Lanceremo un nuovo referendum
LANCEREMO UN NUOVO REFERENDUM
Emma Bonino: “Parlano di etica ma vogliono cambiare la legge. Ora l’aborto va depenalizzato”.
di Silvana Mazzocchi
29 aprile 1995
LA REPUBBLICA
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SOMMARIO. Intervista a Emma Bonino che respinge nettamente la posizione espressa dal Presidente della Corte Costituzionale, Baldassarre, in merito di aborto. Bonino rievoca il vero senso del dibattito svoltosi negli anni ‘70, che fu di contrapposizione tra Stato laico e Stato etico.
ROMA - “Apriamo pure un dibattito sul senso della vita, bioetica
compresa. Ma non vedo perchè si debba rimettere in discussione quel che è stato acquisito in termini di laicità dello Stato e di responsabilità personale e individuale”. Emma Bonino, Commissario europeo, interviene da Bruxelles e ripete che l’attuale controversia sulla 194 “non contiene nulla di nuovo” mentre le “ricorda molto il passato”. Negli anni Settanta, da radicale, Bonino fu l’animatrice della battaglia per la legalizzazione dell’aborto. Adesso rilancia e annuncia: “Come lista Pannella, siamo decisi a proporre un nuovo referendum sull’interruzione della gravidanza, questa volta per proporne la depenalizzazione. L’aborto riguarda le coscienze: è dunque necessario distinguere una volta per tutte che una cosa è il peccato e un’altra il reato”.
D. Dopo le dichiarazioni di Baldassarre, lei ha parlato di “passo indietro”, mentre si ha l’impressione che sia cambiata la sensibilità generale ed anche gli schieramenti politici.
“Intanto sono stupefatta che sia stato proprio il presidente della Consulta a riaprire questa discussione. E poi, francamente, gli argomenti in ballo hanno il sapore del deja vu e mi riproiettano a venti anni fa. Dire che l’aborto deve essere possbile solo quando c’è in gioco la salute della madre, richiama pari pari le tematiche di allora. Anche prima della 194, era lecito l’aborto terapeutico. Quanto alla diatriba del quando comincia la vita - problema sul quale non ci sono certezze - all’epoca riuscì a prevalere il valore della laicità dello Stato, che non deve intervenire nelle questioni di coscienza”.
D. Non crede che ci sia uno schieramento nuovo, che vuole ritornare sull’aborto con una sensibilità diversa da 20 anni fa?
“In questi giorni si è detto che la 194 è stata espressione della cultura di quegli anni e quindi di una filosofia di morte…Ma era esattamente il contrario. Tutta l’impostazione di allora stava a dimostrare che l’aborto non era vissuto come un problema di libertà. Non era considerato nè gioioso, nè piacevole e non è mai stato rivendicato come un diritto. Piuttosto si volle affermare il principio della scelta responsabile della maternità. Poichè l’aborto è l’ultima risorsa che le donne possono usare in circostanze particolari, il giudizio finale di eccezionalità e di insopportabilità non lo può dare nè lo Stato nè il medico, nè il giudice nè il partner. Ma solo la donna”.
D. Molti dicono che sollevare il problema non significa necessariamente essere contro la legge.
“E’ una posizione ipocrita. Del resto viene offerta un’alternativa? Chi dovrebbe scegliere, il medico? Il giudice? Non credo che quando il bambino nasce lo alleverebbero loro…e lo stesso vale per l’autodeterminazione della donna. Concretamente non vedo chi altri potrebbe assumere questa responsabilità. E poi, al di là delle parole, le leggi bisogna scriverle e fornire soluzioni alternative. Insomma io non capisco la commistione tra un dibattito culturale che sarebbe augurabile fare al più presto e una modifica legislativa”.
D. Lei crede che il fine ultimo sia quello di rivedere la legge?
“Ebbene, sì. Dietro ai grandi discorsi, ogni volta l’unica cosa che resta sul terreno è proprio quella parte normativa che, già accettando grandi compromessi, avevamo strappato nel ‘78”.
D. Irene Pivetti si è complimentata con Baldassarre. Ha affermato che il problema da lui sollevato non doveva rimanere, come è stato per anni, un tabù…
“Ma quale tabù! Probabilmente Pivetti è troppo giovane per ricordare il grande dibattito degli anni Settanta. Alla fine, nel ‘78, arrivammo alla soluzione che ciascuno deve risolvere il problema
secondo la propria coscienza. Adesso si torna a richiedere l’intervento dello Stato. La verità è che, ciclicamente, si discute della stessa cosa perchè non è stato mai chiarito un punto
fondamentale. Che quel che per il credente è un peccato, non deve necessariamente essere considerato per tutti un reato. In sostanza significa scegliere tra Stato etico e stato laico. Negli anni
Settanta avevamo scelto lo stato laico su quello etico. E oggi si rimette in discussione…”







