiasi. «Chi è con lei?». «Mia cugina». «Prego, la faccia entrare»”.

Nel tubo manca l’aria, il corpo è schiacciato dal macchinario freddo, anonimo, così simile a una bara. Ma il fiume scorre dolcemente - niente più rapide, niente più ribaltamenti - laggiù in fondo al tubo. La ‘cugina’ accarezza i piedi di Elisabetta come solo chi ama e sente in pericolo l’amante sa fare. Il colpo di pagaia è il tocco delicatissimo della donna amata.

CATERINA E GAIA8

Caterina (33 anni) sta con Gaia (30) “da quasi quattro anni” e con lei condivide anche l’impegno politico all’interno del gruppo Cassero donne (Cado).

Dice del Pacs: “Vorremmo fosse possibile quando ci sentiremo mature per farlo. Di certo la nostra relazione in questo momento va in una direzione che non lo escluderebbe, ma prima di tutto, come persone e come coppia, troviamo inconcepibile che qualcuno possa vietarcelo. È assurdo che lo Stato non rispetti le scelte individuali e pretenda di imporre privilegi riservati a chi corrisponde a determinati criteri morali. Non è questione di sposarsi in chiesa, ma di equità di diritti. Io mi sento discriminata, anche se nella vita di tutti i giorni non ho particolari problemi e posso vivere la mia relazione come voglio.

I problemi nascono quando si è costretti ad avere a che fare con strutture burocratiche che non riconoscono l’esistenza del legame speciale che c’è tra te e un’altra persona. E questo purtroppo capita spesso in momenti della vita già di per sé complicati. Se ti succede qualcosa. A noi è capitato quando Gaia ha avuto un incidente, fortunatamente non grave, e io sono andata all’ospedale per starle vicino. La cosa è finita bene perché lei si è ripresa e ha gestito da sola la situazione, ma era chiaro che se ci fosse stato bisogno d’altro, di un parente per esempio, io non ero nessuno. Non ero niente perché non ero quello che gli altri si aspettavano che dovessi essere. Non è una bella sensazione. La discriminazione pesa anche di più quando ci sono o desiderano dei figli. Io per ora non ho questa esigenza, ma credo che se due donne vogliono un figlio è giusto che ce l¹abbiano. E qui non è questione di equità di diritti, ma di reale capacità di farlo crescere in modo equilibrato e sereno. Ovviamente dipende dalle persone, però mi sembra che una coppia omosessuale che desidera un figlio possa spesso dare maggiori garanzie di consapevolezza di ciò che comporta essere genitori, rispetto a molti eterosessuali che i figli li fanno con più facilità e meno pensieri”.

NIKI E LA COMPAGNA9

Sono gravemente ammalata e vorrei che a decidere della mia salute fosse la mia compagna e non, eventualmente, mio fratello (unico familiare rimasto).

Ho interpellato una notaia che si è elegantemente defilata con la scusa che per lei era una cosa tutta nuova da studiare, ma il mio cancro non mi lascia troppo tempo di ricerca, vi prego datemi una mano, vivo a Roma. Grazie Niki.

GABRIELA E LA COMPAGNA10

Ho la sclerosi multipla da 2 anni; la mia famiglia non accetta la mia compagna. Ho bisogno di sapere se ha valore legale la mia dichiarazione di volontà nella quale specifico di voler essere assistita in caso di bisogno anche da lei, senza che la mia famiglia possa estraniarla in alcun modo. Attualmente lei studia e io lavoro in un Mcdonald che dovrò lasciare per motivi di salute. Vivo con lei e con sua madre. Avrei bisogno di sapere se tale dichiarazione è sufficiente o occorre rivolgersi ad un legale. Nella speranza che la risposta sia immediata la ringrazio e le invio distinti saluti. Gabriela.

8 Gianni Rossi Barilli, Lasciateci in Pacs, in “Pride” 29 gennaio 2004.

9 Niki (Pseud.), Lettera a Gay.it, in Ezio Menzione, Curare l’amante gay, in “Gay.it”, 1 luglio 2002; l’articolo è consultabile in Internet [http://it.gay.com/view.php?ID=13379], ultima visita marzo 2005.

10 Gabriela (Pseud.), Lettera a Gay.it, in Ezio Menzione, Se il partner è malato, in “Gay.it”, 23 maggio 2001; l’articolo è consultabile in Internet [http://it.gay.com/view.php?ID=8870], ultima visita marzo 2005.

PARTNER EXTRACOMUNITARIO

MASSIMO E IL COMPAGNO GIAPPONESE11

Gentile Onorevole Grillini,

desidero innanzitutto presentarmi. Omosessuale, 61 anni, vivo all’estero e rientrerò in Italia fra due o tre anni per andare a godermi la pensione. Ho da 22 anni un compagno che divide la sua vita con me.

Il mio compagno è un cittadino giapponese e, le volte precedenti che siamo rientrati in Italia per periodi di qualche anno, ha avuto un visto di soggiorno quale mio COLF!

La cosa non ci ha creato problemi, soprattutto perchè la mia residenza in Italia era (e sarà) Bologna, città civile, democratica ed avanzata.

Il mio problema è invece la possibilità di avere una posizione giuridica che, alla mia morte (ho ben 18 anni più del mio compagno e natura vuole…), io possa lasciargli tutti i diritti di cui godrebbe un coniuge (soprattutto la pensione di reversibilità, in quanto l’assistenza medica è già assicurata dai contributi INPS che verso regolarmente da quasi 20 anni).

Ho letto della presentazione, l’ 8 luglio scorso alla camera della proposta sulle unioni di fatto e le coppie gay. Come sta andando? Ci sono novità? Ho letto anche che la proposta È supportata da 161 parlamentari del centrosinistra. E quelli del centrodestra?

Recentemente, nell’ ambito di alcuni forum, sto cercando di “svegliare” i diretti interessati e gli eterosessuali che ci appoggiano a mobilitarsi per fare qualcosa.

Mi si chiede: Cosa fare? Come? Con chi? Per muoverci in vista delle elezioni del 2006, credo che si debba cominciare al più presto. Non so cosa rispondere e vorrei saperne di più. […]

Credo che solo se ci uniamo (magari con tutte le altre minoranze che hanno analoghi problemi) potremo sperare di ottenere qualcosa. Non credo assolutamente ad un partito gay: Lei ha fatto benissimo a presentarsi all’ interno di DS, che Le può dare una valida copertura.

Un cordialissimo saluto, un grazie per quello che ha già fatto e che farà.

Lettera Firmata

P.S.: Poiché i miei datori di lavoro potrebbero (quasi certamente) attuare ritorsioni a causa di questa mia lettera, Le chiedo di omettere il mio nome, magari sostituendolo con uno pseudonimo.

NICHOLAS E IL FIDANZATO ITALIANO12

Nelle coppie di cui uno è italiano e l’altro viene da un paese non appartenente all’Unione Europea, quello straniero non ha nessun diritto di vivere in Italia e spesso vive con la costante minaccia di espulsione, delle difficoltà enormi nel trovare un lavoro senza documenti, una situazione di precarietà insopportabile a livello economico e psicologico.

Io sono fidanzato da diversi anni con un italiano e non ho il diritto di vivere in questo paese. Mi dà fastidio che mezzo mondo ha il diritto di vivere in Italia, anche persone che non c’entrano niente con questo paese e non saranno mai integrate, mentre io che ho la mia famiglia qui devo vivere con la paura.

UNA COPPIA DI MILANO13

11 M.B., Che cosa possiamo fare, Lettera a Franco Grillini, 10 novembre 2004. In possesso dell’autore.

12 Nicholas, Testimonianza da Internet, 22 gennaio 2005. La testiomonianza è consultabile in Internet [http://www.unpacsavanti.it/forum/forum_argomento.asp?IDArgomento=137], ultima visita marzo 2005.

13 Ponymilano (Pseud.), Testimonianza da Internet, 7 novembre 2004, La testimonianza è consultabile in Internet [http://www.unpacsavanti.it/forum/forum_argomento.asp?IDArgomento=129], ultima visita marzo 2005.

Come sapete l’attuale legislazione italiana sull’immigrazione (Bossi-Fini), prevede che un extracomunitario possa soggiornare a lungo termine in Italia solo con un lavoro o contraendo matrimonio con un italiano.

Questa è una discriminazione intollerabile per un gay che, come me, ha un partner extra UE, non essendoci altro modo per ottenere un permesso di soggiorno. Noi abbiamo risolto il problema in maniera legale, ottenendo faticosissimamente una quota dello scorso decreto flussi, ed instaurando un rapporto di lavoro domestico che ci costa circa 100 euro al mese in contributi INPS. Mi auguro che il PACS possa risolvere questo problema.

MONIKA E SIMONA14

Ci siamo conosciute in un bosco pieno di luce.

Monika era libera solo la domenica, il resto della settimana lavorava come baby sitter presso una coppia molto agiata con un bimbo di pochi anni. I due, però, si erano rifiutati di metterla in regola, non permettendole di prendere il permesso di soggiorno. Quella domenica, sui colli, gli alberi alti e filiformi sembravano giocare con il cielo.

La gita era stata organizzata da un’associazione di lesbiche attiva qui da noi, vicino Trieste. Ci siamo amate da allora. Era maggio. Appena arrivata dalla Polonia, Monika aveva iniziato a cercare sulle riviste specializzate numeri di telefono delle associazioni omosessuali. Cercava contatti, trovò anche me. A volte le ore di libertà si limitavano solo al pomeriggio della domenica. Lei soffriva, a me sembrava che vivesse in schiavitù.

Chiesi in giro e molti mi dissero: «Basta che trovi un datore di lavoro disposto a metterla in regola». Iniziai. Ma vederci poche ore a settimana era davvero insopportabile. Dopo tre mesi, venne a stare a casa mia. Era sempre clandestina, ma perlomeno viveva con me e non in schiavitù. Io lavoravo per due. Guadagno poco più di mille euro al mese, pago l’equo canone in una casa del Comune. Avevo qualche risparmio da parte.

Cercammo un lavoro per lei. Se hai soldi è tutto più facile. Un uomo ci promise di farla entrare in una cooperativa di servizi e chiese 5mila euro. Potevamo ricorrere a una scuola privata che le avrebbe fatto ottenere un permesso di soggiorno per studio, ma dovevamo versare tre anni di retta anticipata.

Potevamo rivolgerci a un’agenzia delle tante che mettono annunci camuffati: «Cerchiamo extracomunitari per serio e retribuito lavoro…». Spesso l’offerta è un matrimonio di convenienza, proprio come il film «Green card». Provammo con la cooperativa. Andammo alla questura e poi all’ispettorato del lavoro. Ci dissero: «Le quote per la Polonia sono finite».

Sì, perché ogni anno lo Stato fissa un tetto di ingresso per gli immigrati di una regione, le quote, appunto. Eravamo alla fine del 2001, ci dissero: «Le quote usciranno il prossimo anno». Cominciammo ad aspettare.

Agli inizi della ricerca mi facevo forte delle parole di molti: «Basta che le trovi un lavoro, la casa ce l’ha». Il lavoro? Non bastava. La casa? Nelle case del Comune dove abito io non puoi ospitare una persona per più di venti giorni. A meno che non la dichiari convivente, ma puoi farlo solo se la persona non è del tuo stesso sesso. Avrei potuto dire che era mia parente…

L’avvocato mi sconsigliò: «Guarda che dichiari il falso». Mi accordai con i vicini, perché nessuno facesse una soffiata. Alcuni capirono e furono pronti a rassicurarci.

Ecco, i problemi dell’immigrazione iniziavano a intrecciarsi con la mancanza di diritti che colpisce noi lesbiche. Ma, a pensarci bene, avevamo cozzato contro questo scoglio già dall’inizio. Se ci fosse il Pacs in vigore in Italia, quello proposto da Grillini, la convivenza con me sarebbe sufficiente e Monika otterrebbe il permesso di soggiorno. Sarebbe come sposarsi. Eh già…

Invece, solo il matrimonio con un italiano poteva porre fine a questa vita clandestina.

14Delia Vaccarello, Lei è Polacca, Viviamo da clandestine, in “L’Unità, 23 ottobre 2003.

Chi è libero non se ne rende conto. Alcune lesbiche dicono che la rivoluzione è andare a fare la spesa tenendosi per mano. Per noi due, sarebbe bastato molto meno. Andare insieme a fare la spesa, semplicemente. Lei, qualche lavoretto doveva pur farlo. Ma non poteva usare il motorino: se i vigili l’avessero fermata, avrebbero subito capito. Le cure mediche? Non ne parliamo. Alcune associazioni di medici volontari fanno le visite periodicamente. Dopo una fila lunghissima, se hai una malattia specifica, devi andare in farmacia e prendere le medicine a pagamento.

I clandestini non hanno la mutua. Avrei potuto rivolgermi al mio medico di famiglia, ma rivelando tutto. Dovevamo stare attente. È insopportabile la vita da clandestina. Due volte lei ha fatto ritorno in Polonia, chiedendo al rientro in Italia un visto per turismo. Il visto ha tre mesi di validità. Viene rilasciato su pagamento di un’assicurazione medica che copre, però, solo i ricoveri in ospedale o le gravi malattie. Costa quasi 500 euro. In più, ogni volta che ritornava in Polonia doveva sostenere delle spese, perché lei non ha più nessuno. Non un parente, non un amico. Dovevamo trovare una soluzione migliore. E non potevamo continuare a vivere braccate, sobbalzando ad ogni scampanellata imprevista.

Aspettavamo «le quote». Intanto per far cambiare il regolamento del condominio andai anche in Comune dopo che, in seguito alle ultime elezioni amministrative, era cambiata la giunta. Ero speranzosa: per gli animali era intervenuto l’assessore. Prima, nelle case del Comune, non si potevano tenere. Anche loro erano senza «permesso di soggiorno». Ma a noi non importava: chi aveva un gatto, chi i pesci rossi, chi una coppia di cani raccolti per strada. Insomma, noi inquilini sapevamo di custodire degli «irregolari».

