Dazi e dogane, una risposta da economia socialista

Di Renato Brunetta - 8 marzo 2008

di Renato Brunetta

1) Globalizzazione, incertezza e paura. In questo inizio di ventunesimo secolo stiamo vivendo un pericoloso paradosso: la globalizzazione e l’apertura dei mercati mondiali, con le sfide sul piano della competizione e competitività che esse lanciano, stanno producendo incertezza e paura negli operatori economici, nei cittadini, nella politica. E, con l’incertezza e la paura, voglia di chiusura, di protezione, di Stato.

2) Ma globalizzazione e incertezza non sono fenomeni nuovi dell’economia mondiale. La storia è costellata di periodi di transizione, anche drammatici, in cui fenomeni legati alla globalizzazione hanno provocato incertezza economica e, spesso, effetti catastrofici per l’economia e la politica mondiale. Basti pensare alla grande depressione americana del 1929, alle sue conseguenze per il continente europeo e per l’allora democratica Germania di Weimar che, in pochi anni, si trasformò nella peggiore tirannia che l’umanità abbia conosciuto.

3) La globalizzazione è sempre esistita come sinonimo di apertura, non solo di mercati, ma anche e soprattutto di idee. Come nell’economia, anche la globalizzazione delle idee porta incertezza. La globalizzazione è stata anche quella delle religioni, con la Riforma protestante e la conseguente Controriforma cattolica.

4) Questi esempi per dire che, di per sè, la globalizzazione non è il male. Anzi, è stato ed è il motore del progresso dell’umanita nell’ambito del pensiero, della cultura, dell’economia. Ma la globalizzazione - come qualsiasi inserimento di elementi nuovi nell’ambito di una comunità umana - crea un fenomeno, quello dell’incertezza, le cui conseguenze sono difficilmente prevedibili. L’incertezza, infatti, produce diversi tipi di risposta: la più naturale, che potremmo definire “conservazione”, è il sentimento di protezione da parte dei soggetti che subiscono le conseguenze del nuovo; la più radicale, quella “riformatrice”, che tende a moderare le estreme, cercando di introdurre meglio del nuovo e di preservare gli elementi di stabilità dell’antico. Storicamente quella riformatrice è la migliore risposta per govemare l’incertezza determinata dalla globalizzazione. Anche se non è la risposta immediata.

5) La reazione immediata è, invece, quella negativa, di chiudersi, chiedendo protezione ed aiuto. Protezione significa dazi e dogane, autarchia; aiuto significa intervento pubblico in economia, sussidi. Si chiede, dunque, una politica di tipo socialista, dirigista, da economia pianificata. Insomma più Stato. Tutto il contrario del riformismo liberale e liberista che si fonda, invece, sull’economia aperta, sulla concorrenza tra imprese ed ordinamenti, sulle liberalizzazioni e le privatizzazioni, sugli investimenti in ricerca, innovazione, formazione permanente, in infrastrutture e riforme economiche. Insomma più mercato, più regole, migliori regole, ottimismo.

6) In politica, evocando la scorciatoia del protezionismo, si può raccogliere un certo consenso. Infatti se è vero, come ha dimostrato David Ricardo, che il libero mercato, garantendo l’accesso a prodotti migliori a prezzi più bassi, favorisce molti (i consumatori) a svantaggio di pochi (i produttori che si avvantaggiano delle barriere commerciali), tuttavia il vantaggio se è grande per la società, per i singoli è invece modesto. Le perdite sono piuttosto concentrate in capo a pochi soggetti: chiusura di attività industriali e commerciali, perdita di posti di lavoro. E questi pochi, motto colpiti si organizzano, fanno lobby contro il libero mercato.

7) Ma se la prima risposta al cambiamento è più protezione, più stato, ciò significa che il pensiero liberale più o meno classico non riesce a rispondere alle domande che la società ci pone in questo momento. I centro-destra che dovrebbero guardare al liberalismo e al liberismo come

modelli di ispirazione ne risultano spiazzati. Fuori sincrono.

8) Ne deriva che per essi la partita è persa? Che i centro-destra sono inadeguati a governare questa difficile transizione? A meno di trasformarsi in destra statalista?

9) La risposta è no, perchè la storia ci insegna che non esistono solo due modelli, quello socialista e quello liberate.

