Europa delle patrie o patria europea? - Trascrizioni
MARCO CAPPATO
Riprendiamo il discorso che abbiamo affrontato ieri sera. Sia Gianfranco che io abbiamo fatto uno sforzo per esprimerci in francese, anche in onore al fatto che la serata fosse fuori dal PE, con un tentativo di coinvolgimento piuttosto riuscito di persone, funzionari, cittadini non soltanto del giro PE o italiani. Avendo del tempo a disposizione per approfondire le questione del PRT in generale ed in particolare la questione UE ed Europa, in particolare per approfondire in concreto le misure che sono state prese. Proporrei di iniziare di nuovo con una relazione di Gianfranco che entri nel merito come in parte fatto ieri sera nelle prosptettive e scelte del Consiglio in vista del nuovo trattato. Come sapete sono previsti questa mattina diversi ospiti: il professore Bichara Khader, un accademico esperto dei rapporti con i paesi del mediterraneo, Andrew Duff dell’ALDE che sara’ il rappresentante dei liberali alla CIG, la presidente dei liberali europei Annemie Neyts, nel pomeriggio la co-presidente del gruppo dei verdi Monica Frassoni.
GIANFRANCO DELL’ALBA
Penso che puo essere utile tornare un po’ su quanto dicevamo ieri ed approfondire, anche se i dettagli saranno forse troppo tecnici, ma puo’ essere utile anche a noi radicali per capire a che punto ci troviamo. Puo essere un’occasione non solo per discutere tra di noi ma anche per tirar fuori delle idee. Una idea molto interessante ad esmpio è venuta da Marco. Un’idea storica sulla quale lavorare nei prossimi giorni su questo fronte, nel quale indubbiamente il vertice del 21 giugno ultimi giorni ha costituito un momento di passaggio piuttosto importante e cioè si è passati, in qualche modo si è sancito, io leggo, la fine di un percorso che con alti e bassi aveva caratterizzato la vita dell’Europa ed aveva potuto farle fare importanti passi avanti. Noi radicali siamo sempre stati molto critici anche su questi passi avanti, perche li giudicavamo timidi. Abbiamo considerato timida l’azione di Jacques Delors, non sufficientemente ambiziosa o visionaria e tutti sappiamo che Jacques Delors e’ sicuramente il Presidente della Commissione più importante che vi è stato nella vita della Comunità degli ultimi 30 anni, certamente molto più’ capace di Romano Prodi o Manuel Barroso. Ma anche su di lui noi sosteniamo che avrebbe potuto fare di più – quindi figuratevi quale è il nostro punto di vista.
Fatta questa premessa, diciamo che- come sapete- ci aveva fatto giudicare in modo insufficiente anche la Costituzione stessa. E’ evidente che in tutte le tappe degli ultimi vent’anni l’Europa ha aggiunto ogni volta una pietra in più alla sua architettura. Era partita come la comunità il MEC, la Comunità Economica Europea, quando sono arrivati al PE i primi deputati radicali: Marco, Emma, Leonardo Sciascia. Questo Parlamento, non solo questa sede, non aveva molto da dire. Doveva conquistarsi il suo spazio, non c’era una politica estera codificata, non si poteva parlare di affari interni o di cooperazione in materie di giustizia, molte politiche non erano ancora neppure all’orizzonte come politiche coordinate, c’era una grande politica agricola e poco più, diciamo. Quindi è indubbio che l’avanzata di questi ultimi 25-30 anni sia stata importante. A ogni tappa, con il grandissimo merito che proprio dal PE è venuto da Altiero Spinelli (ed io dico anche con Marco Pannella) all’inizio degli anni 80, di aver voluto dire: “no basta noi dobbiamo avere una moneta, una politica estera, una vera unione europea” e poi il trattato Spinelli e tutto quello che ne consegue. Un qualcosa che ha certamento aumentato le competenze dell’UE senza fare quel passo in più che l’avrebbe fatta diventare una Unione federale, come la chiamiamo noi. La moneta comune è stato un passo ed un punto di non ritorno estremamente importante, probabilmente questa e’ la nostra analisi, gli anni prima del muro di Berlino erano gli anni giusti per dare quello scossone per passare dall’Europa delle Patrie, che senza destabilizzare gli Stati membri avrebbe potuto individuare un vero governo federale, con un Parlamento che lo controllasse, con una maggioranza politica, con dei Partiti Politici europei come noi abbiamo voluto fare ben piu’ di 20 anni fa con la decisione di chiamarci PRT. Questo non e’ successo, dopo la caduta del muro certamente la costruzione dell’Europa si e’ resa molto piu’ cmplicata: da una parte c’è stata questa ovvia attrazione dei paesi dell’est, ma dall’altra questa attrazione ha un po’ frenato. Ecco perchè noi ce l’abbiamo un po’ con Jacques Delors, perchè in quegli anni si sarebbe potuto fare forse un passo più importante di quello che poi fu, prima l’atto unico e poi il trattato di Maastricht.
Per chiudere questo primo esame di un’analisi su quello che è successo, è indubbio che in tutte queste tappe si è aggiunto un pezzettino d’Europa con dopo il trattato Spinelli e dell’84 si e’ arrivati non al Trattato Spinelli, che resta un modello da raggiungere, un modello sostanzialmente federale, si e’ fatto l’Atto unico che ha dato vita al grande Mercato Europeo, il cosiddetto Mercato Interno dove comunque in tutti questi anni come sappiamo ci si sposta, si viaggia, si studia, si ha la libera concorrenza per la quale si viene a Bruxelles in maniera diversa di come facevamo noi per tanti anni. Tanti di voi se lo ricordano, si veniva a Bruxelles col treno perche’ era impensabile venirci in aereo. Oggi si viene in aereo perchè costa meno, è un frutto del Marcato Unico che è stato lanciato con l’Atto Unico dell’86. E poi il Trattato di Maastricht che ha aggiunto le grandi politiche più ambiziose, la politica estera, la politica interna. E noi eravamo a Maastricht, davanti a quell’edificio con i pullman e col treno, era solo il 1991, quando facemmo quella manifestazione per chiedere ancora di più a quell’Europa che bene o male aveva messo in cantiere delle cose importanti. Ma non abbastanza, diciamo noi. E poi ci sono stati altri passaggi che hanno un po’ – come dire – toccato qualche equilibrio di Maastricht, ma nessuno ha nessuno ha mai preso in mano la vera questione: quest’Europa non può funzionare con le regole che andavano bene a 6 paesi, a 9 paesi. Perchè un’Europa a 12, 15 e poi a 25, 27 paesi membri non puo funzionare con regole concepite per un numero inferiore di paesi e quindi non può funzionare con l’unanimità sulle decisioni più importanti a livello dei governi, non può funzionare con un Parlamento che non ha quei poteri, gli stessi poteri che hanno i Parlamenti nazionali, non può funzionare con un governo che lo è e non lo è per cui non è espressione di una maggioranza politica, è un po’ una sommatoria di personalità politiche nazionali, che curano molto anche i loro interessi nazionali oltre a quelli del loro portafoglio. Quindi con una serie di anomalie che in una visione di Stato federale. Queste difficoltà piacciono molto a quei paesi che non vogliono vedere questo tipo di sviluppo. E questo è il dibattito che ha caratterizzato questi ultimi 10-15 anni. E cioè avere da una parte un gruppo di paesi o di parlamentari o di movimenti, le cui truppe a dire la verità sono sempre meno numerose, favorevoli all’idea di un’Europa potenza che per pesare sulla scena internazionale deve unirsi e parlare con una sole voce come soggetto in grado di fare fronte alla Cina, all’India, agli Stati Uniti, al Giappone e porsi come attore sulla scena internazionale, oppure avere una Unione europea, ma ci sono pure la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, un pochino l’Italia, la Spagna. Ecco, questo è evidentemente la partita Noi abbiamo questa contraddizione per cui su alcuni settori negoziamo come Europea, come sugli accordi commerciali per esempio quelli del Doha Round che vanno sempre malissimo, ma poi per decidere cosa fare in Medio Oriente o nella Ex- Jugoslavia come abbiamo visto benissimo sono ancora le politiche nazionali e quindi gli interessi e le visioni specifiche e spesso opposte dei paesi membri che hanno la prevalenza su una visione europea. Questo è sempre stato un braccio di ferro tra chi vede nel superamento degli stati nazionali l’obiettivo da raggiungere (come l’Italia, in tutte le sue componenti, anche se il governo Berlusconi è’ stato il primo della storia che ha un tantino frenato, ma tutto sommato ha frenato meno di altri governi, abbiamo il Belgio, il Lussemburgo, altri paesi di questa zona, la stessa Germania, paesi che tradizionalmente erano più portatori di questo tipo di impostazione ed avevamo dall’altra parte la Gran Bretagna che ha sempre pensato invece che occorreva sì un grande Mercato, con regole di concorrenza nelle quali il know how inglese potesse avere una quota importante di mercato, ma che poi politicamente non dovevamo muoverci troppo dall’equilibrio raggiunto. Con la Costituzione europea si e’ data una spinta forte a questa visione diversa, quella che tendeva a dire: abbiamo fatto tanti trattati adesso chiudiamo con un testo costituzionale che ci dia un po’ il cappello, ne abbiamo fatti tanti, sono molto farragginosi, mettiamo ordine e facciamo una Costituzione europea che riconosca l’anima dell’europa. Pensate che ci sono dei paesi che non solo non fanno parte dell’unione europea, non solo non sono candidati, ma forse mai potranno diventarlo. ad esempio in Georgia nei palazzi pubblici il governo georgiano ha deciso di affiancare alla bandiera Georgiana la bandiera dell’Unione europea, per un sentimento di appartenenza all’Europa che e’ interessantissimo, bellissimo. Abbiamo parlato tanto della cittadinanza europea, ed e’ indubbio che oggi venendo a Bruxelles voi non vi sentite più all’estero, senza controlli alla frontiera, senza dover cambiare i soldi, avendo a disposizione giornali, e qualsiasi altra cosa. In fondo è vero che in tanti anni questo sentimento si è radicato. I ragazzi del Progetto Erasmus che vanno a studiare all’estero e che diventano milioni hanno un sentimento di appartenenza che la Commissione voleva sintetizzare in un testo che fosse il punto fermo: i diritti del cittadino europeo, i simboli dell’Europa, le regole dell’Europa. Questo è stato il lavoro, come abbiamo detto, insufficiente, approvato proprio in questo edificio non soltanto dai diplomatici, ma da una Convenzione che aveva anche un’ambizione di radunare forze politiche e parlamentari in un modello che in qualche modo avevamo suggerito noi 20 anni fa: quello di una Costituzione che nascesse dai parlamenti e dagli eletti e non dalle diplomazie. Saluto Ernest Green, buongiorno. Un ex presidente del Gruppo, parlavo degli inizi del Parlamento e sono molto lieto di vederla qui tra noi.
Questo disegno ha portato alla firma nell’ottobre del 2004 a Roma del testo della Costituzione che era ed è un disegno ambizioso nonostante i suoi limiti perchè intendeva soprattutto fornire questo aspetto. In termini di regole le novità non sono moltissime rispetto all’assetto di cui parlavo prima. Con la Costituzione non si passa ad un super stato. Si tiene la situazione com’era con un paio di novità rilevanti, ma vi era questa forte immagine simbolica. Vi era un punto di non ritorno, si metteva in comune tutta una serie di cose e si suggellavano con l’idea che una costituzione governasse in qualche modo, presiedesse alle sorti dei popoli cittadini dei paesi membri.
E’ stata questa forte simbologia che ha fatto fallire il progetto? Io ho qualche dubbio, nel senso che è vero- come sapete- che avendo scelto in modo scriteriato di sottoporre la Costituzione ai cittadini, si è portato non un progetto con tutto quello che l’Europa ha fatto fin qui, adesso questa tappa suggella un percorso: l’Europa è stata positiva per tutti voi e quindi votate questo. No si è portato vagamente nei paesi membri un testo che a leggerlo senza sufficiente preparazione è per molti versi incomprensibile, si è unito in quei mesi ad una polemica artificiosa sulla famosa direttiva Bolkenstein, per cui sembrava che votare la Costituzione significasse aprire le porte a lavoratori stranieri che per 2 lire avrebbero rubato il posto – è stato fatto credere questo – ai cittadini dei paesi che hanno votato. Si è cumulato un effetto politico interno, in cui soprattutto in Francia il voto sulla Costituzione era un voto a favore o contro Chirac. C’era da tener conto di tutta una opinione pubblica che magari per dare uno schiaffo a Governo e Presidente votava contro non per l’Europa, ma per ragioni politiche interne. E così invece di fare come avevamo chiesto noi un referendum europeo per fare votare lo stesso giorno tutti i cittadini europei. E invece tanti voti nazionali che per motivi che nulla avevano a che fare con un esame oggettivo dei passi avanti e dei passi indietro della Costituzione l’ha fatta fallire in Francia ed in Olanda e questo ha consentito ai paesi che ne erano molto meno convinti come Inghilterra e poi la Polonia, di poter subito dire: “Beh a questo punto dobbiamo rifare tutto”.
C’e’ stata la cosiddetta pausa di riflessione e per due anni non si è fatto quasi nulla dicendo: “Ormai per alcuni questo progetto è morto”. I paesi che avevano già ratificato, si sono un po’ addormentati. Pur essendo 18, benché vi fosse un meccanismo che prevedeva la possibilità che non vi fosse in tutti i paesi la ratifica, ma poichè i trattati non possono entrare in vigore senza l’accordo di tutti i paesi membri, ecco che questo ha bloccato la costituzione. Allora si è detto che la colpa è proprio dei simboli perchè si abbandona l’Europa delle Patrie per una Costituzione europea, per una Patria europea che fa paura ai cittadini.
Proprio nei giorni in cui si negoziava quello a cui si è arrivati, Eurobarometro dimostrava esattamente il contrario, come spesso diciamo anche sui diritti civili. I popoli consultati alla domanda sulla necessità di una Costituzione europea si sono dimostrati oltre il 70% favorevoli in Italia, in Spagna, in diversi paesi. In 3 o 4 paesi la soglia non arriva al 50%. Quindi per la maggiornanza assoluta dei cittadini europei- se li contiamo come tali e non divisi per paesi- il sentimento che si ha e’ maggioritario, oggi nel 2007. Ci sono paesi come l’Inghilterra in cui si deve tener conto che si tratta di un paese che non ha un modello costituzionale come l’abbiamo noi e quindi i cittadini non sono abituati all’idea che ci sia una Costituzione perchè il loro modello è diverso e quindi anche questo influisce nei sondaggi. Ma certamente la maggioranza degli europei vede con favore la Costituzione e invece i nostri dirigenti hanno pensato bene che andava abolita la simbologia europea per mantenere l’essenza di quel che c’era nel trattato. E’ quello che dicevamo ieri e che Marco ha molto bene esplicitato quando si riferiva alla scomparsa dei simboli che solo un giurista legato ai libri può pensare non abbia quella valenza dirompente sull’idea di appartenenza ad una stessa comunità. Ed era in effetti la volontà di coloro che hanno negoziato la Costituzione.
Sono scomparsi questi simboli, è scomparsa l’idea che un giorno si possa avere una Costituzione, si e’ rovesciato l’onere della prova, Pannella ha fatto bene a metterlo in luce anche se tra i punti minori, ma in realtà più interessanti, perchè non solo si è rovesciato l’onere per cui l’Europa può fare solo quello che gli viene affidato e non dare per implicito che l’Europa fa tante cose tranne quelle che sono in mano agli Stati membri. Ma si è rovesciato l’onere anche in un altro senso. E cioè mentre prima si dava per implicito con il famoso articolo 235 – ti ricordi Marco – che permetteva di fare tutto quello che si doveva fare se si fosse stati d’accordo, c’era un concetto evolutivo di potestà dell’Unione Europea, con le decisioni di giugno si può decidere anche di tornare indietro per la prima volta. Si sancisce che una decisione all’unanimità puo’ fare sparire una politica che l’Europa esercita, cosa che sarebbe stata impensabile soltanto poco fa.
Quindi sono spariti i simboli, e molte altre acquisizioni a volte implicite dell’Europa sono state dovute mettere in nota a piè di pagina, in una forma affievolita per il timore che potessero colpire negativamente l’opinione pubblica. Per esempio il principio della primazia del diritto comunitario, per esempio, che è ormai un principio giuridico sancito da 40 anni e che in ogni Stato membro è ben radicato nella giurisprudenza e attività normativa. Anche quell’articolo è stato tolto e messo da qualche parte con un valore giuridico evidentemente minore e che quindi sara piu’ difficile esercitare. E’ un po’ lo stesso concetto sulla concorrenza, sulla necessità di garantire i servizi pubblici generali, tutte zeppe a quel concetto per cui c’era stata una cessione di sovranità all’Unione Europea che di fatto sembra oggi essere rimessa in causa se non in maniera assoluta viene ridimensionata, attraverso tutti questi aggiustamenti che hanno un senso molto preciso ed eloquente.
Questo riguarda quello che c’era, su quello che c’è è indubbio che ci sarà un presidente per 2,5 anni, questo è un fatto importante da salutare. Magari oggi dopo la presidenza tedesca voi non sapete necessariamente chi presiede l’Europa e se non lo sappiamo noi non lo sanno nemmeno i governi stranieri che devono interloquire con l’Europa. Ci sono presidenze dalle quali ci si aspetta poco perchè i paesi piccoli non hanno la stessa capacità di interloquire di Merkel, Sarkozy o altri. Ci sarà questa figura del Ministro degli esteri che non è ministro, che non ha i poteri di condurre realmente la politica estera, che rischia di essere un po’ la copia di Solana. Dopo tanti anni, cosa ha fatto Solana di significativo? Certamente ha fatto delle cose, ma dire che l’Europa ha marcato la scena internazionale con una sua politica estera, come sappiamo, non è esattamente semplice dirlo. Se si pensa alla guerra in Iraq, o a tanti altri fatti di politica internazionale ci ricordiamo più di quello che hanno fatto i singoli governi che di quello che ha fatto l’Europa in quanto tale.
In politica interna, chiamiamola così, come sapete che doveva costituire l’altro grande volano. La Costituzione doveva fare saltare le barriere difficili da spiegare che sulla politica estera e sulla politica interna in realtà si può avanzare solo ed esclusivamente con una cooperazione intergovernativa: Parlamento e Commissione hanno meno da dire che su altre politiche. C’ò stato questo importante passo falso o stop voluto fortissimamente dalla Polonia e che fa sì che su tanti settori su cui noi lavoriamo alla Commissione libertà pubbliche, Marco Cappato e tanti lavorano perchè in questi anni si sono aperte possibilità affinché questa cittadinanza europea sia effettiva e non vi siano più differenze per cui un italiano deve andare a Barcellona per una fecondazione assistita. In un contesto in cui ci si muove senza passaporto, si viaggia, si usano gli stessi soldi, è ancora paradossale che esistano tante differenze sulle materie legate alla famiglia, ebbene su queste materie c’è da oggi diritto di veto effettivo per impedire che si possa armonizzare verso l’alto dico io molti settori di questo ambito.
Cosi come c’è un nuovo meccanismo secondo il quale proposte europee possono essere bloccate da parlamenti nazionali che sinora in questo meccanismo non rientravano. Infine è stato anche ridotto l’ambito di giurisdizione della Corte di Giustizia che invece in questi anni ha esercitato un ruolo importantissimo nel promuovere l’integrazione attraverso il diritto.
Questo è il quadro. Sul che fare io volevo chiudere questa introduzione riprendendo e amplificando quello che diceva Marco ieri e riprendeva una battaglia, una delle ultime che facemmo proprio con Altiero Spinelli, che era lo sciopero dei pareri, la greve des avis si diceva allora. Il Pe e’ chiamato ha dire sì o no alla convocazione della CIG. Non solo a dire sì, ma a dire sì ad un atto giuridicamente necessario alla convocazione di una CIG che formalmente prepara il trattato e lo porta alla firma ad ottobre dei Capi di Stato e di Governo. Mentre in tutti gli altri anni questa convocazione apriva, era una fase precedente all’apertura del negoziato vero e proprio e quindi raramente se non mai il canovaccio era gia scritto in anticipo e quindi il parere del PE era necessario, ma dava l’inizio e dava delle indicazioni politiche a un qualcosa che si apriva e doveva essere completato, in questo caso ci si trova dinanzi ad un testo già definito in tutti i suoi aspetti più puntuali e minori proprio perchè la volontà della Merkel era di negoziare sotto la sua presidenza senza lasciarlo fare ai portoghesi. Ecco quindi che nel voto del PE in questo sì, di fatto il PE dice sì non all’apertura di una CIG che indubbiamente dopo il fallimento della Costituzione era necessaria ma dice sì a quella impostazione a quel testo a quella riforma. Ecco la viziosità dell’operazione cotta e mangiata in una settimana. Ed ecco che effettivamente trovare consensi su questo tipo di impostazione si gustifica ancor più che in passato. Questo tipo di ragionamento trova secondo me una ancor maggiore importantza proprio perchè mentre in altri anni le conferenze avevano un senso perché si apriva un negoziato quasi da zero, in questo caso la conferenza ha il compito proprio tecnico di limare, di aggiustare, di inserire laddove deve essere inserito, ma partendo da un testo completamente chiuso in tutte le sue valenze più’ importanti e politiche. Questa pista oltre a quella citata da Emma Bonino ieri che si riferisce più alla dimensione complessiva. Comunque sia i paesi che hanno ratificato saranno gli ultimi a dover ratificare, facciamo andare avanti gli altri per non farci prendere per fessi per la seconda volta. Certamente questa nell’immediato di una resistenza passiva all’accettazione supina di tutto quello che è successo a Bruxelles tre settimane fa, mi sembra una pista molto radicale e molto interessante.
MARCO PANNELLA
Per coloro che magari non hanno vissuto questa vigilia di questi due giorni ricorderò semplicemente che ieri c’è stata una giornata piena, intensa di dibattito su una stranezza più o meno radicale e dintorni: sull’eutanasia. Poi ieri sera, avendo fatto sapere in giro, anche negli ambienti comunitari, professionalmente ambienti comunitari, che con Emma stavamo per affrontare un po’ pubblicamente il tema “Europa delle Patrie o Patria Europea?”, abbiamo avuto mi pare 420 persone che sono accorse. Le sedie erano 398 poi si son contate. Così la stima. Ma 420 persone a Bruxelles alle 20 di sera convocate in questo modo, ovviamente senza nessuno sforzo associativo credo che non sia frequente oggi. Perfino non era frequente anche vent’anni fa, per Bruxelles, se non in momenti di lotta e di scontro.