Chiesi allora che si intervenisse sul regolamento relativamente alle convivenze, che fosse tolto l’obbligo della differenza di sesso. Mi dissero di aspettare. Passarono i mesi e non succedeva nulla.

L’estate dell’anno successivo prendemmo la decisione estrema. L’ultima spiaggia, ma che poteva darci un po’ di fiato.

Sì, Green card: matrimonio di convenienza. Rispondemmo a uno di quegli annunci, «cerchiamo extracomunitari….». Pagammo l’intermediaria. Pagammo il marito. In tutto abbiamo versato seimila euro. Lui fa il fabbro in un paesino della provincia. Ma gli «sposi» dovevano risiedere sotto lo stesso tetto. Andai dalle forze dell’ordine a registrare la presenza della «coppia» in casa mia. Con il Comune rischiavo. Ma ormai ero disposta a tutto, pur di trovare un po’ di serenità. I carabinieri di zona capirono. Noi a loro avevamo detto tutto: «Brigadiere, la coppia vera è formata da Monika e Simona, e non da Monika e il fabbro».

Il brigadiere aspettava una bambina, l’appuntato è giovane. Capirono il nostro amore senza che dovessimo aggiungere al racconto scarno nessuna spiegazione. Con il matrimonio Monika ottenne il permesso di soggiorno per un anno. Abbiamo conosciuto la libertà. La libertà delle cose semplici l’avete mai vissuta?

Uscivamo la sera, andavamo all’associazione, in pizzeria. Il poliziotto o il vigile non ci facevano più paura. Monika trovò un lavoro in una cooperativa di servizi, la quota non aveva importanza, perché lei aveva già il permesso di soggiorno.

Riuscivamo ad arrivare alla fine del mese, senza che qualche caro amico dovesse invitarci la sera a cena. Andavamo a fare la spesa…. Andammo in vacanza in tenda al lido degli Estensi. La felicità era uscire insieme alla nostra cagnetta. Si chiama Piccola, l’abbiamo presa al canile qualche mese dopo il nostro incontro. Una piccola vita da custodire. Eravamo libere. Ma non dalle pressioni. Il fabbro chiedeva spesso dei soldi. Davamo ciò che potevamo. Cedere sempre sarebbe stato impossibile e insostenibile. Lui senza dire nulla spostò la residenza da casa mia.

Un giorno arriva una lettera. Un provvedimento amministrativo a carico di Monika. Andiamo in questura con l’avvocato. «I coniugi non risiedono più sotto lo stesso tetto, abbiamo revocato il permesso di soggiorno». Tutto precipita. Facciamo ricorso. Il fabbro sostiene che aveva cambiato residenza per via del medico di famiglia, il fatto è che voleva continuare a mungere.

Ma senza capire: così facendo avrebbe risolto tutto alla radice. La «mucca» sarebbe stata espulsa. Anche il datore di lavoro di Monika, il responsabile di una società di servizi, era disposto a farle ottenere il permesso per lavoro. Mancavano le quote. Aveva una casa, aveva un lavoro: niente da

fare. E non è tutto. Nella difficoltà, abbiamo dovuto sostenere anche, in alcuni casi da parte di gente a noi molto vicina, il giudizio tagliente: «Ma cosa vengono a fare in Italia, a toglierci il lavoro? E poi, voi due, non date un bell’esempio».

Perdiamo il ricorso. Lui dichiara: «Siamo conviventi». La questura non accetta nulla: sono ormai certi che il matrimonio è stato combinato per uno scopo preciso.

Monika è nel pallone. «Scappa», le dicono gli amici, «scappa prima che ti becchi un provvedimento di espulsione»…

A me le guardie hanno intimato: «Tu rischi la galera».

Se ci fosse in vigore il Patto civile di solidarietà, noi saremmo tranquille insieme. Se il fabbro non fosse stato avido, noi saremmo libere. Non ci resta che tentare, provare a farlo ragionare. Io ho sposato un marocchino, non ho voluto nulla in cambio. L’ho aiutato anche perché sostenendo lui, mi sembrava di alleviare la mia Monika.

Adesso viviamo nascoste. Volevamo andare alla marcia della pace, abbiamo preferito evitare. Ho una rabbia che prima o poi esploderà.

Ci hanno tolto l’aria, il bosco del nostro primo incontro, il diritto di essere felici. Viviamo in carcere. Vedi una bella giornata e non puoi uscire. A volte prendo il Lexotan. Le difficoltà ci tengono ancora più unite, ma il nervosismo si fa sentire e lo stress ci spinge a riempirci di coccole più che a fare l’amore.

In casa con noi c’è Piccola. Tra poco partorirà i suoi cuccioletti. Avremo altre vite da custodire, oltre alla sua. Oltre alla nostra.

SAMI E IL FIDANZATO15

[…] La storia di Sami Saleh è una tragedia che non smette di cessare per gli sventurati omosessuali palestinesi. Sami ha 29 anni, nativo di Gaza. Ha sopportato violenze inaudite da parte della famiglia per via della sua omosessualità finché è riuscito a fuggire con il suo ragazzo.

Bloccati a Malpensa nel settembre del 2001, sono stati espulsi dopo molti mesi. In viaggio verso la Svezia sono stati fermati dalla polizia tedesca, e solo per Sami è arrivato l’ordine di rispedirlo nel nostro paese.

Dalla Germania la sua avvocatessa allerta l’Associazione culturale Punto Rosso di Milano, chiedendo di assisterlo; cosa che fanno con grande generosità. Anche il Pink di Verona, il GLO, Rifondazione stanno aiutando Sami e il Partito Radicale ha preannunciato una interrogazione da presentare alla Commissione Europea. La sua vicenda, a breve, sarà nuovamente al vaglio della magistratura di Varese che dovrà decidere se potrà restare in Italia o tornare a Gaza. […] Quando lo incontriamo notiamo i suoi occhi colmi di disperazione, lo sguardo di chi ha visto la sofferenza sul proprio corpo.

Sami, raccontaci la tua storia.

Vengo da una famiglia religiosa molto conosciuta a Gaza. Conosco il mio ragazzo fin da quando eravamo fanciulli, vivevamo in simbiosi. Per vederci un amico ci aveva messo a disposizione la sua casa. Eravamo inseparabili e nessuno sembrava occuparsi di noi. Nella cultura araba gli uomini hanno una certa tenerezza tra maschi, ma nel sociale esprimono una crudele omofobia. Chi vi ha ostacolato quando si è saputo del vostro rapporto?

Le famiglie. Mio fratello è un religioso e studia per diventare un imam. È stato lui che per ben due volte ha tentato di eliminarmi fisicamente.

Sei mai stato preso dalla polizia palestinese?

No. I nostri incontri avvenivano in casa, ma sapevamo che se fossimo stati scoperti ci avrebbero condannati a una dura pena.

Cosa è successo e chi vi ha scoperti?

15 Mario Cirrito, Fuga d’amore, in “Gay.it”, 12 maggio 2004. L’articolo è consultabile in Internet [http://it.gay.com/stampa.php?ID=18604], ultima visita marzo 2005.

L’amico che ci proteggeva era andato ad acquistare delle bibite. Forse qualcuno ci teneva d’occhio. Ad un certo punto sono entrate nella stanza tre sconosciuti: siamo stati prima picchiati; poi a turno ci hanno violentati e seviziati con mozziconi di sigarette accese e altri oggetti. Poi, ci hanno buttati in strada nudi. A Gaza ci si conosce tutti e quel gesto significava per noi la fine.

Come hanno reagito le famiglie?

Mio fratello è arrivato impugnando una pistola, mentre la gente ci insultava buttando contro di noi ogni genere di oggetti. È stata la pietà di un signore che ci ha salvati portandoci a casa sua. Cosa è successo poi?

Sono stato ricondotto a casa, dove sono rimasto legato mani e piedi per tre mesi. Una volta mio fratello mi ha versato della benzina tentando di darmi fuoco. È stata mia madre a salvarmi. Anche il mio compagno è stato segregato e maltrattato dalla famiglia.

Come siete riusciti a fuggire da quell’inferno?

Avevamo la possibilità di uscire di casa per due ore, e a quel punto siamo fuggiti verso la Giordania. Dopo 50 giorni abbiamo trovato una persona disposta ad aiutarci facendoci arrivare a Milano. A Malpensa siamo stati bloccati e portati in un centro di accoglienza di Varese. Avete subìto pressioni da parte di altri rifugiati o di persone del Centro?

No, nessuno sapeva che eravamo in Italia a causa della nostra omosessualità.

Cosa è avvenuto dopo?

Passati tre mesi siamo andati a Roma, dove una commissione doveva decidere se darci lo status di rifugiati. Chiedevano delle prove sulla nostra omosessualità e non son bastate le nostre parole. Alla fine ci hanno chiesto di lasciare l’Italia.

Dove avete deciso di andare?

In Svezia, ma siamo stati bloccati in Germania a Neumünster. Nel centro di accoglienza di Lubek siamo stati derisi e attaccati dagli altri profughi e abbiamo chiesto di essere allontanati dal posto. Hin, una organizzazione omosessuale, ci ha aiutati moltissimo. La polizia intanto verificava le nostre dichiarazioni. Il 3 aprile, giorno del mio compleanno, mi hanno detto che dovevo tornare in Italia, da solo. Ho tentato di bloccarli tagliandomi i polsi. Mi hanno curato e spedito in prigione.

Ti concedevano di vedere il tuo ragazzo?

No, mi facevano visita solo le organizzazioni gay e il mio avvocato. Avevano deciso di lasciarmi dentro fino all’arrivo della documentazione dall’Italia. Il giorno della mia partenza, il mio ragazzo doveva operarsi per problemi cardiaci. Ho chiesto di restare il tempo necessario per vederlo e assicurarmi sulla sua salute, ma non me lo hanno concesso. Aiutatemi a vivere con il mio amore, a vivere serenamente accanto a lui.

ALBERTO E ALBERTO16

Sono un medico [italiano, ndr.] e lavoro in Africa in cooperazione. Sono hiv+ come anche il mio partner, un ragazzo africano. Stiamo insieme in Africa, ma vorremmo trovare il modo di stare anche in Italia. Vorrei sapere:

  • Vi è alcuna possibilità legale per visti di permanenza più lunghi che un semplice visto turistico o per fargli avere la residenza in Italia… in attesa che un giorno i nostri diritti vengano finalmente riconosciuti…

  • Io essendo italiano ho accesso a terapie che danno una speranza. Lui, essendo africano, no. Vorrei sapere se esiste alcuna alternativa per noi, vale a dire per avere entrambi accesso a terapie, magari attraverso qualche associazione. È urgente… […].

PAULO E FULVIO17

16 Alberto, Lettera a Gay.it, in Ezio Menzione, Il fidanzato extra-comunitario, in “Gay.it”, 9 ottobre 2000. L’articolo è consultabile in Internet [http://it.gay.com/view.php?ID=5926], ultima visita marzo 2005.

17 a. buz., L’amore quasi impossibile fra Fulvio e il cubano Paulo, “La Repubblica”, 17 febbraio 2001.

Capita a molti italiani di andare in vacanza a Cuba, o in un altro paese, e di trovare, lì, l’amore della loro vita. Il passo successivo è il matrimonio: in questo modo la consorte acquista automaticamente la cittadinanza italiana.

Per Fulvio, 36 anni, attore teatrale di Torino, tutto questo però non vale. Perché Fulvio è gay e, nell’isola di Fidel, si è innamorato di un uomo: che lo ha raggiunto in Italia con un normale visto turistico (conquistato a prezzo di estenuanti lungaggini burocratiche in entrambi i paesi e di sei milioni di lire) e che ha dovuto ripartire dopo 18 giorni.

In Italia il matrimonio tra persone dello stesso sesso è proibito e neppure le «coppie di fatto» gay sono riconosciute, a differenza, ad esempio, della Francia. Il caso è emerso ieri sera durante l’assemblea «Riconoscere le coppie di fatto: un atto di civiltà» organizzata al dopolavoro ferroviario da Ds, Verdi, Pdci e Sdi con il ministro per le Pari opportunità Katia Belillo, Franco Grillini (presidente della commissione Diritti e Libertà pubbliche dello stesso ministero), Paolo Hutter dei Verdi e altre personalità. «In Germania è stata appena approvata una legge per le coppie di fatto omosessuali che riguarda anche l’immigrazione - spiega Hutterd - da noi, invece, ci si deve arrangiare: il mio ex compagno, innamoratosi di un argentino, ha dovuto convincere la propria sorella a sposarlo per consentirgli di rimanere in Italia».

Per Fulvio e per Paulo, che ha 28 anni ed era disposto a lasciare il suo posto alla radio cubana per seguire il suo compagno a Torino, sarà più difficile: Fulvio, con ogni probabilità, cercherà di fargli ottenere un permesso di lavoro presentandosi come suo «sponsor» in base alla nuova legge sull’immigrazione, «ma si tratta comunque di un sotterfugio umiliante, a cui si è costretti a ricorrere per ottenere quello che dovrebbe essere un diritto».

ROBERTO E DOUGLAS18

Douglas McCall, cittadino neozelandese, si è visto “restituire” la documentazione presentata per ottenere un permesso di soggiorno che gli consentisse di continuare a stare in Italia a fianco del suo compagno Roberto Taddeucci, cittadino italiano di Cecina, in provincia di Livorno, giornalista e collaboratore di Gay.it.

I due vivono insieme da 5 anni e nel dicembre scorso McCall è venuto in Italia per motivi di studio. Il loro legame è riconosciuto in Nuova Zelanda, dove Taddeucci ha potuto risiedere e lavorare con regolare permesso di soggiorno per motivi familiari. La volontà di proseguire la loro vita insieme in Toscana si è scontrata con la legge italiana sull’immigrazione, per la quale una coppia omosessuale non esiste e dunque non gode di nessun diritto.

