Editoria, i diritti e i regali

Di GIOVANNI COCCONI - 30 ottobre 2009

Europa

L’editoria italiana aspetta da anni la sua grande riforma. Ogni legislatura si apre allinsegna dei buoni propositi, puntualmente smentiti dai fatti. Si dice che ora cè Internet (sì, ormai da quindici anni). Si ripete che la pubblicità preferisce la tv (vero, chissà perché). Si ricordalo spreco di denaro pubblico (non i furbi che ne approfittano). Si dovrebbe mettere ordine e non lo si fa. Il consiglio dei ministri di mercoledì ha approvato uno schema di regolamento per il riordino dei contributi a favore della stampa e delle imprese radio-televisive. Giusto. Il testo prevede che i fondi vengano assegnati anche in base alle copie vendute e non solo, come ora, a quelle diffuse, allesistenza di una vera redazione, a bilanci in ordine. Sacrosanto. Lo scopo è di eliminare le tante testate invisibili e di evitare che i criteri per accedere ai fondi si trasformino in facili escamotage. Perfetto. Peccato che il regolamento entrerà in vigore, se tutto va bene, non prima del 2011, forse il 2012. Ora dovrà andare al consiglio di stato, poi alle commissioni competenti di camera e senato, poi tornare in consiglio dei ministri e infine venire pubblicato in Gazzetta ufficiale. Nel frattempo il ministero delleconomia non ha ancora sbloccato i 70 milioni di euro destinati alleditoria approvati nel decreto anticrisi dello scorso luglio. Non un regalo, ma un finanziamento previsto da una legge dello stato. Un diritto acquisito, non urielemosina. Un impegno già preso, non soldi in più in un momento comunque drammatico per leditoria, con un crollo verticale della pubblicità (forse con leccezione di Publitalia). Il governo non fa e non parla. Un po quello che sta succedendo per Radio Radicale: il prossimo 21 novembre vedrà scadere la convenzione che, da trentanni, garantisce a lei la sopravvivenza e agli italiani la diretta di tutti i lavori parlamentari e molto di più (basta visitare il sito internet). «Uno strumento democratico importante» ha scritto il Corriere della Sera. Anche Europa, nel suo piccolo, si considera uno strumento di democrazia, una voce che da sette anni (con altre) arricchisce il dibattito politico culturale del nostro paese. Si dice che il destino dei 70 milioni sia legato al gettito della Robin tax, la tassa a carico di banche e petrolieri. Forse è così, anche se non consola saperlo. In ogni caso quei contributi sono un diritto soggettivo delle imprese. Ma lostruzionismo del Tesoro rischia di compromettere il rapporto con gli istituti di credito che hanno anticipato i finanziamenti a giornali, radio e tv, spesso organizzati in forma cooperativa. Si fa molta retorica sulle parole pluralismo e libertà di informazione. Troppa. Ma si spera che anche il governo del conflitto di interessi non si metta a dare lezioni.

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