'93-'94. La "Lista Pannella per il Partito Democratico": per la riforma americana e la rivoluzione liberale

Pubblicato il 8 Settembre 2007
1993: I radicali per il Partito Democratico1993: I radicali per il Partito Democratico

Dopo la legge Mattarella, che non recepiva il risultato referendario del 19 aprile 1993 ma reintroduceva quote di proporzionalismo nel sistema elettorale, l'iniziativa radicale della Convenzione del Movimento Pannella "per il Partito Democratico" e la presentazione di nuovi referendum: per la rivoluzione liberale, democratica, americana e federalista, per uno stato anticorporativo e antisindacatocratico.

Il Manifesto appello per le liste Pannella “Per il Partito Democratico”

Il Manifesto sottoscritto da un folto gruppo di intellettuali e docenti universitari (28 settembre 1993)

«Le leggi elettorali approvate dal Parlamento hanno tradito lo spirito - per lo più anche la lettera - del referendum del 18 aprile e hanno contribuito fortemente a far mancare un’occasione storica per il nostro Paese. Quelle leggi ci allontanano da un rigoroso sistema uninominale-maggioritario (anglosassone) anziché realizzarlo, continuando ad impedire quell’autentica logica democratica che è stata espropriata da quarant’anni di partitocrazia. Al contrario, nella nuova legge elettorale sono stati introdotti stratagemmi (quota di proporzionalità, pluralità di simboli, scorporo, etc.) che ne stravolgono il senso auspicato e consentono il rilancio del vecchio regime partitocratico, sotto diverse spoglie.

In tale situazione, appaiono manifestamente inadeguati i tentativi in atto o di rigenerare vecchi partiti o di costituire aggregazioni che, all’insegna del nuovismo, ripetono esperienze già fatte. In particolare, chi subordinasse la propria strategia e le proprie scelte a quelle attuali del PDS, non potrebbe assicurare al Paese quella radicale riforma e quella rivoluzione liberale che vogliamo.

Esiste in Italia un’esigenza diffusa e una domanda crescente di regole e di contenuti politici tipici di un chiaro, forte, classico “modello democratico” che occorre organizzare e sostenere. Un progetto referendario e di iniziative di leggi popolari attorno ai temi di una secca legge maggioritaria, del presidenzialismo, dell’antistatalismo, della giustizia e dell’informazione, sono oggi necessari sia per favorire la crescita e l’affermazione di questo modello, sia per la costituzione attorno ad esso del Partito Democratico. Le liste Pannella dovranno costituire anche il nucleo promotore e anticipatore di questo partito […]».

La Convenzione Nazionale “Per il Partito Democratico”

Audiovideo della prima giornata (9 ottobre 1993)

Interviste al pubblico della Convenzione dopo gli interventi della prima giornata

Audiovideo della seconda giornata (10 ottobre 1993)

Il testo della lettera che Giovanni Spadolini, presidente del Senato, ha inviato a Marco Pannella con riferimento ai lavori della Convenzione Nazionale “Per il Partito Democratico”

«Caro Pannella,

nel momento in cui si apre la Convenzione nazionale del “Movimento per il partito democratico” desidero far giungere a Te e a tutti i convenuti il mio saluto affettuoso e il più fervido, sincero augurio di successo dei lavori.

Queste giornate di studio, di riflessione, di confronto che oggi inaugurate riportano alla mia memoria una stagione indimenticabile, dalla seconda metà degli anni cinquanta e all’inizio degli anni sessanta, la stagione dei convegni degli amici del “Mondo”. C’era, dietro quei convegni, un vero e proprio programma di governo: dalla lotta ai monopoli all’idea della programmazione, dalla difesa della scuola pubblica alla revisione, che rasentava l’abrograzione, del Concordato, con una concezione separatista dei rapporti fra Stato e Chiesa. […]

Questi ricordi rappresentano per molti e per molti di voi, credo , una storia vivente. E ad essi non possiamo far a meno di tornare nel momento in cui il paese sta tracciando un bilancio di questi quarantacinque anni di vita repubblicana che hanno visto un processo di modernizzazione volto a trasformare l’Italia in una delle più grandi potenze industriali dell’occidente europeo; processo poi spezzato dall’assalto congiunto della partitocrazia e della corruzione.