Sebbene la Costituzione Europea che verrà firmata questa settimana a Roma promuova con determinazione il concetto di uguaglianza tra tutte le persone e vieti espressamente qualsiasi forma di discriminazione basata sull’orientamento sessuale, l’Italia è uno dei paesi dell’Unione Europea che ancora non ha nessuna legge che riconosca e regolamenti le unioni dei cittadini omosessuali. Da questo deriva una totale mancanza di tutela per gli stessi e i loro partner, siano essi italiani che stranieri. La coppia in questione è fermamente intenzionata a ricorrere alla magistratura ordinaria affinché venga salvaguardato il loro diritto all’unità familiare, garantito dalla stessa legge sull’immigrazione, e rispettato il diritto inviolabile al pieno sviluppo della personalità garantito dalla Costituzione Italiana.

MARCO E JUAN19

18 Anonimo, Livorno: coppia gay senza diritti, in “Gay.it”, 26 ottobre 2004. L’articolo è consultabile on line.

19 Samuele Cafasso, Jari Pilati, Le coppie gay e lesbiche: tre storie per raccontare i pro e i contro del Pacs, in “Labiulm”, 7 aprile 2004; l’articolo è consultabile in Internet [Url: http://lab.iulm.it/produzioni.jsp?documentID=987], ultima visita marzo 2005.

[…] a Marco e Juan è nei fatti negata persino la possibilità di convivere. Lui ha cinquant’anni e lavora come psicologo in Val d’Aosta, il suo compagno, invece, è un argentino di ventotto anni. Vorrebbero vivere qui ma, in Italia, per Juan è possibile restare senza un lavoro regolare solo per tre mesi ogni volta, con un permesso di soggiorno turistico. Risultato: quello che potenzialmente sarebbe un rapporto stabile, e che potrebbe dar vita a una forma di ‘solidarietà’ del tutto analoga a quella di ogni altra coppia di fatto, resta per ora una relazione a distanza.

Per i coniugi, naturalmente, è tutto molto più semplice, grazie ai ricongiungimenti familiari, una facilitazione prevista anche dalla legge sul Patto cicvile di solidarietà in discussione in commissione Giustizia. In mancanza di questo, per gli argentini discendenti diretti di italiani, anche a distanza di tre generazioni, esiste un certo numero di accessi preferenziali.

Ma Juan è argentino puro: non ha un cognome che possa neanche lontanamente essere scambiato per uno italiano. Forse sarebbe più semplice per tutti e due andarsene dall’Italia, in un altro Paese dell’Unione europea ma non solo: “a Buenos Aires – dice Marco – per noi sarebbe ammesso il matrimonio civile”. A Juan non resta che sperare in un lavoro o di risvegliarsi improvvisamente grande artista, oppure valente sportivo. In tal caso l’ingresso non è sottoposto al meccanismo delle quote, infatti. Nel caso più verosimile, ma forse non probabile, in cui la proposta del Pacs passasse, Marco e Juan sarebbero i primi ad usufruirne […]”.

JIM25 E IL FIDANZATO AMERICANO20

Sono un ragazzo di 25 anni che si trova in una situazione di quelle che non vedi via di uscita. Ti spiego: sono circa otto mesi ho conosciuto una persona stupenda e me ne sono innamorato perdutamente. Vorremo vivere insieme e quindi abbiamo deciso che è giunto il momento che io mi trasferisca da lui.

Fino a questo punto tutto normale sembrerebbe, il problema è che lui è americano ed io essendo italiano non posso soggiornare per più di 3 mesi negli USA come turista.

Ho provato a partecipare alla “lotteria” per la famosa “green card”, ma niente fino ad ora. Pensavo di richiedere il visto per motivi di studio essendo io studente, ma penso che non solo sia difficile ottenere il suddetto permesso ma considero anche il fatto che esso sarebbe comunque limitato nel tempo e ho paura che un giorno dovrei tornare in Italia perchè non sarei più in regola.

Abbiamo pensato inoltre di cercare un lavoro ma anche questa soluzione si è rivelata limitata in quanto di “lavori seri” (duraturi!) Non se ne trovano nemmeno lì, negli Stati Uniti.

Questa distanza ci fa soffrire davvero tanto. Non so più che fare. Forse potrei starmene in America per tre mesi dopo tornare per un periodo qui in Italia per poi tornare lì per altri tre mesi e così via. Sarebbe questo possibile e legale?! Non so cosa pensare.

Spero mi possa aiutare tu.[…]

Jim25

TWEETY E IL FIDANZATO ARGENTINO21

Dovete scusarmi per gli errori d’ortografia, ma l’italiano non è la mia lingua, comunque cercherò di farmi capire.

Io sono italo/sud-americano, vengo dall’Argentina e sono a Milano da un anno, ho un bel lavoro in un albergo a 5 stelle, e adesso avrò pure il mio appartamento nelle vicinanze di Milano.

Io ho lasciato lì il mio compagno, che siamo insieme da 10 anni!!!! (vedete, che si può!), il nostro e un amore che solo conosco quello dei nostri genitori, vale a dire che ci vogliamo tanto, che non riusciamo a stare più lontani uno dall’altro.

20 Jim 25 (Pseud.), Lettera a Gay.it, in Ezio Menzione, L’amico americano, in “Gay.it”, 27 aprile 2003; l’articolo è consultabile in Internet [http://it.gay.com/view.php?ID=14986], ultima visita marzo 2005.

21 Tweety, Lettera a Gay.it, in Ezio Menzione, Riunire la coppia, in “Gay.it”, 6 novembre 2002; l’articolo è consultabile in Internet [http://it.gay.com/view.php?ID=14048], ultima visita marzo 2005.

Però… C’è un problema, ed e che il mio compagno non ha nessuna possibilità di avere un permesso di soggiorno lungo che non sia quello di turista, perchè non ha nessuna radice europea […] Allora, esiste la possibilità di chiedere il raggiungimento di famiglia, anche se per le leggi italiane e quelle argentine non e valido? Quale è il migliore modo per cui lui possa venire qui, a stare accanto a me per continuare ad avere la felicissima vita che abbiamo avuto durante questi 10 anni? Eppoi, posso chiedere che lui abbia gli stesi diritti che ho io come italiano?

Grazie.

Tweety.

GIOVANNI E IL FIDANZATO ARABO22

Come vi siete conosciuti?

Ho conosciuto il mio fidanzato tre anni fa in un bar, non gay, del suo Paese.

Non l’ho conosciuto né in un cinema, luoghi molto frequentati dai gay che cercano ragazzi arabi, e né tra le marchette. Siamo diventati amici ed è nata, lentamente, una storia d’amore che continua tra miriadi di difficoltà. Ottenere permessi di turismo è praticamente impossibile. Ma non c’è alcuna possibilità di farlo venire qui.

Cosa avete cercato di fare per ottenere una sorta di ricongiungimento?

Abbiamo fatto tutte le domande possibili e immaginabili. Ma il Consolato non gli rilascia un visto turistico. Ci piacerebbe vivere insieme ma, prima, dovrebbe venire qui per qualche mese per capire se l’Italia gli piace. Se non gli piacesse non avrebbe senso che si fermasse, ne andrebbe della nostra relazione.

Per un visto turistico ci hanno chiesto garanzie terrificanti. Ci vuole una fideiussione da parte mia e lui deve avere garanzie economiche tali che facciano pensare all’Ambasciata che non avrebbe nessun motivo per fermarsi in Italia. La cosa è impossibile. È uno studente universitario mantenuto dalla sua famiglia! Ci riproveremo anche quest’anno…

Abbiamo fatto richiesta anche per un permesso di studio. Ogni volta che ci presentiamo al Consolato ci chiedono nuovi documenti o c’è qualcosa che non va. Ogni volta ci danno informazioni e fanno richieste diverse da quelle precedenti…

Non potete percorrere la strada della richiesta di diritto di asilo?

Il problema è che dovrebbe venire in Italia clandestino. Non ho nessuna intenzione che mi muoia in mare su di un barcone…

Come riuscite a portare aventi la vostra storia?

Con enormi sacrifici economici. Ogni 4 o 5 settimane vado i da lui e mi fermo per qualche tempo. Ci vogliamo bene…

Che speranze hai per il futuro?

Io lo vorrei sposare. Se posso prendo la residenza in Spagna. Mi sto informando. Là il matrimonio gay è possibile anche con un partner straniero…

22 Testimonianza raccolta da Stefano Bolognini. Dietro Giovanni si nasconde un ragazzo visibile, dichiarato e molto conosciuto nella comunità gay. Mi ha chiesto di celare sia la sua identità sia il Paese d’origine del fidanzato per evitare che il partner incorra in discriminazioni e omofobia.

EREDITA’

PABLO LAPI E GIANNI23

Quando hai conosciuto Gianni?

Esattamente diciannove anni fa a Milano. Eravamo coetanei, entrambi del ‘61, ci siamo amati da subito con dedizione e solidarietà. Come omosessuali ci sentivamo fragili e isolati dal mondo. Insieme eravamo una cosa sola. I primi dieci anni a Milano li abbiamo vissuti insieme.

Convivevate?

Sì come qualsiasi coppia che si ama. Vivevamo a Busto Arsizio, in provincia, in una casa che i genitori di Gianni mi avevano affittato prima di sapere che eravamo fidanzati.

Come viveva la sua famiglia la vostra relazione?

Lui aveva avuto una infanzia difficile. Sua madre l’aveva affidato ad un altra famiglia per poi riprenderlo in casa. Gianni era una persona fragile; nessuno in famiglia lo aveva valorizzato.

I suoi erano stupiti per il fatto che io, che ho un buon lavoro e un buon reddito, ci tenessi tanto a lui. Credo che odiassero l’omosessualità. I loro continui attacchi al nostro orientamento li subivamo senza irrigidirci. Erano un prodotto della cultura generale e la nostra etica era “porgere l’altra guancia”. Avevamo un’idea diversa da loro di tolleranza e rispetto e abbiamo cercato, in tutti i modi, di fare superare loro i pregiudizi. In due eravamo più forti.

E A Busto Arsizio che si diceva di voi?

La Brianza non è facile, è chiusa. Ricordo, però, una donna che mi disse: “Nemmeno mio marito mi ama come tu ami lui…”. Poi purtroppo la malattia me lo ha strappato.

Cosa accadde?

Gianni fu operato di peritonite. Era allergico all’anestesia e lo hanno operato con la criologia. Perse molto sangue ed ebbe bisogno di trasfusioni. Dopo qualche tempo scoprimmo che era sieropositivo.

Come avete vissuto la sua malattia?

Eravamo nel 1996 e non c’erano le cure che ci sono oggi. A Milano hanno provato di tutto per bloccare le infinite infezioni che lo colpivano ma si sono arresi di fronte alla leucoencefalite multifocale progressiva. È una malattia che ‘taglia’ i collegamenti tra cervelletto e midollo e riduce alla paralisi. Si arriva a non deglutire e a non parlare. I polmoni gli si sono riempiti d’acqua e nel 1996, dopo 4 anni, è morto. È stato un calvario…

Sia tu che la famiglia gli siete stati vicino?

Quando Gianni si è ammalato hanno scatenato una sorta di competizione a chi gli stava più vicino. Per me si erano pentiti di avergli fatto tanto male.

Vedevano che io, un signor nessuno, né un parente né nulla gli stavo vicino. In quei quattro anni abbiamo viaggiato molto fino a quando lui se l’è sentita.

Sua madre alla sua morte ebbe a dire che le avevo rubato il figlio… ma, l’unico interesse della sua famiglia è consistito nel presentarsi per fare l’inventario dei suoi beni.

Solo l’inventario dei beni?

Non solo quello… Immediatamente, e in modo rude, mi hanno cacciato dalla casa che avevo preso in affitto da loro. La casa in cui io e Gianni abbiamo convissuto. Progettavamo di acquistare una casa tutta per noi. Non ne abbiamo avuto il tempo.

È l’unica discriminazione che hai subito?

Rispetto all’eredità, fortunatamente, ci siamo tutelati con un testamento e scritture di diritto privato. La famiglia cercò di impugnare il testamento che mi nominava erede universale. Avrebbero dovuto dimostrare che il figlio non era in grado di intendere e volere. Lui era dirigente aziendale e era difficile dimostrarlo…

Ma poi quale eredità…. Gianni malato da 4 anni era nullatenente. Le spese infermieristiche le ho sostenute io, l’amore è un atto gratuito.

23 Testimonianza raccolta da Stefano Bolognini, 18 marzo 2005.

Ma gli ospedali non vi hanno aiutato?

Gli ospedali, ci dicevano, sono per curare i malati non per i moribondi…

…addirittura…

Solo una settimana prima di morire fu ricoverato. Lo assistevo a casa, avevo imparato a mettere e togliere anche il catetere. Ma questo conta relativamente.

La discriminazione più difficile da digerire è l’assenza di diritti sulla salma. Mi sono preso cura del mio partner e una volta scomparso non ho più potuto occuparmi di lui. Il corpo appartiene ai parenti. Parenti che una volta morto Gianni buttavano via i fiori che gli portavo.

Li ho denunciati ma poi ho deciso di non mettere più fiori. Vado al cimitero per ricordarlo…

…e la pensione di reversibilità?

Mi è stata negata… Qualsiasi cosa chieda un convivente allo Stato italiano è puntualmente negata. Gianni ha versato per 18 anni quasi duecento milioni. Io ero l’erede e lo Stato si è tenuto il suo denaro.

Come sei uscito da questo calvario.

Mi sono trasferito a Milano e con il tempo mi sono ricostruito una vita serena…. Mi piacerebbe che tu faccia avere a tutti i parlamentari una mia foto con lui. Perché capiscano… Ci amavamo tanto….

VITTORIO E IL TESTAMENTO24

Perchè una persona è obbligata a lasciare il 33% dei propri beni a parenti prossimi (genitori ecc.).

Se uno nella vita ha avuto la sfortuna di avere dei genitori che oltre a non accettare l’omosessualità del figlio, hanno ostacolato la sua vita, non ha il diritto di lasciare tutto quanto ha al proprio amico o a qualsiasi persona o istituzione che desidera? Perchè qualcuno che ci rappresenta non propone che vengano riviste le leggi testamentarie.

Saluti.

Vittorio

MARIO E FORTUNATO25

[…]Vivo insieme al mio partner da circa 5 anni, io ho 41 anni e lui 28.