10) L’economia sociale è di mercato. Esiste infatti una terza via, rappresentata dall’economia sociale di mercato, che è il modello economico cui si è ispirato il processo di integrazione europea e che oggi trova la sua consacrazione nel Trattato costituzionale europeo.

11) L’economia sociale di mercato, “Soziale Marktwirtschaft” ha avuto la sua definizione, la sua applicazione pratica e la sua consacrazione in Germania, anche se le sue lontane origini sono anglosassoni, divenendo una delle più importanti strategie politiche ed economiche nel secondo dopoguerra del secolo scorso.

12) Come noto, l’economia sociale di mercato fu elaborata, nella sua concezione teoretica, dalla “Scuola di Friburgo” ed ebbe come teorici Walter Eucken e Andreas Muller-Armack (quest’ultimo fu l’inventore della definizione «economia sociale di mercato»). Essi hanno preso a riferimento i principi classici dell’economia di mercato, considerati non in modo assoluto ma come le condizioni strutturali all’interno delle quali la giustizia sociale e la solidarietà sono realizzate. In pratica l’econornia sociale di mercato (dove sociale non deve essere letto come socialista, ma in contrapposizione all’economia socialista dirigista e pianificata), opera un intreccio equilibrato tra le teorie del liberalismo classico ed elementi sociali e di regolazione pubblica. E si fonda sulla centralità dell’uomo rispetto allo Stato, caratterizzata, come è, da una forte responsabilità individuale.

13) Muller-Armack diceva che la responsabilità ha bisogno della libertà come condizione necessaria per consentire all’individuo di scegliere responsabilmente tra differenti opzioni.

14) La concezione morale dell’economia sociale di mercato si fonda su tre principi cardine: il principio di individualità, che conduce all’idea liberale della libertà individuale; il principio di solidarietà, che si riferisce all’idea che ogni essere umano è inserito in una società interdipendente che lo obbliga a combattere le ingiustizie; principio di sussidiarietà, come regola istituzionale che pone in corretto rapporto individualità e solidarietà. La regolazione deve assicurare i diritti individuai e garantire agli individui l’assoluta priorità in concreto ciòsignifica che tutto ciòche puòessere fatto da un indviduo deve essere fatto da lui e non dallo Stato.

15) Tuttavia lo Stato ha un ruolo fondamentale nelgarantire l’ordinato svolgersi delle forze del mercato e dei principi su cui l’economia sociale di mercato si fonda.

16) L’economia sociale di mercato esige, infatti, un sistema federal costituito da isttuzioni statali forti e autorevoli, da autorità regionali e locali altrettanto legittimate (principio di sussidiarietà e responsabilità), e altrettanto forti autorità per la tutela del mercato: una banca centrale indipendente e un’autorità per la lotta contro i cartelli ed i monopoli.

17) L’economia sociale di mercato e l’Italia. L’economia sociale di mercato è tutt’altro che estranea al nostro Paese. Uno dei principali teorici dell’Economia sociale di mercato fu sicuramente Wilhelm Röpke, un economista che unì la difesa del capitalismo liberale e un’aperta fedeltà ai valori della tradizione religiosa. I suoi scritti (alcuni di recente pubblicati dal Mulino in uno splendido volume dal titolo Democrazia ed economia) sono tra i più rappresentativi di quell’alleanza tra liberalismo e morale cristiana che per lungo tempo segnò la cultura e la vita politica tedesche e di cui furono ugualmente fautori in Italia sia Sturzo che Einaudi, sia De Gasperi che Croce, che con Röpke ebbero legami profondi.

18) D’altronde l’onomia sociale di mercato trovava terreno fertile in un Paese come il nostro nel quale la dottrina sociale della chiesa era sin dal XIX secolo contraria ai “guadagni di monopolio”, al latifondo, e guardava con una certa pruderza, per non dire diffidenza, alla grande industria e dove il Papa Leone XIII aveva rilanciato il principio di sussidiarietà nella sua enciclica Rerum Novarum.

19) Quello che Einaudi e De Gasperi (supportati dagli industriali guidati da un alto cattolico liberale; Giovanni Costa) cercarono di applicare in Italia nel primo dopoguerra furono, appunto, i principi dell’economia sociale di mercato che, a quanto pare hanno influenzato la parte della costituzione italiana dedicata ai rapporti economici.