Per la verità credo che il tema proposto nel cuore dell’Europa amministrativa, diciamo burocratica, burocratizzata, evidentemente ha coinvolto, ha interessato. Questa è le seconda generazione di funzionari di già in condizioni avanzate, ma certo coloro che accorrevano a Bruxelles per essere funzionari della Commissione o del Consiglio o del Parlamento o del CES, per almeno un paio di decenni, c’era il sentimento di accorrere lì dove il lavoro, l’attività e la partecipazione dessero una integrità felice e rara. Venivano convinti che qui si operava, si concepiva, si creava attraverso i concorsi. Le cose che si apprendono per i concorsi, il senso di essere al cuore di qualcosa. E ieri sera ero convito, poi vedevo un po’ le facce, che in effetti era a seconda generazione. Lo dicevamo con Gianfranco nel nostro linguaggio degli A4, A5, forse qualche A3, cioè quelle cose che sono state molto importanti: le nostre categorie sia in parlamento che altrove, ti ricordi? I problemi dei presidenti, A1, A2 , A3, A4 ecc. E tutti estremamente attenti. Ma io dico il solo fatto che fossero venuti, che siano restati, che notoriamente come radicali siamo sempre non sospettati, siamo sempre conosciuti come quelli che ti chiedono di iscriverti, che chiedono l’obolo quotidiano senza il quale nessuna professione di fede, di convinzione, di obiettivi ha una sua concretezza, un suo valore. E ieri sera in effetti, come anche nel pomeriggio nei lavori sull’eutanasia dell’Associazione Coscioni c’era questa convinzione, questa proclamazione, dopo almeno 4 decenni della trovata un tempo, nell’immediato dopoguerra, si sarebbe detto relativa alla “teoria della prassi” sull’organizzazione dei partiti. Dopo quattro decenni io credo che noi siamo stati e rappresentiamo una teoria di fatti, una teoria di fatti, una vera teoria per quel che riguarda appunto un partito nel quale la disciplina di partito, direi, è vietata, ma nel senso che si punta sulla autodisciplina, sulla responsabilità, formalmente. Ricordavo ancora avanti ieri che nello statuto del 1967-68, nelle interpretazioni che poi abbiamo dato sempre non solo nei congressi non ci sono delegati, ma chiunque può arrivare, iscriversi e votare. Follia. Ci si diceva, ma se siamo 400 a congresso, che siano comunisti, fascisti, clericali e vogliono interrompere questo pericolo, questo scandalo, basta che depositino 500 tessere, che comprino 500 tessere e il gioco è fatto. Solo che per noi l’equivalente di 500 tessere al nostro livello di spesa, al nostro livello di spesa organizzativa sarebbe stata una manna. “Magari!” dicevamo. Tra l’altro ci sarebbe lo scandalo di quest’operazione, poi avremmo quei soldi che non potremmo mai sperare di raccogliere nel congresso e poi ci consente di andare al portone accanto e mettere il vero Partito Radiale, come accade nelle scissioni socialiste e comuniste per decenni. “Le vrai parti”, il vero partito unitario soprattutto quando c’erano le scissioni, chi si scindeva era unitario e creava la cosa unitaria. Però quarant’anni così alla fine si diceva come giustapposizione di terreni ogni anno per i problemi nuovi che venivano fuori. E allora dobbiamo pur dire che dobbiamo come Partito essere coerenti rispetto a questo patrimonio. Ci siamo visti in questo periodo e lui probabilmente non sa che noi abbiamo ormai da decenni confermato quello che già c’era col Partito Socialista Italiano: le doppie tessere ufficiali. E sai che allora c’erano anche molti colleghi socialisti. Credo che anche con te ti guardavamo con “desiderio sospetto”. A questo punto però sono passati decenni. Abbiamo dei compagni che provengono dal PCI, alcuni di questi anche mentre erano iscritti al PCI, poi al partito Democratici di Sinistra, poi demosinitri, poi adesso i compagni della sinistra democratica, diciamo quelli che sono usciti da sinistra perché non sono d’accordo con il Partito Democratico, più intransigenti, Mussi e gli altri. Noi abbiamo una compagna come Pasqualina Napolitano che io trovo che sia sempre stata una splendida militante comunista, splendida militante, non a lungo per via di età, ma lo è stata, poi ci sono i vari nomi che son venuti fuori, che ha sempre portato un suo modo di partecipare e di esser parlamentare, di essere militante. E adesso non so sono tre, quattro legislature, non so quante, che regolarmente è iscritta all’uno, l’altro, all’uno e all’altro dei soggetti radicali: Nessuno Tocchi Caino, Partito Radicale Transnazionale, l’Associazione Coscioni, Non C’è Pace Senza Giustizia, tutte organizzazioni anche lì autonome. Ma quando vedo che ormai siamo a decine e decine ogni anno di conferme di queste doppie triple tessere eppure siamo scomodi. Sappiamo quanto ci si vive come un corpo estraneo sia nella destra che nella sinistra perché probabilmente, diciamo, per quel che riguarda la destra sulle nostre battaglie liberali storiche di grande valore non ci sia quel molto da mettere in dubbio e lo stesso a sinistra le grandi battaglie che hanno creato riforme sociali, ma riforme profonde, riforme della società e anche delle leggi, c’è l’imbarazzo di questa presenza. Noi ci siamo assunti la responsabilità, da soli, da soli, una responsabilità pesante, difficile, consapevole: di stabilire che tra le due gambe del regime italiano urgesse, fosse assolutamente urgente avere alternanza e diciamo non certo alternativa. Perché in realtà questa classe dirigente con quelle sue due gambe, anche in Belgio è stato a lungo così, ma sono due gambe della stessa antropologia politica oramai. Lo so che tu lo sai e lo sai bene. Dinanzi a questo noi abbiamo ottenuto questo risultato. Ci è stata fatta sufficientemente fiducia perché almeno mezzo milione di elettori, almeno, che non avrebbe votato per quella che noi indicavamo come la “compagnia dei buoni a niente” mezzo milione hanno seguito e, tu non sai che la sinistra, diciamo così per dire, ha vinto per 24000 voti. Noi ne abbiam portati un milione con i compagni socialisti. Al Senato addirittura hanno perso per 400.000 voti, ma poi con la legge elettorale e aiutandosi un po’ col fatto che hanno nominato dei senatori quando i senatori eletti non gli piacevano: i nostri compagni. Poi hanno quelli a vita. Ma perché sto raccontando? Perché sto dicendo qui in questa sede, ribadendo che noi dobbiamo essere coerenti con decenni di doppie tessere, di doppie tessere in momenti difficili proprio perché siamo stati al limite dell’imprudenza, siamo stati in prima linea non temendo il ridicolo della nonviolenza, non temendo il ridicolo del digiuno, non temendo il ridicolo delle manifestazioni pubbliche, dei bavagli, delle trasformazioni costanti e del linguaggio che abbiamo usato per trasmettere, per comunicare. Tutto questo oggi ci mette in una situazione particolare. La realtà di regime nel nostro paese e noi guardiamo in termini di leggi, il peggiore, il più importante, scusatemi compagni radicali, io credo che non ci siamo spiegati abbastanza, il più grosso problema che un tempo si sarebbe detto “di classe” il più grave problema popolare, il più grave problema in termini di istituzioni e sociali è il problema della giustizia. E’ come nei grandi momenti di crisi profonda, di valori, di poteri, di interessi. Noi abbiamo una realtà ancora in questi giorni la stiamo considerando. Non c’è legge che sia vigente secondo il suo testo scritto. Al posto delle leggi vigenti secondo il testo scritto abbiamo leggi diverse che vigono, leggi non scritte, a livello istituzionale, a livello sociale. Ma quando noi abbiamo il 92% dei reati che non sono perseguiti e poi abbiamo invece il 58%, il 60% dei processi che giungono al secondo o al terzo grado a sentenze di innocenza, quando abbiamo questo, di che cosa parliamo? Quando abbiamo 10 milioni di processi che non si fanno, quando siamo condannati dall’81 dalla giustizia europea, siamo condannati perché i tempi dell’amministrazione della giustizia non sono compatibili con il rispetto della Costituzione, con il principio stesso addirittura da Diritto Romano della necessità di un rapporto ragionevole, di una compattezza ragionevole tra l’evento storico e l’evento giuridico, quando appunto tutto questo è a livello di massa, quando noi vediamo il territorio occupato. La Campania, e voi sapete che forse l’avevamo previsto e detto a partire da Napoli e dal Vesuvio, ma quando vediamo la Campania sepolta, letteralmente, da rifiuti tossici che oggi il calcolo ci credo non l’ho fatto io, arriva a una montagna di 15.000 metri no? Ormai al disastro ideologico corrisponde il disastro idrogeologico. Ogni giorno è in Campania è la violenza che domina, che è legge. La classe dirigente di sinistra in Campania, non sarà per dolo, ma c’è la colpa grave anche nel diritto penale! C’è la colpa! C’è la colpa di chi sapendo e constatando, dall’incapace d’intendere e di volere.. non importa! Ma noi abbiamo una cosa terrorizzante! Guardate, l’ordine pubblico maggiore, l’avevamo previsto, in Campania, sul piano dei rifiuti, l’ordine, un minimo di ordine, solo la Camorra poteva assicurarlo e l’ha assicurato! Quando vi sono 94 comuni che devono ognuno raccogliere i rifiuti mentre i rifiuti sono ormai comuni, un’unica grande zona metropolitana, è chiaro che questa è la struttura nella quale il territorio alla fine non tutelato finisce per produrre, autoprodurre, la forza, tutte! Quella di tutelarsi dai tossici o anche quella di esigere dal creditore per il poveretto che ha prestato, esigere che alla fine gli venga reso quel denaro. La Camorra, il potere sul territorio delle varie forme di Camorra, e parlo di Camorra perché non voglio dire la Mafia ecc, nel senso che la Camorra prendiamola come cosa nazionale italiana, la prendiamo in Val d’Aosta, la prendiamo a Trieste in gradazioni diverse ma le cose dobbiamo guardarle, avere la forza. Perché non c’è riforma della giustizia? Perché c’è l’obbligatorietà dell’azione penale. Non credo nemmeno che tu lo sappia, ma l’obbligatorietà dell’azione penale è alla base di tutto questo. Non c’è nei paesi civili! In Spagna hanno preso qualcosa, ma questo deliro pseudo-repubblicano, pseudo-robespierrano, è un delirio! Lo sappiamo da quarant’anni, cinquant’anni! Abbiamo 10 milioni di processi! Abbiamo la giustizia europea alla quale raccontiamo balle, ogni tre anni facciamo una riforma. Sappiamo che quel carico aumenta. Sappiamo che esiste un motivo per fare il tentativo. I magistrati, la giustizia ha bisogno per cercare di vi-ve-re, ha bisogno di una sola cosa, lai la magistratura, la giustizia, hanno bisogno della maggiore amnistia che ci sia stata in tutta la storia Repubblicana. Perché, o noi facciamo scendere a cinque milioni, quattro milioni annuali i processi, da dieci, undici, nella speranza che diventino quattro, tre e via dicendo, o altrimenti abbiamo una continua, per esempio, amnistia di classe. Noi stiamo arrivando ad 800 mila prescrizioni all’anno. Le 800 mila prescrizioni le hai se hai gli avvocati. E non ci si rende conto. Allora i nostri scioperi della fame. E abbiamo una realtà in cui la sinistra.. abbiamo una ignoranza aggressiva, suggestiva del combinato disposto demagogica, fra Beppe Grillo e Tonino Di Pietro che hanno convinto l’Italia che l’indulto è stato.. e che dicono “un recidivista non deve più uscire, un recidivista non ha più diritto”. Cioè, non è che tu apprezzi quello che paga perché è stato preso, perché non ha un avvocato che paga molto e alla fine qualcuno paga, in queste circostanze. Ma dopodiché, cosa ne fai di quella esperienza? Ve lo dicono, chi è stato condannato per un reato grave, mai deve essere rappresentante del popolo, mai! Cioè, chi è impunito sì! E’ nelle cose. Quello che è per motivi culturali, storici ed altri motivi “impunito” per una vita, è chiaro che non si può fare nulla. E’ impunito. Forse si potrebbe far funzionare in un modo diverso la giustizia. Forse si potrebbe farla funzionare in un modo diverso, per esempio si potrebbe smilitarizzare la Guardia di Finanza e convertire le cifre folli che le si pagano. E’ la nostra proposta, lo sapete. Convertirla in formazione del finanziere per guardare le banche, i bilanci, per attrezzarsi. Un esercito di questo genere, un esercito di pace, convertito. Ecco dietro la nostra cosa “smilitarizzare” che tutta la Guardia di Finanza voleva, a partire direi da Sottotenenti in giù, ma forse anche oltre.
Perché parlo di questo? Perché la radicalità, questo è essenziale, la radicalità significa che innanzitutto, in termini di coscienza, ma io direi in termini di interesse pratico, se v’è una urgenza, deve essere urgenza di governo, deve essere urgenza legislativa. Invece, quanto più un’urgenza è grave, tanto più ogni anno si trova un piccolo compromesso. Si evita, non si affronta. Diventa endemico. Noi siamo stati quelli e siamo per cultura che a grave problema.. Oggi, tra mezz’ora si sta per decidere se Mario Riccio il nostro amico compagno radiale della Coscioni che ha operato come ha operato nel rispetto assoluto della legge, attenzione, PierGiorgio Welby scrisse e ci diceva: “Basta, subito, presto, eutanasia!” E’ ufficiale. Per quattro mesi PierGiorgio, con qualche momento di rimprovero, muto, perché non poteva parlare ma insomma.. nemmeno tanto: “cosa fate? Siete diventi voi i miei torturatori, io ho bisogno di eutanasia è una cosa tremenda, atroce, non potete”. Eppure poi in realtà tranne quei momenti, certo, grazie a Mina, grazie un po’ a quella costruzione umana, oltre che quella culturale e politica di PierGiorgio, ma per quattro mesi è cresciuta la battaglia. In quel momento il caso Piergiorgio Welby è divenuto un caso che si è imposto alla coscienza di tutti. Poi c’è stata naturalmente la ciliegina, noi non c’entriamo niente. Il fatto che poi non abbiano voluto, mentre ricevono in chiesa con onori, cardinali ecc. i grandi criminali della storia ecc. e Welby no. E su questo chi è che si è ribellato? Io credo i credenti. Innanzitutto i credenti. Continuano ancora adesso a giustificarsi. E’ stato il Segretario di Stato l’altro giorno che di nuovo ci ha tenuto a farlo. Ma, per dire, ancoràti a questa verità, la radicalità significa anche le cose più gravi non lasciare che si proseguano. E la cosa più grave oggi in questa situazione è questa realtà europea. L’abbiamo vista con Altiero Spinelli, l’Atto Unico, l’abbiamo visto arrivare come una delusione, la distruzione della legge del progetto del Parlamento dell’84. Nell’86 arriva l’Atto Unico e da quel momento non si è cessato un attimo di andare nelle direzioni opposte, malgrado iniziative parlamentari, malgrado momenti favorevoli che abbiamo vissuto. Oggi è per questo, io ricordo, con Gianfranco, non si è in pochi, io ricordo Altiero in quell’autunno che precedette poi il maturare dell’Atto Unico. Io ricordo quando ha potuto prendere la parola per dire la sua astensione perché avevamo un fazzoletto di minuti, l’avevo io ed ho potuto passarlo ad Altiero. Ma in quel momento, da allora, se andiamo a vederle, una dopo l’altra… Anche Manchester com’è venuta fuori, e poi anche le gestioni partitocratiche. Noi italiani non potevamo entrare nell’Unione europea, voi direte per il 3%, no il problema era un altro, cioè che noi dovevamo dimezzare il nostro debito pubblico! Da 120 andare a 60! E siamo stati ammessi invece a 115, a 110, senza nessuna garanzia. Ecco cosa sono le gestioni nelle quali alla legge, alla regola che vige si contrappone una legge di fatto. Poi ci si meraviglia che arriva Sarkozy, dopo Tremonti d’altra parte, e chiede, chiederà all’Ecofin che, Mon Dieu, i problemi di concorrenza sleale e via dicendo, o i problemi delle autarchie nuove che si impongono, o i problemi appunto dell’interesse tra virgolette nazionale quale interpretato dalle burocrazie dominanti, quegli assetti di potere, appunto si dà un’altra botta a questo. Per cui, magari, si pensa che uno vuole difendere il mercato liberista.. no, uno vuole naturalmente non fare il cretino e dire semplicemente guardate quindi in questo modo voi adesso volete rilegittimare i grandi monopoli pubblici. Attraverso questo c’è il legittimare i monopoli di fatto o anche formali sui servizi, sui grandi servizi pubblici, su degli altri, quelli nuovi è inutile. Allora noi rispetto a questo credo che ci sia una risposta fredda. Sono convinto una risposta che non cede nulla a mio avviso al sentimento. Per me è una maturazione, è un riflesso quasi, dobbiamo dire di nuovo alla Unione Europea, a questi leaders, tutti: “pas ça ou pas vous. Non si può continuare a dire che il cammino dell’Europa delle patrie è un cammino europeo. E’ un cammino antieuropeo, cioè è un cammino di restaurazione tra virgolette democratica, restaurazione democratico-nazionale della sovranità nazionale attraverso il potere burocratico del ceto politico divenuto casta, soprattutto nel Continente. Perché è espressione di fazioni organizzate. Perché i sistemi che all’inizio il mondo cattolico, il mondo socialista, chiedeva all’inizio degli anni 1910-20 la proporzionale. Perché allora si capiva, dovevano emergere, venire fuori, chiedere che il criterio proporzionale desse in fondo un diritto di tribuna o di lotta. Ma non appena hanno fatto questo ci hanno concesso tutta proporzionale e diventano i fasci, i parlamenti dei Fasci e delle Corporazioni. I parlamenti dei partiti, delle fazioni, con quello che sappiamo e vediamo. Allora dire “no, noi siamo per la Patria europea!”.. Guardateio vi prego di andarvi a rileggere o a leggere, potete farlo anche in arabo e fra un mese potrete farlo anche in cinese – ce l’abbiamo fatta! – a leggervi Ventotene nella parte in cui guardano all’illusione, nell’Europa in quel momento, nel ’41, occupata tutta da nazisti, fascismi trionfanti con poi quella parte invece pures, quella sovietica. Ebbene, in quella Europa, lui già pensa: “quando avremo vinto, perché la forza delle idee..” Erano in carcere, quelli erano padroni del mondo e questi scrivono senza timore del ridicolo – vedete che c’abbiamo qualcosa davvero come loro discendenti – che senza timore del ridicolo, loro dicono: “bisogna a questo punto evitare la restaurazione democratica nazionale perché non è possibile”. E fanno delle analisi in quel momento nel ’41, ‘42 che valgono oggi, per noi! La restaurazione democratica attraverso la restaurazione della sovranità nazionale assoluta dell’indipendenza è cosa che in questo momento deve fare i conti semplicemente con l’illustrazione delle pagine di Spinelli, di Rossi. Pagine che dicono perché la restaurazione democratica non potrebbe mai funzionare. Ci volevano gli Stati Uniti d’Europa. E’ quello che loro scrivevano: “bisogna superare la sovranità nazionale per instaurare quella federale”. E’ da riguardarle queste. Perché noi oggi stiamo assistendo agli zombie che ci riacchiappano e stanno per farci fuori. E’ la morte, il vecchio che riacchiappa l’Europa e la fa’ fuori. Andate a vedere. Quando c’è paura delle parole. Niente inno, per carità, niente più Beethoven magari, perché può ricordare l’Europa. Niente 12 stelle. Niente, niente, niente. Niente motto. Niente denominazione ufficiale. Di fatto solo società di fatto. Perché? Perché c’è paura della parola “legge”, no è confermato che devono chiamarsi “direttive”, vietato dire: “legge”. Tu ricordavi che i gollisti non volevano chiamare Parlamento, ma diceva “Assemblea Parlamentare”. Beh oggi, dinanzi al fatto che si conferisce ai parlamenti nazionali, adesso il 10 luglio siamo convocati per dire signorsì! Il 23 giugno hanno deciso queste cose. Il 10 luglio a Strasburgo abbiamo qualche ora per esprimere la nostra opinione. Non può essere che sì. Mentre, come ha ricordato Gianfranco stamattina, noi già ai tempi di Altiero dicevamo, visto che ci danno dei pareri non vincolanti, ma obbligatori – la legge dice “ascoltato il parere del Parlamento” – abbiamo proposto ai colleghi allora di fare lo sciopero, ma comunque, quantomeno, il parere di darlo il mese dopo, due mesi dopo. Non che ti richiedono il parere, ci arriva la notifica e il 2 luglio e il 10 luglio abbiamo il parere. Non importa se a favore o contro. E così il CAGRE si riunisce dopo quindici giorni e così i portoghesi hanno già annunciato il 18 e il 19, così hanno annunciato che i giuristi addetti alle traduzioni e a rivedere i testi formali devono fare in modo che il 12 e 14 febbraio, mi pare, sia l’atto conclusivo e di firma. E’ una campagna veramente, apparentemente alla Rommel, no? La Guerra-lampo. Cinque mesi ed è tutto fatto. Che cosa? Quello che deve essere fatto, appunto non c’è più il simbolo, non c’è Patria europea. Si regolamentano con le Patrie nazionali. Alla faccia delle grandi tradizioni, dell’internazionalismo socialista, dell’internazionalismo che abbiamo vissuto, tutto quanto! Allora in concreto perché dico questo? Perché dovremo trovare pure il tempo entro il 30 luglio, sapete, abbiamo dei problemini nel nostro paese. Ma entro il 30 luglio noi dobbiamo trovare uno strumento, sicuramente in internet, ma non solo, per promuovere il censimento di coloro, di quelle, di quelli che si iscrivano, si timbrino “per la Patria europea”. “Per la Patria europea”, con il simbolo. Dobbiamo immaginare poi questo, tanto per intenderci. Abbiamo le dodici stelle. Bene, è la fotografia, è simbolica. Ma per dare un dimensione di marcia, non capisco perché non possiamo anche noi avere cinquanta o cinquantadue stelle nostre nella stessa bandiera. E’ un esercizio grafico che faremo. La foto della nostra bandiera e come può ingrandirsi. E’ la bandiera appunto europea con non solo il Baltico ma il Mediterraneo, nemmeno necessariamente con aree e territori contigui, con la continuità territoriale. Questo non è più oggi assolutamente un valore, quello della continuità territoriale che possiamo invocare non so quando. E qui devo dire che la Turchia che, bene o male, magari benissimo, altro era la nato nel ‘50, ’51, ‘52 e tu Turchia sei quasi nel cuore dell’Impero Sovietico, di quell’Impero Sovietico e aderisci alla NATO in quel momento. Noi nei nostri paesi avevamo una parte fondamentale della sinistra che era contro l’Europa e contro la NATO, no? Ti ricordi, le bandiere, le lotte scatenate. Quelle invece ci hanno protetto. Quella Turchia, nella quale Ataturk certo ha usato la cultura e l’antropologia del momento autoritario, ma sicuramente, ha proposto, ha saputo con i vizi del momento delle cose conosciute, sicuramente la grande tutela la conoscenza dei valori laici dei valori di tolleranza. Quello è accaduto. E non è un caso se oggi abbiamo non più i laici ma Erdogan. Erdogan è islamico come De Gasperi o Schuman o Adenauer erano cattolici ed è questo l’elemento di grande valore, per cui magari adesso andrò in Turchia e troverò un po’ incavolati i nostri compagni laici nel centro-destra e nel centro-sinistra. Ma questi hanno fatto molto di più per venire in Europa di quanto non abbiano fatto per trent’anni i nostri amici laici e democratici. Quindi è un’urgenza. Volevo arrivare a questo. La radicalità comporta questo. Comporta ormai di alzare, come Altiero ha fatto in alcuni momenti, per quanto possa sembrare velleitaria rispetto alla situazione Mediorientale, rispetto alle situazioni nelle quali siamo coinvolti di contrapporre la ufficialità con i suoi ritmi, con la lotta politica puntando sul valore simbolico di alcune parole ancora. Europa in Turchia voleva dire delle cose che magari qui da noi già non le dicevano più. Erano viste con timore, dai vari fondamentalisti. Sai che noi abbiamo uno slogan, “No Vatican No Taliban” en