Dall'archivio. Intervista ad Anna Politkovskaya

Pubblicato il 9 Ottobre 2006 da Roberta Jannuzzi
Anna Politkovskaya, uccisa il 7 ottobre a MoscaAnna Politkovskaya, uccisa il 7 ottobre a Mosca

Ad agosto avrebbe compiuto 50 anni. Le sue inchieste davano fastidio a molti, soprattutto al Cremlino. Un sicario l'ha uccisa in un sabato pomeriggio di due anni fa: quattro colpi sparati nell'ascensore del condominio dove abitava nel centro di Mosca. Radio Radicale aveva intervistato Anna Politkovskaya nel dicembre del 2002 e la ricorda riproponendo quell'intervista.

20 dicembre 2002

Intervista ad Anna Politkovskaya

di Ada Pagliarulo

Anna Politkovskaya è la giornalista russa con cui i sequestratori ceceni del teatro Dubrovka di Mosca chiesero di poter negoziare. Le spiegarono che avrebbero rilasciato gli ostaggi a due condizioni: che Putin annunciasse la fine della guerra in Cecenia e che, come gesto concreto, ordinasse il ritiro delle truppe russe almeno da una regione. Invocarono la mediazione della Politkovskaya perché era l’unica giornalista russa di cui si fidassero: era stata in Cecenia più di cinquanta volte, aveva attraversato il Paese sfuggendo alle limitazioni che le autorità russe impongono ai giornalisti ed era stata per questo arrestata e rispedita a Mosca. Ha scritto tre libri su questa guerra e continua a documentare, attraverso i suoi reportages per la Novaya Gazeta, le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dall’esercito russo. Moltissimi sono i premi ricevuti, in Russia e all’estero, per la sua attività giornalistica. Il 20 dicembre 2002 le è stato attribuito a Roma il Premio Irina Alberti. E’ poi stata ospite degli studi di Radio Radicale, dove abbiamo potuto intervistarla insieme allo storico georgiano Nodar Gabashvili.

Le abbiamo chiesto innanzitutto di raccontarci come si svolgono le famigerate ‘zachistka’, le operazioni di rastrellamento operate dall’esercito russo di cui tanto spesso ha parlato nei suoi reportages di guerra. La fase militare è finita, secondo il presidente russo: l’esercito si limita ad operazioni antiterroristiche per isolare i bojvik, i guerriglieri che si nascondono tra la gente di Cecenia, impedendo ad una pacifica maggioranza di cittadini di tornare alla tranquillità. A questo servono, secondo Putin, le zachistka e i bombardamenti aerei dei villaggi, che sono la caratteristica di questa guerra.

Anna Politkovskaya- Quando c’è una zachistka, il villaggio viene circondato dalle truppe. Se è un villaggio con ventimila abitanti, si ha la stessa quantità di militari. Il paese viene bloccato e, contemporaneamente, viene bombardato dall’alto. Entrano in funzione anche i carri armati e l’artiglieria pesante. Il blocco non riguarda solo il perimetro esterno del villaggio, perché anche tutte le strade vengono bloccate: gli abitanti non possono lasciare le case, anche per due o tre settimane e sono costrette a vivere solo delle scorte alimentari che hanno nelle abitazioni. I bambini non possono andare a scuola, gli studenti non possono frequentare l’università, che si trova a Grozny. Nessuno lavora. Le donne che stanno per partorire non possono uscire di casa per andare in ospedale. Se qualcuno muore, non si possono svolgere i funerali secondo le usanze cecene: se si paga una tangente ai militari, si può tutt’al più seppellire il cadavere trasportandolo al cimitero. Queste misure così rigide servono, secondo i militari, ad impedire che i bojvik escano dal villaggio. In realtà, tutta la popolazione di sesso maschile viene portata via e restano solo i bambini e le donne. Ai confini del villaggio viene allestito un ‘campo di filtraggio’, dove viene portata la gente, costringendola a stare seduta: chiunque passi in questi lager subisce un pestaggio, finalizzato ad ottenere la confessione di appartenere ad un’organizzazione di guerriglia. Vengono utilizzate anche le ‘avtozach’, macchine originariamente destinate al trasporto di detenuti: qui si svolgono torture con elettrodi. Molte persone muoiono a causa di queste torture, molti sono i desaparecidos. Chi riesce a tornare al villaggio, ha un comprensibile desiderio di vendetta. Durante queste tre settimane di ‘zachistka’, la popolazione passa attraverso il campo di filtraggio e le ‘avtozach’ tre o quattro volte. E quando nel villaggio restano bambini e donne, i soldati russi si danno al saccheggio. Ora, nello slang ceceno, ‘zachistka’ significa ‘furto’. Rubano qualsiasi cosa possa servire per la vita di tutti i giorni: tappeti da portare nelle loro case, galline…Dal gennaio di quest’anno le ‘zachistka’ non si sono mai fermate: appena terminavano in un villaggio, iniziavano in un altro.