Nonostante tutte le contraddizioni e tutti gli errori che dobbiamo registrare, e che hanno funestato la vita pubblica negli ultimi anni, l’Italia di minoranza come l’ho chiamata una volta ha caratterizzato fortemente l’ascesa politica e l’evoluzione civile della nazione.

[…] Ci sono alcuni punti di incontro che continuano a rappresentare validi pilastri per la battaglia politica e culturale volta al quarto polo, che una volta chiamavamo terza forza. In primo luogo la scelta occidentale ed europeista, in secondo luogo il modello di democrazia governante, in terzo luogo l’ancoraggio ai valori dell’economia di mercato contro la stagnazione collettivista e totalitaria. L’approdo dell’Europa opposta ai protezionismi, alle superstiti e resistenti autarchie, ai privilegi o alle prelazioni di tipo comunista. In altre parole l’approdo dell’Europa opposta ai burocratismi e agli statalismi soffocatori. Il che, in questi mesi difficili e tormentati di crisi economica, corrisponde alla lotta al paternalismo dirigista, al “no” contro la ciarlataneria degli apprendisti stregoni, al rigore di una moderna concezione dell’economia di mercato, non incompatibile con una politica di respiro progressista e riformatore […]».

“Democrazia acquisitiva”, intervento di Antonio Martino (9 ottobre 1993)

«Sono convinto che la causa vera, unica dei nostri problemi è costituita dall’abbandono delle regole di una società liberale e dall’adozione su larga scala ed in misura crescente dei vizi della democrazia acquisitiva. In una società liberale, dove l’ambito dell’azione pubblica è rigorosamente delimitato e circoscritto e dove massimo è lo spazio offerto alle iniziative individuali, private, volontarie, il consenso popolare è lo strumento per la realizzazione di alcuni grandi pro getti di interesse generale. La democrazia acquisitiva ribalta questo concetto, il consenso diventa il fine dell’attività politica, la spesa pubblica lo strumento per la sua acquisizione. La democrazia acquisitiva finisce così per porre in essere una ridistribuzione massiccia di potere e di reddito a favore del settore politico ed a danno della società spontanea. Lo statalismo si diffonde come una metastasi, invadendo tutti gli aspetti della nostra vita […].

La vecchia critica che veniva mossa dai male informati ai liberisti, secondo cui a questi mancherebbe il senso dello stato, si ritorce, alla luce dell’esperienza, contro gli statalisti. E’ evidente, infatti, che lo statalismo ha distrutto lo stato: abbiamo oggi troppo stato in termini di costo, troppo poco stato in termini di risultato. La ragione è evidente: uno stato che ha la pretesa di provvedere a tutto ed a tutti, fallisce anche nei suoi compiti istituzionali.

Non credo sia necessario ricordare la situazione della giustizia, sia civile che penale, o dell’ordine pubblico per sottolineare la latitanza dello stato proprio nel suo ambito. Ed è difficile considerare libero e civile un Paese che riesce ad essere contemporaneamente permissivo e liberticida, un Paese che non ci protegge dai criminali, ma in compenso lascia marcire in galera migliaia di nostri concittadini innocenti. […]

La democrazia acquisitiva ha fermato la crescita economica, punito l’operosità e premiato l’inefficienza, diffuso disoccupazione, penalizzato le attività produttive, criminalizzato il lavoro, il risparmio e l’investimento. L’abuso della politica ha disgregato il tessuto sociale, mettendo una categoria contro l’altra, una regione d’Italia contro l’altra, ha impedito il corretto funzionamento dello stato nei suoi compiti essenziali, ed ha condotto alla burocratizzazione della società ed alla politicizzazione della vita. Oggi questo sistema annega nella corruzione e nel discredito generale. E’ arrivato il momento di voltare pagina. E’ arrivato il momento di dar vita ad un soggetto politico che sappia far proprie le ragioni della libertà, ponendo termine ai vizi della democrazia acquisitiva.