passant. Allora ci troviamo quindi nella porta stretta dell’attualità. Come Partito Radicale adesso Nonviolento Transnazionale e Transpartito occorre che la storia delle doppie e triple tessere venga conosciuta. Lo dobbiamo ai compagni che continuano a farlo. Monica c’è o se n’è andata? Mi pare se n’è andata. E certo, sapeva che parlavo io, l’avrei citata. Allora, Monica credo che son dieci anni che è stata iscritta sempre, regolarmente con la doppia tessera. Non so se oggi è, come dire, è in ritardo, ma insomma gliela chiederemo. Ma comunque sta di fatto che è importante ne abbiamo da tutte le parti, Cesari Salvi, abbiamo un mucchio di nomi. Quindi bisogna che i compagni.. ma voglio dire, il compagno socialista che tu probabilmente hai conosciuto, Pandeli Majko, Presidente del Consiglio socialista di Albania, lui è da sempre un nostro compagno davvero militante. Ne abbiamo un po’ ovunque da tener presente. Adesso dobbiamo rioffrire questa possibilità. Di quelle doppie tessere che non comportano, come quelli che hanno solo quella radicale, dicevo noi prima l’ho detto e termino, non in nessun caso può accadere che le delibere del Partito siano giuridicamente vincolanti, anche moralmente, a tal punto che noi chiedevamo una maggioranza di tre quarti dei nostri congressi senza delegati quindi per si poteva arrivare, pagare.. perché fossero vincolanti per il Segretario, il Tesoriere e il Presidente eletti. Altrimenti si eleggeva la persona con la sua storia e l’elezione era una fiducia alla persona. Certo che ci giocava. Ma quindi da noi, perché fosse vincolante una mozione, noi abbiamo avuto come sapete compagne e compagni radicali che hanno fatto liste opposte a quelle che molti di noi riuscivano a promuovere, a essere candidati in altre liste, noi l’abbiamo messo nel conto di un diverso giudizio su una congiuntura politica anche grave. Io spero che Benedetto Della Vedova riconosca che io non ho tentato manco per un solo secondo di distoglierlo anzi, gli ho detto: “io spero che tu abbia ragione, che se vai lì a fare il radicale e il liberale, lì ci sia più spazio che di qua”. Non lo credo ma ho sempre detto, finché si iscrive ha la stessa legittimità radicale Benedetto Della Vedova e gli altri di quanta non ne abbia io. Ho ricordato a Capezzone, perché poi bisognerebbe che leggeste le cose. La lettera che ho mandato a e su Capezzone, nella prima parte era relativa al fatto che tutti davano per acquisito la sua dipartita politica da noi. E allora andatevela a rileggere. Ho fornito a Capezzone ufficialmente: “ricordati che fra gli altri miracoli che noi abbiamo compiuto e siamo, noi abbiamo riscoperto il valore della scissione come la riproduzione di un tessuto e non come, così come al termine rivoluzione abbiamo dato altro valore.” Cosa voleva dire quindi, per quante porcate tu farai, sapendo che in questo modo ti posso perfino aiutare a farle, però sento il dovere e la necessità di raccontare a te e agli altri che non c’è nessun bisogno della scissione, nessuno! Perché puoi creare un altro soggetto, fare quello che vuoi fare. Stai cercando dei deputati per andartene altrove. Bene, puoi fare pure quello! Così fai fuori il gruppo della Rosa nel Pugno. Era anche quello che lui ha tentato e tentava legittimamente di fare. Non so quanto sia bello o brutto, ma per me ho cercato solo di fare un’osservazione. Io ritengo che Daniele Capezzone.. i nella vita del Partito spesso ho bisogno, ho necessità di sapere cosa pensano i radicali, i compagni, il popolo che siamo. Se vi ricordate l’ho fatta come potevo, al tempo dell’ospitalità, no? Cominciammo l’operazione in cui il 40% del Partito mi diceva se andiamo a destra me ne vado, se andiamo a sinistra me ne vado e abbiamo finito con l’8% che erano d’accordo su quell’impostazione e poi ci ha portato alle elezioni politiche. Oggi io sono certo, sto constatando che la quasi unanimità del popolo che si esprime è visceralmente, anche, contro di me e a favore di Capezzone. Per me, non voglio il monopolio di questa conoscenza. Come ho fatto su tutte le cose che ho fatto negli ultimi anni, domani e dopodomani mettiamo in internet, tutte quante le missive e le risposte. Ho messo: “Reazioni ed ingiurie, ben vengano, scrivetemi”. Le ricevo e così vedrete la qualità delle ingiurie. E’ la fotografia dei radicali di oggi. Dinanzi a quello che noi facciamo e che io faccio, io ho dato delle informazioni che ritenevo fondamentali. Chi poteva sospettare che nel bene o nel male quelle fossero le informazioni. L’unica cosa, nessuno di voi, non crederei a nessuno di voi se voi mi diceste che essendoci un parlamentare qualsiasi, come ho scritto, che si comporta in un anno di legislatura in quel modo, poi può avere mille motivi ma, è una sorpresa. E certo nessuno di voi verrebbe a dire questa sarebbe una verità rivoluzionaria rispetto a come noi coglioni siamo stati per tutta una vita eletti nei parlamenti o nelle associazioni nelle quali eravamo. Tutto qua. E infatti scaturisce questa proposta che è molto importante e che stiamo per portare avanti. E’ quella che muta e muterà il rapporto elettori e parlamento e eletti, anche nei municipi italiani. Qualcuno ha scritto come mai – e ho terminato – c’è proprio l’esempio di Capezzone? Perché è andata così, io dopo trent’anni, l’idea di fare questo, mi è venuta a partire proprio dalla conoscenza. Ma com’è possibile? Sono cretino? Gli altri tutti cretini? Andate a vedere quanti di noi hanno usato in Parlamento la “missione” e allora capirete. Coglioni! Perché poi a volte era giusto magari usarla. Andate a vedere quindi i ritmi, andate a vedere allora anche il comportamento rispetto agli accordi intervenuti. Tutto qua! Bene, oggi il popolo radicale si esprime solo ritenendo pretestuosa, moralistica, indecente che si sia usata questa arma. D’informare di cose delle quali nessuno di voi sapeva nulla perché non lo sapevo nemmeno io. Ecco la foto. Vuol dire dove il Caso Italia infatti in questi ultimi anni è riuscito a sfondare perfino dentro le nostre coscienze, attraverso le nuove forme che si sono manifestate. C’è questa grande riforma, c’è questa grande iniziativa europea, ci sono nel Satyagraha devo dire le conseguenze del pensiero di Khader di stamattina. Tante cose che noi sentiamo, che avete sentito, premono dalla vita, dalla storia e come esigenza di un compagno socialista dalla responsabilità, dalla storia e l’avete sentito dalla integrità di oggi. Abbiamo queste risposte da dare adesso. Quando si torna a casa con le iscrizioni. C’è una soluzione che non ho mai potuto spiegare. Io sono convinto che occorra raggiungere i 500 mila iscritti. Allora è una boutade o no, perché? Perché nel ’67 noi facemmo lo Statuto di Partito a somiglianza non di quello liberale o democratico americano, ma di quello del Labour Party, nel quale c’era un partito nel quale dei sindacati in quanto tali, ritenevano importante impegnarsi nel momento costitutivo dei soggetti politici e noi su questo eravamo d’accordo. Si trattava poi di vedere i doppi incarichi, le incompatibilità e lo Statuto le vedeva. Se pensate oggi alle nuove professioni, al vecchio sindacalismo, se voi pensate quanto ormai da sessant’anni la struttura sindacatocratica rappresenta molto più spesso lo Stato in mezzo alle masse, che le masse nello Stato è un problema che abbiamo vissuto dappertutto. Se questo è io credo che noi dobbiamo pensare che siano i farmacisti, i notai, gli avvocati, e diciamolo pure anche gli omo o gli eterosessuali organizzati in quanto tali. Noi abbiamo ottenuto le cose che abbiamo ottenuto in Italia, lo sapete meglio di me, in trent’anni. E sapete che per almeno venti le “frais”, le tasse le abbiamo pagate noi, felici di pagarle, come il traditore per l’obiezione di coscienza, i depravati, ma anche la droga. Così eravamo i rappresentanti di quella infamia contro natura e via dicendo quando abbiamo cominciato. In venti trent’anni avete visto. C’è un ma. Io sono convinto che senza l’esplodere dell’omosessualismo organizzato, come d’altra parte, quegli altri della Lega farebbero l’eterosessualismo organizzato, l’esplodere dell’eterosessualismo organizzato sicuramente hanno nuociuto in qualche misura, perché la rivendicazione del matrimonio, ma cribbio, ma come no?! Ma possibile che nel concepire una nuova famiglia quello che noi esprimiamo, poi molti di noi, molti di loro, molti di noi preferiscono la famiglia di fatto per il momento. Hanno onorato il loro amore, magari non andando nemmeno in Comune. Avranno avuto ragione o no. E mettere al centro questa esigenza, voglio il timbro pure io! Poi veniva fuori voglio er prete pure io! Voglio er cardinale e non solo er prete! Voglio il sindaco va bene! Lo so che non sei d’accordo, ma è quello che viene sempre di più davanti. E voglio, è giusto, il figlio da fare, da adottare! Dico che questo modo è da rivolta contro un’ingiustizia. Non è di già creazione di qualcosa anche per gli altri. Creazione, la fierezza dovrebbe essere questa: di creare una forma associativa famigliare che vada meglio, che sia migliore, più forte, anche per quelli che finora hanno bisogno di quel matrimonio là. Non quello di cercare di vedere se siamo allo stesso livello. Poi certo, il dibattito appunto anche fra noi radicali c’è. Io non ho firmato la richiesta firmata dalla stragrande maggioranza dei compagni, anche parlamentari, proprio perché questa rivendicazione del matrimonio, io dico chiamiamola “Unione”. Gli “Uniti” è bello. Vi parrebbe tanto strano? Comunque, dicevo, chiamiamola “l’Unione” e facciamo la lotta. Ma, onestamente il matrimonio per 2000 anni è stato quello, ma che bisogno c’è di dire “il matrimonio è un altro”? Storicamente è stato quello. Allora, nel bene e nel male, cazzo poi, mica è una formula, nel bene e nel male si cerca di creare altro per tutti quanti. E così abbiamo anche aperto il dibattito su questo tema. D’accordo, io ho voluto solo ricordarvi l’importanza e il disegno che c’è oggi. E ‘folle. Ne avete conosciuti altri. Io ritengo possibile, in termini proprio intellettuali, arrivare a diffondere questo concetto che le nuove professioni oggi con le nuove gestioni dei momenti professionali possono oggi portare coloro che 150 anni fa non erano solo i minatori e i metalmeccanici od altro, ad associarsi a dar vita a quel partito, quel tipo di partito del lavoro, oggi ritengo che sia necessario anche perché Sarkozy ha ragione in una cosa. Sarkozy ha detto ai Ministri e agli altri: “abbiamo da fare tante riforme, sono importanti, ma le dobbiamo fare tute insieme, perché se no saremo logorati”. E questo come sapete con i referendum è anche la nostra convinzione. Oggi mettere insieme le varie riforme che noi vogliamo, comunque anche se apparentemente fa’ il farmacista, il notaio, il precario ecc. ci sono quelle stesse cose che poi si sono espresse in Italia all’improvviso sul divorzio e sulle altre questioni. Assieme bisogna farle e assieme quindi bisogna combattere. Bisogna dire: “cari miei dovete darvi e crearvi il vostro Labour Party di una volta, il vostro Partito Democratico più o meno. Dovete essere in quanto tali doppie triple tessere”. Abbiamo in fondo fatto fuori questa mitizzazione della tessera. Due tre tessere convivono, si rafforzano. Per mille battaglie, voi sapete che abbiamo sei tessere. Praticamente adesso nel pacchetto tessere sei o sette che stiamo portando avanti. Penso che ce la faremo. Grazie.
BICHARA KHADER
Ho posticipato un viaggio al fine di contribuire al tema di questo incontro. Lo faccio per l’amicizia che mi lega a Marco Pannella, fonte inesauribile di nuove idee- alcune provocatorie- e per simpatia verso il vostro gruppo.
Vorrei iniziare con una formula e terminare con due problematiche.
La formula di questa mattina è la seguente: ciò che la densità storica e culturale tende a dimenticare è al memoria dell’Europa delle Patrie. Un ragionamento che ignora l’urgenza, la prevalenza della patria europea come idea, simbolo, progetto, utopia, è un ragionamento senza testa. Lo ripeto ai miei studenti tutti i giorni: è legittimo mettere in questione alcuni aspetti del funzionamento istituzionale del processo europeo. Ma non devono mai dimenticare che l’Europa, in quanto progetto di integrazione, come progetto federale, si può definire come il migliore evento dal secolo dei lumi. Dal 1600 al 1945, i paesi europei e le società europee non hanno conosciuto 20 anni di seguito di pace. Fortunatamente i miei studenti non hanno conosciuto una guerra fratricida in Europa e i loro padri nemmeno. Un progetto magnifico, fondato sulla riconciliazione, sulla pace, sulla irreversibilità della pace. E’ ciò che vorrei che gli arabi conoscessero meglio. Ripeto questa formula da arabo che cerca di professare nella società dalla quale proviene una trasformazione radicale, democratica, umanistica, federale e secolarizzata. Un mondo arabo cosciente del suo passato (senza però trasformarlo in un idolo) e aperta al futuro che deve costruire aprendosi alla sua eredità, ai suoi immediati vicini del mediterraneo, agli europei. Lo dico come palestinese che non lotta per un pezzettino di terra in una lotta nazionalistica senza fine, ma per una vita degna, di libertà, di umanità, concetti sui quali si basa il progetto europeo di Marco Pannella e dei radicali della Patria europea. Parlo in veste di palestinese cristiano, nato in un paesino in territorio occupato, con quattro chiese e una moschea, in un clima di magnifica tolleranza e convivialità, messe in pericolo da un processo di occupazione che disumanizza il popolo palestinese e disumanizza ancor più la potenza occupatrice. Questa era la mia formula: dimenticare le patrie dell’Europa non ha memoria, ignorare l’urgenza della patria europea, non ha testa.
Vi sono due problematiche. La prima è un’osservazione: com’è possibile che vi siano 27 paesi europei e 500 milioni di abitanti, 23 lingue, 1000 interpreti e traduttori, senza contare i freelance, istituzioni suddivise su più città, e il progetto di rafforzare e consolidare la democrazia, di rafforzare l’esistenza pacifica, di normalizzare le relazioni, di integrare i mercati, e dall’altra parte un mondo arabo, 325 milioni di abitanti, 22 paesi, uno spazio geografico immenso, una storia ricca, non un solo interprete nelle riunioni ufficiali. Nonostante questo l’Europa, con così tanta diversità è riuscita a creare le istituzioni alla quali voi partecipate. Il mondo arabo che ha una sola lingua, una storia comune, problemi, sfide, difficoltà comuni, non è riuscito al giorno d’oggi a riunire i propri sforzi in un progetto innovatore, in una federazione araba che si fondi sull’accettazione dell’altro, sulla convivenza culturale, su un’identità che sia riconciliata col passato e con gli altri. Per tutti gli arabi è una sfida. L’elemento culturale, purché importante, non è determinante in un progetto federale. Sono la base e l’impostazione umanistica, democratica, le basi delle regole di mercato che hanno più importanza rispetto alla lingua in quanto elemento federatore e questa è una problematica che mi interessa molto. Il mondo arabo ha conosciuto in passato due ideologie mobilizzatrici. La prima è l’ideologia di Nasser: il paese centro era l’Egitto, ma la nascita di questa ideologia corrispondeva all’avvio della Guerra Fredda, quindi gli arabisti arabi segnati dalla secolarità hanno inserito la loro lotta alleandosi alla Russia mentre gli Stati Uniti hanno preferito sostenere le monarchie, quella del Marocco e dell’Arabia, per esempio. Era un mondo polarizzato, quello arabo. Tra gli arabisti capeggiati da Nasser, legati all’ideologia secolare, che si posizionavano in alleanza con la Russia mentre l’altro campo era quello dell’Europa e degli Stati Uniti. Io condividevo l’idea di Nasser nel senso che non c’era un contenuto economico, democratico, era un progetto utopico, di ordine culturale e politico e quando si parlava di mondo arabo, di arabismo, gli scambi tra i paesi arabi si limitavano a un nonnulla. Ancor oggi gli arabi scambiano tra loro solo l’8% del totale degli altri scambi. 30% per il Mercosur e l’Asia il 35%. In Europa la media è del 70%. Parliamo quindi di mondo arabo, ma i paesi arabi si voltano le spalle l’un l’altro, le frontiere sono chiuse, al giorno d’oggi lo sono in particolare tra Marocco e Algeria. Questo è stato lo scacco del movimento arabista: era autoritario e non democratico e si inseriva in un’alleanza con l’Unione Sovietica e soprattutto non vi era una dimensione economica, era un progetto culturale: si poteva creare un’unione in 24 ore, come si poteva anche distruggerla tra Egitto e Libia, Egitto e Siria o tra Libia e Marocco e lo si poteva fare perchè non c’erano interessi economici sufficienti, non c’erano attori della società civile, che avrebbero reso questa collaborazione irreversibile e che avrebbero impedito che la politica fosse dettata dai capricci dello Stato e non dalla volontà degli attori sul terreno. Questa idea di mondo arabo si inseriva nella dicotomia Stati Uniti- Russia ed ha avuto delle ripercussioni fino alla scomparsa della Russia.
Il secondo elemento: il sistema regionale arabo è un sistema penetrato, ovvero sottoposto alle interferenze degli attori esterni. Attraverso i media ai quali avete accesso, non si può capire la complessità del mondo arabo, se non si considera il fatto che è un mondo penetrato. Nella scienza politica è definito come un sistema sottoposto all’influenza degli attori esterni per diversi motivi. Faccio quattro esempi.
* La geografia: il mondo arabo è sempre stato qualcosa di interessante per i vari imperi, vicini e lontani. E l'occupazione del mondo arabo, sia per i bizantini che per i graci, per Roma e per gli imperi più recenti europei, americani o sovietici, è sempre stato qualcosa di interessante. La sua geografia, punto di intersezione tra tre continenti, feceva sì che questo mondo fosse un crocevia, costantemente oggetto di interesse.
* La geologia: il 65% delle riserve di petrolio e il 35% delle riserve di gas si trovano nel mondo arabo. Risorse di cui non si può fare a meno, in attesa di trovare energie alternative meno inquinanti. Non si può comprendere l'occupazione americana in Iraq e la liberazione del piccolo stato del Kuwait qualche anno prima se non si considera la variabile energetica. E non si possono capire i continui interessi per questa zona se essa non disponesse di tali risorse energetiche. La geologia è quindi un fattore determinante di penetrazione del mondo arabo.
* La geoeconomia: il mondo è un vasto mercato, l'Unione Europea scambia con un saldo positivo di 20- 30 milioni all'anno. Ossia il mondo arabo è un creatore di occupazione netto per l'Europa. Diversamente dall'Africa può comprare il consumo che desidera, quindi non si può trascurare un mondo così importante. 325 milioni di abitanti oggi, 500 in meno di vent'anni, quindi una demografia pari a quella europea. Il futuro dell'Europa si gioca quindi non in Cina o tantomeno in India, ma nella sua zona di vicinanza, nella regione mediterranea e araba, 500 milioni di europei, 650 magari con l'aggiunta di nuovi paesi, e 500 milioni di arabi. Ecco un blocco demografico che può essere concorrenziale alivello di mercato, di ricerca scientifica, e può fare fronte agli stati più potenti del mondo.
* La geoteologia: utilizzo tale termine in un senso un po' diverso da quello conferitogli dal suo creatore, filosofo francese deceduto da poco. Il mondo arabo è la culla del cristianesimo, dell'Islam e del giudaismo. La regione è quindi esposta a interferenze esterne. Ciò che succede in Palestina non è interesse solo dei palestinesi, ma anche degli arabi e di un milione e 500 musulmani. Israele non interessa solo agli ebrei ma anche all'America, all'Occidente. E quello che succede nel mondo cristiano d'oriente non interessa solo al Vaticano, ma a tutta la cristianità. Gli eventi della nostra regione hanno una ripercussione immediata a livello mediatico. Per due israeliani morti ecco le breaking news; nemmeno mezza notizia per mille morti in Africa.
Per questi quattro fattori, il nostro mondo è un mondo penetrato. Gli attori esterni devono essere presi in considerazione secondo queste quattro chiavi d’analisi.
Vorrei concludere con un’osservazione sull’Europa. Io sono europeo per i valori che propugno, sono europeo perchè ho un passaporto belga, sono un uomo di confine tra il Mediterraneo e l’Europa. Ciò che vedo nel mio peregrinare nel mondo arabo è che ovunque c’è un grande desiderio d’Europa. Il problema non è che c’è troppa poca America, ma che c’è troppa poca Europa nei paesi arabi, qualunque essi siano. L’Europa, negli ultimi quaranta anni, ha risposto a questo appello? In parte. L’Europa ha avviato diversi progetti. Negli anni ‘70 abbiamo conosciuto il dialogo euro- arabo, dopo il primo shock petrolifero che ha dato luogo a diversi incontri. Gli arabi volevano che l’Europa identificasse una zona comune sul problema cruciale degli arabi, ossia la questione palestinese. L’Europa, con grande difficoltà, l’ha fatto attraverso la cooperazione politica. Tuttavia gli studiosi affermano che è stata la Palestina a creare tale cooperazione e non l’Europa. Dal ‘74 in poi l’Europa parlava di rifugiati palestinesi, dal ‘75 si è parlato di diritti legittimi dei palestinesi, dal ‘76 si è parlato di diritti politici e poi con la Dichiarazione di Venezia, si è cominciato a parlare di diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Ma la modifica e l’evoluzione di ognuna delle parole sopra citate del vocabolario del lessico politico europeo richiedeva molteplici e animosi incontri. In quanto arabi, dall’esterno, vedevamo la potenza degli stati, il passato delle diverse metropoli e le rivalità meramente economiche tra questi paesi. Nel contempo l’Europa ha lanciato la politica globale euromediterranea ‘72- ‘92 che non era globale né a livello di prospettiva, né a livello di copertura geografica o ampiezza perchè diversi paesi arabi non erano coperti da questa politica. Politica che ha dato scarsi risultati. L’Europa, vedendo ciò, ha rinnovato tale politica nel 1992. Rinnovata però in pratica solo nel fatto che l’Europa ha introdotto la cooperazione decentralizzata con programmi interessanti, il cui finanziamento era però talmente limitato che questi programmi non hanno raggiunto tutti gli obiettivi che si erano prefissi. E questa Politica Mediterranea Integrata era ancora in vigore quando è stato proposto il Partenariato Euromediterraneo, la cui procedura è stata avviata a Barcellona nel novembre del 1995. Ecco perchè il partenariato è chiamato anche “Processo di Barcellona”. Il mio prossimo libro farà un po’ il bilancio di questo processo per vedere se effettivamente si siano fatti dei passi avanti sulla via dell’integrazione, della zona di libero scambio, sull’apertura commerciale, sugli investimenti incrociati. Il bilancio è secondo me piuttosto mitigato. Ritengo che l’Europa non abbia funzionato come ha fatto il Giappone in Asia. Non ci sarebbero la corea del Sud, Taiwan, Singapore come dragoni asiatici senza investimenti colossali del Giappone, senza suddivisione del lavoro, senza delocalizzazione di un segmento industriale giapponese. Il Giappone è stato una locomotiva economica dei paesi asiatici e in tal modo si è permesso alla Corea, il cui reddito pro capite era inferiore a quello di un egiziano negli anni ‘50, ora di un reddito superiore 50 volte a quello di un egiziano. Cina e India sono le altre locomotive di oggi e del domani.