D. Queste operazioni si svolgono alla presenza di un procuratore, di un rappresentante delle autorità civili?

R. Esiste la famosa ordinanza numero 80 del Procuratore generale della Federazione russa, che impone la presenza di un procuratore civile e militare ad ogni ‘zachistka’. Ho spesso discusso con loro. Ma la verità è che la loro funzione si limita a presenziare alle operazioni. E se una persona viene uccisa, poco conta se questo avviene alla presenza di un procuratore o meno…

D. All’inizio di dicembre è stato assolto il colonnello Budanov, colpevole dello stupro e dell’assassinio di una ragazza cecena. Può raccontarci cosa è avvenuto?

R. Quel che è straordinario in questa vicenda è il fatto che sia stato arrestato e processato. Violenze e stupri ai danni delle donne sono un fenomeno molto diffuso, un corollario di questa guerra, come di tante guerre. Ho aiutato molte donne cecene vittime degli stupri: le ho portate con me a Mosca, per farle visitare dai medici. Per quel che riguarda il caso Budanov, bisogna ricordare che il colonnello è stato arrestato il giorno seguente all’elezione di Putin. Aveva compiuto questo crimine dopo aver bevuto per festeggiare l’elezione del nuovo presidente russo. Nelle sue prime dichiarazioni, Putin disse che nel nostro Paese sarebbe stata instaurata ‘la dittatura della legge’: per questo chiese di essere informato su tutto quel che accadeva in Cecenia e su chi fosse questo colonnello, esigendo che venisse processato. Poi però si è entrati in un’altra fase della guerra: dopo l’11 settembre, quando è iniziata la guerra contro il terrorismo, hanno fatto circolare voci secondo cui la ragazza vittima dello stupro era anch’essa una terrorista e che per questo era stata uccisa. Questo è quel che ha detto il capo di stato maggiore. E’ così iniziato il processo per salvare dalle accuse Budanov. La settimana scorsa è stato assolto. Le perizie hanno detto che ‘non era responsabile’: aveva cioè compiuto quell’atto come vendetta per l’uccisione di alcuni ufficiali suoi amici da parte della ragazza. E lei è stata accusata di esser un cecchino: anche se durante le indagini era stato accertato che né la vittima né la sua famiglia avevano nulla a che fare con i terroristi.

D. Malgrado i ceceni abbiano eletto a presidente Aslan Maskhadov nel 1997, Putin ha firmato un decreto per l’organizzazione di un referendum sulla Costituzione e, in seguito, l’indizione di elezioni presidenziali per il 2003. Il capo dell’amministrazione filo-russa Ahmed Kadyrov ha preannunciato che si candiderà alla carica di presidente. Cosa accadrà?

R. E’ prematuro parlare delle candidature presidenziali, visto che deve svolgersi questo referendum. Ma è stupido da parte dei russi pensare che si possa tenere un referendum in un Paese in cui la popolazione non ha neanche la possibilità di muoversi. Quando chiedo ai ceceni: siete d’accordo sull’elezione di un altro presidente? Loro mi rispondono: per favore, lasciate a Maskhadov l’opportunità di portare a termine il proprio mandato. Io credo che queste elezioni significheranno solo una nuova guerra civile, una guerra tra ceceni; questa consultazione non ha nulla a che vedere con la pacificazione della Cecenia e non ha alcuna possibilità di porre termine al conflitto. La verità è che si intende far svolgere queste elezioni finché è presente il contingente militare russo sul territorio ceceno, perché secondo la nostra Costituzione i militari hanno diritto di votare nel luogo in cui si trovano al momento delle elezioni. Certo, si possono presentare come elezioni legalmente valide, ma io credo che si tratti solo di un’opera di public relation con l’Europa, l’Occidente, il Consiglio d’Europa. Rappresentano meno di uno zero, però, in una prospettiva di soluzione del conflitto.