I rapporti con le nostre famiglie, che sono al corrente di tutto, sono ottimi e ci aiutano in tutto e per tutto. Nel corso degli anni abbiamo costruito ed acquistato varie cose ed immobili insieme, e con questo voglio dire al 50%.

Attualmente stiamo realizzando una piccola Country House che intendiamo gestire insieme. Sia io che Fortunato (il mio partner) abbiamo i genitori viventi, io ho 3 fratelli e lui 5. Oltre che a cointestare tutto ciò che abbiamo acquistato abbiamo provveduto anche a redigere e depositare presso il nostro legale un testamento ciascuno a favore dell’altro.

Esiste però il problema della quota legittima; nonostante gli ottimi rapporti con le nostre famiglie, non vorremmo, in caso di morte di uno dei due, che colui che rimane abbia poi a che fare con questioni di eredità con gli eredi dell’altro.

Ti espongo la nostra idea a proposito e ti sarei grato se potessi darmi una risposta. Abbiamo pensato di firmare due cambiali io una intestata a lui per l’intero importo dei beni che abbiamo in comune, e lui una di pari importo intestata a me.

Le due cambiali non verranno datate e verranno da noi depositate presso il nostro legale il quale, nel caso che uno dei due dovesse venire a mancare, provvederà a consegnare la cambiale firmata da quello che è morto a quello che rimane. Nel caso ci dovessero essere dei problemi di rivendicazione

24 Vittorio, Testimonianza da Internet, 10 ottobre 2004. La testimonianza è consultabile on-line [http://www.unpacsavanti.it/forum/forum_argomento.asp?IDArgomento=127], ultima visita marzo 2005.

25 Mario, Lettera a Gay.it, in Ezio Menzione, Eredità nella coppia gay, in “Gay.it”, 21 marzo 2001; l’articolo è consultabile in Internet [http://it.gay.com/view.php?ID=8021], ultima visita marzo 2005.

dell’eredità di quello che è morto da parte dei suoi eredi, quello che rimane potrà chiedere, a detti eredi, il pagamento della cambiale. […].

WALTER PERGOLIS E DAVIDE PATERLINI26

Andremo a pacsarci simbolicamente a Roma il 21 di Maggio prossimo per vederci riconosciuti come coppia, naturalmente. Cosa significa per noi?

Innanzitutto avremo la soddisfazione di essere considerati una coppia anche dalle istituzioni e credo che tutto ci serva anche a mitigare la diffusa omofobia.

Sono sicuro che molti, sapendo che lo Stato ci parifica alle altre coppie, possano cambiare atteggiamento nei nostri confronti. In particolare, come beneficio immediato, avremmo anche la possibilità di evitare di fare testamento (il notaio ci ha chiesto dai 500 euro in su per depositarlo). Stiamo comprando casa e come ben sai, nel caso di morte di uno dei due , la sua parte andrebbe alla famiglia.

ADELE PARRILLO E STEFANO ROLLA27

Dodici mesi dopo c’è il deserto. Ci sono le cartelle cliniche accumulate nel tentativo di avere un figlio, i ricordi di sei anni di vita insieme, le immagini di un lavoro iniziato con il suo compagno e che ogni tanto scorrono in televisione, le bollette da pagare, l’affitto. L’indifferenza delle istituzioni, la crudeltà di uno Stato che ancora oggi non riconosce alcun diritto a chi divide la propria vita senza un regolare contratto.

Dopo dodici mesi c’è la fatica di una vita che è in perenne salita, da quando Stefano Rolla, regista, suo compagno, non c’è più. Saltato in aria a Nassiriya, mentre girava il lungometraggio Guerrieri di pace. Babilonia terra tra due fiumi. Ci sono vite di serie A e vite di serie B. Se sei una coppia di fatto, il rischio è quello di finire nella seconda categoria. “Eccomi qui, dopo un anno dalla morte del mio compagno sono un fantasma per le istituzioni: inesistente”.

La vita insieme. Adele Parrillo, 50 anni, ex aiuto regista, è una donna sola, “dimenticata”. Ieri è andata alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, alla commemorazione delle vittime. Nessuno l’ha invitata. C’è andata perché la Basilica era aperta a tutti.

Quando ha visto il presidente della Camera Pierferdinando Casini e il vicepremier Gianfranco Fini, li ha fermati. Per raccontare la sua storia, che nessuno finora ha voluto sentire. Chiusa in chissà quale fascicolo di chissà quale ufficio di chissà quale ministero, tra Difesa e Interni, che si rimpallano la sua condizione di convivente. Non moglie.

Dunque, nessuno. Anzi, una “rogna”. Ha scritto diverse lettere ai due ministeri, chiedendo di essere inserita nell’elenco dei familiari delle vittime e di avere accesso, dunque, allo stesso trattamento delle vedove, “perché io non ero un’estranea per Stefano. Non ero una sua amica, una sua collega. Ero la donna con la quale viveva, con la quale aveva sperato di riuscire ad avere un figlio”.

Al presidente Casini ha “consegnato l’atto notorio di conviventi more uxorio”, perché, ha spiegato ieri all’Adnkronos prima e a l’Unità poi, “qualcuno dovrà pur occuparsi di Stefano e di me”. Porte in faccia. Giovedì sera ha telefonato al ministero dell’Interno “per sapere se alla fine mi avevano inserito in quell’elenco, se non altro per essere invitata alla commemorazione. Invece, un funzionario, un nazista, lo stesso che mi prende in giro da un anno e il cui nome ho fatto al presidente, mi ha umiliato, mi ha risposto male. Ha detto di aver inviato una lettera al mio avvocato spiegando qual era la posizione del ministero. Gli ho detto che presso lo studio del mio legale non era arrivato nulla. Gli ho chiesto di inviare un fax e a quel punto si è spazientito. Alla fine ha inviato un fax al mio avvocato nel quale si comunicava che la cerimonia era pubblica, dunque, in sostanza, non c’era bisogno di invitarmi. Si rende conto?”.

26 Walter Pergolis, Perché ci pacsiamo, E-Mail inviata a Stefano Bolognini il 29 aprile 2005, in possesso di Stefano Bolognini.

27 Anonimo, Io vedova fantasma di Nassirya, in “L’Unità”, 13 novembre 2004.

L’ultima telefonata. Oltre ad Aureliano Amadei (rimasto ferito e escluso dagli inviti ufficiali della commemorazione di ieri) e Stefano Rolla, dice Adele Parrillo, a Nassiriya erano andati anche altri tecnici. “Il 12 novembre sul C130 partito da Pisa c’erano altri tre tecnici della produzione. Ero io che comunicavo le partenze dei tecnici ad un generale del Coi. Eravamo in piena preparazione del lungometraggio. Quella mattina Stefano mi chiamò a casa, ci parlammo a lungo al telefono. Poi, quando arrivai negli uffici di produzione mi dissero che c’era stato l’attacco alla Base Maestrale. Ma mai nessuno mi ha comunicato ufficialmente la morte di Stefano. Ho contatto io un consigliere militare, il generale Tricarico, che conosceva Stefano e sapeva che ero la sua compagna. È stato l’unico a mostrarsi solidarietà. Fino ad un attimo prima mi sentivo la moglie di Stefano Rolla, così mi conoscevano nel ristorante dove andavamo spesso a cena, così mi conoscevano i vicini: come la signora Rolla. Un attimo dopo, dopo quell’esplosione maledetta, non ero più nessuno”.

Dice: “Dopo l’attentato di Nassiriya i familiari delle vittime sono stati seguiti ed assistiti con programmi di assistenza psicologica, dai quali sono stata esclusa”. Non ha dunque, neanche ricevuto il risarcimento che è stato corrisposto a tutti gli familiari, compresi i figli di Stefano Rolla. […]

Ieri è stata una giornata difficile, più dura delle altre. Perché il dolore è sempre lì, identico al 12 novembre 2003, ma la rabbia e l’umiliazione crescono ogni giorno di più. “È grave che ancora oggi l’Italia non si sia data una legge che riconosce alle coppie di fatto la tutela dei diritti. È profondamente crudele ricordare Stefano come un eroe e poi far finta che una parte della sua vita non sia mai esistita”.

TUTELA DEI FIGLI

UNA COPPIA DI DONNE28

Improvvisamente mi accorsi di lei. Eppure ci conoscevamo da bambine, ma nonostante fossimo amiche, in tutti quegli anni, nelle sue fantasie, io avevo occupato un posto insolito. Lei, sposata e madre allora di un solo figlio, non era riuscita a situarmi con lucidità nel mondo dei suoi affetti, a trovare un nome per quell’imprevisto desiderio di me. Io, che fino ad allora l’’avevo avuta a fianco senza vederla, fui scossa dalla sua bellezza.

Accadde l’estate in cui, per la prima volta in vacanza insieme, iniziammo a dividere le gioie dell’ultima nata e del suo battesimo del mare. Anche per noi fu un battesimo. Sentivamo di stare bene. Nelle lunghe sere di quella lontana estate di dieci anni fa, come un dolce canto, la nostra unione lentamente prese un altro corso, facendosi completa. Dopo un anno decisi di andar via dalla Sicilia e di vivere con lei a Firenze.

Da allora siamo una famiglia, non trovo altro modo per definire la nostra vita insieme ai suoi due figli. Scegliere un film, un libro, leggere i giornali, cucinare una pietanza: tutto ha un sapore unico e ne avrebbe uno opposto se non vivessimo insieme. Un sapore noto solo a noi quattro.

Noi ci difendiamo, dobbiamo farlo, perché all’esterno una vita così è ancora incomprensibile. Gli uomini, soprattutto, non capiscono. Ostile mio padre, minaccioso addirittura il suo ex marito, da cui si era già separata quando io e lei ci siamo unite. Una minaccia che fa vivere la mia compagna nel timore che lui possa allontanare da noi i ragazzi.

Dei figli, invece, non hai mai temuto il giudizio, sono cresciuti con noi, e la loro crescita ha accompagnato il maturarsi del nostro legame. Marco è impegnato in politica e si definisce «di sinistra». Anche per questo ha continue liti col padre. Durante l’autogestione, quest’anno, a scuola ha proposto ai suoi compagni un dibattito sulle coppie gay e il diritto di adozione. «Io credo che le coppie gay abbiano il diritto di crescere dei figli» ci ha detto lo stesso giorno, a tavola, mentre raccontava la mattinata scolastica. Io e la mia compagna ci siamo guardate negli occhi. Eravamo esultanti per la sua posizione, ma abbiamo trattenuto le nostre emozioni.

Non è l’unico motivo di scontro con il padre. Il suo essere «maschio» gli suggerisce responsabilità e doveri che lui ritiene avulsi dalla sua personalità. Il suo essere «maschio» nei desideri del padre e l’impossibilità di accontentare le aspettative paterne incompatibili con la sua personalità, il suo senso di libertà, la sua vulnerabilità: sono, queste, divergenze in corso di non poco peso.

In maniera esplicita con i ragazzi non abbiamo mai parlato. Parla per noi la nostra camera da letto matrimoniale. Parlano i gesti d’affetto che non ci lesiniamo, sebbene io sia più espansiva e lei più contenuta. Ma la sua infinita dolcezza nei miei confronti, mai oggetto di autocensura, non manca di eloquenza. C’è chi dice che il legame tra due persone non può venire nascosto, il nostro è uno di quelli che non si presta ai sotterfugi. La nostra spontaneità trova però un limite. Non facciamo mai l’amore quando i ragazzi sono in casa. Non possiamo unirci ogni volta che lo desideriamo.

All’inizio ne ho sofferto molto, poi ho accettato. Ma questo regime non turba la nostra intesa. L’affiatamento ci fa sentire il corpo dell’altra l’unico corpo possibile nell’amore. Tra noi l’attenzione e la cura non sono mai diminuite, anzi.

In principio ci siamo tenute per mano lunghe ore, poi, giunto il trasporto erotico, le ho sentito dire: «Fermati, è troppo forte». Non ci siamo fermate, pur accogliendo con gradualità la dimensione di un incontro fisico che non può non sconvolgere se la sessualità è intrisa di emozioni.

28 Delia Vaccarello, La famiglia della porta accanto, in “L’Unità”, 7 febbraio 2003. L’articolo è consultabile in Internet [http://www.unita.it/index.asp?SEZIONECOD=arcliberi&TOPICTIPO=&TOPIC_ID=23086], ultima visita marzo 2005.

In quell’estate dell’innamoramento avevo 25 anni, lei 28: con lei ho compreso il senso della parola verginità e del dono. Avevo avuto prima un paio di esperienze con uomini, arrivando a un passo dalle nozze.

Nulla sentivo di profondo, perché i miei sentimenti amorosi non hanno trovato mai nell’uomo il loro destinatario. Nulla sentivo: agivo dominata dalla figura di mio padre. Cattolico, facoltoso, di notevole bellezza, vedovo, è un padre impossibile. Assente nell’affetto, presente nell’inoculare quel dover essere che, come un’armatura, costringeva le mie emozioni di giovane donna del Sud rimasta orfana di madre. Giovane e già divisa dentro. Se di giorno indossavo l’armatura, non passava notte che, sfilandomela, non fantasticassi di stringere una donna tra le mie braccia.

Dopo quell’estate iniziò il percorso che doveva portarmi a riunire le parti di me. Trascorsi un periodo di lavoro a Londra e lì, lontana, iniziai a sentirmi intera, senza esiliare nel mondo delle fantasie la parte più vera di me.

Quando comunicai a mio padre la decisione di vivere con la mia compagna, mi disse risoluto che avrei potuto continuare a frequentare la sua casa, ma senza la mia donna. Risposi: «Anche se ti voglio bene non posso continuare a darmi via perché vuoi così, né a condividere il tuo modo di stare al mondo, né ad assistere agli scempi della mafia senza ribellarmi perché tu vuoi così. Io mi ribello anche alla tua, di mafia». Nella casa paterna non sono più tornata. Altro il rapporto della mia compagna con i suoi genitori. Quando andiamo a trovarli in campagna, dove vivono ormai da quando sono andati in pensione, e ci fermiamo a dormire da loro, troviamo ad aspettarci una camera matrimoniale. Il padre di lei il mese scorso mi ha detto: «Sono felice che tu sia nella vita di mia figlia».