L’Europa è stata una locomotiva per i paesi del Mediterraneo? Non solo per liberalizzare i mercati- questo è l’obiettivo dell’Europa-, ma per trasformare la democrazia, per consolidare questi inizi di democrazia in questi paesi, per risolvere i conflitti ed evitarli, per risolvere il problema dei paesi secolari e laici che emergono in culture che appaiono ermetiche a livello di concetto, ma che sono apparentemente ermetiche perchè in questa regione c’è un conflitto permanente che crea problemi a tale processo, perchè congela gli animi. Abbiamo bisogno di un periodo di stabilità economica, di risolvere i conflitti che gravano sulle mentalità e sugli atteggiamenti sociali, abbiamo bisogno di un atteggiamento coraggioso.
E’ necessario che l’Europa intervenga tramite l’allargamento e la politica di vicinato. Secondo me i progetti passati non sono andai a buon fine. Nel 1995, anno del Processo di Barcellona, c’erano 15 paesi europei e 12 mediterranei, tra i quali 8 paesi arabi, Cipro, Malta, Turchia, Israele. Dodici anni più tardi, la configurazione era cambiata: la Turchia è paese candidato, Cipro e Malta sono membri: il Partenariato Euromediterraneo è diventato un partenariato tra Europa, Israele e i paesi arabi. L’Europa vuole uscire da questo dilemma, affinché gli incontri non diventino incontri meramente sulla pace, sul conflitto arabo- israeliano. E che quindi il partner ufficiale siano gli Stati Uniti.
Romano Prodi ha parlato di “anello degli amici”. L’Europa vuole che i paesi vicini siano stabili, sicuri. Ma è vero che l’Europa a tal fine vuole dare tutto ai paesi vicini, coè le quattro libertà? Compresa la libera circolazione di persone, merci, capitali, servizi? Siamo pronti alla libera circolazione delle persone? Sono convinto che questo “tutto” diventerà una parte.
Ed è così necessario che venga ravvivato il dialogo euro- arabo nella politica di vicinato. L’ultima risoluzione del Parlamento Europeo va in questa direzione. I paesi arabi hanno nascosto la loro vera identità parlando di politica globale mediterranea, come se il Mediterraneo in quanto tale, avesse un’identità. L’identità araba è stata occultata. Si è creato un vuoto ideologico laddove si sono inseriti gli islamismi. Ora l’elemento mobilizzatore è l’Islam. L’Islam si è inserito in questo vuoto che ha dato vita ad un movimento scaturito nella Guerra dei Sei Giorni. Dopo la morte di Nasser e dopo la fine della Guerra Fredda vi è un vuoto ideologico perché le grandi ideologie si sono erose: gli arabi sono così ricorsi all’islamismo come fattore mobilizzatore.
Gli europei devono aiutare gli arabi della mia specie, ovvero coloro che chiedono un mondo arabo democratico, la secolarizzazione. L’Europa ci deve aiutare a risolvere in conflitti. C’è una volontà di Europea multilaterale, federale e umanista, aperta, umile nel dire che la culla dell’Europa magari non è soltanto la civiltà giudaico cristiana, ma anche quella araba.
MARCO PANNELLA
Non ringrazio Kahder, lo farà ognuno di voi. Non voglio contraddirti, ma se c’è una persona al 100% pro Europa, sei tu. Un arabo europeista.
Abbiamo delle istituzioni all’interno delle quali bisogna agire e il centro della riflessione radicale sia disposto ad incoraggiare una riforma, però bisogna rispettare la forma precedente. Bisogna ricercare un approccio più anglosassone che continentale. Il collega Andrei Duff, qui presente, ci ricorda sempre questo patrimonio di moralità. Ricordiamoci delle invasioni dell’Inghilterra: Roma, Napoleone, i nazisti hanno tentato, ma hanno fallito. Ora invadeteci voi, invadete il continente con la civil law, la common law, qui sta l’essere liberali.
ANDREW DUFF
Buongiorno e grazie per avermi invitato. Dovrò essere abbastanza breve perché dovrò recarmi in Italia ad una conferenza della Margherita a Venezia.
La conferenza intergovernativa del 23 luglio costituirà l’apice di questo iter costituzionale venuto a termine. Sicuramente un qualcosa di meglio uscirà rispetto al Trattato di Nizza, ma che il tutto sia meglio del Trattato per la Costutizione, lo dubito. Anche se le direttrici sembrano chiare, anche se il mandato è più circoscritto rispetto ad altre volte. Vi saranno difficoltà ad evitare tutti i problemi, a garantire la coerenza, salvare la trasparenza. In questa fase di preparazione delle istituzioni per la ratifica del Trattato finale. Per questa ratifica si attendono le elezioni parlamentari del giugno 2009. Tra i vari elementi si può dar credito al vertice e sicuramente alla decisione di includere le disposizioni sulla politica dell’energia, l’interconnettività, l’approvvigionamento energetico, il richiamo alla solidarietà tra stati membri. In secondo luogo la decisione di integrare la lotta contro i mutamenti climatici tra gli tra gli obiettivi della politica generale e ambientale dell’Europa.
La terza disposizione è l’inserimento dell’articolo che codifica alcune disposizioni che debbono essere adottate da parte dei governi nazionali e poi anche il riferimento relativo all’allargamento e alle condizioni di adesione come previsto da Copenaghen, come prefisso dal Consiglio. Di certo il Trattato non sarà semplificato, anzi. Risulterà molto più complicato d quanto non lo fosse la Costituzione, ma l’Unione Europea avrà una personalità giuridica specifica. Vi sarà ovviamente il grande capitolo sui diritti umani da integrare in questa sorta di Ministero della Giustizia e degli Affari Interni creato a Maastricht, che verrà integrato come anche il primato (art. 6) del diritto. Dunque- mi riferisco alla giurisprudenza della Corte di Giustizia- la maggior parte delle modifiche portate apportate al Trattato previsto dalla Costituzione. Il tutto verrà ripreso nel T da modificare. Solo il preambolo verrà depennato in gran parte e il primo articolo quello che istituisce l’Unione e i simboli (art. 8). Infatti i simboli sono stati modificati. La Carta dei Diritti Fondamentali verrà messa in allegato, sarà fatto un riferimento ad essa nel nuovo trattato per rendere le disposizioni giuridicamente vincolanti. Poi per la gestione degli affari internazionali, questo nuovo Ministro degli Affari Esterni dell’Unione, già proposto nella Costituzione, mantiene questo profilo con taluni poteri di azione esterni anche se perde il nominativo in quanto tale di Ministro. E poi sul fronte sicurezza, cooperazione strutturata e permanente in materia di difesa: queste funzioni rimangono immutate rispetto a quanto la Costituzione prevedeva.
Rimangono gli opt- out dell’Inghilterra, come l’euroscetticismo di inglesi e polacchi, mentre per noi federalisti occorre riunire le forze pro- europee, integrazioniste, mettere in moto i meccanismi di cooperazione, rafforzata dal nuovo Trattato. Questo va fatto per ogni politica comune, in particolare per quella di giustizia e affari interni.
Potrei anche dichiararmi più ottimista di quanto non lo fossi in precedenza. Però bisogna essere cauti, le decisioni sono importanti politicamente e complesse.
Spero che la conferenza intergovernativa impugni queste decisioni con fermezza, coraggio e in modo oculato.
MARCO CAPPATO
Grande intervento di relazione su ciò che sta accadendo. Andrew Duff è impegnato direttamente nel lavoro istituzionale anche all’interno del Parlamento Europeo sul fronte della conferenza intergovernativa.
FILIPPO CURTOSI
Mi chiamo Filippo Curtosi, vengo dalla Calabria, dal “vicino Mediterraneo”, in cui ancora non ci siamo accorti di questa Europa.
Come si fa migliorare e integrare i diritti dei cittadini? A noi non sembra che ci sia un’Europa dei cittadini. Come si può arrivare alla sicurezza, alla difesa, alla cooperzione e al miglioramento dell’unità per una componente federalista, spinelliana nel senso radicale del termine considerati questi macigni, ostacoli?
DAVID CARRETTA
Signor Duff, lei ha detto che si può essere ottimisti per la Conferenza InterGovernativa, ma bisogna essere cauti per vedere quali compromessi e quali accordi risulteranno per la riforma istituzionale. Mi chiedo: il Parlamento ha un potere, che eserciterà alla prossima Sessione, dando un parere favorevole alla CIG. Mi chiedo se non sia il caso di conservare questo potere e utilizzarlo al momento giusto, cioè il 18 ottobre, aspettando di vedere quale sarà la proposta dei vari Stati, quale sarà il Compromesso, prima di dire Sì. Se la CIG fosse convocata il 18 ottobre o a luglio, non penso che formalmente cambierebbe un gran che. Sarebbe forse meglio aspettare la fine di questi lavori informali e non sprecare l’unico potere di cui dispone questo Parlamento ad ottobre.
MARIA LAURA CATTINARI
Sono italiana e cittadina europea. Ho saputo ieri sera per la prima volta che questi simboli della bandiera e dell’inno europei, per me importantissimi, sarebbero stati soppressi. Non riesco a crederci. Le chiedo per cortesia, nella sua posizione istituzionale, se mi dà qualche spiegazione di questo fatto che davvero mi sconcerta. La bandiera è un simbolo davvero importante. Abbiamo sentito che la Georgia addirittura espone la bandiera europea e ora abbiamo saputo che invece in Europa non esiste più. Vorrei saperne i motivi.
ANDREW DUFF
I simboli verranno tolti, stralciati dal testo costituzionale dell’Unione. Questo è sicuramente triste e anche strano. Però si potrà continuare ad usare la bandiera e a cantare l’inno. Io sono d’accordo con lei, è incredibile per la Democrazia europea cercare di eliminare questi simboli che riunivano e legavano i cittadini europei. E questo per sostenere il progetto europeo. Io auspico che questa sia una fase transitoria nella storia dell’Europa per quanto riguarda i suoi simboli, e che ci sia poi una rinascita anche per quel che riguarda i simboli.
Per quanto riguarda lo sviluppo della cittadinanza, si compiono piccoli passi avanti. Ma il fatto che la Carta dei diritti fondamentali sarà vincolante è qualcosa di essenziale per il futuro dell’Europa e anche per la società politica in Europa. So che Spinelli vorrebbe sostenere gli sforzi del Cancelliere Merkel a livello del Consiglio Europeo, e spero si possa portare avanti il progetto istituzionale, quando verrà il momento. Le strategie del Parlamento: anche io sono un po’ impaziente vista la durata di questo processo costituzionale. Dobbiamo lavorare rapidamente, concludere rapidamente questa fase dell’evoluzione politica e istituzionale dell’Europa e prolungare le nostre tribolazioni potrebbe essere un grande errore. Il Parlamento ha approvato a grande maggioranza la relazione Brok a Giugno. Si tratta di un elemento politico importante per definire la nostra posizione. Quindi dobbiamo agire, fare smuovere le cose.
Grazie.
MARCO CAPPATO
C’è con noi Annemie Neyts, membro del Parlamento europeo e della Commissione affari esteri, ma anche Presidente del Partito dei Liberali e Democratici europei, che terrà il proprio Congresso il prossimo ottobre a Berlino; Un congresso che sarà incentrato proprio sul ruolo dell’Europa nel mondo e su come il mondo vede l’azione e l’identità dell’Unione europea. Quindi proprio su questo aspetto di politica internazionale, o sul contributo che ci vorrà portare, si incentra l’intervento di Annemie Neyts. A te la parola.
ANNEMIE NEYTS
Grazie Marco per questa gentile introduzione e per la sintesi che hai voluto fare del nostro Congresso di Berlino. Signori e Signore, credo, in effetti, che l’Unione Europea, viste le difficoltà che si sono conosciute, si sia preoccupata un po’ troppo di se stessa e abbia trascurato il fatto che c’è un mondo intorno, un mondo che ci osserva. Come si dice in inglese “We have been watched”. Quindi dovremmo stare un po’ più attenti al modo in cui siamo percepiti dal resto del mondo. E vorrei aggiungere che mi succede spesso di essere piuttosto irritata da questa specie di arroganza europea. Visto che in questa parte dell’Europa ormai da 60 anni non si combatte più, cosa senz’altro positiva, riteniamo che possiamo impartire lezioni a destra e a manca. Certo, dobbiamo personificare i nostri principi, ma non bisogna trascurare quanti sforzi sono stati necessari per arrivare a questo risultato. Auspico quindi che, quando si troveranno di fronte a testimonianze esterne, alcuni dei partecipanti dell’Unione europea al Congresso, potranno riflettere un pochino e rendersi conto di quelli che sono gli effetti dei doppi standard che spesso esercitiamo. Non sarà un esercizio di mero masochismo politico: sarà semplicemente un tentativo di risituare l’UE e i liberali europei mettendoli di fronte alla necessità di continuare ad adattarsi a quello che succede nel mondo, se si vuole agire in modo efficace. Ora alcune osservazioni per quanto riguarda lo stato attuale e le prospettive della politica europea per quanto riguarda gli affari esteri, per incominciare, e poi per la sicurezza e la difesa comuni.
E risponderò alla domanda estremamente interessante della signora. Sono stati fatti diversi commenti sul fatto che il titolo di Ministro degli affari esteri dell’Unione non verrà utilizzato e che la persona in questione continuerà ad essere denominata Alto rappresentante dell’Unione per gli esteri. Questo non è così importante, anzi non è per nulla importante, però mi ha fatto ricordare un’osservazione di Jack Stroke, grande amico, perchè durante la presidenza belga eravamo davvero amici, allorquando i coordinatori del nostro gruppo si erano recati a Londra per incontrare i principali ministri e il Primo ministro Tony Blair poco prima della presidenza britannica. All’epoca Jack Stroke era ministro degli esteri e aveva detto che questo nominativo non gli piaceva, che Lui era ministro degli esteri. Ne ho parlato successivamente a Dennis MC Shine che all’epoca era Segretario di Stato agli affari europei per il governo britannico e ha detto che effettivamente Jack Stroke aveva grandi obiezioni e non gli piaceva tanto questo titolo, ma che Tony Blair sosteneva che non faceva nessuna importanza. Alla fine Michael Backet è poi tornato alla carica alla vigilia della Conferenza europea. Ecco come sono andate le cose, per cui questo titolo venne stralciato e sostituito con un altro.
Motivi di orgoglio e di fierezza. Tuttavia il titolo ha un’importanza, ma neanche tanto. Comunque questo è all’origine di quel cambiamento, anche se sembra un po’ stupido.
E non è così grave come l’abbandono della bandiera o dell’inno, cosa che trovo davvero ridicola e ipocrita.
Detto questo non bisogna trascurare tutti i passi avanti che erano previsti dal Trattato Costituzionale e che, come diceva Andrew, vengono mantenuti.
Non dimenticate un elemento essenziale: non c’è più l’elemaento di distinzione tra i tre pilastri. L’elemento comunitario diventerà sempre più importante e diventerà sempre più spesso il metodo di decisione per tutte le istanze dell’Unione europea. Per le questioni di politica estera ovviamente si manterrà, mi sembra normale, la necessità dell’unanimità per quanto riguarda le posizioni comuni, ossia le posizioni dell’UE per la politica estera. Vi sarà il sistema dell’astensione costruttiva, ossia nessuno Stato membro può essere obbligato a partecipare a un’azione, qualunque essa sia all’interno o all’esterno dell’Unione, però non può nemmeno bloccarla se c’è un numero sufficiente di Stati membri che decide di proseguire per quella via. Questo viene mantenuto e questo mi sembra logico. Perchè, a cosa serve dire “introduciamo una maggioranza qualificata per delle posizioni comuni”? Immaginiamo: prima dell’invasione delle truppe in Iraq, se si fosse fatto un giro di tavola e si fossero contati i voti, ci sarebbe stata una maggioranza contraria, ma questo non avrebbe impedito alla Gran Bretagna, alla Spagna all’epoca, ai Paesi Bassi, alla Danimarca di partecipare a questa azione e quindi ci sarebbe stata comunque una mancanza di unità all’interno dell’Unione. Credo che sia realistico mantenere l’unanimità all’interno delle posizioni comuni. Mi viene detto spesso che questo indebolisce la voce della UE a livello mondiale. Questo è sicuramente vero. Il futuro Alto rappresentante dell’Unione per gli esteri, la sua autorità, sarà tanto forte quanto l’unità, l’unanimità reale o esposta dell’Unione sulle varie tematiche. Ora, io dico che lo stesso vale per gli affari esteri degli USA: se il Segretario di Stato USA non è sostenuto dalla Casa Bianca o non è completamente sostenuto dalla Casa Bianca, non ha tutta l’autorità che potrebbe avere se fosse invece totalmente sostenuto dalla Casa bianca, dal Security Council eccetera. Quindi sono realtà che esistono, abbiamo conosciuto Segretari di Stato americani molto forti perchè si sentiva che avevano il sostegno totale del Presidente. Mentre altri si sentiva che non avevano autorità perché nemmeno lo State Department seguiva la loro impostazione. In questo caso vale lo stesso. Non fatevi influenzare da questa stupida storia di Erik Kissinger che diceva “Quando voglio parlare con l’Unione europea non so quale numero di telefono devo comporre”. E’ una cosa stupida, perchè succede anche nei confronti degli USA che non si sappia bene chi sia la persona che prende le decisioni. Molto importante, questo futuro Alto Rappresentante avrà due ruoli: sarà Presidente della riunione degli affari esteri, e quindi del Consiglio affari esteri dell’Unione, e sarà Vice presidente della Commissione. A volte mi sono detta, mentre si stava mettendo a punto questo sistema, che se due persone così intelligenti e abili come Chris Parttern e Javier Solana non riuscivano a fare fronte a tutte le richieste di tutti i Paesi del mondo, come un’unica persona potrebbe farlo in futuro. Ma questo si vedrà. Questo duplice ruolo è importante per un altro motivo. E’ importante, e lo auspico, per risolvere la rivalità esistente tra la Commissione e il Consiglio dei ministri a livello della gestione degli affari esteri. Ho dovuto essere anche io membro del Consiglio affari esseri dell’Unione per capire a quale punto esiste questa rivalità, quanto sia forte e quanto arrechi danno all’efficacia e all’azione della UE. In sintesi questo significa per esempio che la Commissione è reticente a emettere dei crediti a disposizione del Consiglio e dell’Alto rappresentate così come il Consiglio e il suo Alto rappresentante non sono molto propensi, per così dire, a che tutte le loro spese siano sottoposte al controllo del nostro Parlamento. Ognuno presenta le proprie idee per portare a vanti le cose su due binari: il segretariato del Consiglio e l’Alto rappresentante hanno la propria politica estera, e poi c’è la politica estera della commissione. Quando le persone sono intelligenti, cosa che fortunatamente spesso accade, l’inviato speciale del Rappresentante e il delegato della Commissione giungono a un’intesa, ma non sempre le cose funzionano così. Ci sono stati dei periodi, a Kabul per esempio, quando l’inviato speciale e il delegato della Commissione non si parlavano più, non si rivolgevano la parola. E, in un contesto come quello di Kabul, è inutile dire che non è una situazione auspicabile. Spero che questo duplice ruolo riuscirà per lo meno a mettere fine a questa situazione. Altra battaglia strisciante, per così dire, in seno alla Unione Europea e alle sue istituzioni: i membri del futuro Servizio esterno dell’Unione vorrebbero riunire sotto la propria autorità tutti gli aspetti esterni delle politiche della Commissione: Commercio Internazionale, Cooperazione e sviluppo, politica dell’energia. C’è una lotta per sapere chi avrà la mano sugli aspetti esterni delle politiche dell’Unione. Non so se è un genere di conflitto che arriverà al Consiglio, ma saranno questioni determinanti per l’efficacia della azione esterna della UE. Spero che questo duplice ruolo permetterà di chiarire la situazione un po’ alla volta. Naturalmente questa non è una problematica specifica della UE, sono problemi che esistono in tutti gli Stati membri. Basta dire che la politica UE nei nostri Stati membri è qualcosa che riguarda 3 persone se non 4. Se il Capo di Stato ha dei poteri in politica estera, è lui o lei che viene in primo luogo. Poi c’è il Primo ministro, il Ministro degli esteri e poi, spesso, c’è qualcuno che si occupa più nello specifico di questioni europee, ma che interviene in coda a questa gerarchia. Se le persone sono intelligenti lavorano in squadra, ma se ci sono delle rivalità cercheranno di opporsi gli uni agli altri e io ho già visto delle presidenze fallire proprio a motivo di questo tipo di rivalità. Per la difesa e la sicurezza comune, trovo che le cose procedano rapidamente. Molto più rapidamente di quanto si sarebbe immaginato quando sono stati compiuti i primi passi in questo settore. E, se ricordo bene, si deve risalire al trattato di Maastricht, che indicava che al prossimo cambiamento di trattato, cioè quello di Amsterdam, questa tematica sarebbe diventata più consistente. Da allora le cose procedono molto speditamente. La sottocommissione sicurezza e difesa del Parlamento europeo segue da vicino queste evoluzioni. All’inizio le cose sono state difficili, perchè si riteneva che queste questioni fossero competenza quasi esclusiva dell’esecutivo, cioè di Consiglio e Commissione. Ora si è capito che è vantaggioso avere un dialogo continuo con il PE con uno scambio di informazioni che diventa sempre più consistente. Vi ricordo che la clausola di solidarietà, che era stata introdotta nel trattato costituzionale, viene mantenuta. Ossia il fatto che gli Stati membri devono prestarsi mutuo soccorso quando si trovano di fronte a crisi particolari. Quello che mi preoccupa un po’, ma non ha nulla a che vedere con la prossima Conferenza Intergovernativa, è che questa evoluzione in materia di difesa non è praticamente percepita dall’opinione pubblica in generale e nemmeno da molti Parlamenti nazionali. Al di fuori delle Commissioni di difesa dei Parlamenti nazionali, all’esterno dei membri dell’Assemblea parlamentare dell’Unione dell’Europa Occidentale, l’UEO, al di là dei membri dell’Assemblea parlamentare della NATO, e spesso si tratta delle stesse persone, non ci si rende conto di quello che sta effettivamente succedendo, e questo mi preoccupa. Perchè un bel giorno succederà qualcosa e la gente dirà “ma cosa sta succedendo, non eravamo informati, non siamo d’accordo”. Ci sono dei gruppi da combattimento che vengono costituiti in modo estremamente interessante e la Svezia è la nazione leader nel Nordic Battle Group, che diventerà operativo alla fine di quest’anno. Ce ne sono altri che sono in fase di costituzione di questi gruppi. Ci sono dei Quartieri Generali strategici, in funzione in 4 Stati membri. C’è n’è uno a Bruxelles che diventa sempre più importante, e tutto questo viene effettivamente realizzato. C’è una stretta collaborazione, cosa che non esclude la rivalità, ma comunque c’è una collaborazione molto intensa con la NATO. Al momento ci stiamo occupando dei progetti americani per quanto riguarda lo scudo antimissile, perchè riteniamo che questo può avere conseguenze importanti sulla situazione del mondo. Ecco, tutto questo viene effettivamente realizzato ben prima del nuovo trattato. E siccome in gran parte sono elementi e questioni molto tecniche, come ad esempio il funzionamento di un Battle group, siccome non ci sono azioni spettacolari, almeno per il momento, l’opinione pubblica, o le opinioni pubbliche europee, trascurano, ignorano questa situazione. Non perchè noi lo nascondiamo, ma perchè non è sufficientemente sensazionale per attirare l’attenzione. Credo che si debba informare al massimo il pubblico, i media, affinché prestino attenzione a questa situazione. Bisogna chiedersi, e questo un’altra volta è al di fuori del trattato, quale è la finalità dell’UE per quello che riguarda la difesa. Abbiamo effettivamente l’intenzione di diventare i poliziotti del mondo? E se sì: potremo farlo? La risposta ovviamente è No. Nemmeno gli USA possono farlo, nemmeno loro riescono ad essere poliziotti del mondo, indipendentemente da quello che dicono e da quello che cercano di fare. Gli USA hanno le maggiori difficoltà a portare avanti le azioni che stanno conducendo in Irak e in Afghanistan. Sono già al limite delle loro possibilità. Allora però noi, che abbiamo meno truppe rispetto agli USA, che abbiamo attrezzature più vetuste, meno adeguate alle forme di azione moderne, saremmo capaci di farlo? La risposta è No. Vogliamo farlo? Credo che anche in questo caso la risposta debba essere No. Oppure continuiamo a fare credere a noi stessi e al resto del mondo che siamo perfettamente in grado di intervenire? Ovunque, in qualunque momento, in qualunque conflitto, quando le parti del conflitto non sono in grado di risolvere i loro problemi? E’ una domanda estremamente ampia cui nessuno dà risposta, ma di un’importanza estrema. Arrivo alla domanda della signora: io credo che i nuovi Stati membri siano stati più interessati a diventare membri della NATO che dell’Unione. Ho fatto un giorno questa domanda al Primo ministro di una delle Repubbliche baltiche, che mi ha risposto: “È una questione elementare di sicurezza”. Gli ho chiesto: “Da quando il suo paese è indipendente?”. “No, dalla notte dei tempi”. Allora, con una frontiera comune con la Russia, è chiaramente una questione di sicurezza. Di sicuro la prima amministrazione Bush è stata estremamente cinica nei confronti dei governi di alcuni Stati membri e li ha minacciati di votare contro il loro ingresso nella NATO o di ritardare il loro ingesso nell’Unione se i governi di questi paesi non sostenevano la politica americana in Irak. Io ero nel mio governo all’epoca e ci sono colleghi che mi hanno detto che gli USA hanno fatto lo stesso con membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza. George W. Bush che telefona alla Presidente del Cameroon dicendo “cosa posso fare per lei?”. Quindi, durante la prima amministrazione Bush, il cinismo mostrato è stato sconfinato. Poi le cose sono decisamente migliorate. Nuovi governi, che dovevano affrontare metodi politici che erano nuovi per loro, all’inizio erano stati impressionati, però sono altre le cose che mi rimangono. Ad esempio: la Turchia non è uno Stato Membro, però il Parlamento turco ha respinto l’autorizzazione anticipata di un eventuale intervento americano nell’Irak settentrionale. Ha rifiutato in particolare l’applicazione automatica della clausola di solidarietà della NATO. Il Parlamento Rumeno ha respinto l’esenzione richiesta dagli Stati Uniti per il Trattato relativo al Tribunale penale internazionale. Quindi Sì e No, gli Stati hanno scoperto le possibilità. Ci sono stati anche gesti poco cortesi. Chirac a un certo punto ha detto ai governi dei nuovi Paesi che avevano perso una buona occasione per stare zitti, come se lui non avesse mai perso la buona occasione di stare zitto. Quindi, per tutti questi motivi, credo che sia poco cortese mettere questi governi di fronte ad un Aut aut: dovete scegliere o noi o gli Stati Uniti. Anche perché noi continuiamo comunque a essere alleati degli Stati Uniti e credo che la maggior parte di noi voglia anche rimanerlo, sebbene non ci piaccia, parlo per me, non mi piaccia l’amministrazione di George W. Bush, non rimetto in discussione il legame transatlantico tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Detto questo non abbiamo nemmeno il diritto di mettere i governi degli Stati membri di fronte ad un dilemma di questo genere, quando noi stessi non prendiamo una decisione a riguardo. Quindi dovremo continuare a parlarci.