D. Dunque la popolazione cecena si riconosce ancora in Maskhadov?

R. Senz’altro. E’ uno dei maggiori problemi. Un caucasico non sopporta la violazione della propria identità. I ceceni sono coscienti di avere anch’essi un’opinione contraddittoria di Maskhadov. Ma mi dicono: sappiamo che è un presidente debole, ma lo abbiamo eletto e quindi bisogna dargli la possibilità di portare a termine il mandato.

D. La debolezza di cui lei parla a proposito di Maskhadov è riferita ai suoi rapporti con gli estremisti, con Bassaev e i wahhabiti?

R. La sua debolezza è emersa in alcuni momenti in cui è sembrato incapace di difendere il suo popolo, pur avendone avuto la possibilità, nel corso di questa guerra. Ad esempio, durante il conflitto è stato ucciso un gran numero di adolescenti nel paese di cui è nativo Maskhadov e in quel momento lui si trovava a venti minuti di viaggio da quel luogo. La storia di queste adolescenti torturate ed uccise è stato un grande shock per la popolazione cecena, che pure è abituata alle crudeltà della guerra: eppure Maskhadov non ha reagito a queste uccisioni. E’ un segno di debolezza, perché il popolo ha bisogno di sentire che il proprio presidente gli è vicino, è con lui. Per quel che riguarda i rapporti con gli estremisti, in un certo periodo ha adottato una politica di tolleranza, non ha reagito: non solo non li ha emarginati, ma ha allontanato quelli che fanno parte del gruppo ‘europeo’. Akhmed Zakaev (che è un esponente di quest’ala filo-occidentale vicina a Maskhadov e secondo cui le leggi della Cecenia sono ispirate a modelli europei, difendono i diritti umani in conformità con le convenzioni internazionali) è stato ad esempio processato la scorsa estate secondo la Sharia dopo che l’ala di Bassaev aveva preso il sopravvento. Perché era accusato di avere condotto negoziati di pace. Dunque, se le autorità federali non vogliono la guerra, è altrettanto vero che c’è una parte della società in Cecenia che non è interessata alla risoluzione del conflitto. E’ la corrente di Bassaev.

D. Se l’Europa avesse sostenuto Maskhadov, sarebbe cambiato qualcosa?

R. Certamente: avrebbe sentito che qualcuno lo appoggiava e lo sosteneva. Perché è sottoposto ad una doppia pressione: da una parte il centro federale e dall’altra gli estremisti. Entrambi interessati alla continuazione della guerra. Non so se possa esistere un genio in grado di resistere a questa doppia pressione: Maskhadov non lo è. Ho scritto anch’io la scorsa estate, insieme ad altri, che è necessario fermare la guerra: ma gli interessi del Cremlino sono gli stessi di Bassaev. Hanno un legame molto stretto. E credevo che si sarebbe levata la voce dell’Europa, come un giudice terzo, capace di dire ‘basta’…

D. Non pochi osservatori e giornalisti hanno parlato dei rapporti di Bassaev con l’establishment politico e finanziario russo. Un’inchiesta giornalistica di qualche anno fa parlò di un incontro che sarebbe avvenuto in una villa di Berezovski sulla Costa Azzurra tra Bassaev e l’allora capo dell’amministrazione presidenziale di Eltsin, Aleksandr Voloshin. In quell’incontro si sarebbe parlato dell’imminente incursione di Bassaev in Daghestan che, nell’estate del 1999, fu una delle cause dell’inizio della seconda guerra cecena. Lei cosa ne pensa?

R. Io cito solo fatti concreti. Se dalle mura del Cremlino talvolta filtrano voci che sostengono la necessità di porre fine alla guerra, subito Bassaev commette un crimine in Cecenia: le sue azioni favoriscono gli interessi del Cremlino, della sua ala più dura. Io non so se hanno firmato un accordo, ma so che ogni volta, nei momenti cruciali della seconda guerra cecena, Bassaev fa quel che il Cremlino vuole.

