Dopo la caduta del governo Prodi del 1998 e il fallimento dell'Ulivo, il confronto sul partito di sinistra del nuovo millennio: Democratico o Socialdemocratico? Veltroni dice "no" al Partito Democratico

Pubblicato il 8 Settembre 2007
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Il no di Veltroni al Partito Democratico nell'incontro che si è tenuto per rievocare i dieci anni della svolta della Bolognina. Il confronto tra Bonino e Veltroni sul futuro della sinistra. Le posizioni dei leader del centro-sinistra su Ulivo, riforma elettorale, Partito Democratico e Socialdemocratico. Il commento di Marco Pannella alla proposta Socialdemocratica.

Intervento di Walter Veltroni nel dibattito “Carta 14 giugno: ripartiamo - 1989-1999: dieci anni dalla svolta della bolognina” (Bologna, 12 novembre 1999)

«[…] Noi dobbiamo andare avanti lungo la strada del bipolarismo. Lo dico perchè non è affatto scontato. Perchè vedo soprassalti diffusi, intensi, di recupero di proporzionalismo. […] Quello che vorrei dire è che se non si va avanti in questa direzione il paese tornerà indietro; il destino del centro-sinistra, della coalizione, della sintesi di cui stiamo parlando avrà un senso solo con un sistema più maggioritario. Io sono pronto a discutere di tutto ciò che va dal 75% di maggioritario in poi. Tutto ciò che va dal 75% indietro per me non è tema di discussione.

Aggiungo questo. Affianco a questa operazione di rilancio del bipolarismo e del maggioritario, al fatto che i governi li scelgono i cittadini con il loro voto, nessun altro, l’altra verità è assicurata dalla scelta dei cittadini tra due coalizioni diverse. Punto.

Noi dobbiamo trarne un’altra conseguenza. Io non ho mai cambiato idea. Anche quando discutevamo in quegli anni di cui abbiamo parlato: il destino di questo paese, il destino migliore di questo paese, è la convergenza dei riformisti. E’ la costruzione che oggi può avvenire nella forma di una coalizione. Io sono d’accordo con Arturo: togliamo di mezzo questa storia del Partito Democratico, oggi non declinabile, perchè gli uomini politici devono ragionare con coraggio e con realismo. Oggi solo usare questa parola determina contraccolpi di varia natura, essendosi fatta strada un riflesso identitario, dopo la fine dell’Ulivo; molta più di quanto noi pensiamo.

Ma dire questo non può significare rinunciare al progetto che io considero la più grande idea politica che sia venuta al nostro campo da molti anni a questa parte: il progetto di una grande coalizione dei riformismi. Come fu l’Ulivo del 1996. Dico l’Ulivo del 1996 perchè rimando a che cosa? Ad un programma unitario, ad una cultura unitaria, ad un simbolo unitario, che non cancella le identità dei partiti, ma costituisce la dimensione entro la quale i partiti possono esprimersi non nella loro forma peggiore, che è la rissosità, il protagonismo, la visibilità, gli egemonismi.

Tutto questo c’era nel 1996. Noi dobbiamo recuperarlo nelle nuove condizioni politiche quello spirito. Se non faremo questo poi l’esito delle prossime elezioni rischia di essere fortemente segnato. Da un’assenza di intensità, di convinzione autentica, di investimento strategico.

Oggi c’è una sola appartenenza, quella hai partiti. Io sono perchè ci siano due appartenenze. In ciascuno di noi, quale sia il partito al quale si appartiene, ma anche all’associazione, all’organizzazione nella società civile, ai movimenti, ci devono essere due appartenenze: una all’organizzazione alla quale si ritiene di stare, per ragioni che attengono alle scelte di collocazione, di sintonia, e l’altra alla coalizione. Si deve appartenere ad una coalizione. Come fu nel 1996. Non appartenerci per la via mediata di un partito […]».

Il confronto tra Emma Bonino e Walter Veltroni nell’incontro tenutosi presso la sede della FNSI in occasione della presentazione del numero di Ottobre-Dicembre 1999 della rivista “Mondoperaio”, dove, insieme a Claudio Martelli e Paolo Franchi, ci si è interrogati sul futuro della sinistra (Roma, 7 dicembre 1999)

Audiovideo dell’incontro

Intervento di Emma Bonino

«Inizio subito per dirvi che non so bene se sono l’interlocutore giusto per questo tipo di dibattito, visto che è da molto tempo - non provocatoriamente ma perchè profondamente convinta - che a mio avviso, almeno rispetto ai concetti tradizionali di destra o sinistra, queste parole generali che si richiamano a un dato storico, destra e sinistra, le vedo poco aderenti a decifrare le realtà che abbiamo di fronte e poco conseguenti anche nelle proposte di soluzione dei problemi che abbiamo di fronte.