Vi ho raccontato cose di cui non molti sono al corrente, ma credo che ci sia la prescrizione, perchè risalgono al 2001 - 2002. Molte cose possono essere dette, magari non di fronte a un’assemblea così ampia, però bisogna dirle, perchè ci deve essere informazione. Gli Stati Uniti non sono proprio dei bravi ragazzi, non sono dei chierichetti, cercano di metterci gli uni di fronte agli altri. Io vorrei concludere dicendo che per me gli affari esteri sono qualcosa di estremamente importante, di estremamente serio. Non è un settore a proposito del quale si fanno grandi dichiarazioni, ma un settore nel quale si cercano di risolvere veri grandi problemi. Ed è il settore che ci deve effettivamente permettere di evitare la guerra e il caos. A questo servono gli affari esteri, non servono a mettersi su un piedistallo e a fare grandi dichiarazioni. No, servono ad evitare la guerra e servono a cercare di avere la pace.
Grazie.
MARCO CAPPATO
Grazie Annemie Neyts, in particolare per averci offerti informazioni e una prospettiva completa dell’altro aspetto delle riforme, quello relativo alla politica internazionale, esterna della Unione europea, come avete sentito anche qui ci sono delle novità, alcune anche positive delle quali Annemie Neyts ci ha parlato. Proprio con Annemie e alcuni di voi, abbiamo tenuto qui a Dicembre una Conferenza sul ruolo dell’Unione Europea nella promozione della democrazia e dei diritti umani che fu seguita poi dalla riunione del Consiglio generale del Partito radicale transnazionale. Abbiamo poi parlato anche di alcuni strumenti di sostegno alla promozione della democrazia, strumenti per adesso ancora molto esili e fragili che vanno però rafforzandosi. Come la creazione dello strumento dell’Unione europea per la democrazia e i diritti umani che è una linea di bilancio nuova che è stata creata e che ancora segue logiche abbastanza burocratiche ma che in un futuro sviluppo potrebbe diventare quel braccio diplomatico e nonviolento di promozione della democrazia che ancora in larga parte manca.
Ci ha raggiunto anche Niccolò Rinaldi, Vice segretario Generale del Gruppo dell’Alleanza dei Liberali e democratici europei nonché iscritto anche al Partito radicale e come alcuni di voi ha lamentato l’arrivo tardivo, se non di qualche mese di qualche anno delle tessere del Partito. Cercheremo di fare meglio soprattutto per gli iscritti all’estero.
Ora una domanda molto breve da parte di Ottavio Marzocchi, poi Claudette Brunet-Lechenault.
OTTAVIO MARZOCCHI
Vorrei fare due domande all’On. Neyts, innanzitutto per quanto riguarda questa figura del Ministro degli Esteri, la cui sigla sarà HRUFAS, in inglese, il che dice tutto di questo personaggio. Quando leggerete questo acronimo tremate. Volevo sapere innanzitutto, ho sempre avuto l’impressione che sia una sorta di mostro istituzionale, nel senso che appunto collega in un modo anormale due istituzioni su tre, diciamo le tre principali dell’Unione Europea: Consiglio, Commissione e Parlamento. Quindi collega, oltre ad esser un mostro istituzionale perché non si è mai vista una cosa di questo tipo né a livello nazionale, né a livello internazionale, ma è un pericolo anche perché si crea un’alleanza Consiglio-Commissione contro Parlamento europeo.
Seconda domanda: dato che ci ha raccontato di colloqui che ha avuto con colleghi ecc, cosa pensa della questione CIA il fatto chela lotta al terrorismo oltre ad esser stata sponsorizzata dall’Amministrazione Bush si stata basata oltre a falsi manufatti da servizi segreti per convincere gli Stati europei ad intervenire nella guerra in Iraq, in Afganistan ecc, ha mai avuto informazioni, ha mai sentito parlare, o avuto confidenze per quanto riguarda la lotta al terrorismo condotta in violazione dei diritti umani?
ANNEMIE NEYTS
Per la seconda domanda dirò subito no. Poi ero al governo fino al 2003 e dirò no, veramente, mai ho avuto vento di questo. L’azione in Iraq del resto non era stata avviata. Tutto quel che potrei dire sono ricordi personali. Io per esempio mi sono recata a Washington ed ero lì per caso quando Colin Powell ha fatto il suo discorso alle Nazioni Unite. Le strade di Washington erano deserte e io ero terrorizzata, mi chiedevo perché non c’era più nessuno. Tutti erano incollati davanti agli schermi a vedere il discorso, ricordate la provetta che conteneva quel prodotto altamente tossico? È lì che mi sono resa conto personalmente che avevamo del tutto sottovalutato lo shock psicologico provocato negli Stati Uniti dagli attacchi contro le Torri Gemelle. Certo vi è stato uno slancio di solidarietà, ovviamente. Sotto la presidenza belga si è fatto il necessario. Ma misurare l’impatto psicologico di questo attentato, ecco, sicuramente non l’abbiamo fatto a dovere o perlomeno abbastanza presto anche perché l’Europa è da millenni e millenni terra di lotta e di guerre. Ma, ripeto, abbiamo sottovalutato a che punto l’America era stata scossa. Per cui la risposta è no, non sono a conoscenza di cose di questo tipo.
Questa duplice veste del futuro e nel contempo presiederà il Consiglio degli Affari Esteri, sì, questo già sarà difficile di gestire, ma potrebbe anche succedere che il metodo consenta di chiarire, armonizzare e rendere più coese le politiche estere del Consiglio e della Commissione. Non è che lo siano sempre per ora, non lo sono perlomeno abbastanza. Ve l’ho detto fino a che punto mi ero interrogata. Per esempio se Solana e Patten erano nella totale incapacità, anche fisica, di rispondere alle domande posta da tutti i governi del mondo il Consiglio si è lamentato di non aver mai visto Chris Patten. Non è mai riuscito a d andarci perché c’era sempre qualcosa che lo ritardava.
L’Indonesia non è che sia il più piccolo dei paesi. Mi son detta, se due persone non sono in grado di farlo, come farà un’unica persona? La soluzione mi sembra consisterà nel distribuire oculatamente i portafogli nella futura Commissione, sia suddividendo le cose geograficamente tenendo sempre presenta l’autorità dell’Alto Rappresentante sennò le cose non funzioneranno mai. Vedremo.
MARCO CAPPATO
Ecco ora Claudette Brunet- Lechenault, Vicepresidentessa del Partito Radicale di sinistra francese.
CLAUDETTE BRUNET- LECHENAULT
Con piacere ho risposto al vostro invito per portare questa testimonianza su quanto è successo in Francia con le legislative.
Queste presidenziali sono state complicate e difficili. Per la prima volta i radicali di sinistra hanno deciso di non presentare candidati, ancor prima che il partito socialista designasse il suo candidato. C’è stato un dibattito all’interno del partito e abbiamo preso questa decisione al 70%. Il rimanente 30% era favorevole alla candidatura di Christian Taubira. La difficoltà nella Francia attuale- questo l’ho già detto ad una riunione in questa sede- è che noi, partito radicale di sinistra, siamo il risultato di una suddivisione del partito radicale della Terza Repubblica a causa della creazione della Quinta Repubblica e di questa artificializzazione della vita politica francese in due schieramenti: la destra e la sinistra. Questo può sembrare un po’ strano per paesi come voi che avete il sistema proporzionale, ma noi non abbiamo lo scrutinio proporzionale, l’abbiamo invece a livello regionale, ma non a livello nazionale, il che ci complica non poco la vita. Speriamo che questo non si protragga, ma per ora questo sistema sembra definitivo.
I risultati delle elezioni li sapete. François Bayrou ha ottenuto un buon punteggio, ma che ancora una volta cozza contro questa logica della Quinta Repubblica. Potremmo anche essere stati concordi con lui per quanto la pensa sull’Europa, ma alle legislative sette ottavi dei suoi deputati uscenti candidati, si sono schierati nel loro schieramento d’origine, cioè a destra. Per cui Bayrou, nonostante abbia totalizzato un buon punteggio, si ritrova tra i non iscritti. Nei prossimi mesi probabilmente il panorama politico francese potrebbe modificarsi, ma non so fino a che punto.
Abbiamo cercato di creare un gruppo parlamentare all’Assemblea Nazionale. Tra i nostri candidati, sono state eletti cinque donne e tre uomini e il tutto con un rinnovamento generazionale abbastanza interessante. Ma alla fine non siamo riusciti a costituire un gruppo parlamentare. Abbiamo proposto a Bayrou di raggiungerci, ma non ha accettato, per cui abbiamo dovuto prendere la seguente decisione: fare un gruppo tecnico con i comunisti o unirci al gruppo socialista. Non abbiamo voluto i socialisti per una questione psicologica. Il mondo si evolve, non abbiamo avuto voglia di essere accompagnati dai socialisti, un gruppo tecnico. Per cui ancora una volta ci troviamo con il gruppo socialista a dover negoziare. La nostra maggioranza non auspica che vi siano ministri radicali di sinistra al governo perché pensiamo che non sarebbe coerente con la nostra campagna presidenziale e né con quella legislativa. Nel marzo prossimo avranno luogo delle elezioni locali con alleanze flessibili, duttili. C’è un qualche margine di manovra sul terreno, ma questo poi fatalmente sfocia in unioni con i comunisti e meno con i socialisti. Alleanze che non ci permetterebbero di cambiare strategia.
Noi Partito Radicale di sinistra, cosa possiamo fare se non vogliamo essere chiusi davanti ad ogni iniziativa. Innanzitutto bisogna lavorare all’evoluzione delle istituzioni in Francia. Non so se il Presidente della Repubblica creerà una commissione a tal fine, se ci proporrà di farne parte. Domani al nostro comitato direttivo parleremo di tutti questi punti. Ma siamo molto divisi circa il futuro, circa questa nostra partecipazione. Il Partito Radicale di sinistra vorrebbe esserci, non lasciare il tutto nelle mani dei socialisti. Noi abbiamo fede laica e nella trasformazione delle istituzioni. E a tal fine siamo disposti a lavorare con tutti. Non sappiamo cosa possiamo fare nel sistema attuale. Sarkozy sta cambiando il regime presidenziale, sta presidenzializzando di più il regime attuale. Il futuro del Primo Ministro non è che il direttore di gabinetto del Presidente della Repubblica. Personalmente penso che non potrà farcela da solo. Pensiamo che una forte maggioranza UMP senza contropotere non sarà benefica per la Francia. In questo dilemma nel quale ci troviamo attualmente, non possiamo creare noi stessi uno stato di shock per la ricostruzione del paesaggio politico francese.
Ho ascoltato con grande attenzione soprattutto Anemie Neyts e la collega bulgara.
In Francia molta pubblicità è stata fatta al ruolo di Sarkozy nel rilancio dell’Unione Europea. Non siamo così ingenui, sappiamo quanto lavoro anche Angela Merkel ha dovuto svolgere in tale frangente. Ho il timore che ci si voglia far credere che questo rilancio ormai è stato attuato, che il Trattato sarà semplificato e reso comprensibile, alla portata di tutti, che tutto andrà per il meglio. Io invece condivido le analisi fatte prima e questo Trattato semplificato non ha nulla di semplice. Circa il metodo in sede parlamentare non so cosa sarebbe auspicabile se la il Parlamento europeo dovrebbe essere consultato prima del 23 luglio o anche prima del 18 ottobre. In ogni caso ribadisco la mia preoccupazione verso questa pseudo- semplificazione del Trattato. Spero non ne risulti un’Europa à la carte. Se possibile, vorremmo lavorare con voi per un’Europa più coesa. Questo è il nostro auspicio.
MARCO CAPPATO
Grazie a Claudette per aver avuto la forza di essere così diretta sui dilemmi interni del suo partito. Lascio lo spazio a delle domande.
DAVID CARRETTA
Subito dopo le elezioni presidenziali si è sentito parlare di una possibile ricomposizione dei radicali francesi. Quali prospettive ci sono? Ne avete discusso? Oppure, Lei pensa che questa strada sia percorribile con- pro- contro Sarkozy? Grazie.
CLAUDETTE BRUNET- LECHENAULT
Di questo si è parlato, all’interno del nostro partito vi è stato un dibattito. La situazione non sia molto matura, per vari motivi. Innanzitutto perché il partito di Borloo è associato ad un governo che per certi versi è contrario ai nostri valori radicali. Non penso che ci si possa veramente riunificare durevolmente con i radicali di sinistra. Si può discutere di tutto, Borloo è aperto e simpatico, ma la difficoltà proviene dal fatto che ormai è molto obsoleto parlare della riunificazione dei radicali, mentre al contrario sembrerebbe interessante avere un dibattito con dei radicali sui temi citati prima. Ci sono elettori che hanno votato Bayrou anche per questi temi. E si sentono un po’ traditi per il cambio di Bayrou.
Quindi, la riunificazione del partito mi pare impossibile allo stato attuale delle cose. Non ci si può riunire con un partito facente parte dell’UMP. Non escludo, soprattutto se ci raggiungeranno Borloo o Ségolène Royal, che alla nostra università estiva si trattino queste tematiche.
ERNEST GLINNE
Lei ha espresso il suo timore di vedere il sistema presidenziale accrescere le prerogative del presidente. Un giornale satirico ben noto che gode di una certa credibilità, riportava che tre persone erano già state contattate per discutere delle procedure volte a rivedere la Quinta Repubblica. L’intento di Sarkozy è di potersi rivolgere direttamente alle due camere del parlamento senza transitare dal Matignon, questa è cosa risaputa.
CLAUDETTE BRUNET- LECHENAULT
Lei intende dire che Sarkozy ha finto di tendere la mano, di aprirsi in modo fittizio per ottenere i voti degli eletti radicali delle sinistra radicale. Ma gli eletti all’Assemblea Nazionale non voteranno se le cose stanno così. Ma probabilmente coloro che sono stati eletti non voteranno in questo modo. Ci saranno poi personalità isolate autorevoli, questo non lo posso escludere. Però non posso immaginare i nostri deputati eletti fare questo. E’ la sola cosa che mi rassicura.
MARCO CAPPATO
Grazie a Claudette. Tra poco gli interventi di Ernest Glinne, Monica Frassoni.
MARCO PANNELLA
Trattandosi di una giornata se non dedicata al Partito Radicale, ai contributi che esso può dare, credo che interverrò assolutamente su quale a mio avviso debba essere la nostra posizione rispetto al vecchio che ci sta travolgendo sotto la forma del nuovo, del 23 giugno. Quindi in concreto dobbiamo creare un’organizzazione nei dettagli per una Patria Europea da lanciare ovunque in modo tale che si chiarisca se “Europa delle patrie” o “Patria Europea”. Siamo stanchi delle patrie che mettono sempre più in discussione, che minacciano l’Europa stessa. Bisogna adottare una posizione alternativa di base come aveva fatto Altiero due volte nel corso della sua vita. Auspico che gli internazionalisti, i compagni socialisti siano a favore della costruzione di uno Stato internazionale come diceva il Manifesto di Ventotene, bisogna darsi una mossa, bisogna dare fiducia a questo sentimento quasi antropologico della gente. L’Europa era una speranza, qualcosa che si aveva dentro, è stato necessario per creare un impero e se oggi Bichara Khader ci diceva che ovunque nel mondo arabo è qualcosa che rappresenta un ideale, ebbene, su questo e anche su Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito, c’è in Italia una situazione altamente complicata, ma anche estremamente ricca. Quindi forse, come facciamo da 53 anni, si può anche morire in questa situazione, ma anche trasformarla in un momento di opportunità, di crescita.
SESSIONE POMERIDIANA
MARCO CAPPATO
Bene, allora riprendiamo i lavori di questa ultima sessione di incontro di queste giornate brussellesi del Gruppo dell’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei e del Partito Radicale Transnazionale dando la parola al Segretario Generale aggiunto del Gruppo stesso che è come vi avevamo preannunciato Niccolò Rinaldi e dopo di lui ascolteremo anche Ernest Glinne. Niccolò a te la parola.
NICCOLO’ RINALDI
Sì compagni, buongiorno. Io farò un intervento, vi dico subito, breve perché alle tre devo trovarmi a moderare un dibattito nella summer school del Partito Democratico. Se i lavori per caso Marco continuassero dopo le cinque, dopo le cinque sarò ben volentieri di nuovo qua con voi. Uno dei temi che viene evidenziato dal vostro dibattito è l’allargamento al sud del Mediterraneo dell’Europa. Su questo voglio dire qualcosa riferendomi un po’ ad alcune delle discussioni che hanno avuto nel Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa. Abbiamo avuto anche una task force su questo tema e in generale in Commissione Affari Esteri al Parlamento europeo. Molto è cambiato con l’ingresso di Cipro nell’Unione Europea. Con Cipro molte carte geografiche che indicavano i paesi appartenenti all’Unione sono state buttate via, si sono dovute ristampare, allargando ad est, naturalmente, i confini di questa nostra Europa. Trattandosi di Cipro, di un’isola che, da un punto di vista geografico, per molti atlanti non appartiene al continente europeo ma è un’isola dell’Asia Minore, è un’isola asiatica. Con Cipro in qualche modo è venuto meno quell’alibi, quel criterio molto semplice, oggettivo per alcuni aspetti, che era quello, si fa parte dell’Unione Europea se geograficamente si appartiene all’UE. Cipro si trova a circa 100 km dalla costa libanese ed è, al di là della sua prossimità con il Medio Oriente, un’isola intrisa di storia mediorientale. Non soltanto per la sua lunghissima appartenenza all’Impero Ottomano, ma soprattutto anche in tempi recenti, la diaspora libanese aveva lasciato Beirut durante la guerra civile per trovare rifugio a Nicosia dove aveva portato capitali, interessi finanziari. Cipro è diventato un punto molto importante oggi di approdo di palestinesi, di iracheni. E’ una base militare importante sempre per operazioni, non qui in Europa naturalmente, ma sul Medio Oriente. Cipro comunque è divenuto membro dell’UE con molta facilità senza scatenare, sotto questo punto di vista, le discussioni che invece noi abbiamo oggi rispetto alla Turchia. Per certi aspetti è stata proprio la divisione di Cipro, tanto problematica, che tanto ha intralciato parte dei negoziati, a permettere poi a Cipro di entrare nell’UE senza che si aprisse una sorta di conflitto d’identità, perché è stata presa soltanto la parte dell’isola europea. La parte che parla una lingua europea, la parte che ha una religione considerata europea. Ma di fatto una Cipro riunificata porrebbe il problema in termine molto più visibile. Il viaggiatore che si reca nella parte settentrionale di Cipro si trova come odori, come paesaggio visivo e naturalmente poi come elementi spirituali, elementi linguistici, elementi culturali in un continente che non è più il nostro ma che è l’Asia. Questo non è che l’annuncio in qualche modo del dibattito forte che si è aperto già da qualche anno e che i francesi anche nel nostro gruppo portano con molta convinzione sull’opposizione all’ingresso della Turchia nell’UE, considerando la Turchia una parte asiatica e non uno Stato europeo. Ma naturalmente i casi sono altri che vanno oltre quello della Turchia. Pensate alla famosa domanda del Marocco di entrare nell’UE. Una domanda che fu annunciata, credo che sia stata formalmente a un certo punto fatta poi, anche per non creare problemi diplomatici fu lasciata cadere da parte della stessa parte marocchina. C’è la campagna, che non è mai stata abbandonata, radicale per l’adesione d’Israele, l’ingresso d’Israele nell’UE. Una battaglia per alcuni aspetti, mi sembra, mai troppo ad alta voce, ma comunque ne ha parlato più volte lo stesso attuale Presidente d’Israele a volte ha fatto propria. Perché lui stesso ha più volte parlato di una prospettiva, di vocazione di entrare nell’UE di Israele, addirittura secondo Peres allargata a Palestina e Giordania. C’è poi il problema del Caucaso, dei paesi del Caucaso che, soprattutto la Georgia, si considerano europei, fanno già parte del Consiglio d’Europa, ma per molti aspetti sono paesi lontani dall’Europa. Geograficamente appartengono a quella che era definita la Transcaucasia, cioè al di là del Caucaso, al di là dello spartiacque del Caucaso, quindi Asia, non Europa. C’è la domanda che adesso è stata fatta, già presentata, del Kazakistan, di far parte del Consiglio d’Europa. Il Kazakistan ha giustificato, giustifica questa domanda perché vi è una parte territorialmente piuttosto estesa del Kazakistan che si trova ad occidente del fiume Ural e quindi in Europa, con una città, Atyrau, che si trova sulle due sponde del fiume e che è una sorta di Istanbul kazaka per alcuni aspetti. I kazaki insistono molto sul fatto che la loro parte di Europa è ben più vasta come superficie della parte della Turchia.
