Ciampi e mancino salvano i referendum

Di De Martis Stefano - 19 gennaio 1994

CIAMPI E MANCINO SALVANO I REFERENDUM

Un decreto-legge proroga i termini per la raccolta e la consegna delle sottoscrizioni. Il Governo si spacca sue quesiti di Pannella: bocciato un primo provvedimento

Stefano De Martis

SOMMARIO: Racconta le vicende che hanno portato il governo ad emanare un decreto “efficace” a consentire la raccolta e il deposito delle firme sui 13 referendum promossi dai radicali assieme alla Lega e ad altre forze e personalità. Un primo testo, “che spostava a 45 giorni prima del voto il termine per la raccolta delle firme” veniva bocciato per il voto contrario di alcuni ministri “vicini all’area progressista”. Per quanto riguarda la raccolta, si dà notizia dell’accresciuto interesse dei leghisti, “finora piuttosto tiepidi”, e dello stesso Bossi, che finalmente ha firmato. Si informa infine delle ultime iniziative di Marco Pannella, che ha deciso di continuare comunque il digiuno.

(IL TEMPO, 19 GENNAIO 1994)

Lo sparuto, ma indomito gruppetto di radicali, che ieri ha sostato davanti a Palazzo Chigi per tutta la durata del Consiglio dei ministri, sfidando una gelida tramontana per gridare “referendum, referendum” ogni volta che un’auto blu varcava il grande cancello in ferro battuto, alla fine ha avuto soddisfazione. Il governo, infatti, ha approvato un decreto legge che riapre la raccolta delle firme per i 13 quesiti “liberisti” promossi dai Club Pannella e dalla Lega e in parte sottoscritti anche da Silvio Berlusconi e Mario Segni, oltre che da esponenti di Alleanza Democratica. Ma su questo provvedimento il Consiglio dei Ministri si è spaccato in un scontro politico durissimo. E Ciampi ha dovuto mettere in campo tutto il suo peso per imporre l’approvazione del decreto.

Un primo testo, che spostava a 45 giorni prima del voto il termine per la raccolta delle firme, è stato infatti clamorosamente bocciato a maggioranza, grazie al voto dei ministri più vicini all’area progressista. Lo avevano proposto lo stesso Ciampi e in particolare il ministro degli Interni Nicola Mancino, che ha anche svolto una relazione sull’argomento. E’ stato proprio Mancino (ma anche il Quirinale si è speso per una risposta positiva alle richieste di Pannella e soci) a sollecitare un’assunzione di responsabilità da parte del presidente del Consiglio. E soltanto questo intervento di Ciampi ha consentito di varare un secondo decreto, giuridicamente meno coerente, ma comunque efficace: in due articoli si proroga di 8 giorni (a partire dalla pubblicazione del decreto sui comizi elettorali) il termine per la raccolta delle firme e di altri 7 giorni quello per la consegna in Cassazione.

La proroga sarà sufficiente? Ieri, poche ore prima del Consiglio dei Ministri, Pannella sosteneva che negli ultimi giorni “si marciava al ritmo di 25-30 mila firme quotidiane e che, trovandoci a quota 440 mila, con una settimana in più ce l’avremmo fatta”. La soglia minima fissata dalla Costituzione è di 500 mila, tenuto conto dei possibili errori formali il margine di sicurezza ricavato dalla pratica di questi anni è di 6-700 mila sottoscrizioni. Dunque sarà necessario ancora uno sforzo notevole.

Nell’imminenza della decisione del governo, comunque i promotori dei referendum avevano sparato tutte le cartucce a loro disposizione. Si erano svegliati perfino i leghisti, co-protagonisti finora piuttosto tiepidi della nuova iniziativa referendaria. “La Lega Nord non si ferma neanche davanti all’ennesimo colpo di mano del governo che ha volutamente creato un assurdo stato di confusione sulla raccolta di firme”, tuonava da Milano il segretario della Lega Lombarda, Luigi Negri. E il suo “superiore” Umberto Bossi confermava sottoscrivendo i 13 quesiti davanti al notaio Vincenzo D’Oro, appositamente convocato nella sede federale del Carroccio. Ma naturalmente era Pannella il più scatenato. Indiceva al volo una conferenza stampa per comunicare la decisione di continuare il digiuno, nonostante le preoccupazioni espresse dal collegio dei medici che lo sta seguendo in queste ore. E spiegava:”E’ finito il primo tempo, ma il regime c’è ancora. Quindi non posso mollare”. Quanto ai referendum, secondo il leader r

adicale si era arrivati alla “farsa”. In effetti c’era stato un balletto di segnali contrastanti. Lunedì il Viminale aveva diffuso una nota rassicurante per ricordare che la raccolta delle firme

poteva regolarmente proseguire fino alla pubblicazione del decreto sui comizi elettorali, che però sarebbe avvenuta di lì a poche ore, deludendo le speranze dei radicali che speravano in un

differimento. Il tutto mentre il ministro per le Riforme elettorali e istituzionali, Leopoldo Elia, spiegava che si stava cercando una soluzione alternativa al problema. Come poi, a distanza di 48

ore, si è avventurosamente verificato.