Io credo che da questo punto di vista rimane attualissimo - proprio perchè mai attuato - un dato che richiamerei nella tradizione italiana di sinistra liberale, che è sempre stata vista come se fosse il massimo dell’avversario - magari recuperata di più in questi ultimi tempi - o il nemico politico: è quando Rosselli dice che “liberi non si nasce ma liberi si diventa, e ci si conserva liberi solo mantenendo attiva e vigilante la coscienza, la propria autonomia, e costantemente esercitando le proprie libertà”. Credo che questa frase potremmo sottoscriverla tutti, ma se poi passiamo all’applicazione, ci rendiamo perfettamente conto che manca, manca proprio nella cultura della sinistra italiana, questa introiezione della libertà non solo come supremo fine o come suprema regola, ma come supremo mezzo. “Una libertà che non può essere solo ne elargita ne imposta ma che si deve conquistare - diceva Rosselli - con duro e personale travaglio nel perpetuo fluire delle generazioni, perchè la libertà viene concepita non come dato di natura, ma come divenire e sviluppo”.

[…] Io credo che da questo punto di vista, lasciando da parte l’attualità, quello che io mi sento di dire è che se noi ridiscutessimo il senso, oggi, di destra e di sinistra, se rimettessimo in discussione - Walter Veltroni ha detto appunto che comunismo e libertà erano incompatibili e io dico altrettanto - che una sinistra o una destra che non comprendano che le libertà e le responsabilità individuali, che non faccia suo il principio che non c’è crimine se non c’è vittima, che i comportamenti individuali che non creano vittime non hanno a che vedere con leggi o controleggi, io credo che senza questo, neanche la nuova sinistra si possa dare gli strumenti per affrontare e governare le sfide degli anni duemila».

Intervento di Walter Veltroni

« […] Anch’io come Paolo Franchi concordo sulla inopportunità di una rimessa in discussione delle categorie di destra e sinistra, non nel senso, si intenda bene, di ciò che Emma Bonino ha detto, come posso dire, di indifferenza degli schieramenti, ma per parte mia, nella chiara ed evidente definizione di due campi le cui caratteristiche, i cui contenuti, i cui valori, i cui programmi si sono, questo si, sostanziosamente modificati nel corso degli ultimi anni.

Da questo punto di vista non c’è dubbio che diventa, per le culture politiche che si sono formate anche più recentemente, spesso molto difficile dare organicità ai compartamenti di singoli schieramenti, di singole forze politiche da come appaiono secondo la lente di lettura tradizionale del conflitto destra sinistra che abbiamo conosciuto fino alla fine degli anni Settanta. Diventa assai difficile conoscere e collocare spesso le posizione degli uni e degli altri, ma questo non significa che destra e sinistra non esistano […]. Per me la sinistra è una espressione di valori, di idee forza, di progetti, di programmi, che sono nei loro macrosignificati evidentemente riconoscibili.

[…] Il Congresso dell’Internazionale socialista, questa volta diversamente delle altre, ha configurato molto chiaramente un itinerario di allargamento del campo al quale fa riferimento la più grande organizzazione politica mondiale; verso forze, energie e culture che non vengono direttamente dalla tradizione socialista: tu hai citato argentini e sudafricani io potrei aggiungere la citazione della formazione politica di Yasser Arafat che non è tradizionalmente socialista. […] Quindi io leggo il campo del socialismo e della sinistra come un campo che si è allargato a questa tradizione: che rimane a sinistra, che rimane nella internazionale socialista, che rimane nel campo del socialismo europeo, ma che ha la sua forza nell’estendersi e nell’allargarsi.

[…] Naturalmente tutto questo - e finisco - in Italia ha una sua obiettiva difficoltà. […] Penso che ci sia un problema di completamento della transizione politico-istituzionale del paese, senza la quale anche le prospettive della sinistra saranno fortemente messe in discussione.

“Pasquino: per il centro-sinistra è l’ora del Partito Democratico” (Il Messaggero, 14 giugno 1999)

Il prof. Gianfranco Pasquino, uno dei massimi politologi italiani, bolognese del gruppo del Mulino e uomo di sinistra, dice di non voler rintrare nel numero di quelli che minimizzano la battuta di arresto dei partiti al governo.

«Già mi sembra che ci sia in atto una tendenza a sminuire la sconfitta del centro-sinistra. Il quale invece, mi pare chiarissimo, esce da questa tornata elettorale gravemente battuto. E deve sbrigarsi a riaprire il cantiere. A ridefinire la propria identità e la propria prospettiva in maniera radicale e coraggiosa».

Quali le vie da intraprendere, le nuove idee da mettere in campo?