Insomma, il caso di Cipro in qualche modo, come dicevo, ha rimesso in discussione quello che sembrava un criterio facile di applicazione: si entra nell’UE se si fa parte geograficamente dell’Europa. Ma quali sono allora i criteri per definire le frontiere di questo nostro continente, di questa nostra Unione? Discussione devo dire che ha affrontato una gamma di possibilità che sono estremamente ampie. Il criterio linguistico: ma naturalmente il criterio linguistico poi non tiene perché se Cipro è entrato, certo una lingua fa parte delle lingue europee, ma un’altra no. Il criterio religioso, ma è un criterio, che è ancora molto forte soprattutto nel Partito Popolare Europeo ma, di fatto, difficilmente tiene la strada quando abbiamo la Bosnia, quando abbiamo l’Albania, che fanno parte proprio dei paesi a vocazione di diventare presto candidati all’UE. Il criterio storico: paesi che sono appartenuti a regni, imperi di matrice europea, ma anche questo naturalmente è un criterio estremamente debole, tenendo conto che buona parte dei Balcani, a cominciare dalla Grecia, sono stati per secoli sotto l’Impero Ottomano. Uno dei criteri che ho ascoltato a volte con un certo interesse, è il criterio più che geografico, paesaggistico. Cioè, coloro che sostengono che l’Europa esiste laddove c’è varietà di paesaggio: valli, laghi, pianure intervallate, sì, spiegando questo come una morfologia geografica che permette le comunità distinte di ritrovarsi e poi di collegarsi fra di loro. Mentre invece i terrori di grandi distese desertica, o di grandi distese come le steppe sono territori che sono meno abitati e dove il rapporto tra periferia e centro è completamente diverso e la comunità si articola in un modo meno congeniale per le forme della rappresentanza democratica. Quindi siamo arrivati anche a questo genere di criterio. Di fatto è un problema insoluto. Un problema sul quale anche il rapporto che fu fatto da Napolitano alla Commissione Affari Esteri non produsse poi nessun tipo di conclusione e il tema della frontiera dell’Europa, della frontiera, più che geografica, geopolitica è ancora inevaso. Posso ricordare, un po’ come aneddoto, la visione che aveva un grande scrittore, io credo che se fosse vissuto Marco, George Orwell sarebbe stato un iscritto del Partito Radicale. Non so cosa ne pensate voi, ma Orwell, che andava contro corrente e che vedeva le cose insomma era uno che aveva denunciato lo stalinismo molto prima di tanti altri, lui il Big Brother del 1984 lo ambientava su un mondo che era diviso in tre grandi potenze. Una era la potenza che se non sbaglio si chiamava non America ma Oceania e che aveva il Nord America, il Sud America, l’Australia, la Gran Bretagna e l’Irlanda, che lui inglobava nel mondo appunto d’oltre Transatlantico. Poi c’era la Estasia che era il mondo del Giappone, della Cina, delle Filippine e dell’Indonesia e poi c’era questa grande Eurasia che andava non soltanto dall’Atlantico fino a Valdivostok, ma inglobava anche tutto il Nord Africa, tutto il mondo arabo e tutto il mondo delle culture indoeuropee, quindi l’Asia Centrale e lo stesso sotto-continente indiano. Restava fuori, nella concezione di Orwell, soltanto l’Africa che non apparteneva a nessuna delle tre potenze e che poi era considerata la terra di conquista, il terreno di gioco, il terreno di battaglia dove si andava a fare sfruttamento di manodopera, sfruttamento minerario e dove le tre potenze si davano appunto guerra. Rispettando invece le frontiere. Quindi questa era la visione di Orwell. Non c’è dubbio che le spinte che arrivano dall’Ucraina, da alcuni amici di Israele, dalla Turchia, dal Caucaso, in particolare dalla Georgia e chissà, forse adesso anche questa démarche del Kazakistan presso il Consiglio d’Europa, piano piano stanno, in effetti, allargando quelli che sono i confini accettati dalla nostra coscienza, dalla nostra consapevolezza di essere europei. Certo c’è una carenza istituzionale molto forte perché non c’è dubbio che nel caso dei paesi dell’Europa centro-orientale e non soltanto, addirittura nei paesi dell’Asia Centrale, vi sono organizzazioni che in qualche modo svolgono un ruolo di cuscinetto tra la loro dimensione geografica, la loro dimensione storica e il resto dell’Europa o l’Europa: l’OSCE e il Consiglio d’Europa. Nell’OSCE fanno parte tutti i paesi dell’Asia Centrale. Il Consiglio d’Europa naturalmente ha anche una vocazione in qualche modo propedeutica, pedagogica di preparazione poi all’ingresso all’UE. Tutti i paesi baltici sono passati per il Consiglio d’Europa prima di entrare eccetera. Non esiste niente invece per quanto riguarda il bacino del Mediterraneo e il Medio Oriente. Cioè non esiste un’organizzazione di sicurezza come potrebbe essere modellata sull’OSCE; tanto meno esiste un quadro di convenzioni molto più ampio come quello posto dal Consiglio d’Europa. E questo tipo di carenza istituzionale probabilmente deve essere riempito. Certamente la sua assenza pesa e crea un sorta di ulteriore spinta, ulteriore pressione nei confronti dell’UE.
Questo era quanto volevo dirvi perché credo che sia comunque un tema aperto. Certamente le sensibilità sono molto diverse, da paese a paese. Alcuni deputati francesi pongono la critica nei confronti della Turchia dicendo “noi sentiamo molto più vicino il Libano”. Perché? Perché Beirut è una città più occidentale, più europea che non tante città della Turchia asiatica, anche se poi si capisce che uno dei criteri che loro adottano è il criterio linguistico: a Beirut si parla francese. Parlando francese sentiamo Beirut più europea di quanto non possiamo sentire magari la Turchia. Quindi sono riflessioni che per il momento, ripeto, non sono arrivare da nessuna parte, non hanno neanche un vero e proprio filo conduttore e che certamente continueranno ad animare i nostri dibattiti.
MARCO CAPPATO
Grazie a Niccolò Rinaldi. Buon lavoro per la scuola estiva del Partito Democratico. Grazie per aver portato il tuo contributo anche qui. Come sapete, nel Gruppo dell’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa ci sono sia i colleghi della Margherita che, ovviamente, noi. Adesso, come preannunciato, la parola ad Ernest Glinne che è stato già Presidente del Gruppo Socialista al Parlamento europeo, è belga e lo ringraziamo moltissimo per la sua presenza qui. Ernest, a te la parola.
ERNEST GLINNE
Grazie molto Presidente. Voglio, per non dimenticarmene, voglio ringraziare Marco Pannella per le belle parole d’accoglienza che ho ascoltato stamattina. Grazie. Naturalmente vorrei anche esprimere la mia grande soddisfazione per poter partecipare ai vostri dibattiti. Parlo poco italiano quindi parlerò in francese, se non è ancora vietato. Grazie.
Ebbene, cari amici, sono soprattutto un cittadino d’Europa, per essere così in tal modo un miglior cittadino del mondo. “L’Europa delle patrie, nel suo concetto e nella sua applicazione in modo ampliato negli ultimi anni, l’Europa delle patrie, dicevo, mi esaspera, mi mette l’orticaria e questo da sempre. L’Europa delle patrie è un altro proclama di sussidiarietà conservatore. L’Europa patria, non fortezza, l’Europa patria partner dei suoi vicini storici immediati; questo è l’obiettivo. E’ il mezzo di questa fede mobilizzatrice, di questa fede che si irraggia, indispensabile e la cui importanza è stata sottolineata questa mattina dal Prof. Khader, fratello di Nahim Khader che è stato assassinato come portavoce. Magari per alcuni era troppo cristiano, chissà. Questo alcuni anni fa e Nahim era il fratello di colui che abbiamo ascoltato con grande interesse e anche con grande affetto per quanto mi riguarda e che abbiamo ascoltato in qualità di esimio professore arabo dell’Università Cattolica di Lovanio e sono elementi da sottolineare, non solo da registrare in modo passivo. Stamattina si è fatto fatalmente allusione al problema cruciale, all’elemento centrale del conflitto israelo-palestinese. Io ho concepito la normativa belga contro il razzismo, l’incitamento, all’odio razziale e contro l’antisemitismo. Ho lavorato, alla fine della seconda metà degli anni ’60, con colleghi francesi di diverso contesto ideologico e provenienza per mettere a punto un testo comune, testo che è stato votato in Francia ed è diventato la legge francese dell’1 luglio 1972, adottata in Belgio nel 1981, dopo essere stata approfondita e modificata. Perché menziono questo? Perché per quanto riguarda il problema del Medio Oriente e del conflitto israelo-palestinese, frequentemente mi capita in qualità di cittadino del mondo e di cittadino europeo, per idea, per i diritti umani, quando mi capita di criticare qualcosa che è stato compiuto dagli israeliani mi sento trattare da antisemita e mi sembra un po’ facile, un po’ poco fine per dirlo in termini gentili. Spesso mi trovo sotto un fuoco incrociato: quelli che mi rinfacciano di criticare Israele da un lato e quelli che criticano perché si è fautori dell’esistenza di uno Stato d’Israele ricondotto entro le frontiere del 1967. Se il Presidente me lo consente, vorrei raccontare una storia, visto che abbiamo un po’ di tempo. Per diversi anni sono stato seduto quasi accanto a Marco e so che la parola non la si può limitare, non è possibile. Ma quand’ero studente, nel 1949, il mio professore di francese mi disse: “Ernest, devi fare una dissertazione sul conflitto israelo-palestinese”. Ma, basti dire che non ne sapevo assolutamente nulla. Alla mia lezione di retorica, sono andato alla tribuna del Senato per ascoltare il dibattito sugli affari esteri e il Ministro dell’epoca, Paul Henri Spaak ha criticato, ha contemporaneamente ha criticato e venerato, vi spiegherò poi perché. Perché la sua concezione dell’Europa spesso somigliava ad una sorta di conseguenza dell’atlantismo. Cioè l’atlantismo era l’elemento principale e da questo ne derivava l’Europa. Per le questioni africane, non è un’ingiuria dire che Paul Henri Spaak non capiva assolutamente nulla dei problemi dell’Africa Centrale. Ma, sul problema del Medio Oriente… eccomi alla tribuna pubblica, la sinistra dell’epoca, io mi sono sempre definito anche quando ero studente, o magari soprattutto quando ero studente, mi inserivo più nella tendenza di sinistra che in quella un po’ accomodante della socialdemocrazia. Dei portavoce di sinistra, socialisti e comunisti, attaccano in quell’occasione Spaak dicendo che non procedeva in modo abbastanza spedito nel riconoscimento di Israele, che le cose si trascinavano. Spaak rispose prima di tutto con un omaggio alle vittime della Shoah, un magnifico discorso, 6 giungo 1949. Mi è rimasto ben impresso in mente. Resoconto analitico del Senato: ‘Omaggio alle vittime della Shoah’. E poi: “se mi chiedete di procedere così speditamente, vi rispondo dicendovi qualcos’altro: non mi piacciono quelli che a motivo della loro generosità si prendono il bene degli altri perché chi non si rende conto che quando verrà riconosciuto senza condizioni uno Stato ebraico, non ci sarà la condizione o la tentazione di ampliare il proprio territorio a scapito dei vicini arabi”. Non ho inventato queste parole. Vi cito a memoria la citazione di Spaak che all’epoca fu proprio un visionario, al di là di tutte le guerre che si sono poi succedute. E lo dico perché, dopo aver ascoltato stamattina le parole del Prof. Khader, mi sentivo in dovere di farlo.
Prima di passare a elementi maggiormente legati alla tematica della riunione di oggi, vi devo dire che non sono più legato in alcun modo al sistema politico, alla macchina politica del Partito Socialista vallone in Belgio. Non ho nulla a che vedere, non voglio avere più nulla a che vedere con quelli là perché hanno spinto la corruzione politica a livelli che non possono essere superati. Su Charleroi sapete tutta la storia, ne avrete sentito parlare. Quindi sono un socialista indipendente, ammesso come tale a livello meramente municipale dai Verdi. E questo perché non vorrei darvi una visione errata di quello che sono. Sono sempre, e profondamente, socialista. Ma ci sono degli imbrogli, delle magagne a cui non voglio far parte. Questo né direttamente né indirettamente perché l’onore e l’etica vengono prima. Prima delle macchinazioni di strutture volte all’arricchimento personale di gruppi o singoli.
Per tornare al dunque, personalmente credo molto di più alle regioni europee in un’Unione Europea degna di tale nome, quindi un’unione di patrie comuni, una patria comune, piuttosto che alla mera giustapposizione più o meno concertata di un’Europa delle patrie, un’Europa dalle intenzioni, dagli strumenti e dai metodi vaghi, malstrutturata, più che volontarista, velleitaria. Questa è l’Europa delle patrie. La Patria europea è qualcos’altro, qualcosa di più alto, qualcosa di meno chiuso, qualcosa che è più fonte di ispirazione sul lungo periodo. E se parlo di ispirazione, non è per dir male degli Stati in linea generale, però bisogna ammettere che in alcuni casi, e parlo in particolare del Belgio federale, nei confronti del quale non credo più – questo è un mio diritto personale – comunque bisogna ammettere che le frontiere di Stato, in alcuni casi come eredità del 19mo secolo e ripresi alla fine del 21mo secolo e magari del 22mo secolo, le regioni possono esistere e potranno esistere in un’UE forte. Ma ci dovrà essere prima di tutto un contesto europeo forte che permetta a tutti di arrivare ad un’unica coerenza, ad un’unica disciplina accettata da tutti. Quando dico questo, alcuni in Francia o in Belgio – io sono molto legato al Nord-Pas-de-Calais in Francia, alla zona Tarn et Garonne, conosco bene il signor Belain, di cui parlava prima l’amico e collega, il direttore della ‘Dépèche du midi’ radicale di sinistra, mi piace molto, conosco anche i socialisti francesi che non sono né elefanti né mammut, ho relazioni positive con alcuni di loro e scelgo la parte che potete immaginare, però Marco Pannella è stato uno dei primi a dire “Europa” come nostra patria comune, anziché parlare di una mera giustapposizione di un’Europa delle patrie. E quando parlo di questo mi viene detto: “sei un euroscettico!”. Non è vero. No, non sono un euroscettico, non sono un anglosassone spinto al transatlantismo esacerbato. Non sono nemmeno un sovranista alla francese. Non sono un euroscettico ma un eurofrustrato, questa è la grande differenza: un eurofrustrato. Perché non vogliamo meno Europa, non vogliamo che ci si ripieghi sugli Stati nazione con elementi di convenienza vaghi, no. Vogliamo più Europa. Non vogliamo meno Europa, non vogliamo una riduzione al minimo, ma non vogliamo nemmeno ridurci al mercantilismo, perché mi sono sempre chiesto come si può vendere un mercato a qualcuno che ha bisogno di fede. La fede politica non è una merce commerciabile, la fede politica è prima di tutto una coscienza della persona, la coscienza che si ha rispetto alla propria collettività in senso lato e la collettività per noi è l’Europa. In un mondo che può contribuire a rendere più pacifico. E dicendo questo mi ricordo cose che quasi m’hanno fatto piangere. Sono stato in Parlamento dal 1968 fino al 1994, sono stato per due anni Ministro in Belgio. Ripeto, mi sono venute le lacrime agli occhi al Parlamento europeo quando il nostro grande ispiratore di noi tutti che siamo a favore dell’Europa, internazionalisti, perché ci sarebbe un’opposizione tra questa fede per l’Europa e questa preoccupazione mondialista di pacificare il mondo. Ma Altiero Spinelli, il 13 febbraio 1984, data storica, se non altro per far adottare al Parlamento europeo in plenaria malgrado il parere contrario dei sovranisti e degli euroscettici, un progetto di Costituzione europea. Ora siamo nel 2007. Non sarebbe inutile andare a rileggere questo documento del 1984 buono per l’Europa federale, per tutto il mondo e perlomeno per il mondo vicino. Marco ed io all’epoca abbiamo dovuto sorbirci le ambiguità del gollismo forse eccessivo nella relazione del proposito essenziale, ma nel gollismo c’è sempre stato il meglio ma anche il peggio. Il meglio e il peggio, cioè questa distanza nei confronti di questo predominio statunitense. Una cosa importante, De Gaulle aveva detto, durante la crisi dei missili a Cuba nel 1962: “se andiamo in guerra siamo la frontiera degli Stati Uniti, ma io non voglio che il quartier generale della NATO rimanga in Francia. Che se ne vada in Belgio, se i belgi sono disposti ad accettarlo”. Noi siamo mercantilisti, noi quando dico “noi”, i decision-makers belgi, in quel frangente, ci siamo venduti. Ricordando cosa c’era d’interessante in questa posizione gaullista, a livello intercontinentale, bisogna pur ammettere che, rispetto allo sviluppo istituzionale, in Europa erano perlomeno bizzarri perché mi ricordo che alla prima elezione diretta i gaullisti francesi si rifiutavano di utilizzare la parola “Parlamento”. Parlavano di “Assemblea parlamentare” perché non vi era questa legittimità popolare. Il grande uomo europeista, internazionalista Spinelli sovrastava un po’ tutti quando si trattava di parlare con altri, non citerò tutti i nomi, De Manen, per esempio. Nella situazione attuale penso che il Presidente della Commissione, forse mi sbaglio, sia un po’ troppo ottimista sul mandato dato alla Conferenza Inter-Governativa. Per cui mi chiedo, come è stato detto stamattina: cosa succederà prima del vertice informale, il vertice informale essendo previsto il 18 ottobre a Lisbona? Contrariamente alla mia eccelsa compatriota, la signora Neyts, che ha parlato prima, direi che non mi piace l’accantonamento, cioè la riduzione del valore dei simboli. Da quando non ho più mandato politico, mi occupo della formazione permanete in Vallonia. E cosa constato presso le nuove generazioni che dobbiamo conquistare? Portare le idee civiche, nelle quali andrebbe inserita l’integrazione europea. Di cosa abbiamo bisogno, abbiamo bisogno dei simboli, abbiamo bisogno della bandiera dicono, dell’inno, c’è bisogno di un riferimento a questi simboli, come anche all’Euro. Non bisogna rinchiudersi in un club privatissimo e chiuso. Per cui mi rammarico che l’ultimo Consiglio europeo si sia allontanato, abbia accantonato i simboli. Innanzitutto contrariamene a quello che diceva la signora Neyts stamattina non è sicuro che la Carta dei Diritti Fondamentali abbia forza vincolante in tutti i paesi. Se ho ben sentito la BBC il Governo di Sua Maestà britannica ha dichiarato che questa Carta non impegna il Regno Unito. Poi nulla si è detto sulla politica energetica. I vecchi si ricorderanno la CECA, l’EURATOM. Ci sono stati tentativi di politica energetica in Europa, energia generale, tra cui l’elettricità. Ma nulla è venuto. Per cui vi è una mancanza di credibilità del sistema in cui ci troviamo. Allora, come educare, richiamandosi a una forza motrice se poi si blocca il motore con questi accordi riduttori? Menzionerò l’atlantismo e l’europeismo, visto che se ne è parlato. Il vincolo transatlantico esiste. Innanzitutto è un vincolo, un legame anglosassone; è chiaro. Mai m’immaginerei di chiedere che vanga tagliato. Neanche il Generale De Gaulle voleva star fuori dalla NATO. Era fuori dal quartier generale della NATO ma cos’è l’atlantismo oggi e cos’è stato l’atlantismo ieri? Al sud c’era il Portogallo di Salazar, la collaborazione con la Spagna di Franco, con la Grecia dei colonnelli. Ecco cos’era, o perlomeno cosa copriva, l’atlantismo. E ora dove si trova? In Asia centrale, in Afganistan. L’ampliamento della zona geografica detta di “solidarietà” è diventata enorme. Le conseguenze sono imprevedibili in questi effetti un po’ perversi. In Belgio non c’è stato nessun dibattito al Parlamento federale, ma il giorno in cui verranno rimpatriati due soldati belgi morti in Afganistan ci si comincerà a chiedere: “perché ci siamo andati?” Nel frattempo ci siamo per un servizio da rendere allo Stato Maggiore dell’Alleanza. Per cui c’è un problema grave. La signora Neyts ha motivo di rallegrarsi per l’esistenza di strumenti europei anche nel settore della difesa. Sì, è buona cosa avere qualche truppa da mobilitare. Sì, ma a che scopo? Cioè, qual è lo scopo politico di questi strumenti di cui ci dotiamo? Io sono sì per la creazione degli strumenti, ma metto in dubbio l’utilizzo, la destinazione degli stessi. La cosa andrebbe dibattuta. Mi è rimasta sullo stomaco una storia che può essere divertente, ma soprattutto triste. C’è stato un litigio tra la Spagna e il Marocco, Solana se n’era occupato, per un’isoletta ubicata a 20 km dalle coste marocchine. La diplomazia europea non è riuscita a risolvere il problema. Chi ha risolto il problema? Colin Powell! E’ venuto da Washington e ha messo d’accordo Madrid e Rabat. E’ un’umiliazione penso incredibile, per l’identità europea in questo campo. Sarebbe quasi ora, mi sembra, di rilanciare questo negoziato israelo-palestinese. Dov’è il quintetto europeo nella politica di Condoleeza Rice? Forse con Kouchner qualcosa si farà. Dov’è? E faccio riferimento alla domanda pertinente posta dalla partecipante bulgara stamattina. Come potremo presentare come un fatto ormai acquisito il dispiegamento di questo scudo anti-missile in Polonia, in Turchia e Repubblica Ceca, senza che il Consiglio dei Ministri, cioè le istituzioni appropriate dell’Europa, dal Parlamento ad altri livelli, ne abbiano preventivamente discusso? Tutto ciò è fonte di grande umiliazione e va detto che quando è possibile, sempre che poi la scelta non sia imposta ai partner, l’europeismo deve precedere l’atlantismo. Non bisogna credere che l’adesione all’Europa, all’europeismo debba essere una conseguenza dell’adesione atlantista considerata prioritaria. Come detto dal collega, anch’io devo trattare quest’argomento, mi riferisco alla Turchia. Marco ed io ce ne siamo occupati per anni di questa storia e anche se sono vicino al dibattito francese, non capisco, se non per motivi demagogici, perché il problema della Turchia sia stato inserito nel dibattito sulle Presidenziali. L’idea sottesa forse era quella di accaparrarsi i voti del Front National, priorità all’Europa, i turchi sono persone un po’ strane. Dividiamo l’opinione pubblica, alcuni erano a favore, altri erano del tutto contrari. Altri hanno parlato di partenariato privilegiato. Ma cosa ci dimentichiamo? Di due cose capitali in questa vicenda: innanzitutto si deciderà nel 2014 e avvelenare il dibattito politico interno in Francia o altrove, per mere ragioni di opportunismo elettorale come se il problema si ponesse già nel 2007. E rimangono ancora un sacco di cose da verificare; la libertà sindacale, la tutela delle minoranze, l’articolo 310 del codice penale turco che punisce gli atti contro il “turchismo”. Non lo so, non riesco a tradurre questa parola “Turkishness” in francese, in un francese accettabile. E’ nel codice penale, bisogna verificare. Ci sono un sacco di cose da modificare. Un po’ come si quando si parlava di “negritudine”. Ma poi bisogna anche tutelare cose di vario tipo, non bisogna precipitare. C’è un discorso sinistrorso: visto che l’esercito di Atarturk ha preservato la laicità, allora, nella stessa logica, dobbiamo sopprimere i diritti dei militari in quanto tutori della laicità e così vi sarà maggiore capacità di espansione ideologica. E ovviamente poi si rischia di cadere nell’islamismo puro, duro e ortodosso. Bisogna fare molta attenzione a trarre talune conseguenze, perché talune conseguenze o talune idee possono essere più nefaste di quanto si sia immaginato. Poi, sempre sulla Turchia, c’è un accordo di cooperazione con la Turchia, come ce n’è stato uno con la Grecia e accordo di associazione con un partito europeo cosa significa in dottrina europea? Che l’associazione è un preliminare, una fase che precede l’adesione. Dal 1967 al 1974, quando la Grecia non è stata più democratica per la stupidaggine dei greci, di tanto in tanto bisogna pur dire le cose come sono, perché i greci sono grandi poeti, sono trasportati dall’allegria ad improvvisare.. verso improvvisazioni infelici, ebbene, cos’è successo? I generali e i colonnelli della Grecia nel 1967 hanno voluto unire Cipro alla Grecia. Il che inevitabilmente ha scatenato una reazione senz’altro fin troppo duratura da parte della Turchia per la tutela dei suoi mari eccetera. E’ uno dei rimproveri che posso fare all’Europa, che il piano di Kofi Annan volto a riunificare l’isola di Cipro, sia stato un accordo di adesione per una parte dell’isola ancor prima di aspettare che potesse recuperare la sua piena identità.