Sale dal paese una richiesta di liberalizzazione e di pulizia che non risparmia nessuno. La storia ci offre una occasione senza precedenti per costruire una nuova civiltà liberale, fondata sul rispetto dell’individuo e sul contributo che solo la sua libera creatività può dare al progresso umano. Spetta a noi non sciupare, per miopia o per viltà, questa grande occasione».

Intervento di Marcello Pera (9 ottobre 1993)

«Mi è accaduto di prendere la parola altre volte in questi ultimi tempi in assemblee come queste e ogni volta ho sperato che fosse l’ultima. La ragione è presto detta: ho un sogno e spero che si realizzi. E spero che, una volta realizzato, io possa tornare a tempo pieno a fare il mio mestiere, che non è quello del politico […].

Si è parlato tanto in passato di dittature e modelli. Quello cui ci siamo ispirati era il modello dei due Carlo: Carlo Marx e Carlo Borromeo. Credo che sia il tempo di passare ad un altro Carlo: Karl Popper. O, se volete, sostituire i due Carlo, con due Giovanni: John Locke e John Keyenes.

In ogni caso, occorre ripetere con Popper che la ” democrazia è controllo”, del governato sul governante, dell’amministrato sull’amministratore, del fruitore di servizi sul datore, del cliente sul venditore. Dunque, per fare un esempio, democrazia non è la proporzionale, ma il maggioritario. Oppure, democrazia non è l’impiegato o il professore assunto per pubblico concorso, ma l’impiegato o il professore che, se non supera l’esame dei cittadini o degli studenti, può essere cambiato e licenziato. Questo è il senso della “rivoluzione liberale” oggi auspicabile […].

Mi è accaduto più volte di chiamare all’appello la borghesia, quella imprenditoriale e delle professioni.

Ma c’è? Ha voglia di prendere su di sé la possibile rivoluzione liberale? Temo che sia divisa: per una parte inclini a farsi proteggere dal PDS oggi come dal PCI ieri, e per l’altra pronta a saltare il grande vallo, come già è accaduto altre volte

Questa divisione la si trova nell’atteggiamento delle forze politiche. E su questo si è frantumata AD: fra chi voleva davvero tentare il nuovo, cioè la rivoluzione liberale, e chi cercava ancora protezioni politiche.

La mia opinione è che dobbiamo tentare ugualmente. E che è possibile che mentre muore Alleanza democratica nasca il Partito democratico.

Se si ispira ai valori politici di mercato, al quadro istituzionale di mercato, alla cultura della democrazia come controllo, questo Partito lascerà cadere molte discriminanti della vita di questo Paese: ad esempio, laici cattolici, liberal socialisti, conservatoriprogressisti. Dovrà essere un Partito che raccoglie tutte queste componenti, che sappia coniugare i diritti di libertà con la giustizia sociale (non con la solidarietà, che è figlia de i due Carlo).

Questo è il senso della mia adesione all’Appello per la Lista Pannella e il Partito democratico. La componente radicale è fondamentale: perché essa può f are da sentinella e impedire che il grande disegno degeneri».

I 13 referendum

“Referendum. Se volete. Perchè, come e quando”. L’appello per la raccolta delle firme e dei fondi

  1. Legge elettorale della Camera

  2. Legge elettorale del Senato

  3. Legge elettorale dei Comuni

  4. Soggiorno cautelare

  5. Privatizzazione della Rai-TV

  6. Pubblicità della Rai-Tv

  7. Trattenute dei contributi sindacali

  8. Autorizzazioni al commercio

  9. Orari degli esercizi commerciali

  10. Tesoreria unica

  11. Sostituto d’imposta

  12. Servizio sanitario nazionale

  13. Cassa integrazione straordinaria

I referendum respinti dalla Corte Costituzionale

I risultati dei referendum dell’11 giugno 1995