Anche per i ragazzi è così, lo hanno scritto, anche loro, in occasione del Natale, in una dedica. I figli della mia compagna che, pur lasciando a lei il senso forte della maternità biologica sento anche come figli miei, mi vogliono bene. Sento il calore di questi affetti.

Sono una genitrice presente. La mattina quando piove porto i ragazzi a scuola, torno a casa per il pranzo, preparo e mangio con loro. Quando occorre, li accompagno in palestra. Insieme a lei cerchiamo di nutrirli con cibo spirituale, scegliendo tutto ciò che proponiamo, giocando a inventare le storie. Abbiamo deciso, ad esempio, che la tivù stia solo negli spazi comuni, nessuno di loro ha un apparecchio in camera da letto. E tante sono le occasioni per parlare. Io sono affamata, da sempre, di un confronto dialettico e cerco di educarli allo scambio di idee, al miracolo dell’espressione.

Nella mia vita in famiglia, però, non ci sono solo gioie, convivo anche con forti sofferenze. A volte non so che peso abbiano le mie valutazioni. Io mi sento genitrice, ma loro, pur nell’affetto, che ruolo mi riconoscono? Che ruolo mi riconosce la mia compagna quando nell’educazione abbiamo una diversità di opinione? Fino a dove posso spingermi? Così da qualche tempo ho imparato a dire, con serenità: «Io la penso così, se volete tenetene conto».

Intrusiva è invece la presenza del loro padre. La mia compagna tiene che lo vedano, e gli incontri avvengono due volte a settimana. Occasioni in cui non smette di denigrare la sua ex moglie e fare affermazioni pesanti su di me. Sul grande che oggi ha 18 anni, ha effetti ormai mitigati dall’età. Sulla piccola, che ne ha 14, potrebbe avere un’influenza disturbante. Per preservarla da danni irreparabili, abbiamo deciso di farla seguire da un terapeuta. «È anormale crescere con due donne» le ripete il padre. E lei, facendo appello a tutte le sue forze risponde: «Io sto bene, papà».

Le istituzioni, poi, non ci riconoscono: quando uno dei ragazzi è stato male, è capitato che fossi io ad andare al pronto soccorso. Mi sono sentita dire che non era sufficiente la mia presenza, doveva venire la madre. […]

Anche se la mia sembra una vita controcorrente, io ho bisogno di un senso di appartenenza che vada al di là degli affetti, che sia appartenenza ad una comunità. Ho cercato rapporti e confronti nel mondo delle donne. Ma non è facile. La nostra esperienza non è frequente, ed è difficile la condivisione, essendo arduo comunque per tutti trovare amicizie sincere.

Nel rapporto con l’esterno ci dividiamo i ruoli: se in me c’è il desiderio di arricchirmi e di conoscere, nella mia compagna invece subentra la diffidenza. Se la presenza di altre donne può

essere guardata da lei con sospetto, io tendo a ricordarle che ogni donna può essere materna. Ma è un sospetto che sembra vestire panni non suoi, perché la principale minaccia a noi è venuta e viene dagli uomini, da mio padre e dal suo ex marito. Io cerco di stanarla perché non vorrei che l’isolamento alla lunga ci impoverisse, anche se capisco che dobbiamo proteggerci. A volte penso che in una madre, fin quando i figli sono piccoli, ci sia il timore forte che l’esterno possa costituire una minaccia e la tendenza a fidarsi, negli affetti, soltanto di coloro che si sono messi al mondo.

Come se il rapporto filiale non lasciasse spazio ad altra relazione, se non quella specialissima con la propria compagna. Specialissima e segreta. Nel segreto delle nostre mura succede qualcosa di davvero speciale. Sembra il miracolo della moltiplicazione degli spazi. Viviamo in cento metri quadrati, io tengo i miei adorati libri anche in bagno, i nostri figli riempiono la casa di amici, la piccola usa il mio cellulare per mandare messaggi ai suoi spasimanti, perché il credito della sua scheda lo azzera in un secondo. Non sempre cancella quelli che riceve, cosi mi capita di leggerli e di riderne con lei. Io e la mia compagna ci chiamiamo “amore”. Siamo quattro esseri diversi, le nostre vite e le nostre radici sono intrecciate. Non sarei io, se non avessi questa famiglia. La mia.

ROSY E FRA29

Siamo una coppia di donne omosessuali e conviviamo da un anno insieme a mio figlio (nato da un precedente matrimonio eterosessuale). Essendo ora in fase di separazione vorremmo sapere se la mia omosessualità può essere causa di non affidamento del bambino, nel senso che, se il padre venisse a conoscenza della mia omosessualità potrebbe aggrapparsi a questo per togliermi il bambino. Esistono delle leggi che possono tutelarmi in questo senso?

NON VOGLIAMO I VOSTRI FIGLI A SCUOLA30

Anna e Beatrice condividono da tre anni lo stesso appartamento ed educano insieme i tre figli che Anna ha avuto da Adriano, il suo ex marito. Michele ha dodici anni, Licia e Claudia sono due gemelle di otto anni.

Anna è una donna delle pulizie, esce presto al mattino e torna nel primo pomeriggio. È stata sposata per tredici anni col padre dei suoi tre bambini.

Beatrice è segretaria presso lo studio legale di un avvocato, esce di casa il pomeriggio e torna tardi la sera. È alla sua prima esperienza di convivenza.

Le due donne dichiarano di sentirsi “sposate” e felici. Sono una famiglia. Non hanno mai nascosto né esibito il loro amore e la loro condizione, né si sono mai sentite discriminate come coppia.

Il problema, i problemi, nascono a scuola. Anna racconta: “Tutti i professori di Michele hanno capito senza bisogno di fare troppe domande e hanno accettato tranquillamente la situazione. Con loro va Bea a parlarci. Con tutti meno una. Quella di matematica, che non ne vuole sapere. Me l’ha detto in faccia: lei è cattolica, non ammette certe cose, la madre sono io e parlerà solo con me. Per lei Beatrice è come una qualunque estranea. Su questo nessuno la può obbligare, la legge è dalla sua e tiene duro, si gode con pervicacia la sua piccola rivincita.”

Un problema analogo si presenta questa volta nella scuola di Licia e Claudia con due coppie di genitori eterosessuali di due alunni compagni delle gemelline. Il dirigente scolastico, che era già a conoscenza della situazione familiare delle bambine, convoca Anna per un colloquio. Le dice che quattro genitori gli hanno chiesto spiegazioni, se sapeva che la mamma delle gemelle è lesbica e convive con una donna con i figli in casa. Le due coppie di genitori hanno dato al dirigente un aut aut: o espelle le due gemelle o ritirano i propri figli dalla scuola. “Io gli ho detto che… la nostra situazione era educativa non diseducativa, educava quantomeno al rispetto delle

29 Rosi e Fra, Testimonianza raccolta in Internet, 14 agosto 2004. La testimonianza è consultabile in Internet [http://www.unpacsavanti.it/forum/forum_argomento.asp?IDArgomento=123], ultima visita marzo 2005.

30 Di Vito Tronnolone, tratto da La motocicletta, in Piergiorgio Paterlini, Matrimoni, Edizioni Einaudi, Torino, 2004, pp. 123-139.

scelte diverse. Che le bambine non le avremmo ritirate da scuola”, risponde Anna al dirigente scolastico.

Le due mamme incontrano i quattro genitori e, dopo essere state insultate, non trovano l’accordo: le due coppie eterosessuali fanno cambiare scuola ai propri figli.

“Abbiamo deciso di dire la verità alle bambine (che si erano viste due compagni sparire di colpo senza perché), con il linguaggio adatto alla loro età, ma soprattutto cercando di trasmettere tranquillità… Abbiamo dovuto forzarci anche noi al rispetto per quegli integralisti, perché non si può trasmettere rispetto senza dimostrarlo per primi a tutti.” Dice mamma Beatrice.

MAESTRA OSTILE A COPPIA LESBICA31

Abbiamo intervistato Rossella e Titti, due ragazze di Brescia che da due anni vivono un’intensa storia d’amore e da due anni abitano sotto lo stesso tetto. Con loro vive Fabrizio, 8 anni, figlio naturale di Titti, nato da un precedente matrimonio. […]

Perché e quando avete scelto di convivere?

T. – È stata una decisione che abbiamo preso dopo poco tempo che era iniziata la nostra relazione. In realtà ci conoscevamo già da molto e abbiamo fatto questa scelta perché c’era tra noi un fortissimo sentimento d’amore. Non volevamo vivere una storia a metà.

R. – In un primo momento abbiamo sentito l’esigenza di vedere se poteva funzionare o no, di rodare il nostro rapporto. Ovviamente abbiamo pensato sopratutto a Fabrizio: era fondamentale per noi due e per il nostro rapporto che la sua vita non risentisse di questa nuova situazione in casa.

E così è arrivata Rossella. In che modo avete affrontato l’argomento con Fabrizio?

T. – Inizialmente non sapevo come affrontare la questione. Fabrizio mi sembrava troppo piccolo per capire. Rossella è stata presentata come un’amica della mamma che per problemi di lavoro aveva bisogno di un posto dove stare e che si sarebbe fermata per un periodo non precisato a casa nostra.

Poi, un giorno, durante lo svolgimento dei compiti, Fabrizio mi chiede in modo pacato: “Mamma ma tu sei gay?”. Io, colta alla sprovvista, ho cercato di rispondere nella maniera più calma e sincera. In cuor mio ho sempre pensato che non fosse giusto nascondere, per troppo tempo, a mio figlio la mia relazione e negare la realtà, ma che gli avrei potuto dare maggiore serenità parlandogli di ciò che stavo vivendo. Così ho risposto: “Sì, la mamma è molto innamorata di Rossella”.

Come ha reagito Fabrizio?

T. – Nel modo più positivo possibile. Mi ha guardato negli occhi e con un sorriso mi ha detto: “Che bello! Ho un papà femmina!”, riferendosi a Rossella.

Tra le persone che vi sono vicine, chi sa della vostra relazione? E come hanno reagito alla notizia?

R. – I miei genitori sanno di me da tempo e anche al lavoro, con i colleghi, non ho mai nascosto le mie precedenti relazioni con delle donne. Non ho quindi nascosto niente a nessuno, ma ne ho parlato tranquillamente. Solo alcune persone mi hanno fatto notare che c’era un bambino di messo, ma a parte questi commenti non ho sentito ostilità o atteggiamenti di condanna da parte di nessuno.

T. – Io ho deciso di parlarne con tutte le persone a me vicine, ma per me è stato un po’ diverso. Ho avuto storie con uomini fino a due anni fa. Alcuni amici sono rimasti stupiti, ma non ho ricevuto critiche o osservato atteggiamenti discriminatori. L’unica a non avere ancora accettato questa relazione è mia madre, Ma mi vuole troppo bene e spero sia solo questione di tempo.

Avete deciso di comunicare alle insegnanti di Fabrizio la vostra relazione. Com’è andata?

T. – Ci sembrava giusto raccontare alle insegnanti di Fabrizio la nostra convivenza per ricevere aiuto e collaborazione per una migliore educazione del nostro bambino, che trascorre molte ore della sua giornata a scuola.

31 Paolo Rapetti, Genitori gay, in “Cool”, aprile 2004, p. 1.

Non è stato facile. Inizialmente è stato imbarazzante, a tratti umiliante: ho visto facce sconvolte e soprattutto un’insegnante aveva manifestato ostilità nei nostri confronti. Ma poi le cose sono andate bene.

R. - È stata una bella sorpresa vedere come quest’insegnante, all’inizio prevenuta si è ricreduta. Risultato: dopo qualche mese dal nostro incontro, la maestra ci ha comunicato che Fabrizio era migliorato parecchio, mostrava una maggiore serenità e sicurezza. Una bella soddisfazione.

Ma c’è qualcosa che temete per quanto riguarda il vostro futuro di famiglia?

R. - A parte il momento iniziale della convivenza, in cui eravamo prese da mille dubbi, dubbi propri

di una coppia omosessuale che decide di vivere la propria vita pienamente in una società eterosessuale, ora i miei timori per il futuro sono quelli di tutti i genitori. Sarò un buon genitore? Ecco quello che mi preoccupa.

BENEFITS

GIANNI MINERBA E OTTAVIO MAI32

La mia storia con Ottavio Mai incomincia nel lontano 1977. Eravamo una coppia visibile e abbiamo condiviso la vita e la passione per l’arte e il cinema per anni fino al 1992 quando Ottavio è scomparso.

Il mio compagno era proprietario di una licenza di taxi. Era orfano, senza moglie e figli, e non aveva eredi diretti. La sua licenza è stata ritirata dal Comune di Torino. Ovviamente eravamo già a conoscenza di questa possibilità e prima della sua morte avevamo cercato di vendere la licenza ma senza riuscirci.

Ho cercato, poi, tramite un avvocato di fare qualcosa ma la normativa comunale non era modificabile e il Comune non ne ha voluto sapere. La licenza è andata in fumo.

La stessa cosa è accaduta con la sua automobile. È rimasta parcheggiata tre mesi sotto casa e poi è stata portata via. Era di sua proprietà e come compagno non avevo alcun diritto su quel bene…

Ricordo, come coppia, di aver anche subito violenza.

Una sera siamo entrati nell’androne di casa e c’era un ragazzino che pisciava.

Lo abbiamo sgridato. È andato dal padre raccontandogli quello che era successo. Questo ‘signore’ con alcuni amici ha avuto una reazione violenta. Oltre ai soliti appellativi di ‘circostanza’ come “finocchi”, “froci” e così via…. Ottavio è finito in ospedale con un sopracciglio rotto.

Attualmente sono in coppia e sarò a Roma il 21 maggio prossimo per chiedere diritti. Ne abbiamo estrememente bisogno.

CANONE RAI33

Quello che mi è successo è più una seccatura che altro, ma sempre conseguenza dell’impossibilità di regolarizzare la relazione che ho da 15 anni con il mio compagno.