20) Tuttavia, come in Germania la politica seguita dalla Grosse Koalition tra democristiani e socialdemocratici che nel 1966, a seguito della crisi economica e delle dimissioni di Erhard da cancelliere, portò a spostare gli equilibri dell’economia sociale di mercato sugli elementi sociali piuttosto che su quelli di mercato, così in Italia, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta prevalsero le spinte social-riformiste (stataliste) che imposero un fortissimo intervento dello Stato in economia (nazionalizzazione dell’Enel) e il proliferare del sisterna delle partecipazioni statali. Responsabilità individuale e sussidiarietà erano parole sconosciute.

21) Negli anni ottanta e novanta, come in Germania. anche in Italia (nel nostro Paese soprattutto per la pressione del vincolo estemo europeo) si è attuata una politica di privatizzazioni (anche se non di liberalizzazioni) che hanno ridotto di molto l’interventismo statale, senza, per la verità, grandi miglioramenti per l’efficienza del mercato.

22) Dove va l’Europa: ah saperlo! Anche l’Europa è, in questo momento, alla ricerca di un suo modello, dopo la realizzazione dell’Unione economica e monetaria culminata con l’introduzione dell’euro.

23) Oggi, in Europa, assistiamo al ritorno della sindrome dell’incertezza e della paura. La globalizzazione fa paura perché non abbiamo saputo ancora trovare le risposte adeguate alle sfide poste.

24) La Commission Barroso non riesce a indicare la strada, bloccata dalle divisioni interne e dalle pressioni discordanti che provengono dai maggiori Paesi, Francia e Germania, in crisi di identità e attanagliati dalla paura del futuro, della globalizzazione. L’incapacità di Barroso di far decollare la Strategia di Lisbona, già rivista a metà periodo, di trovare volontà e risorse per un vero Piano d’azione di rilancio dell’economia europea, è l’immagine più nitida di questa difficoltà in cui versa l’Unione.

25) Per affrontare questa situazione occorre la giusta dose di flessibilità e pragmatismo, adeguandosi ai tempi in una logica unitaria e di lungo periodo, senza modificare l’impianto di base del modello economico creato nel novecento da Kohl, Delors, Mitterrand, Margareth Thatcher e che ha saputo dare sviluppo e crescita all’Europa.

26) Quel che importa oggi, però, è come governare l’incertezza del presente e del futuro. Questo deve essere l’obiettivo delle classi dirigenti europee. La globalizzazione ha già le sue regole - certo perfettibili proprio in ragione della sua accelerazione - ma che nel bene o nel male funzionano nell’ambito delle relazioni economiche e commerciali internazionali. Quel che non riusciamo a regolare, invece, sono le reazioni della gente - delle persone comuni: la massaia che va a fare la spesa e ha la percezione che il suo potere d’acquisto si riduca o il manager che, in ragione dell’instabilità del prezzo del petrolio, decide di ritardare gli investimenti necessari alla sua impresa. Per contro sappiamo quali sono be risposte che chiedono la massaia o il manager alla classe politica: non tanto «più politica liberista» - che aumenterebbe l’incertezza - ma «più sicurezza e più protezioni» contro quelli che vengono percepiti come pericoli estemi. Questa seconda risposta - conservatrice - è quanto mai rischiosa, perché più sicurezza significa anche «più Stato e statalismo, più tasse e più inflazione».. Ma non é percorribile nemmeno la scelta

ultraliberalista per gli effetti destabilizzanti che produrrebbe.

27) Che fare? Simmetria e sincronia. La nostra stella polare deve dunque rimanere la costituzione economica materiale, oltre che formate dell’Europa, che si ispira all’economia sociale di mercato e al miglior riformismo che ha portato l’Europa alla prosperità nel secondo dopoguerra. E’ ora che l’Italia assuma un atteggiamento maturo nei confronti dell’Unione europea, che chiameremo di «convergenza competitiva» in termini di efficienza della regolazione. Convergenza competitiva significa, da un lato, rifiuto della concorrenza sleale nei confronti degli altri Paesi, ed il contrario, impegno deciso per difendere gli interessi legittimi del nostro Paese, tanto nella fase di definizione delle regole e dei principi e attuazione di queste regole e principi attenta a non caricare il nostro sistema di oneri inutili e costosi. Per questo occorre oggi e domani saper dire tanti no e tanti si. E che questi si e no siano sincronici e simmetrici tra tutti i paesi dell’Unione.