«Chiamiamolo come vogliamo. Ma ciò che occorre è la nascita di una federazione tra le forze del centro-sinistra: il Partito Democratico. Gli elettori disponibili per una formazione così ci sono. Lo dimostra per esempio il successo ottenuto dalla Lista Bonino. Quelli, in parte, sono voti che provengono dall’area di centro-sinistra. E in prospettiva potrebbero essere recuperabili».

A che cosa si deve, secondo lei, professore, il successo della Lista Bonino?

«Per esperienza, per biografia, la Bonino è stata l’unica a condurre una camapagna di contenuto europeo. La sua persona è stata identificata con il Continente. La Bonino viene dall’Europa e, con questo voto clamoroso, torna trionfante in Europa».

Intervento di Massimo D’Alema nella direzione Ds (Roma, 1 giugno 2001)

« […] La vittoria di Berlusconi non è frutto di errori tattici della sinistra. Questa vittoria è un fatto politico. Io penso che la destra abbia vinto nel vuoto di nostri limiti, abbia colto, come avviene quando si vincono le elezioni, due bisogni di fondo della società italiana a cui l’Ulivo ha dato una risposta limitata e insufficente.

Mi è già capitato di affrontare questo tema. Il nostro riformismo si è arrestato alle soglie di un opera di radicale modernizzazione del paese e delle sue strutture sociali. Esiste la convinzione, in una larga parte del paese, che un nuovo ciclo di sviluppo, di crescita del benessere, di affermazione delle libertà individuali trovi ostacolo in un conservatorismo sociale della sinistra […].

In secondo luogo Berlusconi rappresenta in se una risposta alla crisi del sistema politico istituzionale, alla crisi del sistema costituzionale italiano, e cioè offre una risposta - a mio avviso illusoria, ma efficace - al problema della certezza della solidità del comando: il problema della leaderschip, della guida politica di una paese complesso. Il vecchio sistema politico non c’è più e l’Ulivo non è stato in grado di dare una risposta, sul piano politico istituzionale, a questo bisogno della società italiana […].

Questo sarà il terreno della sfida dell’opposizione. Intorno a questi due grandi temi noi ci giocheremo la possibilità di tornare al governo del paese e intorno a questi due grandi temi noi misureremo la capacità innovativa dell’Ulivo. Della sinistra. Quale innovazione per il paese, per le istituzioni? Se saremo capaci di dimostrare che un progetto di allargamento della cittadinanza, delle opportunità è la risposta migliore anche a quel bisogno di crescita, di ricchezza, di benessere individuale, di affermazione individuale che la destra ha saputo cogliere.

L’idea di un nuovo patto sociale è esattamente il terreno del riformismo europeo e del socialismo europeo. Questa è la ragione perchè c’è bisogno in Italia di una forza del socialismo europeo. Non per un’appartenenza o per un richiamo della foresta, ma perchè penso ad una grande forza riformista, socialista europea, nel senso di come esistono in Europa grandi partiti socialisti, riformisti, diversi tra loro ma con un forte tratto comune. Senza la società italiana non sarà in grado di modernizarsi in un quadro di equità sociale, di coesione sociale, di giustizia, di allargamento della cittadinanza […]».

“Parisi: D’Alema insegue il passato. L’Ulivo conta più dei partiti”, (la Repubblica, 4 giugno 2001)

[…] Alla convetion ulivista dell’Ergife mancava però mancava D’Alema.

«Assenza giustificata, era il primo week end dopo mesi di dura campagna elettorale. Non penso ad un’assenza polemica però, lo confesso, mi è dispiaciuto lo stesso».

Si aspettava un confronto a viso aperto?

«No, non questo. L’Ergife è nato come un’appuntamento di testimonianza, di presenza, di orgoglio, più che di dibattito politico. Il punto è un’altro. D’Alema stesso aveva ammesso: ho fatto un errore politico nel lasciarmi individuare come avversario dell’Ulivo. Poi però ha tirato fuori la tesi dell’Ulivo con “testa” socialdemocratica. Che appare come un perseverare negli errori del passato. Non lo posso accettare. Per questo forse è stata un’imprudenza non presentarsi alla convetion. Da parte mia gli rinnovo, gli rinnovo l’invito a prendere congedo da vecchi schemi».

Quali schemi?

«Le vecchie categorie politiche, di cui le generazioni successive al ‘68 si sono liberate».