Da tre anni sono perseguitato dalla RAI. Da quando ho trasferito la residenza presso il domicilio del mio compagno ricevo lettere, sempre più minacciose inerenti il pagamento del canone, che il mio compagno paga regolarmente.

Dopo la prima seguendo le istruzioni abbiamo segnalato alla concessionaria preposta alla riscossione del canone la situazione e tutti i dati relativi all’abbonamento pagato, ma imperterriti loro continuano a pretendere il pagamento del canone, arretrati compresi, perché non risultano tra noi legami di parentela alcuni, legami che non possiamo ovviamente dimostrare con documenti. Per la Rai siamo due nuclei familiari e pertanto dovremmo pagare due canoni per una sola televisione.

Lettera firmata

OTTERRÒ MAI LA PENSIONE DI REVERSIBILITÀ? 34

Roma 30 ottobre 2002

Gentilissimo Onorevole Franco Grillini,

32 Testimonianza inedita raccolta da Stefano Bolognini il 2 maggio 2005.

33 A.S., Discriminazione e canone rai, lettera a Gaynews.it del 31 ottobre 2004, in possesso dell’autore.

34 A.P., Lettera manoscritta, in possesso del curatore, Roma 30 ottobre 2002.

[…] Ho convissuto per 14 anni con il mio compagno che purtroppo è venuto a mancare il 3 dicembre 2001 a soli cinquantasei anni, io ne ho quarantaquattro.

Lui era divorziato e la sua ex moglie non percepiva assegno di mantenimento perché lavorava. Era pensionato IMPADAP. Ora mi ritrovo sola, senza un lavoro e con gravi difficoltà economiche e di salute.

Le chiedo questo. Inoltrando un causa legale potrò ottenere una pensione di reversibilità? Oppure devo rinunciare senza spendere inutilmente del denaro? […] Distinti saluti P.A.

COINTESTARE LA CASA35

Siamo Maria e Francesca una coppia di lesbiche da più di 15 anni,.

Io, Maria, in particolare, sono stata un’attivista dell’Arcigay negli ottanta, quando il circolo napoletano era da poco nato, con tutta la conseguente fase organizzativa, della quale io, allora battagliera, mi ero fatta carico a favore delle poche donne lesbiche che lo frequentavano in quel periodo.

Ma torniamo all’oggi. Ti scrivo, questa mail, affinché possa darmi indicazioni circa la nostra intenzione di cointestare la casa che, al momento, è solo di mia proprietà.

Possiamo rivolgerci ad un notaio? Quale? Cosa possiamo fare concretamente per tutelare i nostri diritti di coppia di fatto, anche se giuridicamente, allo stato attuale, non c’è una legge che ci tuteli.

Ti ringrazio molto della disponibilità che vorrai offrirci riguardo queste informazioni.

Buon lavoro

Maria e Francesca

DOMANDA DI INVALIDITÀ E RICHIESTA DI ACCOMPAGNO36

Agostino e Ottavio si conoscono in un locale romano. Ne nasce una storia d’amore. Decidono di convivere ma, purtroppo, Ottavio, dopo otto anni, si ammala molto gravemente…

Incominciamo dall’inizio. Come vi siete conosciuti?

Ci siamo conosciuti in un locale. È bastato uno sguardo… Era il 15 ottobre 1996. A breve ha fatto il cambio di residenza. Abbiamo convissuto 8 anni.

È stata una convivenza difficile?

Come ogni coppia avevamo alti e bassi, ma, ad esempio, il vicinato non ci ha mai creato problemi. Siamo persone normali. Una nostra vicina è molto liberale e comprensiva. Era la nostra amica.

Nel 2003 Ottavio si ammala…

I primi sintomi del male sono del 2003. Linfoma di Hodgkin. Aveva ventotto anni. Ha incominciato immediatamente con al chemioterapia. Gli ultimi mesi di vita abbiamo incominciato a fare le pratiche per la richiesta della pensione di invalidità, per l’accompagno e per il contributo comunale di disoccupazione. Ho uno stipendio da commesso tutto gravava sulle mie spalle…

Chi lo ha accudito durante la malattia?

L’ho seguito solo io. Medicine e i viaggi in ospedale hanno gravato su di me. Ho prosciugato il controcorrente. Alle coppie sposate il Comune da un contributo. Noi non ne abbiamo avuto accesso…

I suoi fratelli erano in Germania e la sua famiglia non sapeva nulla della nostra relazione. Solo un fratello lo sapeva negli ultimi mesi di vita. Siamo rimasti in contatto.

Non ti è stato impedito di accompagnarlo o visitarlo in ospedale?

Le visite erano normali. Avevo trovato una strada secondaria e andavo a trovarlo a qualsiasi ora. Se mi vedevano medici ed infermieri non dicevano nulla. Il mio fidanzato si faceva ben volere.

35 Maria e Francesca, Lettera ad Alessandro Zan, in possesso di Alessandro Zan.

36 Agostino, Testimonianza raccolta da Stefano Bolognini, 6 aprile 2005.

Allora perché ti senti discriminato?

Non ho avuto alcun permesso per assisterlo. Dovevo chiedere le ferie ogni volta che stava male!

Una coppia sposata può chiedere l’accompagno e cioè prendere due ore al giono o tre giorni al mese per accompagnare l’ammalato in ospedale. Non avendo poi regolare matrimonio..è una discriminazione bella e buona.

Avresti voluto stargli più vicino

Avrei avuto più tempo, più permessi, più tempo per lui…

…dopo la morte…

Ho cercato di assecondare i familiari. Era nullatenente quindi non ci sono stati problemi con l’eredità.

Di fronte alla sua bara la famiglia di origine ha pianto e fatto cose struggenti. Dopo un anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, ero solo sulla sua tomba con i fiori freschi.

Il resto dell’anno sulla quella tomba, in Calabria, ci sono fiori di plastica. È ‘na schifezza…

LEASING NEGATO37

Volete un elenco telefonico di discriminazioni?

Siamo conviventi dal 1996. Nel 1998 e 1999 per due volte il mio ragazzo ha subito due successivi interventi in ospedale e io non ho mai potuto sapere nulla.

Nel 2000 decidiamo di comprare la casa e una banca ci nega il mutuo. Non che avessi fatto una fanfara della nostra omosessualità. Il funzionario ci ha boicottato per mesi (pur rientrando nei parametri per avere accesso al mutuo) e poi ci ha insultati durante una riunione che ho chiesto presente notaio, direttore della banca e il mio compagno.

Il funzionario è stato ‘spostato’ e noi abbiamo avuto dopo un anno il mutuo, ma solo con la firma degli ascendenti del mio partner. […]

Quest’anno finalmente abbiamo anche spostato la residenza insieme, ma all’anagrafe di Milano si sono rifiutati, in un primo momento, di unire gli stati di famiglia, dicendoci che non si poteva visto che non eravamo parenti.

Stiamo ancora aspettando, ci hanno detto che lui prima deve spostare la residenza a Milano e poi dopo mesi possiamo chiedere di essere nello stesso stato di famiglia.

Un’ultima cosa ‘divertente’ è stato il rifiuto della società di leasing di fargli un contratto perché lui non aveva intestata una linea telefonica fissa (è intestata a me, ma come si sa io non sono nessuno non esisto)…

Grazie per l’attenzione.

Anonimo - Milano

MUTUI AGEVOLATI SULLA CASA38

Giorgio (38) e Raimondo (29) vivono insieme a Modena e stanno pensando di comprarsi una casa . “E questo è già un problema”, commenta Giorgio, “che riguarda molto da vicino il tema del riconoscimento legale delle nostre scelte affettive.

Non dispiacerebbe neanche a noi, come non dispiace alle coppie eterosessuali sposate, poter accedere a mutui agevolati e sgravi fiscali. Ma ancora più di questo forse conta il riconoscimento di dignità sociale che il Pacs implica. Una nostra amica, che abbiamo visto da poco a cena, si sta sposando e ci ha raccontato i preparativi per il matrimonio. La cerimonia, i parenti, le spese.

C’è tutta una ritualità complessa che a noi viene rifiutata, e questo ci ha fatto riflettere sull’importanza di certe forme di visibilità banale, che per gli altri sono scontate e per noi sono ancora un tabù.

37 Anonimo, Un elenco di discriminazioni, Lettera a Gaynews.it, dicembre 2004.

38 Gianni Rossi Barilli, Lasciateci in Pacs, in “Pride”, gennaio 2004.

Ma siamo fiduciosi: bisogna saper vedere il presente e pensare al futuro. Le forme e i principi organizzativi della famiglia si discosteranno sempre di più dai modelli tradizionali; il Pacs è un primo tentativo di adeguarsi alla realtà…”.

COPPIA GAY? LICENZIATE39

Emanuela e Paola si amano e hanno deciso di formare una coppia a tutti gli effetti.

La prima è un transessuale, la seconda una lesbica, trentaquattro anni l’una, venticinque l’altra. Da qualche mese fanno parte dello stesso nucleo familiare regolarmente registrato all’anagrafe di Castelnuovo don Bosco, il paesino dell’astigiano famoso per il suo santuario e per i tanti fedeli che vi si recano in visita ogni anno.

Emanuela e Paola lavorano e vivono nel paese: sono assistenti di persone affette dal morbo di Alzheimer presso due Case di riposo gestite dalle cooperative sociali Coesis e Bios. “Ci siamo trovate entrambe senza lavoro racconta Emanuela e senza sapere il perché. O meglio, il motivo lo conosciamo bene: le due cooperative non condividevano le nostre scelte sessuali e di vita. In una parola: davamo scandalo. Io avevo firmato un contratto di lavoro a termine, ma la Coesis mi aveva iscritto ad un corso Adest (per i servizi tutelari) che si conclude alla fine di quest’anno, dimostrando, almeno inizialmente, l’intenzione di investire a livello professionale sulla mia persona. Tuttavia, all’inizio di aprile, cioè tre settimane prima dello scadere del contratto, mi hanno comunicato la loro intenzione di non rinnovarmi un altro periodo lavorativo a causa di pressioni subite dalla direzione della Casa di riposo da loro gestita. Lo stesso giorno, al rientro dalle ferie, Paola, regolarmente assunta a tempo indeterminato presso la Bios, viene informata di essere stata messa in congedo forzato per venti giorni e senza stipendio”. La motivazione? “È una questione di immagine, cerchi di capire”, le risposero i responsabili della sua cooperativa.

“Siamo state costrette a rivolgerci all’ufficio legale della Cgil che ha denunciato il nostro caso e inviato alla cooperativa di Paola una lettera in cui si segnalava l’irregolarità della procedura del riposo forzato, in quanto, per contratto, devono essere garantite almeno centosessantacinque ore mensili. A seguito dell’intervento sindacale, la mia compagna è stata reintegrata, mentre per me la situazione è ancora bloccata. Nel frattempo sono stati ben sessanta i colloqui di lavoro a cui mi sono presentata, ma ogni volta il risultato è stato lo stesso: .. Non è il mio aspetto a tradire, bensì la carta d’identità: il mio nome è ancora quello di un uomo. Ma per poco. L’anno prossimo sarò sottoposta all’intervento chirurgico e alla cura ormonale che mi renderà donna a tutti gli effetti e che mi permetterà finalmente di cambiare la mia identità”.

COPPIA GAY? LICENZIATI40

Dal palco del Maurizio Costanzo show alle nuove discriminazioni, fino al licenziamento dal mobilificio in cui avevano trovato un lavoro precario.

La storia di Giuseppe e Antonio, la coppia gay di Teverola che ha mobilitato l’Italia della solidarietà, non ha ancora un lieto fine. I due raccontarono in diretta dagli schermi di Canale5, lo scorso giugno, l’aggressione subita in un bar di Teverola, quando un branco di ragazzi li picchiò solo perché omosessuali.

Reazioni sdegnate arrivarono da tutto il Paese, ma, a neppure un anno di distanza, oggi loro denunciano il bis: “Ci hanno licenziato innanzitutto perché siamo una coppia omosessuale, fornendo a corredo una serie di scuse poco plausibili”, dice Giuseppe e ricorda: “Subito dopo la trasmissione, si mise in moto un meccanismo mediatico che ci impressionò - sottolinea - un putiferio lanciato sotto l’egida prestigiosa del teatro Parioli di Roma, il tempio di Costanzo; seguirono articoli di quotidiani e riviste, interviste televisive e addirittura manifestazioni di piazza

39 __, __, in “La Repubblica”, 16 maggio 2002.

40 Lorenzo Iuliano, Ci hanno licenziato perché gay, in “Il Mattino di Napoli”, 10 marzo 2005.

con tanto di patrocinio di Amnesty International, il tutto è durato per ben quattro mesi, periodo durante il quale credevamo di poter voltare pagina, di non dover più subire offese, ingiurie e pestaggi, anzi di poter aiutare le coppie di fatto gay ad avere una propria dignità e vita normale”. Giuseppe e Antonio, con l’aiuto di Costanzo, hanno lasciato Teverola e si sono stabiliti vicino Perugia, dove gli è stato trovato un impiego in un mobilificio, “poi Costanzo promise che non ci avrebbe abbandonato, invece il circo mediatico ha chiuso i battenti per noi”.

E sono tornati i commenti sottovoce, le occhiatine piene di sdegno, le allusioni fuoriluogo, “anche in Umbria il velo d’intolleranza fa pesare la diversità, anche se nessuno ti assale nei bar come a Teverola - spiega Giuseppe - Durante un dibattito su una rete locale, ad esempio, noi rivendicammo i diritti degli omosessuali, per tutta risposta arrivarono telefonate di protesta dei telespettatori, gente che ci diceva di vergognarci”.

