Esilio di Saddam: era possibile ma si scelse la guerra. La rivelazione di "El Pais"

Pubblicato il 27 Settembre 2007

George W. BushGeorge W. Bush
George Bush: «Gli egiziani stanno parlando con Saddam Hussein. Sembra che abbia fatto sapere che è disposto ad andare in esilio se gli permetteranno di portare con se un miliardo di dollari e tutte le informazioni che desidera sulle armi di distruzione di massa. Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare».

Dal testo del colloquio con Aznar del 22 Febbraio 2003 pubblicato da El País il 25 settembre 2007

La proposta «Iraq Libero! come unica alternativa possibile alla guerra» di Marco Pannella

«Ottima l’idea dell’esilio per Saddam, bisognerebbe che fosse d’accordo anche lui…». Berlusconi e Violante, stessa battuta.

«La proposta di Pannella ha un unico difetto: manca la risposta di Saddam…» Margherita Boniver, Sottosegretaria al Ministero degli esteri, 11 marzo 2003

«Non aggiungiamo alla tragedia di una guerra possibile il grottesco di un Parlamento italiano che vota sull’esilio di un capo di governo di un paese straniero. È come se il Parlamento iracheno votasse sull’esilio di Silvio Berlusconi. Se fossi iracheno potrei anche essere d’accordo, ma non voterei una cosa del genere…». Oliviero Diliberto, 19 febbraio 2003

«È una posizione di pacifismo realista rispetto al pacifismo acritico». Francesco Cossiga, 15 febbraio 2003

«Sono sorpreso dal disinteresse mostrato dai pacifisti per l’ipotesi dell’esilio di Saddam: così ci si priva di un obiettivo concreto e possibile per cui lottare e scendere in piazza. Se davvero – il cielo volesse – Saddam se ne andasse, sarebbe dimostrato che è solo la minaccia armata americana a ottenere ciò cui gli amanti della non violenza e dell’uguaglianza rinunciano, fino a farsi espropriare di ogni obiettivo che non sia la cordiale rivendicazione della pace». Adriano Sofri, 1 febbraio 2003

Il 19 gennaio 2003, mentre la comunità internazionale e le piazze si dividevano sulla pace e sulla guerra, Marco Pannella lanciava la sua proposta: l’esilio del dittatore Saddam Hussein e un’amministrazione fiduciaria dell’Onu in Iraq per garantire libertà, democrazia e diritti agli iracheni.

Il verbale pubblicato da El Pais conferma come “Iraq libero” era una proposta alternativa all’approccio dell’amministrazione Bush, la cui «inadeguata valutazione» dell’economia di impiego delle armi di distruzione, spiegava Pannella, «non ha consentito di usare l’arma assoluta di attrazione di massa che era quella di un’edificazione chiara, di un processo chiaro di conversione del regime iracheno in una democrazia». Conversione che Pannella riteneva «almeno tecnicamente errato affidare – cedendo alla demagogia democraticista del dire “l’Iraq agli iracheni”, con logiche tra il neutraliste e il nazionalismo – alle opposizioni irachene».

Nonostante le adesioni di oltre il 50% dei parlamentari italiani di entrambe le coalizioni (per l’esattezza il 53.5% dei parlamentari, 303 di centrodestra, il 57.7%, e 193 centrosinistra, il 46.8%, 15 membri del Governo italiano, 46 parlamentari europei italiani su 87) e, via internet, di migliaia di cittadini da tutto il mondo, il Governo Berlusconi non ha voluto far proprio il progetto “Iraq libero”, non rispondendo ai numerosi appelli perché fosse preso in esame dall’Unione europea e quindi discusso alle Nazioni Unite.

L’iniziativa è stata inoltre ostracizzata, resa clandestina, dai media italiani, che hanno negato ai cittadini e agli stessi politici il loro diritto ad esserne informati e a mobilitarsi.

I segnali c’èrano già allora

Esponenti dell’amministrazione Usa e britannica hanno non di rado espresso la loro disponibilità verso tale soluzione. Donald Rumsfeld ne parlò fin dal 20 gennaio 2003, mentre nel corso di un’audizione alla Camera dei Rappresentanti, il 13 febbraio, Colin Powell confermò che gli Stati Uniti stavano valutando, insieme ad altri Paesi, l’ipotesi dell’esilio di Saddam Hussein e dei suoi uomini di fiducia ai posti di potere. Proprio le Nazioni Unite avrebbero dovuto giocare un ruolo per «convincerlo», magari con una seconda risoluzione. Il segretario di Stato rivelò che si stava studiando «dove, con quali protezioni, e come esattamente mettere in atto questa operazione». Per la prima volta la Casa Bianca chiariva che non stava solo «incoraggiando» Saddam, non ne stava «solo discutendo», ma c’era del «lavoro attivo».