Ora concluderò davvero dicendo che sono stato obbligato a fare questa deviazione visto che ho sentito commenti pertinenti e intelligenti. Eppure bisognava fare un richiamo, data la tematica della vostra riunione. E sono ben lieto che la fortuna mi abbia aiutato ad essere presente. Ma è venuto forse il tempo della resistenza per gli europei? Cioè per rivolgersi alle persone e alle associazioni affiliate o vicine al federalismo europeo. Invece di parlare di realpolitik, come penso si faccia ad oltranza, penso ad un realismo che è la strada che utilizza un rospo. Un rospo è prudente, è realista, non è che salti troppo in alto, non si fa troppo vedere. La realpolitik è una tara che bisogna combattere e superare. Basta con la reapolitik un po’ sgonfiata. Resistiamo! Diventiamo partigiani di un realismo europeo in grado di diventare quel cammino a cui pensavano i creatori. Andiamoci gradualmente, ma senza dimenticare l’obiettivo finale indispensabile. Vi sono gruppi di pressione, sindacali, imprenditoriali, ecologisti ecc. che si scannano sulle priorità. Io dico che aldilà di tutte le rivendicazioni parziali, di parte, antagoniste che si possono accomodare o restare inconciliabili, quel che deve prevalere è il bene comune di questa zona del mondo in cui ci troviamo e il nostro bene comune è la Patria europea e non l’Europa degli Stati.
MARCO CAPPATO
Grazie Ernest Glynne.
ERNEST GLYNNE
Io sono soltanto un’imitazione, una piccola imitazione di Marco Pannella.
MARCO CAPPATO
E’ una gara di cui ha usufruito la nostra platea e ne siamo ben lieti. Per cui, per rafforzare questa gara darò per l’appunto la parola a Marco Pannella.
Prima che inizi Marco, è arrivata Monica Frassoni direttamente dall’aeroporto, da Cipro. E’ Co-presidente del Gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, la ringraziamo moltissimo, non è davvero usuale che un parlamentare europeo e meno che mai un così autorevole parlamentare europeo il venerdì pomeriggio sia a disposizione per una riunione e quindi grazie moltissimo Monica. Marco a te la parola.
MARCO PANNELLA
Ieri è stata una giornata piena, intensa, di dibattito su una stranezza più o meno radicale: sull’eutanasia. Poi ieri sera, avendo fatto sapere in giro, anche negli ambienti comunitari, professionalmente ambienti comunitari, che con Emma Bonino stavamo per affrontare pubblicamente il tema “Europa delle Patrie o Patria Europea?”, abbiamo avuto 420 persone che sono accorse. Le sedie erano 398, e per fare una stima abbiamo contato quelle aggiunte in seguito. Credo che trovarsi in 420 persone, a Bruxelles, alle 20 di sera, convocate in questo modo, oggi non sia frequente. Non era frequente neanche vent’anni fa, a Bruxelles, se non in momenti di lotta e di scontro. Per la verità credo che il tema proposto nel cuore dell’Europa amministrativa, diciamo burocratica, burocratizzata, evidentemente ha coinvolto, ha interessato. Questa è la seconda generazione di funzionari, di già in condizioni avanzate. Certo, per coloro che accorrevano a Bruxelles per essere funzionari della Commissione o del Consiglio o del Parlamento o del CES, per almeno un paio di decenni c’è stato il sentimento di accorrere lì dove il lavoro, l’attività e la partecipazione dessero un’integrità felice e rara. Venivano convinti che qui si operasse, si concepisse, si creasse attraverso i concorsi. Le cose che si apprendono per i concorsi, il senso di essere al cuore di qualcosa. Ieri sera ero convito, vedendo un po’ le facce, che in effetti si trattava della seconda generazione. Lo dicevamo con Gianfranco nel nostro linguaggio degli A4, A5, forse qualche A3, cioè quelle cose che sono state molto importanti: le nostre categorie sia in Parlamento che altrove. I problemi dei Presidenti, A1, A2, A3, A4 ecc. E tutti estremamente attenti. Il solo fatto che siano venuti e che siano restati nonostante notoriamente, come radicali, siamo sempre non solo sospettati ma anche conosciuti come quelli che ti chiedono di iscriverti, che chiedono l’obolo quotidiano senza il quale nessuna professione di fede, di convinzione, di obiettivi, ha una sua concretezza, un suo valore. E ieri sera in effetti, come anche nel pomeriggio durante i lavori sull’eutanasia dell’Associazione Coscioni, c’era questa convinzione, questa proclamazione: Dopo almeno quattro decenni dalla trovata, nell’immediato dopoguerra, si sarebbe detto relativa alla “teoria della prassi” sull’organizzazione dei partiti, dopo quattro decenni io credo che noi siamo stati e rappresentiamo una teoria di fatti, una vera teoria per quel che riguarda un partito nel quale la disciplina di partito, è vietata. Si punta sull’autodisciplina, sulla responsabilità, formalmente. Ricordavo l’altro ieri che nello statuto del 1967-68, nelle interpretazioni che poi abbiamo dato sempre, si dice che non solo nei congressi non ci sono delegati, ma chiunque può arrivare, iscriversi e votare. Follia, ci si diceva, ma se siamo in 400 al congresso, che siano comunisti, fascisti, clericali e vogliono interrompere questo pericolo, questo scandalo, basta che depositino 500 tessere, che comprino 500 tessere e il gioco è fatto. Solo che per noi l’equivalente di 500 tessere al nostro livello di spesa organizzativa sarebbe stata una manna. “Le vrai parti”, il vero partito unitario, soprattutto quando c’erano le scissioni, chi si scindeva era unitario e creava la cosa unitaria. E allora dobbiamo pur dire che dobbiamo come Partito essere coerenti rispetto a questo patrimonio. Noi abbiamo ormai da decenni confermato quello che già c’era col Partito Socialista Italiano: le doppie tessere ufficiali. E allora c’erano anche molti colleghi socialisti. Credo A questo punto però sono passati decenni. Abbiamo dei compagni che provengono dal PCI, alcuni di questi anche mentre erano iscritti al PCI, poi al partito dei Democratici di Sinistra, poi “demosinitri”, poi adesso i compagni della sinistra democratica, quelli che sono usciti da sinistra perché non sono d’accordo con il Partito Democratico, più intransigenti, Mussi e gli altri. Noi abbiamo una compagna come Pasqualina Napoletano, che io trovo sia sempre stata una splendida militante comunista, splendida militante, non a lungo per via di età, ma lo è stata, che ha sempre portato un suo modo di partecipare e di esser parlamentare, di essere militante. E adesso da circa tre- quattro legislature, è regolarmente iscritta ai soggetti radicali: Nessuno Tocchi Caino, Partito Radicale Transnazionale, l’Associazione Coscioni, Non C’è Pace Senza Giustizia, tutte organizzazioni anche lì autonome. Ormai siamo a decine e decine ogni anno di conferme di queste doppie e triple tessere, eppure risultiamo scomodi. Sappiamo quanto siamo visti come un corpo estraneo sia nella destra che nella sinistra. Per quel che riguarda la destra, sulle nostre battaglie liberali storiche di grande valore non c’è poi molto da mettere in dubbio e lo stesso per la sinistra, le grandi battaglie che hanno creato riforme sociali, riforme profonde, riforme della società e anche leggi. C’è l’imbarazzo di questa presenza. Noi ci siamo assunti la responsabilità, da soli, una responsabilità pesante, difficile, consapevole: stabilire che tra le due gambe del regime italiano urgesse, fosse assolutamente urgente avere alternanza e diciamo non certo alternativa. Perché in realtà questa classe dirigente con quelle sue due gambe- anche in Belgio è stato a lungo così- sono in realtà due gambe della stessa antropologia politica, oramai. Dinanzi a ciò noi abbiamo ottenuto questo risultato. Ci è stata data sufficientemente fiducia perché almeno mezzo milione di elettori, almeno, che non avrebbe votato per quella che noi indicavamo come la “compagnia dei buoni a niente”, mezzo milione hanno seguito e, tu non sai che la sinistra, diciamo così per dire, ha vinto per 24000 voti. Noi ne abbiamo portati un milione con i compagni socialisti. Alla Camera. Al Senato, addirittura hanno perso per 400.000 voti. Ma poi hanno resistito, con la legge elettorale e aiutandosi un po’ col fatto che hanno nominato dei senatori, quando i senatori eletti non gli piacevano, i nostri compagni, inoltre hanno quelli a vita. Tutto ciò per ribadire che dobbiamo essere coerenti con decenni di doppie tessere, di doppie tessere in momenti difficili proprio perché siamo stati al limite dell’imprudenza, siamo stati in prima linea non temendo il ridicolo della nonviolenza, non temendo il ridicolo del digiuno, non temendo il ridicolo delle manifestazioni pubbliche, dei bavagli, delle trasformazioni costanti e del linguaggio che abbiamo usato per trasmettere, per comunicare. Tutto questo oggi ci mette in una situazione particolare. La realtà di regime nel nostro paese, vista in termini di leggi, il peggiore, il più importante, il più grosso problema che un tempo si sarebbe detto “di classe”, il più grave problema popolare, il più grave problema in termini di istituzioni e sociali è il problema della giustizia. E’ come nei grandi momenti di crisi profonda, di valori, di poteri, di interessi. Non c’è legge che sia vigente secondo il suo testo scritto. Al posto delle leggi vigenti secondo il testo scritto abbiamo leggi diverse che vigono, leggi non scritte, a livello istituzionale, a livello sociale. Ma ahimè abbiamo il 92% dei reati che non sono perseguiti e il 58%, il 60% dei processi che giungono al secondo o al terzo grado a sentenze di innocenza. Abbiamo dieci milioni di processi che non si fanno, siamo condannati dal 1981 dalla giustizia europea, siamo condannati perché i tempi dell’amministrazione della giustizia non sono compatibili con il rispetto della Costituzione, con il principio stesso del Diritto Romano, della necessità di un rapporto ragionevole, di una compattezza ragionevole tra l’evento storico e l’evento giuridico, quando appunto tutto questo è a livello di massa, quando noi vediamo il territorio occupato. La Campania- l’avevamo previsto e detto- è sepolta letteralmente da rifiuti tossici e oggi il calcolo stima che si arrivi ad una montagna di 15.000 metri. Ormai al disastro ideologico corrisponde il disastro idrogeologico. Ogni giorno in Campania è la violenza che domina, è legge. La classe dirigente di sinistra in Campania ne ha colpa, ma c’è la colpa grave anche nel diritto penale. L’ordine pubblico maggiore, l’avevamo previsto, in Campania, sul piano dei rifiuti, solo la Camorra poteva assicurarlo e l’ha assicurato! Quando vi sono 94 comuni che devono raccogliere i rifiuti, mentre i rifiuti sono ormai comuni, coprono un’unica grande zona metropolitana, è chiaro che questa è la struttura nella quale il territorio alla fine non tutelato finisce per produrre, auto- produrre, la forza! Quella di tutelarsi dai tossici o anche quella di esigere dal creditore per il poveretto che ha prestato, esigere che alla fine gli venga reso quel denaro. La Camorra, il potere sul territorio delle varie forme di Camorra. Parlo di Camorra perché non voglio dire “Mafia”, nel senso che la Camorra la intendo come attore nazionale italiano. C’è in Val d’Aosta, a Trieste, ovviamente in gradazioni diverse. Ma docciamo considerare questa sua “nazionalità”.
Perché non c’è riforma della giustizia? Perché c’è l’obbligatorietà dell’azione penale. L’obbligatorietà dell’azione penale è alla base di tutto questo. Non c’è nei paesi civili! In Spagna hanno preso qualcosa, ma questo delirio pseudo-repubblicano, pseudo-robespierrano è un delirio! Lo sappiamo da quarant’anni, cinquant’anni! Abbiamo dieci milioni di processi! Raccontiamo bugie alla giustizia europea, ogni tre anni facciamo una riforma. Sappiamo che quel carico aumenta. Sappiamo che esiste un motivo per fare il tentativo. I magistrati, la giustizia hanno bisogno, per cercare di vivere, di una sola cosa, della maggiore amnistia che ci sia stata in tutta la storia Repubblicana. Perché, o noi facciamo scendere da dieci a cinque milioni il numero annuale di processi, o altrimenti avremo una continua amnistia di classe. Stiamo arrivando ad 800 mila prescrizioni annue. Allora eccoci con i nostri scioperi della fame. Viviamo una realtà in cui c’è un’ignoranza aggressiva, suggestiva del combinato dispo- demagogica, fra Beppe Grillo e Tonino Di Pietro che hanno convinto l’Italia che l’indulto è stato e che affermano: “Un recidivista non deve più uscire, un recidivista non ha più diritto”. Cioè, non è viene apprezzato colui che paga perché è stato preso, perché non ha un avvocato che paga molto e alla fine qualcuno paga, in queste circostanze. Ma dopodiché, cosa ne fai di quella esperienza? Chi è stato condannato per un reato grave, mai deve essere rappresentante del popolo, mai!
Forse si potrebbe far funzionare in un modo diverso la giustizia. Per esempio si potrebbe smilitarizzare la Guardia di Finanza e convertire le cifre folli che le si versano. E’ la nostra proposta, lo sapete. Convertirla in formazione del finanziere per guardare le banche, i bilanci, per attrezzarsi. Un esercito di questo genere, un esercito di pace, convertito.
La radicalità, questo è essenziale, significa che innanzitutto, in termini di coscienza, ma anche di interesse pratico, se v’è un’urgenza, deve essere urgenza di governo, deve essere urgenza legislativa. Invece, quanto più un’urgenza è grave, tanto più ogni anno si trova un piccolo compromesso. Si evita, non si affronta. Diventa endemico. Noi siamo stati quelli che siamo per cultura. Oggi, tra mezz’ora si sta per decidere se Mario Riccio, nostro amico compagno radiale della Coscioni che ha operato nel rispetto assoluto della legge, è colpevole. Piergiorgio Welby scriveva e diceva: “Basta, subito, presto, eutanasia!”. E’ ufficiale. Per quattro mesi Piergiorgio, con qualche momento di rimprovero, muto, perché non poteva parlare, diceva: “Cosa fate? Siete diventi voi i miei torturatori, io ho bisogno di eutanasia è una cosa tremenda, atroce, non potete”. Eppure poi in realtà, grazie a Mina, grazie un po’ a quella costruzione umana, oltre che quella culturale e politica di Piergiorgio, per quattro mesi è cresciuta la battaglia. In quel momento il caso Piergiorgio Welby è divenuto un caso che si è imposto alla coscienza di tutti.
Lasciamo perdere poi il fatto che non abbiano voluto in chiesa Piergiorgio, mentre è risaputo che vi ricevano con onori, cardinali ecc. i grandi criminali della storia. E su questo chi è che si è ribellato? Io credo i credenti, innanzitutto i credenti. Continuano ancora adesso a giustificarsi. E’ stato il Segretario di Stato l’altro giorno che di nuovo ci ha tenuto a farlo. Ma ancorati a questa verità, la radicalità significa anche che le cose più gravi non devono essere lasciate agire. E la cosa più grave oggi in questa situazione è questa realtà europea. L’abbiamo vista con Altiero Spinelli, l’Atto Unico, l’abbiamo visto arrivare come una delusione, la distruzione della legge del progetto del Parlamento dell’84. Nell’86 arriva l’Atto Unico e da quel momento non si è cessato un attimo di andare nelle direzioni opposte, malgrado iniziative parlamentari, malgrado momenti favorevoli che abbiamo vissuto. Ricordo Altiero in quell’autunno che precedette poi il maturare dell’Atto Unico. Ricordo quando ha potuto prendere la parola per dire la sua astensione perché avevamo solo pochi minuti.
Noi italiani non potevamo entrare nell’Unione europea. Non per il 3%, il problema era che noi dovevamo dimezzare il nostro debito pubblico! Da 120 andare a 60! E siamo stati ammessi invece a 115, a 110, senza nessuna garanzia. Ecco cosa sono le gestioni nelle quali alla legge, alla regola che vige si contrappone una legge di fatto. Poi ci si meraviglia che arrivi Sarkozy, dopo Tremonti d’altra parte, e chieda, chiederà all’Ecofin che mon Dieu, i problemi di concorrenza sleale e via dicendo, o i problemi delle autarchie nuove che si impongono, o i problemi appunto dell’interesse tra virgolette nazionale quale interpretato dalle burocrazie dominanti, quegli assetti di potere, appunto si dà un’altra botta a questo. Per cui, magari, si pensa che uno vuole difendere il mercato liberista. Ma invece si intende solo impedire che siano rilegittimati i grandi monopoli pubblici. Attraverso questo c’è il legittimare i monopoli di fatto o anche formali sui servizi, sui grandi servizi pubblici, su degli altri, quelli nuovi è inutile. Allora noi rispetto a questo credo che ci sia una risposta fredda. Sono convinto, una risposta che non cede nulla a mio avviso al sentimento. Per me è una maturazione, è un riflesso quasi, dobbiamo dire di nuovo alla Unione Europea, a questi leaders, tutti: “pas ça ou pas vous”. Non si può continuare a dire che il cammino dell’Europa delle patrie è un cammino europeo. E’ un cammino antieuropeo, cioè è un cammino di restaurazione democratica, restaurazione democratico-nazionale della sovranità nazionale attraverso il potere burocratico del ceto politico divenuto casta, soprattutto nel Continente. Perché è espressione di fazioni organizzate. Perché il sistema che il mondo cattolico, il mondo socialista, chiedevano all’inizio degli anni 1910-20, era la proporzionale. Perché allora si capiva, dovevano emergere, venire fuori, chiedere che il criterio proporzionale desse in fondo un diritto di tribuna o di lotta.
Allora diciamo: “No, noi siamo per la Patria europea!”. Vi prego di andarvi a rileggere o a leggere, potete farlo anche in arabo e fra un mese potrete farlo anche in cinese – ce l’abbiamo fatta! – a leggervi Ventotene nella parte in cui guardano all’illusione, nell’Europa in quel momento, nel ’41, occupata tutta da nazisti, fascismi trionfanti e con quella parte invece sovietica. Ebbene, in quella Europa, lui già pensa: “Quando avremo vinto, perché la forza delle idee…”. Loro erano in carcere, quelli erano padroni del mondo e senza timore del ridicolo (in questo siamo davvero loro discendenti) scrivono: “Bisogna evitare la restaurazione democratica nazionale perché non è possibile”. E fanno delle analisi in quel momento nel ’41, ‘42 che valgono ancor oggi, per noi! La restaurazione democratica attraverso la restaurazione della sovranità nazionale assoluta dell’indipendenza è cosa che in questo momento deve fare i conti semplicemente con l’illustrazione delle pagine di Spinelli, di Rossi. Pagine che dicono perché la restaurazione democratica non potrebbe mai funzionare. Ci volevano gli Stati Uniti d’Europa. E’ quello che loro scrivevano: “Bisogna superare la sovranità nazionale per instaurare quella federale”. Bisogna riguardarle queste pagine. Perché noi oggi stiamo assistendo ad una sorta di ritorno dei morti viventi. E’ la morte, il vecchio che riacchiappa l’Europa e la fa fuori.
Niente inno per carità! Niente più Beethoven, perché magari può ricordare l’Europa! Niente dodici stelle! Niente, niente, niente! Niente motto! Niente denominazione ufficiale! Di fatto, solo società. Perché? Perché c’è paura della parola “legge”. E’ confermato che devono chiamarsi “direttive”. Vietato dire “legge”! I gollisti non volevano chiamare Parlamento il Parlamento europeo, ma “Assemblea Parlamentare”. Il 10 luglio a Strasburgo avremo qualche ora per esprimere la nostra opinione. Non può essere che sì. Mentre, come ha ricordato Gianfranco stamattina, noi già ai tempi di Altiero dicevamo, visto che ci danno dei pareri non vincolanti, ma obbligatori – la legge dice “ascoltato il parere del Parlamento” – abbiamo proposto ai colleghi di fare lo sciopero o quantomeno, il parere di darlo il mese dopo, due mesi dopo. Non importa se a favore o contro. E così il CAGRE si riunisce dopo quindici giorni e i portoghesi hanno già annunciato il 18 e il 19. Così hanno annunciato che i traduttori e i giuristi addetti alla revisione dei testi formali devono fare in modo che il 12 e 14 febbraio, mi pare, vi sia l’atto conclusivo e di firma. E’ una campagna veramente, apparentemente, alla Rimmel. La Guerra-lampo. Cinque mesi ed è tutto fatto. Si regolamentano con le Patrie nazionali. Alla faccia delle grandi tradizioni, dell’internazionalismo socialista, dell’internazionalismo che abbiamo vissuto, tutto quanto!