D. Veniamo al sequestro degli ostaggi al Teatro di Mosca. Lei ha affermato in un’intervista che in quei giorni erano emerse due linee nell’Fsb (ex-Kgb) sulla possibilità di una trattativa…

R. Certamente. Lo stato maggiore dell’Fsb è composto da vari servizi segreti. Io ho visto che gli ufficiali del Ministero degli Interni tentavano di condurre i negoziati per arrivare pian piano alla liberazione degli ostaggi. Ma la sezione antiterrorismo dell’Fsb era favorevole a misure drastiche. Fino all’ultimo momento, fino alla sera del 25 ottobre, ho assistito alla lotta tra queste due tendenze, nel tentativo di strappare una decisione al presidente Putin in un senso o nell’altro. Sappiamo che ha accettato la linea dell’Fsb. Ma quest’occasione ha reso palese che non c’è unità di vedute all’interno dell’Fsb.

D. Anche tra i politici russi pare non esserci unità di vedute sulla Cecenia. Ad esempio, c’è l’ex-premier Primakov, che è contrario alla soluzione militare del problema ceceno.

R. Sì, c’è la linea di Primakov, c’è quella di Khasbulatov, che è un ceceno. Ma c’è anche la linea degli ufficiali dell’Fsb e del Ministero degli Interni. Vi è la parte più intelligente dell’Fsb che si rende conto di quanto sia inutile, senza via d’uscita, la situazione in Cecenia. Capisce che la decisione presa dal presidente Putin dopo gli avvenimenti della Dubrovka, e cioè la soluzione militare, non offre prospettive. Ed è cosciente che Kadyrov, il capo dell’amministrazione filo-russa in Cecenia, è il simbolo della guerra civile e della sua prosecuzione.

D. Lei pensa che Khasbulatov potrà avere un ruolo in queste presidenziali in Cecenia?

R. Non credo, perché non lo vuole il Cremlino. Attualmente Troshev (il comandante generale delle truppe russe in Cecenia, rimosso dall’incarico in questi giorni) sta tentando di giocare le sue carte e vorrebbe presentarsi alle presidenziali. Quest’uomo sta affogando nel sangue.

D. La sua rimozione si deve quindi al fatto che aveva delle ambizioni politiche?

R. Sì, certo. Il Cremlino sta spianando la strada a Kadyrov. Ma se fosse eletto Troshev, sarebbe una tragedia, perché per tre anni ha diretto il massacro dei ceceni. Ha sulla coscienza tutte le vittime della guerra in Cecenia.

D. Leggendo il racconto che lei ha fatto sulla Novaya Gazeta, si ha l’impressione che le forze speciali che hanno condotto l’assalto alla Dubrovka non avessero un piano. E’ così?

R. Sì, non avevano un piano preciso: ma è normale, perché nessuno può aspettarsi un atto terroristico come quello. Quanto alla decisione presa, che ha causato così tante vittime, è un altro discorso. L’assalto è stato deciso fin dal primo giorno. Se così non fosse stato, si sarebbero avute conseguenze imprevedibili. Le forze speciali, tuttavia, non hanno preparato quest’assalto. Sarei la prima a dire che sono dei criminali: erano obbligati a farlo, perché la situazione poteva sfuggire al controllo in qualsiasi momento. I terroristi erano allo stesso tempo ostaggi, ed erano in una situazione di estremo nervosismo: il mio compito era di esercitare su di loro un potere psicoterapeutico. Non sono una psicoterapeuta ma, come giornalista, sono in grado di parlare sia con il presidente che con un terrorista. Dovevo parlare, parlare, parlare…per tentare di calmare gli animi nel teatro.

D. E lei ha parlato con il presidente Putin in quei giorni?

R. No. Per il Cremlino io sono un nemico. Ho avuto la possibilità di fare conoscere la mia opinione a Putin perché avevo un telefono per spiegare cosa accadeva nel teatro: potevo chiamare il mio direttore che, a sua volta, poteva parlare con Javlinskij. E Javlinskij a Putin.

D. All’indomani della presa degli ostaggi, sono state messe a punto nuove regole, più restrittive, per i giornalisti. Qual è la situazione dei mass media in Russia?

R. Esiste un giornalismo ideologico, che è al servizio del Cremlino…

(Mentre interrogavamo la Politkovskaya sulla libertà di stampa in Russia, il suo cellulare ha squillato insistentemente: da Mosca suo figlio le ha comunicato che un uomo aveva denunciato di aver subito gravi danni in un incidente automobilistico, occorsogli esattamente nelle ore in cui la Politkovskaya si trovava con noi a Roma. Lei stessa ci ha confermato che episodi come questo sono per lei un fatto ordinario. Cambia solo la gravità dei soprusi: due settimane prima, sua figlia era stata aggredita. Nel 2001 i pericoli in cui incorreva sono stati talmente gravi da spingerla a trasferirsi per sei mesi a Vienna, su consiglio dello stesso Ministero degli Interni).

