Di cosa si parla quando si parla di accanimento terapeutico
Altre pagine di questo documento:
- «Morire dev'essere come addormentarsi dopo l'amore»
- Di cosa si parla quando si parla di accanimento terapeutico
- Il ricorso di Piero Welby contro l'accanimento terapeutico
- Sondaggi e statistiche in tema di eutanasia
- Consenso informato, testamento biologico ed eutanasia
- Da Tony Bland a Diane Pretty. Alcuni (diversissimi) casi in tema di eutanasia
Il concetto di accanimento terapeutico è stato più volte usato dagli esponenti politici e dai commentatori di area cattolica in contrapposizione ai concetti di eutanasia attiva e passiva. Secondo il Catechismo della Chiesa, si è ripetuto negli anni scorsi in dibattiti televisivi e non, rinunciare alla vita non è legittimo, così come è illegittimo prolungarla inutilmente imponendo all'ammalato gravi sofferenze. In questo senso, qualcuno pure ha ricordato, lo stesso Giovanni Paolo II, nonostante l'infezione che lo colpì il 31 marzo 2005, non fu nuovamente trasportato al Gemelli, dove sarebbe stato sottoposto ad altri trattamenti terapeutici. Rifiutando l'accanimento come l'eutanasia, le associazioni di orientamento cattolico hanno sempre promosso le cure palliative, anche come assistenza in caso di sospensione da parte del medico e su richiesta del malato delle terapie sproporzionate. Oggi, tuttavia, di fronte alla richiesta di Piero Welby che, in piena coscienza, chiede al medico di staccare il ventilatore polmonare che lo tiene in vita previa somministrazione di un'anestesia, l'impressione è che lo schieramento delle forze cattoliche abbia fatto un passo indietro. Non è chiaro se si tratti di accanimento terapeutico, affermano i più cauti. Altri, invece, lo dichiarano senza dubbio un caso di eutanasia. Ebbene, ed è l'ennesima questione posta dal Caso Welby, se non ricade nell'ipotesi astratta la situazione concreta in cui si trova adesso il presidente dell'Associazione Luca Coscioni, dal momento in cui la cura serve soltanto a prolungargli di breve tempo la vita e con conseguenze psichiche e fisiche gravosissime, a quali situazioni concrete si riferiscono politici e commentatori cattolici quando si dichiarano contrari all'accanimento terapeutico?
Giovanni Paolo II, Lettera agli anziani
«Occorre ricordare che la legge morale consente di rinunciare al cosiddetto accanimento terapeutico, e richiede soltanto quelle cure che rientrano nelle normali esigenze dell’assistenza medica. Ma ben altro è l’eutanasia intesa come diretta provocazione della morte!».
Associazione Scienza e Vita
«Si parla di “accanimento terapeutico” quando gli interventi che vengono attuati non sono più proporzionati alla condizione di malattia in cui si trova la persona. Tra i criteri utilizzati per la valutazione vi sono: il tipo di terapia; la proporzione tra mezzo e fine perseguito; il grado di difficoltà e il rischio; la possibilità di applicazione; le condizioni generali del malato (fisiche, psichiche, morali). Qualora l’intervento si configurasse come un accanimento terapeutico, esso potrebbe essere sospeso e si continuerebbero le cure normali, la palliazione del dolore, l’alimentazione e l’idratazione. […] Nell’appello [di Piergiorgio Welby, ndr] si fa riferimento all’uso del respiratore artificiale e all’alimentazione mediante sondino gastrico, ma questi due mezzi non configurano di per sé un accanimento terapeutico. In altre parole, non si parla dell’utilizzo di mezzi tecnicamente sproporzionati, né si dice che si sta imponendo al paziente l’uso di mezzi straordinari. Welby non lamenta, infatti, che il respiratore artificiale o l’alimentazione artificiale gli stanno causando eccessivi aggravi, bensì sta invocando la “bassa” qualità della sua vita come ragione per giustificare la sua richiesta di morire».
Movimento per la vita italiano
«Con “accanimento terapeutico” si deve intendere l’ostinazione “futile” a proseguire terapie, che si sono dimostrate inutili o sproporzionatamente gravose per il malato, per il fatto che non migliorano la sua condizione né impediscono la morte per un tempo ragionevole, ma solo prolungano di qualche tempo la vita, imponendo all’ammalato gravi sofferenze. Si parla di ostinazione “futile”, perché è inutile e senza senso, in quanto tendente a impedire un evento ineluttabile, qual è la morte; ma bisognerebbe parlare di un’ostinazione dannosa per il paziente che viene inutilmente sottoposto a gravi sofferenze non allo scopo di migliorare la sua situazione o di alleviare le sue sofferenze, ma al solo scopo di prolungare di qualche tempo una vita già irrimediabilmente e irreversibilmente vicina alla morte. In realtà, alla base dell’accanimento terapeutico c’è la non accettazione dell’evento naturale della morte, per cui ci si accanisce a prolungare una vita, destinata a concludersi in breve tempo, a prezzo di gravi sofferenze imposte al malato, che dovrebbe invece essere lasciato morire naturalmente in pace. Perciò, invece che con forme, inutili e crudeli, di accanimento terapeutico, il malato terminale, che non ha speranze di miglioramento e tanto meno di guarigione, va curato con cure palliative».
Altre pagine di questo documento:
- «Morire dev'essere come addormentarsi dopo l'amore»
- Di cosa si parla quando si parla di accanimento terapeutico
- Il ricorso di Piero Welby contro l'accanimento terapeutico
- Sondaggi e statistiche in tema di eutanasia
- Consenso informato, testamento biologico ed eutanasia
- Da Tony Bland a Diane Pretty. Alcuni (diversissimi) casi in tema di eutanasia