Lui aveva un lavoro da arredatore nel mobilificio, mentre Antonio si occupava di logistica per la stessa azienda: “Siamo stati assunti con un contratto a termine di sei mesi, tuttavia non abbiamo trovato un ambiente sereno, restavano i pregiudizi da parte di tutti - insiste Giuseppe - fino a poche settimane fa, quando il titolare ci ha comunicato il nostro licenziamento, dicendo che la ditta sta attraversando una fase di difficoltà e deve procedere a un’opera di ristrutturazione, tuttavia l’azienda non ha chiuso, la verità purtroppo è che ancora una volta ha influito la nostra diversità”. Ora i due sono alla ricerca di un’occupazione, “che ci dia un po’ di tranquillità e dia un senso al nostro trasferimento da Teverola - fa sapere Giuseppe - abbiamo avuto già diversi contatti, invano però, perché dobbiamo registrare sempre gli stessi sguardi di stupore verso il nostro amore”. Giuseppe sta affrontando tra mille difficoltà anche la causa di divorzio dalla sua ex moglie.

Antonio gli resta accanto e insieme continuano a sognare di poter celebrare un giorno la loro unione civile “o il matrimonio o pace che sia”.

ASPETTA UN FIGLIO E NON È SPOSATA. LICENZIATA41

Ha perso la cattedra di religione perché aspettava un figlio senza essere sposata. Né a salvarla dal licenziamento sono valse le leggi che tutelano la maternità.

L’autorità diocesana, infatti, ha il potere insindacabile di revocare l’idoneità ai docenti di religione, anche quando insegnano in una scuola statale, se il loro comportamento contravviene alla morale cattolica. L’insegnante ha fatto ricorso, ma anche la Cassazione le ha dato torto.

LA SALMA ‘RAPITA’42

Crediamo che questa storia possa essere d’esempio a quanti si chiedono per quale motivo i gay vogliano richiedere allo Stato italiano il matrimonio.

È la triste storia di un amore non accettato da una delle famiglie. Roberto e Stefano, una coppia insieme da vent’anni, da tutti rispettata nel quartiere.

Stefano muore di leucemia, per Roberto l’unica ragione di vita è la cagnolina che lui stesso aveva regalato a Stefano: se non fosse per lei avrebbe già tentato il suicidio. Il suo unico cruccio è riportare a Roma Stefano, perché nel frattempo era stato “rapito” dai suoi genitori (ai quali non era mai andata giù la sua omosessualità) e riportato in Sardegna per essere sepolto nel paese natio in cui non voleva tornare, dopo anni di liti, crudeltà familiari.

Roberto inizia una serie di battaglie con i suoi “ex-suoceri” che nel frattempo gli strappavano via i ricordi di Stefano. Perfino la macchina vogliono portargli via.

41 Anonimo, Testimonianza da un sito; 25 marzo 2005; La testimonianza è consultabile in Internet [http://www.acynson.it/Vita.di.Coppia.Sentenze.htm], ultima visita marzo 2005.

42 Lettera a Natalia Aspesi in Natalia Aspesi, Il matrimonio gay arma a doppio taglio, in “Il Venerdì di Repubblica”, 26 novembre 2004, p. 162.

Si profila per la famiglia il reato di sequestro di salama. Ma purtroppo all’improvviso Roberto si ammala, pochi giorni fa è morto. Non ha potuto rispettare la volontà di Stefano di stargli accanto anche dopo la morte.

VARIE

VIA DA CASA, SIETE DIVERSI! 43

Andrea e Luca sono una coppia gay e hanno rispettivamente 22 e 24 anni. Li intervistiamo.

Da quanto tempo state insieme?

Luca Stiamo insieme da più di tre anni. Ci siamo conosciuti a Roma in una casa che avevamo affittato con altri studenti. Ci siamo piaciuti subito, almeno per quanto mi riguarda, e penso che questo valga anche per Andrea. Dopo poco tempo ci siamo fidanzati.

Andrea Ci siamo conosciuti a dicembre e siamo rimasti in quella casa fino a maggio del 2002. Poi abbiamo dovuto cambiare casa.

Per quale motivo?

Andrea Il motivo ufficiale è stato che il proprietario voleva ritornare nella sua casa perché era in punto di morte. Però noi abbiamo il dubbio che ci abbiano cacciato per i nostri gusti sessuali…

Luca …anche perché, prima di noi, è stato cacciato un altro ragazzo che era dichiaratamente gay. Il proprietario ha cacciato prima lui e poi, un mese dopo, ci ha detto di andare via perché serviva la casa.

Comunque, ufficialmente, il motivo era che il proprietario aveva bisogno della casa…

Luca …Sì ma non si spiega come mai gli altri studenti vivano ancora lì.

Avete trovato un altro appartamento insieme?

Andrea e Luca Sì, sempre.

Andrea Abbiamo trovato una stanza doppia, sempre a Roma. Siamo rimasti lì fino a fine ottobre 2002. Nella stessa abitazione c’erano tre lavoratori, del Sud.

Luca Praticamente stavamo sempre in camera perché non c’era un buon rapporto con gli altri. Si respirava un’aria abbastanza tesa perché avevano capito che eravamo fidanzati, che vivevamo insieme come coppia.

Ma vi eravate dichiarati?

Andrea No, ma non facevamo nulla per nasconderlo. Avevamo un letto matrimoniale!

Luca Erano due lettini singoli che avevamo uniti. La nostra camera era l’unico punto della casa dove poter stendere i panni, gli altri ragazzi entravano in camera nostra e più d’una volta ci hanno visti sul letto assieme. Non ci hanno visto in atteggiamenti “equivoci” però era palese che avessimo una storia.

E così vi hanno ricacciato…

Luca Ebbene sì. Quando ci hanno cacciato, hanno cercato di nascondere il motivo vero dicendo che la stanza serviva al proprietario. Noi senza fare obiezioni ci siamo messi alla ricerca di un terzo appartamento. Nel frattempo ci siamo resi conto che la stanza veniva visitata da altri ragazzi, quindi non serviva al proprietario. Poi durante un litigio che abbiamo avuto col responsabile dell’appartamento, ci ha detto chiaramente che noi vivevamo una vita diversa, vivevamo in un mondo tutto nostro impossibile da conciliare col loro tipo di vita….

Andrea Ha detto che per come vivevamo dovevamo cercare un monolocale perché stavamo sempre assieme…

BACI NEGATI44

43 Pseudonimi. Testimonianza raccolta da Vito Tronnolone, 05 aprile 2005.

44 Anonimo, Discriminazione della Polfer di Bari, in “Gayroma.it”, giugno 2002. La testimonianza è consultabile all’url: http://www.gayroma.it/lettere/le-17giugno2002.asp, ultima vistita settembre 2004.

Ero in auto con il mio ragazzo davanti alla stazione di Bari. Il treno che mi avrebbe riportato a casa era già stato annunciato in arrivo. Eravamo abbracciati, solo abbracciati. È arrivata la Polfer che ci ha dapprima chiesto i documenti.

Alla mia richiesta di spiegazioni, hanno cominciato ad urlare che “certe cose dovevamo andare a farle in campagna”, che ora ci avrebbero “fatto passare i guai” e che “una bella denuncia per atti osceni in luogo pubblico non ce l’avrebbe tolta nessuno”.

Al che ho fatto notare che ci fossero altre coppie lì vicino (maschio e femmina), che - contrariamente a noi che eravamo solo abbracciati - si baciavano appassionatamente, per cui il motivo di tanto accanimento era chiaramente il fatto che eravamo una coppia gay.

È quindi seguita una ulteriore minaccia di “denuncia per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale”.

All’atto di compilare materialmente il verbale ci hanno detto “Vabbè va… ringraziate che noi siamo delle persone per bene e che per stavolta vi lasciamo andare. E muovetevi, prima che cambiamo idea.”

ANCORA BACI NEGATI45

Abbiategrasso. È finita in maniera movimentata la serata di domenica [4 febbraio 2001, n.d.a.] alla birreria Cantinone di viale Cattaneo 32. A tenere banco è stato il battibecco tra la titolare del locale e tre coppie di omosessuali.

Questi i fatti: è circa la mezzanotte di domenica, i sei ragazzi sono seduti ad un unico tavolo, bevono e chiacchierano, due di loro si scambiano effusioni, un abbraccio e un bacio. In quel momento entra nella saletta nella quale si trova il gruppo la titolare che nota la scena e resta spiazzata. “Ma come siete due ragazzi!” dice. E quelli candidamente ammettono l’evidenza: “Sì, siamo due maschi e allora?”. “Allora non comportatevi così!” incalza la donna.

E scoppia il litigio che termina quando i sei lasciano il locale in malomodo, sbattendo la porta dopo aver gettato i soldi contro la cassa. I frequentatori del locale sono divisi: c’è chi prende le difese dei giovani gay e chi invece dà ragione alla titolare. E finalmente, a notte fonda c’è qualcosa di gustoso di cui parlare, anche perché gli omosessuali protagonisti si sono già visti al Cantinone (dove giurano di non voler mai più mettere piede) e perché alcuni di loro abitano ad Abbiategrasso.

DISCRIMINAZIONI FAMILIARI46

Vivo col mio fidanzato da qualche tempo, e stiamo assieme da 8 anni circa, l’altro giorno mi ha detto: “Vengono mia sorella e mia nipote a vedere la casa, devi far sparire ogni traccia di te”.

L’ha detto bene, quasi fosse una battuta brillante. Lui è il non-etero che non ha mentito ma non ha nemmeno detto, io il giovane (sempre meno) che l’ha detto in famiglia, agli amici, che ora ha meno famiglia e meno amici (e non tutti perchè semplici ex-complici o superficiali…) solo per la paura di una cosa che non si spieghi bene, nonostante ormai ogni film o trasmissione abbia il gay politically correct che ti attende.

Allora sì sono certo che una posizione dello Stato nel riconoscere l’esistenza dei gay (perchè di quella si tratta - la prima frase di mio padre fu “i gay non esistono” poi ancora più subdola “non ne ho mai conosciuto uno”). Nelle scuole va detto, e se lo dirà lo stato lo diranno anche le scuole. Però deve essere una cosa seria, non sapevo del gruppo Gay Lib, mi informerò, forse la penso come loro.

Quello di cui sono sicuro è che serva “soltanto” specificare che nel matrimonio i coniugi possono essere del sesso che gli pare, perchè se abbiamo tutti gli stessi diritti allora possiamo tutti sposare una donna, un uomo o quale altra forma in cui la natura abbia deciso di manifestarsi. […]

45 Alessandra Ceriani, Scandalo ad Abbiategrasso, in “Ordine e libertà”, 9 febbraio 2001.

46 Lorenzo, Testimonianza da un forum on-line; 14 gennaio 2004; La testimonianza è consultabile in Internet [http://it.gay.com/forum/read.php?f=43&i=7180&t=7180], ultima visita marzo 2005.

MANO NELLA MANO. PICCHIATI47

«Voi gay non ci potete andare in giro…». Un ultimatum e poi una scarica di calci e pugni alla faccia e alla pancia. Così due ragazzi sono stati pestati a sangue solo perché camminavano come due fidanzati, mano nella mano, in mezzo a via del Corso. È successo ieri pomeriggio nella centrale strada simbolo del passeggio e dello shopping del fine settimana. L’aggressione contro i due giovani gay è avvenuta a pochi metri da largo Goldoni dove alcuni militanti di ultradestra stavano manifestando per chiedere l’abolizione della festa del 25 aprile. Un presidio organizzato da Forza Nuova e controllato da uno schieramento di forze dell’ordine.

L’aggressione è avvenuta davanti agli occhi di decine di passanti. Molti turisti spagnoli e francesi che hanno soccorso i due giovani. Nel frattempo sono accorsi anche alcuni poliziotti in servizio per la manifestazione d’estrema destra. Ma non è stato possibile accertare se gli aggressori fossero militanti di Forza Nuova. «Quando hanno cominciato a insultarci erano in tre poi sono arrivati altri. - racconta Franco, 23 anni, studente universitario di Tor Vergata - Ci hanno detto che non potevamo andare in giro tenendoci per mano. “Ma dove vi credete di essere, ve ne dovete andare…” mi ha urlato uno di loro. Gli ho risposto: “Io vado come e dove voglio”. È stato allora che quello mi ha tirato un calcio in pancia. Poi sono arrivati gli altri e ci hanno picchiato». Il pestaggio è durato pochi istanti. Calci e pugni in faccia poi il gruppetto di picchiatori e fuggito davanti a molti passanti che non comprendevano tanta violenza. La ragione, i due giovani l’hanno poi spiegato agli agenti accorsi in loro aiuto. «Ci hanno aggredito perché secondo loro stavamo dando scandalo» hanno raccontato i due ragazzi che poi hanno anche riconosciuto uno dei picchiatori. Gli agenti hanno provveduto a identificarlo. Ora gli investigatori dovranno accertare se appartiene ai gruppi che manifestavano dietro la bandiera con la croce celtica. Oltre al reato di lesioni potrebbe essere contestato l’incitamento all’odio razziale.

I due giovani malconci sono stati portati al pronto soccorso del San Giacomo. I medici hanno riscontrato contusioni e ferite guaribili in dieci giorni. Anche al posto fisso dell’ospedale è stata registrata l’aggressione e ora seguirà una denuncia al commissariato Trevi, diretto dal vice questore Antonio Del Greco. «Abbiamo deciso di presentare denuncia perché speriamo che quei picchiatori non la facciano franca - auspicano i due giovani - Non solo noi ma tutti devono essere liberi di poter camminare per strada senza paura».

MANO NELLA MANO. PICCHIATI I48

Il 12 giugno a Teverola (Caserta) una coppia gay è stata aggredita da un “branco” in un bar.

Il 24 ottobre, a Napoli, due ragazzi gay sono stati aggrediti e schiaffeggiati da un gruppo di coetanei nella centralissima Piazza Bellini. Il 25 ottobre a Milano due ragazzi, mano nella mano, sono stati aggrediti e picchiati in corso Gottardo al grido di “froci” e “culattoni”, termine rilanciato pochi giorni prima dal ministro fascista Mirko Tremaglia.