D. C’è stato un cambiamento rispetto all’èra di Eltsin, per la libertà di stampa?

R. Certamente. Ai tempi di Eltsin la stampa era libera. Potevamo scrivere ciò che volevamo, senza timore. Ora c’è un controllo molto rigido: esiste un dipartimento speciale che si occupa dell’immagine del Presidente e anche di come viene trattato un argomento come la guerra in Cecenia.

D. Pensa che l’Europa avrebbe potuto svolgere un ruolo più attivo a difesa dei diritti civili in Russia e in Cecenia?

R. La Cecenia è parte dell’Europa. E l’Europa ha tradito sia la Cecenia che la Russia. La guerra ha conseguenze gravissime per il nostro Paese: esiste, ad esempio, il problema di un milione di soldati tornati dalla Cecenia, abituati a risolvere ogni contrasto con la forza. I metodi adottati dal centro federale, da Mosca, alimentano il terrorismo. All’inizio del conflitto non c’erano kamikaze in Cecenia: la prima donna-kamikaze è comparsa nel novembre del 2001. Era una vedova. Suo marito e suo figlio erano scomparsi nel nulla. Non ha mai saputo che fine abbiano fatto. Così ha deciso di uccidere il generale che riteneva colpevole della morte dei suoi cari, utilizzando un meccanismo espolosivo simile a quello adoperato dalle terroriste della Dubrovka. Conoscevo molte donne della Dubrovka: non avevano mai manifestato l’intenzione di prendere parte alla guerra, ma, dopo le torture inflitte ai loro parenti, dopo tante morti, hanno deciso di reagire. Di tutto questo sono responsabili tanto il Cremlino che l’Europa. E l’Europa ha due suoi rappresentanti in Cecenia. Li chiamano ‘gli occhi dell’Europa’: Lord Judd, del Consiglio d’Europa e Jorma Inki, un diplomatico finlandese dell’Osce. Conosco entrambi. Non sono mai stati attivi. Vedono cosa accade, ma non traggono da ciò alcuna conseguenza politica. C’è un doppio standard di valutazione quando si tratta di diritti umani: uno per l’Europa e un altro per la Cecenia. Jorma Inki si trova in Cecenia: abbiamo avuto spesso dei contrasti perché non denuncia, pur essendone testimone, quanto di terribile accade in Cecenia. Eppure una sua dichiarazione potrebbe avere un peso notevole. Quando tento di farlo reagire, mi risponde che gli manca solo un anno alla pensione e che vuole arrivarci tranquillo…Capisco la sua situazione, ma il costo che paghiamo è la morte di troppe persone. Ho parlato personalmente con il ministro degli Affari Esteri finlandese, per invitarlo a dare una pensione a questo diplomatico e a mandare in Cecenia una persona più attiva, meno indifferente.

D. Le autorità russe hanno dato inizio alle operazioni di rimpatrio forzato dei rifugiati ceceni presenti in Inguscezia. Hanno a più riprese dichiarato che entro la fine dell’anno il rientro sarà completato e già numerosi campi profughi sono stati chiusi. Il presidente Putin, sollecitato da Ljudmila Alekseeva del gruppo Helsinki di Mosca, si è però impegnato a far rispettare il principio secondo cui il rimpatrio deve essere volontario e ad interrompere queste operazioni. Lei ha notizie su questo fronte?

R. Le tende presenti nei campi non sono state solo chiuse, ma distrutte, dall’esercito e dalle autorità competenti in materia di immigrazione. Ho un biglietto per il 25 dicembre per andare in Inguscezia, perché temo che si approfitti dei giorni delle vacanze natalizie, in cui i giornalisti si assentano dalla zona, per effettuare il rimpatrio forzato. Da tempo ho smesso di credere alle parole di Putin, perché molte volte nel corso di questa guerra ha fatto promesse cui non ha tenuto fede. Dunque, non credo neanche sia vero quanto ha promesso alla Alekseeva. E’ evidente che questo rimpatrio forzato è stato compiuto con l’avallo di Mosca: altrimenti sarebbero stati presi provvedimenti contro i responsabili di queste operazioni. Nessuno è stato rimosso dal suo incarico.