28) No allo statalismo, al protezionismo, a nuove forme di intervento dello Stato in economia, all’inflazione, alla politica economica fatta col debito e col deficit.

29) Sì, invece, alle liberalizzazioni, all’apertura dei mercati, il mercato interno dei servizi contro il conservatorismo dei vari sindacati e corporazioni; si il patto di stabilità e crescita, con “golden rule” per promuovere gli investimenti; si a piani d’azione europei per le infrastrutture materiali ed immateriali; si a un welfare sostenibile che ci porti verso una Maastricht delle pensioni con regole nuove in materia di età pensionabile e rendimenti; si alla flessibilità del mercato del lavoro, con formazione e garanzie per il capitale umano; si alla semplificazione delle regole; si a una vera Opa europea e alla contendibilità delle imprese (comprese le banche); si ai meccanismi di partecipazione di share holders e stakeholders.

30) Solo capaci di tanti si e di tanti no sincronici e simmetrici avremo la credibilità per accompagnare i processi di cambiamento in atto.

31) Ciò significa, in pratica, un equilibrio tra welfare, impresa e famiglia. Un equilibrio nuovo dove tutte queste componenti, possano ciascuna giocare il loro ruolo per ridare certezze ad una società incerta, ridare coraggio ad operatori economici disorientati e impauriti.

32) Le parole chiave di questo nuovo equilibrio sono merito, flessibilita salariale, azionariato dei lavoratori e partecipazione, welfare state responsabile, sussidiarietà in verticale e in orizzontale, investimento, accompagnamento dei processi.

33) Non vi è contraddizione fra merito, flessibilità e welfare. I sistemi di welfare garantiscono la flessibilità salariale e la mobilità al mondo del lavoro e per superare l’egoismo individuale, comportando una maggiore efficienza collettiva. Essi devono mutare la loro natura: passare dalla contribuzione salariale alla capitalizzazione anche perché si é passati da una prevalenza di lavoro salariato a una società di lavoratori indipendenti.

34) Partecipazione significa legare remunerazione e andamento dell’impresa, con attribuzione di azioni ai lavoratori che diventano in questo modo corresponsabili del buon andamento dell’impresa. La differenza rispetto al modello cooperativo di tipo ottocentesco è che tale organizzazione del lavoro, una volta formata, non accetta nuovi soci, mentre occorre entrare in una logica di flessibilità e di apertura: flessibilità contrattuale, salariale, di orario.

35) Partecipazione significa un sistema di welfare diviso in due: una parte, minimale, legata al salario e che vale per tutti, e una parte, quella più cospicua e variabile, lasciata alla responsabilità individuale, simile a un’assicurazione privata per una pensione integativa; la prima a ripartizione, la seconda a capitalizzazione. In questo modo si aprono enormi potenzialità: dal lato del mercato del lavoro in termini di flessibilità, di partecipazione, di crescita economica, di creazione di nuovi posti di lavoro; dal lato del welfare state in termini di ulteriori possibilità economiche per gli stessi lavoratori, in quarto le assicurazioni a capitalizzazione diventano esse stesse elemento di crescita economics.

36) Partecipazione significa inoltre relazioni sociali e sindacali completamente diverse, non più conflittuali ma di tipo collaborativo. Si possono così introdurre forme di welfare market, con servizi sociali sempre meno offerti da imprese pubbliche e sempre più da imprese private e non profit, in concorrenza tra loro, e di welfare community, con il controllo Belle singole comunità locali, affermando il valore della sussidiarietà nella protezione sociale.

37) Si tratta di un modello liberale di responsabilità, equità e sicurezza. fortemente innovativo rispetto al presente e soprattutto al futuro, che coniuga sociale e mercato in una visione nuova e dinamica. Quella che abbiamo delineate è, in realtà la nuova economia sociale di mercato, in grado di reggere alle sfide della globalizzazione e vincerle. E’ un ritomo alle origini, al giusto equilibrio tra Keynes-Beveridge e la Scuola di Friburgo, magari passando per Martin Weitzman e James Meade per governare l’offerta, la domanda, il consenso, la produttivita in un’economia più libera e più giusta. Con buona pace di dazi e dogane.