QUATTRO COPPIE CHIEDONO DIRITTI49

Clausio Bassi e Peter Favini, coppia omosessuale di Milano, vorrebbero parlare con Prodi dei problemi di chi, dopo aver convissuto con una persona magari per trent’anni, si vede poi negato il diritto ad assistere il partner morente in ospedale. Alessandra Capuano e Alberto Fofi, coppia etero di Napoli, vorrebbero discutere con il leader dell’Unione i temi che toccano le coppie di fatto, come ad esempio il divieto, se non si È sposati, di lasciare in eredità il proprio patrimonio alla persona con cui si È condivisa l’esistenza.

47 Marino Bisso, Mano nella mano al Corso aggrediti due giovani gay, in “La Repubblica”, 25 aprile 2005.

48 Arcigay, La scuola maestra di omofobia. Urge una legge contro le aggressioni antigay, comunicato stampa, Bologna, 22 dicembre 2004.

49 Alessandro Zan, Arcigay: Prodi venga a cerimonia Pacs Day, lancio di agenzia, ANSA, 25 aprile 2005.

Odette Rouillard, lesbica canadese che vive ad Ancona con la sua compagna, vorrebbe che Prodi sostenesse il Pacs, “con il quale potrei almeno ottenere il permesso di soggiorno subito e la cittadinanza dopo 5 anni di residenza legale”.

FEDERICA E FRANCESCO FILIPPONI50

Francesco è morto. È morto il 21 maggio del 2004, investito da un pirata che guidava in stato di ebbrezza e che non ha rispettato la precedenza. Francesco è morto sul colpo, contro un palo della luce, a 38 anni, mentre stava recandosi al lavoro. […]

Il “Corriere Adriatico” del giorno dopo ha dato la notizia dicendo che Francesco Filipponi lasciava la moglie Federica. Ebbene il problema di tutta questa storia, è proprio questo, oltre al dolore ed al lutto indicibile che ci ha colpiti: Federica e Francesco, benché lui da anni la presentasse a tutti come sua moglie, non erano affatto sposati.

L’avrebbero fatto, si sarebbero sposati proprio questo autunno o la prossima primavera, ma purtroppo il destino non ha voluto che le cose andassero così.

E certamente, la Morte, quando arriva, non ti dà il tempo di “sistemare le tue cose”, come vorrebbe la legge italiana in un caso come questo. La Morte non è tenuta a rispettare il Codice Civile, il diritto delle successioni e certo non rispetta le esigenze umane. […] Federica e Francesco si sono conosciuti ed innamorati nel 1994, dieci anni fa, e da allora non si sono mai separati per più di una settimana, amandosi di quegli amori che solo la morte può intervenire a turbare. Ma non a cancellare, perché Federica ama ancora profondamente il suo Francesco. […]

Nel giugno del 1997, Francesco e Federica presero in affitto un piccolo alloggio, in Via Firenze, a Senigallia, e andarono a vivere insieme.

Pensi che nostra madre era contraria alla coabitazione perché non si erano ancora sposati! Ma nostra madre morì, dopo una malattia breve ma prostrante per tutta la famiglia, il 1° novembre del 1997, e da allora Federica prese a vivere un po’ con il papà, per accudirlo ed alleviargli i dolori della vedovanza, un po’ con Francesco, che continuava, naturalmente, ad essere l’incrollabile punto fermo della sua esistenza.

Nel 1999 Francesco si trasferì in un’altra casa […] e Federica si trasferì definitivamente con lui.

Nel 2001 Francesco (e Federica) acquistano la casa di S. Angelo di Senigallia e si trasferiscono lì a febbraio del 2002. Francesco contrae un mutuo e lo assicura. Entrambi hanno la residenza lì dal mese di luglio del 2002.

Quando Francesco muore, il mutuo viene bloccato e pagato dall’assicurazione, quindi la loro casa, oggi, è di proprietà degli eredi. Gli eredi sono il padre di Francesco, Giancarlo Filipponi, la madre, Rita Milletti, e la sorella maggiore, Francesca Filipponi coniugata Felicetti.

A questo punto vorrei chiedere, se un ragazzo di 36 anni, che ha la stessa compagna da 7 anni, assicura un mutuo, per chi lo sta assicurando? Per i suoi eredi in linea ascendente o per la donna che ama e che vive con lui? E poi, è credibile che due persone che vivono insieme, con un mutuo intestato ad uno solo di loro, non collaborino nel pagarlo e nel sostenersi reciprocamente dal punto di vista economico? Federica ha sempre lavorato, come ha potuto, e sempre contribuito all’andamento “familiare”.

Già, ma loro non erano sposati. E la legge italiana non garantisce nessuna tutela per queste vedove che non sono vedove, non è vero? Eppure ci sono matrimoni che durano poche ore, pochi mesi, 2 o tre anni; qui stiamo parlando di una convivenza durata 10 anni con microscopiche soluzioni di continuità. […]

Il 22 maggio 2004, il giorno prima del funerale di Francesco, la sorella Francesca dice a Federica, davanti a testimoni: “Non ti preoccupare, Chicca. La casa è tua.” Vorrei aggiungere che Francesco e Federica avevano deciso, qualora non avessero potuto avere figli, che pure volevano, di lasciare la casa alla nipote di Francesco, Claudia, figlia appunto della sorella, oggi poco più che maggiorenne.

50 Ludovico Mazza, Lettera all’On. Franco Grillini, Torino, 10 novembre 2004.

A giugno i genitori di Francesco incominciano a rivolgere a Federica richieste verbali sempre più pressanti di lasciare la casa, perché loro la devono vendere e, naturalmente, adducono persino motivazioni etiche ed

affettive: lei non li avrebbe rispettati durante il suo rapporto con Francesco, non li ha frequentati volentieri e non li ha riveriti come si conviene a dei suoceri. […]

Federica ha scritto al cognato Sig. Felicetti, l’orchestratore della strategia degli eredi, un sms che diceva: “Sei uno sciacallo, figlio del demonio”, uno sfogo puerile ma, credo, assolutamente comprensibile, da parte

di una giovane donna a cui non si dà nemmeno il tempo di piangere la morte dell’uomo che ama senza cercare di sbatterla in mezzo ad una strada. In seguito a quell’sms Federica è stata denunciata il 1° settembre 2004 per ingiurie e molestie.

La casa è stata pagata 256milioni di lire. Ad una settimana dalla morte di Francesco, i suoi zelanti genitori l’hanno fatta stimare 400milioni ed ora chiedono a Federica 350 milioni per poterne acquistare la proprietà (tenendo presente anche che riusciranno comunque a lucrare sulla morte del figlio, se è questo che a loro preme, incassando un cospicuo risarcimento dall’assicurazione della controparte, di chi l’ha investito, mentre Federica ne avrà un risarcimento minimo per danni morali, legittimamente spettante alla convivente).

Federica riceve la prima comunicazione scritta, da parte degli “ex-suoceri” e dell’”ex-cognata”, una raccomandata, il 14 luglio 2004, a 57 giorni dalla morte del Suo compagno, in cui i tre le chiedono di lasciare l’immobile che sta occupando senza titolo. Già… un titolo. La legge italiana, in questi casi, richiede un titolo. E Federica, evidentemente, non ce l’ha.

La seconda comunicazione scritta, via telegramma, risulta di poco successiva: la avvertono di aver dato mandato al loro avvocato per agire al fine di ottenere l’immediata disponibilità dell’immobile.

La terza comunicazione scritta, raccomandata a/r del 1/10/2004, proviene da un avvocato e chiede il “rilascio dell’immobile libero da persone e cose di sua proprietà entro e non oltre i 10 giorni dal ricevimento della presente”. I 10 giorni, naturalmente, sono trascorsi. Gli eredi del suo povero Francesco agiranno contro di lei per sbatterla fuori di casa nel minor tempo possibile.

[…]Mentre in Spagna si legifera sulle coppie omosessuali, in Italia non si riesce o non si desidera offrire una tutela al superstite di una coppia di fatto eterosessuale? E gli si fa correre il rischio di vedersi sbattere fuori casa da un momento all’altro dagli eredi del compagno venuto a mancare? Per quanto riguarda il diritto successorio, ritengo che le sue caratteristiche di “diritto naturale” siano da considerarsi in senso collaterale e discendente, non certo ascendente: la natura chiede che le proprietà passino dai genitori ai figli, è un sovvertimento di questo ordine che il passaggio avvenga dai figli ai genitori, e, credo, una cosa che nessun figlio, innamorato della propria compagna di vita, si attenderebbe né si auspicherebbe.

Confido nel suo senso di giustizia, confido nel suo essere persona progressista ed illuminata, nella sua lodevole abitudine di impegnarsi in battaglie riguardanti i diritti civili di categorie deboli, nel suo desiderio di vedere il nostro paese progredire ed eliminare con lentezza ma decisione i tratti barbarici che ci portiamo ancora dietro. Ringraziandola per la sua attenzione, e rivolgendole la mia stima e la mia fiducia, le porgo i miei più cordiali saluti.

Ludovica Mazza

CONCLUSIONI

CI SARÀ UN GIORNO…

Ci sarà un giorno, ne sono certo,

non potrà non esserci un giorno,

il giorno in cui tra la folla del centro

sfiorerai con le dita i miei capelli

e non ci sarà nessuno,

nessun sorriso, nessun ammiccamento,

noi soli,

e i nostri sorrisi,

non esisteranno catene ed imbecilli,

ma le nostre mani subito intrecciate,

l’orgoglio nei tuoi occhi di sapermi tuo.

Ci sarà un giorno, ne sono certo,

non potrà non esserci un giorno,

in cui non mi nasconderai più,

il giorno in cui ti fiderai,

sentirai che chi ti ama

non potrà non accettarti,

amarti di più

nel saperti te.

Ci sarà un giorno, ne sono certo,

perchè non esiste troppo tardi,

non esiste il mai,

esiste il nostro amore.

Giuseppe Iaculo51

51 Giuseppe Iaculo, Ci sarà un giorno, in “Gaynews.it”, 28 gennaio 2000. La poesia è consultabile in Internet alla pagina: http://www.gaynews.it/view.php?ID=2922. Ultima visita ottobre 2004.

BIBLIOGRAFIA

BIBLIOGRAFIA GIURIDICA

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NORMATIVA REGIONALE

Regione Emilia-Romagna – Legge Regionale 8 agosto 2001, n. 24. Disciplina generale dell’intervento pubblico nel settore abitativo (art. 24).

Regione Toscana – Legge Regionale n. 266, Norme contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, nov. 2004.

Regione Umbria – Statuto Regionale (art.5), 2 aprile 2004.

Regione Valle d’Aosta – Legge Regionale sulla famiglia, giugno 1998.

NORMATIVA STATI MEMBRI UE

Austria – Codice Penale 1975, Paragraph 72, emendato nel 1998, Personen, die miteinander in Lebensgemeinschaft leben.

Belgio – Loi du 23 novembre 1998 instaurant la cohabitations légale.

  • Loi du 13 février 2003 ouvrant le mariage à des personnes de meme sexe et modifiant certaines dispositions du Code civil (1).

Danimarca – Lov om registreret partnerskab, 7 giugno 1989, n. 372.

Finlandia – Act on Registered Partnerships (950/2001; amendments up to 1229/2001 included).

Francia – Loi no. 99-944 du 15 novembre 1999 relative au pacte civil de solidarité.

  • Loi no 2004-1486 du 30 décembre 2004 portant création de la haute autorité de lutte contre les discriminations et pour l’égalité .

Germania – Legge del 16 febbraio 2001, Gesetz zur Beendigung der Diskriminierung gleichgeschlechtlicher Gemeinschaften: Lebenspartnerschaften, Bundesgesetzblatt 266.

Irlanda – Civil Partnership Bill 2004, (as initiated at Parliament).

Lussemburgo – Loi du 9 juillet 2004 relative aux effets légaux de certains partenariats .

Paesi Bassi – Atto del 21 giugno 1979, emendamento art. 7A:1623h del Codice Civile, Staatsblad 1979, n. 330;

  • Atti del 17 dicembre 1980 (Staatsblad 1980, n. 686) e 8 novembre 1984 (Staatsblad 1984, n. 545), emendamenti della Inheritance Tax Act 1956.

  • Atto del 5 luglio 1997, emendamento del Libro 1 del Codice Civile e Codice di Procedura Civile, geregistreerd partnerschap (registered partnership), Staatsblad 1997, n. 324.

  • Atto del 21 dicembre 2000, emendamento Libro 1 del Codice Civile, Act on the Opening Up of Marriage, Staatsblad 2001, n.9.

Polonia – Registered Partnership Bill, approvata dalla Camera Alta nel dicembre 2004.

Portogallo – Lei No. 7/2001 de 11 de Maio, Adopta medidas de protecçào das uniòes de facto, 109 (I-A) Diario da Repùblica 2797.

Regno Unito – Civil Partnership Act 2004, 2004 Chapter 33.

Spagna – Ley de Arrendamientos Urbanos, 24 novembre 2004, artt. 12, 16, 24.

  • Proyectos de ley, enmiendas 121/000018 Por la que se modifica el Còdigo Civil en materia de derecho a contraer matrimonio, approvato dalla Camera Bassa il 21 aprile 2005.

Svezia – Lag om homosexuella sambor (Homoexual Cohabitees Act), SFS 1987:813.

  • Lag om registrerat partnerskap (Law on Registered Partnership), 23 giugno 1994, SFS 1994:1117.

Ungheria – Atto n. 42 del 1996, emendamento art. 685/A Codice Civile.

NORMATIVA COMUNITARIA

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 21)

Consiglio d’Europa. Raccomandazione dell’Assemblea n. 1474 del 26 settembre 2000. Situation of lesbians and gays in Council of Europe member states.

Parlamento Europeo. Risoluzione dell’8 febbraio 1994 (A3 0028/94). Parità di diritti per gli omosessuali nella comunità.

Parlamento Europeo.Risoluzione dell’8 aprile 1997 (A4 00112/97). Rispetto dei diritti dell’uomo nell’Unione Europea nel 1995.

Parlamento Europeo. Risoluzione del 17 settembre 1998 (B4 0824 e 0852/98). Parità di diritti per gli omosessuali nell’Unione Europea.

Unione Europea. Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, 29 ottobre 2004. Parte II Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, art. II-81 (Non discriminazione).

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