Il 16 marzo la guerra poteva essere ancora evitata se Saddam e i suoi principali collaboratori avessero lasciato il potere e gli Usa erano pronti a fornire una lista, dichiarò Powell.

Sappiamo anche dei piani di esilio studiati dall’Arabia Saudita (04-01-2003) e da Egitto e Turchia (15-01-2003). Inoltre, importanti commentatori occidentali, come Thomas Friedman (New York Times, 29-01-2003), giornali come il Washington Post, che avanzò l”ipotesi di una «terza via» (14-03-2003), e la stessa stampa araba (rapporto Memri, 18-02-2003) sottolineavano spesso l’opportunità e la possibilità delle dimissioni di Saddam. L’esilio o la resa di Saddam Hussein «continuerebbero a essere molto bene accolti», dichiarò il portavoce della Casa Bianca, Ari Fleischer, il giorno dell’attacco (20-03-2003).

Ma (almeno fino alle rivelazioni de El Pais del 25 febbraio 2007) la conferma più eclatante che l’esilio di Saddam fosse un’opzione realistica giunge il 3 novembre del 2005, quando un membro del governo degli Emirati Arabi Uniti rivela che l’ex dittatore aveva accettato, in linea di principio, la proposta di esilio avanzatagli dal suo governo nel corso di contatti diretti con un emissario del raìs. Saddam, oltre a garanzie e assicurazioni internazionali, chiedeva una risoluzione della Lega araba in cui il suo esilio fosse approvato, ma la proposta non fu posta all’ordine del giorno della riunione d’emergenza della Lega che si tenne in Egitto il primo marzo 2003.

La proposta d’esilio arriva al Parlamento italiano

Anche quando “Iraq libero”, il 19 febbraio 2003, approdava nel Parlamento italiano, la mozione approvata alla Camera stravolgeva totalmente il senso della proposta.

Il testo raccoglieva solo una delle due parti del progetto, quella secondaria, relativa all’esilio di Saddam, che diveniva però priva di ogni logica se separata dalla parte centrale della proposta, di cui l’esilio doveva essere solo lo strumento: un’amministrazione fiduciaria dell’Onu per la transizione democratica in Iraq. Lo svuotamento della proposta avveniva nonostante metà dei parlamentari avesse aderito. Tale fu la disinformazione compiuta dai media da far sparire negli stessi sostenitori del progetto la consapevolezza della propria presa di posizione espressa con l’adesione.

Due settimane ancora, chiedevano i leader radicali nell’imminenza dell’attacco. Il principio di legalità, la forza di attrazione democratica e nonviolenta messi in campo dal progetto “Iraq libero” avrebbero potuto riunire l’Europa. Due settimane il tempo perché “Iraq libero” potesse essere raccolto dal premier britannico Blair, in evidente difficoltà sul fronte interno e intento fino all’ultimo in frenetiche consultazioni, ma anche dal presidente di turno dell’Unione europea Papandreu e dal presidente egiziano Hosni Mubarak, e persino dal ministro degli Esteri francese De Villepin.

Se il progetto “Iraq libero”, come chiedevano i radicali, fosse stato fatto proprio dal Governo italiano e discusso in sede europea, poi portato ufficialmente all’Onu, le divisioni potevano essere superate, la compattezza di un fronte unico di Stati e opinioni pubbliche avrebbe potuto rendere la richiesta più forte e pressante su Saddam. Per qualunque Stato, di fronte a tali dichiarati obiettivi, sarebbe stato arduo contestare la legittimità di un’ingerenza umanitaria.

Ma “Iraq libero” rimane «una forza che non va dismessa», annunciava Pannella. Un dossier da tenere aperto nel duplice aspetto sia del ruolo e dei limiti dell’Onu, sia delle inadeguatezze e della povertà della politica estera italiana ed europea.

«Occorre mutare radicalmente armi», occorre che siano quelle dell’attrazione di massa e della nonviolenza, «coerenti anche nella loro forma con il grande obiettivo politico, umano, di democrazia, di libertà, di diritto e quindi di pace del e nel mondo». La nonviolenza, spiegava Pannella nella conversazione settimanale del 14 dicembre, va scelta «non solo, o non tanto, o non necessariamente, per motivi morali, ma per motivi di efficacia. Si sono convertite le condizioni storiche delle lotte, delle guerre, dei confronti, per cui può essere molto più conveniente abbondare nella direzione del comportamento nonviolento e legalitario».