Conversazione settimanale tra il direttore di Radio Radicale Massimo Bordin e Marco Pannella, nella quale, tra le altre cose, si commentano le dichiarazioni di Amato che in un intervista al tg1 ha annunciato il suo impegno per la costruzione di un nuovo Partito Socialdemocratico (Radio Radicale, 12 marzo 2001)

Massimo Bordin: «Oggi il rotocalco del tg1 manda una intervista ad Amato i cui stralci sono stati già trasmessi dal tg1 stasera. In sostanza Amato enuncia notevole freddezza nei confronti di Rutelli, anche se è sempre molto cortese; annuncia ufficialmente che non intende candidarsi, gli viene chiesto “allora lei si considera una riserva della Repubblica” e risponde “no, no, io la riserva non la voglio fare, voglio stare in campo non da legislatore ma da politico, e da politico voglio costruire un grande partito riformista”. Nell’Ulivo sono di nuovo al marasma totale mi pare di capire, c’è di nuovo il prof. Parisi che parla di doppia cabina di regia e dice “ci risiamo, come hanno fatto fuori Prodi adesso fanno fuori Rutelli”, l’acuto Folena dice “non ci deve offendere”, con ciò avvalorando l’attacco del professore. Venendo via da questo chiacchiericcio in sostanza ritorna sulla scena la questione del Partito socialdemocratico di quelli che hanno deciso che tanto queste elezioni sono perse, che tanto vale guardare al dopo, che Veltroni e Rutelli e compagnia non portano da nessuna parte e che l’unica cosa seria - normale direbbe D’Alema - da fare è di costruire un Partito Socialdemocratico come c’è negli altri paesi europei. Interlocutori di questa cosa sarebbero, ovviamente Giuliano Amato, poi c’è una voce che io ti riporto - sicuramente ne sai più di me quindi se ritieni avvalora o smentisci - che questo partito avrebbe conquistato anche Romano Prodi, al quale sarebbe stato fatto un discorso del tipo “scordiamoci il passato, è andata come è andata, e non potrai continuare con questi che tanto finisci male, piuttosto tieni conto che anche se non sei socialista fai come Delors - il cattolico che stava nel Partito socialista francese - e quindi potresti starci” e pare che Prodi abbia detto che ci pensa».

Marco Pannella: « Dopo la Bolognina scrissi sull’Unità un articolo nel quale consigliavo ad Occhetto un cammino preciso per arrivare ad un partito che volesse fare una rivoluzione di progresso e di libertà camminando sulle gambe del ‘terzo Stato’. Andò buca perchè Occhetto scelse l’alleanza storica con Orlando e non con noi. Ci furono degli episodi quasi grotteschi. In quella occasione io ero capolista all’Aquila di liste comuni con il Pci: Occhetto ad un certo punto scomparve perchè aveva deciso che doveva fare l’accordo con Orlando e infatti scomunicò L’Aquila.

Gli proposi un partito liberale di massa, a partire da una visione europeista, da cui insistevo dal 1959 con Togliatti; dopo 5 anni l’ho proposto a Berlusconi il partito liberale di massa, mettendoci la democrazia politica, l’America, Israele, e tutto quello che ci ho sempre messo dentro.

E’ andata male, mi pare, in tutti e due i casi. In questo momento, siccome è indubbio che l’assenza di democrazia mette in gioco l’avvenire del nostro paese - oltre al presente - sicuramente mette in gioco le nostre morti politiche dopo decenni. A Occhetto gli è andata male. A Rutelli in termini egoistici, privati e personali, questi ultimi sette anni sono stati una beneficiata, sicuramente ne esce come uno dei personaggi più conosciuti da questa avventura; se esce, come mi pare probabile, battuto, da un blocco sociale che ormai ha già designato nel suo assieme Berlusconi come l’uomo della provvidenza proprio erede, uscirà male, ma privatamente, sarà tra gli uomini più importanti della politica ufficiale di regime italiana per un certo numero di lustri. Non più di questo. Gli va bene durare un anno e mezzo, due, perchè ne faranno polpette.

Il Partito Socialdemocratico è un’altra cosa incredibile. Nel 1972 su “Corrispondenza Socialista” io spiegavo perchè non entravo - siccome ero stato invitato - nel Partito socialista riunificato perchè avere come obiettivo per l’avvenire la socialdemocrazia mi pareva poco comprensibile; la socialdemocrazia era una cosa molto importante, ma sicuramente non era quella la caratterizzazione nuova - non ci pensavo nemmeno al Duemila - per l’Italia degli anni Settanta e Ottanta. Oggi continuo a dire che un Partito Socialdemocratico come quello tedesco - col tutto che hanno una capacità di riformarsi notevole - non sono a livello della rivoluzione di qui l’umanità ha bisogno.

Nella mia visione bipartitica, evocare il Partito Repubblicano o il Partito Democratico d’America va bene. Entrare nella Socialdemocrazia europea oggi è entrare in un luogo che è morto. E’ entrare in quella che veniva chiamata socialburocrazia».