Entro il 30 luglio dobbiamo trovare uno strumento, sicuramente sarà Internet, ma non solo, per promuovere il censimento di coloro che si iscrivano “per la Patria europea”. “Per la Patria europea”, con il simbolo. Dobbiamo immaginare poi questo, tanto per intenderci. Abbiamo le dodici stelle. Bene, è la fotografia. E’ simbolica. Ma per dare una dimensione di marcia, non capisco perché non possiamo anche noi avere cinquanta o cinquantadue stelle nostre nella stessa bandiera. E’ un esercizio grafico che faremo. La foto della nostra bandiera e come può ingrandirsi. E’ la bandiera appunto europea con non solo il Baltico ma il Mediterraneo, nemmeno necessariamente con aree e territori contigui, con la continuità territoriale. Questo non è più oggi assolutamente un valore, quello della continuità territoriale che possiamo invocare non so quando. E parliamo della Turchia, quella Turchia, nella quale Atatürk ha usato la cultura e l’antropologia del momento autoritario, ma sicuramente, ha proposto, ha saputo con i vizi del momento delle cose conosciute, sicuramente la grande tutela della conoscenza dei valori laici e dei valori di tolleranza. Quello è accaduto. E non è un caso se oggi abbiamo non più i laici, ma Erdogan. Egli è islamico come De Gasperi o Schuman o Adenauer erano cattolici ed è questo l’elemento di grande valore, per cui magari adesso andrò in Turchia e troverò un piuttosto infuriati i nostri compagni laici nel centro-destra e nel centro-sinistra. Ma questi hanno fatto molto di più per venire in Europa di quanto non abbiano fatto per trent’anni i nostri amici laici e democratici.
Quindi è un’urgenza. Volevo arrivare a questo. La radicalità comporta questo. Comporta, come Altiero ha fatto in alcuni momenti, per quanto possa sembrare velleitaria rispetto alla situazione Mediorientale, rispetto alle situazioni nelle quali siamo coinvolti, di contrapporre la ufficialità con i suoi ritmi, con la lotta politica puntando sul valore simbolico di alcune parole ancora. Europa in Turchia voleva dire delle cose magari viste con timore, dai vari fondamentalisti. Sai che noi abbiamo uno slogan, “No Vatican No Taliban”, en passant. Allora ci troviamo quindi nella porta stretta dell’attualità. Come Partito Radicale adesso Nonviolento Transnazionale e Transpartito, occorre che la storia delle doppie e triple tessere venga conosciuta. Lo dobbiamo ai compagni che continuano a farlo. Mi rivolgo a Monica Frassoni, la quale è iscritta da dieci anni, regolarmente con la doppia tessera. Di quelle doppie tessere che non comportano, come per coloro che hanno solo quella radicale, che le delibere del Partito siano giuridicamente vincolanti, anche moralmente, a tal punto che noi chiedevamo una maggioranza di tre quarti dei nostri congressi senza delegati perché fossero vincolanti per il Segretario, il Tesoriere e il Presidente eletti. Altrimenti si eleggeva la persona con la sua storia e l’elezione era una fiducia alla persona.
Spero che Benedetto Della Vedova riconosca che io non ho tentato manco per un solo secondo di distoglierlo anzi, gli ho detto: “Spero che tu abbia ragione, che se vai lì a fare il radicale e il liberale, lì ci sia più spazio che di qua”. L’ho ricordato a Capezzone, perché poi bisognerebbe che leggeste le cose. La lettera che ho mandato a e su Capezzone, nella prima parte era relativa al fatto che tutti davano per acquisito la sua dipartita politica da noi. E allora andatevela a rileggere. Ho fornito il tutto a Capezzone ufficialmente: “Ricordati che fra gli altri miracoli che noi abbiamo compiuto e siamo, noi abbiamo riscoperto il valore della scissione come la riproduzione di un tessuto e non come, così come al termine rivoluzione abbiamo dato altro valore.”. Volevo dire quindi che, per quante sciocchezze tu farai, sapendo che in questo modo ti posso perfino aiutare a farle, sento però il dovere e la necessità di raccontare a te e agli altri che non c’è nessun bisogno della scissione, nessuno! Perché puoi creare un altro soggetto, fare quello che vuoi fare. Stai cercando dei deputati per andartene altrove. Bene, puoi fare pure quello! Così fai fuori il gruppo della Rosa nel Pugno. Era anche quello che lui ha tentato e tentava legittimamente di fare. Nella vita del Partito spesso ho bisogno, ho necessità di sapere cosa pensano i radicali, i compagni, il popolo che siamo. Cominciammo l’operazione in cui il 40% del Partito mi diceva “se andiamo a destra me ne vado, se andiamo a sinistra me ne vado” e abbiamo finito con l’8% che era d’accordo su quell’impostazione e poi ci ha portato alle elezioni politiche. Oggi io sono certo, sto constatando che la quasi unanimità del popolo che si esprime è visceralmente, anche, contro di me e a favore di Capezzone. Non voglio il monopolio di questa conoscenza. Ho messo: “Reazioni ed ingiurie, ben vengano, scrivetemi”. Le ricevo e così vedrete la qualità delle ingiurie. E’ la fotografia dei radicali di oggi. Dinanzi a quello che noi facciamo e che io faccio, io ho dato delle informazioni che ritenevo fondamentali. Chi poteva sospettare che nel bene o nel male quelle fossero le informazioni. L’unica cosa, nessuno di voi, non crederei a nessuno di voi se voi mi diceste che essendoci un parlamentare qualsiasi, come ho scritto, che si comporta in un anno di legislatura in quel modo, poi può avere mille motivi, ma è una sorpresa. E certo nessuno di voi verrebbe a parlare, questa sarebbe una verità rivoluzionaria rispetto a come noi siamo stati per tutta una vita eletti nei parlamenti o nelle associazioni nelle quali eravamo! Tutto qua. Infatti scaturisce questa proposta che è molto importante e che stiamo per portare avanti. E’ quella che muta e muterà il rapporto elettori e parlamento e eletti, anche nei municipi italiani. Qualcuno ha scritto come mai – e ho terminato – c’è proprio l’esempio di Capezzone? Andate a vedere quanti di noi hanno usato in Parlamento la “missione” e allora capirete. Perché poi a volte era giusto magari usarla. Andate a vedere quindi i ritmi, andate a vedere allora anche il comportamento rispetto agli accordi intervenuti. Oggi il popolo radicale si esprime solo ritenendo pretestuosa, moralistica, indecente che si usi questa arma. D’informare di cose delle quali nessuno di voi sapeva nulla perché non lo sapevo nemmeno io. Ecco la foto. Vuol dire che dove il Caso Italia in questi ultimi anni è riuscito a sfondare perfino dentro le nostre coscienze, attraverso le nuove forme che si sono manifestate. C’è questa grande riforma, c’è questa grande iniziativa europea, ci sono nel Satyagraha devo dire le conseguenze del pensiero di Khader di stamattina. Tante cose che noi sentiamo, che avete sentito, premono dalla vita, dalla storia e come esigenza di un compagno socialista dalla responsabilità, dalla storia e l’avete sentito dall’integrità di oggi. Abbiamo queste risposte da dare adesso. Quando si torna a casa con le iscrizioni. C’è una soluzione che non ho mai potuto spiegare. Io sono convinto che occorra raggiungere i 500 mila iscritti. Allora è una boutade o no, perché? Perché nel ’67 noi facemmo lo Statuto di Partito a somiglianza non di quello liberale o democratico americano, ma di quello del Labour Party, nel quale c’era un partito nel quale dei sindacati in quanto tali, ritenevano importante impegnarsi nel momento costitutivo dei soggetti politici e noi su questo eravamo d’accordo. Si trattava poi di vedere i doppi incarichi, le incompatibilità. E lo Statuto le vedeva. Se pensate oggi alle nuove professioni, al vecchio sindacalismo, se voi pensate quanto ormai da sessant’anni la struttura sindacatocratica rappresenta molto più spesso lo Stato in mezzo alle masse, che le masse nello Stato è un problema che abbiamo vissuto dappertutto. Se questo è, noi dobbiamo pensare che siano i farmacisti, i notai, gli avvocati, e diciamolo pure anche gli omo o gli eterosessuali organizzati in quanto tali. Noi abbiamo ottenuto le cose che abbiamo ottenuto in Italia, lo sapete meglio di me, in trent’anni. E sapete che per almeno vent’anni, le tasse le abbiamo pagate noi, felici di pagarle, come il traditore per l’obiezione di coscienza, i depravati, ma anche la droga. Così eravamo i rappresentanti di quella infamia contro natura e via dicendo quando abbiamo cominciato. In venti, trent’anni avete visto. C’è un ma. Io sono convinto che senza l’esplodere dell’omosessualismo organizzato, come d’altra parte, quegli altri della Lega farebbero l’eterosessualismo organizzato, hanno nuociuto in qualche misura sulla rivendicazione del matrimonio. Ma possibile che nel concepire una nuova famiglia quello che noi esprimiamo, poi molti di noi, molti di loro, preferiscono la famiglia di fatto per il momento? Hanno onorato il loro amore, magari non andando nemmeno in Comune. Avranno avuto ragione o no. Mettono al centro questa esigenza: “Voglio il timbro pure io!” Poi veniva fuori “Voglio il prete pure io!”, “voglio il cardinale e non solo il prete!”, “voglio il sindaco”. E voglio, è giusto, il figlio da fare, da adottare! Dico che questo modo è da rivolta contro un’ingiustizia. Non è di già creazione di qualcosa anche per gli altri. Creazione, la fierezza dovrebbe essere questa: di creare una forma associativa famigliare che vada meglio, che sia migliore, più forte, anche per quelli che finora hanno bisogno di quel matrimonio là. Non quello di cercare di vedere se siamo allo stesso livello. Poi certo, il dibattito appunto anche fra noi radicali c’è. Io non ho firmato la richiesta firmata dalla stragrande maggioranza dei compagni, anche parlamentari, proprio perché questa rivendicazione del matrimonio, io dico chiamiamola “Unione”. Gli “Uniti” è bello. Vi parrebbe tanto strano? Comunque, dicevo, chiamiamola “l’Unione” e facciamo la lotta. Ma onestamente, il matrimonio per 2000 anni è stato quello, ma che bisogno c’è di dire “il matrimonio è un altro”? Storicamente è stato quello.
Ho voluto solo ricordarvi l’importanza e il disegno che c’è oggi. E’ folle. Ne avete conosciuti altri. Io ritengo possibile, in termini proprio intellettuali, arrivare a diffondere questo concetto che le nuove professioni oggi con le nuove gestioni dei momenti professionali possono oggi portare coloro che 150 anni fa non erano solo i minatori e i metalmeccanici od altro, ad associarsi, a dar vita a quel partito, quel tipo di partito del lavoro, oggi ritengo che sia necessario anche perché Sarkozy ha ragione in una cosa. Sarkozy ha detto ai Ministri e agli altri: “Dobbiamo fare tante riforme, sono importanti, ma le dobbiamo fare tutte insieme, perché altrimenti saremo logorati”. E questo, come sapete, con i referendum è anche la nostra convinzione. Oggi mettere insieme le varie riforme che noi vogliamo, comunque anche se apparentemente fa’ il farmacista, il notaio, il precario ecc. ci sono quelle stesse cose che poi si sono espresse in Italia all’improvviso sul divorzio e sulle altre questioni. Assieme bisogna farle e assieme quindi bisogna combattere. Bisogna dire: “Cari miei dovete darvi e crearvi il vostro Labour Party di una volta, il vostro Partito Democratico più o meno. Dovete essere in quanto tali doppie triple tessere”.
Abbiamo in fondo fatto fuori questa mitizzazione della tessera. Due tre tessere convivono, si rafforzano. Per mille battaglie, voi sapete che abbiamo sei tessere. Praticamente adesso nel pacchetto tessere sei o sette che stiamo portando avanti. Penso che ce la faremo. Grazie.
GIANFRANCO DELL’ALBA
Penso che la gara sia stata eccellente.
MARCO PANNELLA
Ho dimenticato di dire che parto per Roma e che devo fra un istante correre in aeroporto, scusatemi. Ho Capezzone che m’aspetta. Come posso fare? Come posso fare a non raggiungerlo subito?
GIANFRANCO DELL’ALBA
Grazie Marco per questo intervento che in qualche modo era un po’ conclusivo di questa due giorni intensa e ricca a Bruxelles. Tuttavia abbiamo ancora un po’ di tempo quindi se qualcuno si era segnalato prima e voleva prendere la parola è il benvenuto. Mi guardo attorno come si fa al Parlamento per vedere se ci sono.. Prego.
SCONOSCIUTO
Io nei tre minuti europei volevo dire che vengo dalla Calabria e volevo evidenziare un problema. Ho subìto le discriminazioni di una minoranza, le questioni dell’immigrazione che hanno sempre interessato la Calabria e il sud e quindi io volevo parlare delle politiche europee, o delle non-politiche europee, per l’immigrazione. Questo tema, già oggi è venuto fuori, ma questo tema dell’immigrazione viene alla ribalta ogni qualvolta la solita carretta del mare condanna a morte centinaia di immigrati. Ieri abbiamo visto il documentario, questo è il decennale di Srebrezica. Abbiamo saputo dieci anni dopo che 10 mila uomini mancavano all’appello in quella realtà. Io domando: quanti sono gli immigrati provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo che mancano all’appello? E allora queste carrette del mare che generalmente partono dalle coste settentrionali dell’Africa arrivano verso l’Italia e il cui approdo è la Sicilia, Lampedusa, perché è poi quello più corto. Molti ci rimettono in questo passaggio la vita. E quelli che sopravvivono a questo sono sottoposti alla fame, vengono sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli, approfittando del fatto che essendo illegali sono ricattabili. Di queste cose non si è parlato. Però si sa che l’Italia, per esempio, finanzia i centri di detenzione in Libia senza poi occuparsi dei diritti che questi cittadini, che poi trasportiamo con la forza dall’altra parte, hanno. E allora, quali diritti hanno questi immigrati? Questa Europa, la patria Europa: quali diritti per gli immigrati? Io non lo so, ma credo che ognuno di voi passerà davanti alle prefetture e vedrà code lunghissime e nessuno fa niente. I loro titoli di studio da noi non hanno valore. Gli rubiamo i contributi previdenziali perché se non maturano il diritto alla pensione, non hanno il diritto alla trasferibilità di questi contributi. E allora io credo che, come dire, oggi dobbiamo aprire una grande vertenza sull’area di libero scambio nel Mediterraneo. E poi ci sono le questioni: la questione degli arabi, la questione di come recuperiamo.. Non può essere solo, come dice Prodi, l’anello degli amici e ho concluso. Ma concludo anche con un tema nazionale. Mi dispiace che non c’è Marco, ma c’è Marco giovane. Socialisti e radicali hanno sempre avuto sensibilità convergenti, io questa mattina ho sentito l’intervento della compagna radicale di sinistra francese. Lì si fa un’opzione di voto per Ségolène Royale, per i socialisti. Noi socialisti e radicali in Italia non abbiamo avuto molto rispetto di un milione di elettori che ha visto una scheda con un emblema che pochi conoscevano e in poco tempo e con tante discriminazioni fatte a noi dagli altri abbiamo potuto presentare e in un mese il popolo ci ha dato un milione di voti. Per i socialisti li ha sottratti a “pietire” un posto in lista in altre liste così come dal 1994 in avanti hanno fatto ai radicali gli ha permesso di ritornare in Parlamento e per la prima volta di sedere nel governo del paese. Noi ci abbiamo sputato sopra a queste cose. Io credo che noi non abbiamo diritto di umiliare un milione di elettori che ha avuto fiducia nella lista della Rosa nel Pugno. Le responsabilità stanno di più tra i socialisti o stanno di più tra i radicali? Non ha senso questo ragionamento. Ha senso invece vedere come recuperiamo una storia e questa sensibilità convergente di socialisti e radicali per far sì che la Rosa nel Pungo in questo momento di ricomposizione di una terza forza nell’ambito delle forze della sinistra possa ritornare ad essere determinante nel paese. Io mi auguro che sia così. Io ho un’adesione attraverso l’Associazione Coscioni, se c’è un’apertura in questa direzione c’è la mia disponibilità alla doppia tessera alla quale ci richiamava il compagno Pannella.
GIANFRANCO DELL’ALBA
Grazie per questo intervento. Ce n’è un altro. Prego.
GINO ANTOGNETTI
Volevo chiedere alcune cose sul tema di oggi. Secondo te, Gianfranco, sulle sparizioni e sugli indietreggiamenti del Trattato Europeo – qua ne sono elencati alcuni – quali spazi abbiamo per poter intervenire e ottenere qualche risultato? Vorrei chiedere cioè se la nostra iniziativa politica, secondo te, deve avere solo una potenzialità di testimonianza, o se potremmo fare iniziative simboliche, oppure possiamo avere uno spazio di influenza perché entro questi tempi di verifica del Trattato riusciamo a intervenire e a far tornare indietro.. Per esempio, la trasformazione delle leggi in direttive, oppure potremmo ottenere il reinserimento di bandiera e inno se ci mobilitiamo se facessimo iniziative in tutta Europa, nelle scuole, attraverso petizioni online. Riusciamo a ottenere questa cosa, oppure sarebbe una battaglia spuntata? M’interessa capire quale tipo d’iniziativa potrebbe avere un risultato non solo simbolico, perché di iniziative simboliche ne potremmo fare tante. Potremmo, pensavo stamattina, andare in Polonia con le bandiere e manifestare nelle piazze, con bandiere simbolo, con un’orchestrina che suona l’inno oppure in altre nazioni che si sono battute per ritirare questo? Ecco, individuare magari le cose più importanti, tipo la concorrenza libera e non distorta e le direttive, come obiettivi da raggiungere. Quindi, che spazio c’è d’intervento?
GIANFRANCO DELL’ALBA
Guarda, ti ringrazio di questa domanda perché ci ponevamo la questione un quarto d’ora fa con Marco Cappato. E’ esattamente la stessa domanda in qualche modo. Devo dire la verità, che personalmente trovo che proprio perché i simboli sono così importanti, una battaglia radicale, non è mai stata una battaglia di testimonianza. Antonio, parlavi della Polonia, quante volte siamo andati a farci arrestare in Polonia, in Ungheria, in Cecoslovacchia, a Mosca per denunciare i regimi dell’est? Sapevamo che quelle nostre manifestazioni non erano sufficienti a far crollare quei regimi però davano un sentimento di mobilitazione, di partecipazione che non era testimonianza. Quante volte siamo venuti sotto i palazzi europei a manifestare? Lo dicevo ieri sera, siamo andati a Maastricht, siamo andati ad Amsterdam, siamo andati in tantissime altre occasioni a chiedere di più, sapendo che quella nostra battaglia in quel momento non poteva avere il risultato che volevamo. Quante volte, abbiamo delle foto bellissime, tra l’altro verso metà ottobre a Roma, inaugureremo una mostra dei cinquant’anni dell’Europa, in cui abbiamo voluto collocare come Ministero delle Politiche Europee esattamente questa cosa che dici tu. Cioè, non so se ci riusciremo, lo vedrete, perché mi auguro che veniate a vederla, dovremmo farla lì agli archivi di Corso Rinascimento, attiguo a La Sapienza. Vorremmo fare una mostra che racconti l’Europa mettendo nello stesso pannello i passi avanti e i passi indietro, le manifestazioni e le deliberazioni. Per far vedere come a volte ciò che sembravano essere gesti simbolici, i federalisti che spezzano la barriera doganale, noi che ci facciamo arrestare, Pannella preso e portato via dalla polizia belga. C’è una bellissima foto di vent’anni fa, qui a Bruxelles, con Pannella preso di petto e portato in caserma perché chiedeva una moneta unica, un presidente. Pensate a quello slogan: un Presidente, una moneta e un’Assemblea Costituente. Due delle tre richieste che all’epoca sembravano molto avanzate sono venute. Una moneta c’è, anche se solo per metà dei paesi membri, e un Presidente è arrivato, arriverà, anche se non è quello magari dotato dei poteri che volevamo noi. E manca appunto l’Assemblea Costituente. Quindi, ti ringrazio di questa domanda perché se io dovessi risponderti dicendoti il 10 luglio facciamo votare al Parlamento… Il Parlamento riuscirà a votare per lo slittamento dei tempi? No, certamente no. Ma se tu mi dici, perché non organizziamo una manifestazione in quei paesi lo stesso momento, lo stesso giorno semplicemente per sfoderare la bandiera europea e mettere a tutto volume la nona di Beethoven.. Io penso che abbia un valore perché è una forza importante se riuscissimo a fare questo e a dare il sentimento che a questa patria europea c’è chi ci crede e c’è chi lotta perché non ci sia invece l’accettazione supina delle decisioni prese poche settimane fa. Ecco penso che questo possa sposarsi con quest’atteggiamento che abbiamo ascoltato, anche da Andrew Duff, da esempio. Andrew Duff ha sostenuto fino all’altro giorno una cosa molto ambiziosa. In qualche modo, seguendo lo slogan del ’68: “Siamo realisti, domandiamo l’impossibile”. Andrew Duff era colui che al Parlamento europeo sosteneva, con tutti coloro che dicevano che bisognava prendere la Costituzione e togliere pezzi, che bisognava invece aggiungere pezzi. Cioè che l’unico modo per superare la crisi era aggiungere: voi volete più Europa sociale? Bene. Voi cosa volete? Ecco, occorreva prendere la Costituzione e andare oltre. E adesso, diciamo, con la realpolitik… Noi non siamo certamente convinti che abbia ragione, però sappiamo anche che lui lo fa perché non ha la maggioranza in Parlamento per fare altro. Magari in cuor suo vorrebbe fare altro, ma si rende conto che non ha i numeri. Ecco, noi che non abbiamo mai ragionato in questi termini, potremmo pensare ad una serie anche di gesti simbolici forti che possano dare un costrutto a questo. Dicevo, e chiudo, che quando Spinelli ha perso l’ultima battaglia della sua vita e invece di avere il Trattato Spinelli abbiamo avuto l’Atto Unico e su quella decisione c’è morto. E’ stata certamente una grande sconfitta, però oggi noi siamo nell’edificio Spinelli. Non siamo nell’edificio di quelli che hanno negoziato l’Atto Unico. Chi si ricorda di chi ha negoziato l’Atto Unico? Spinelli è Spinelli. Ecco, questo voglio dire perché mi pare che c’è un gioco delle parti nel quale è importante che ci sia qualcuno che mantenga questa voglia di testimoniare, ma anche di lottare, non solo testimoniare per quello che crediamo, in questo caso specifico la Patria europea, contrapposta a quella che ci vogliono servire che è una minestra più che riscaldata dell’Europa delle patrie. Grazie.
MARCO CAPPATO
Grazie a Gianfranco Dell’Alba. Mi pare che possa essere anche come slancio e proposito d’iniziativa da concepire per le prossime settimane l’intervento che chiude questi nostri lavori con un inaudito inusitato anticipo sui tempi previsti. Ringrazio tutti quelli che hanno partecipato, tutti quelli che sono qui naturalmente in sala, gli interpreti che ci hanno assistito, anche per la giornata di oggi e a loro va il nostro saluto. Chi non lo ha ancora fatto può cogliere l’occasione per iscriversi al Partito Radicale Transnazionale, prendere tessere uniche, doppie, triple di tutti i soggetti della galassia. Buon rientro a casa, grazie a tutti voi.







