Rodotà: arrivi e partenze

Di Pannella Marco, Rodota' Stefano - 8 maggio 1979

Rodotà: arrivi e partenze

SOMMARIO: Mettere in lista gente famosa, attirare l’attenzione con candidatura a sorpresa: un obiettivo che sempre hanno perseguito tutti i partiti davanti alle elezioni politiche. Ma nelle lelezioni del 1979 la corsa al candidato è diventata una vera caccia. Uno dei casi più discussi è quello di Stefano Rodotà), 46 anni, giurista (è professore di diritto civile all’università di Roma), commentatore influente in campo politico-istituzionale (è editorialista di” Panorama “e” Repubblica).

“Rodotà ha deciso di debuttare nella vita politica attiva e si è presentato come indipendente nelle liste del Pci. Una scelta sorprendente perché era stato più volte polemico, anche aspramente, nei confronti dei comunisti e perché da anni sembrava condividere molte delle posizioni più specifiche dei radicali. A Marco Pannella, leader del Pr,” Panorama “ha chiesto di commentare la decisione di Rodotà e al giurista ha offerto la possibilità di replicare.”

(“Panorama”, 8-5-1979)

MARCO PANNELLA:

“Caro Stefano”

Mi si chiede di aprire il fuoco contro Stefano Rodotà, colpevole di averci abbandonato - secondo alcuni - per andare a farsi tranquillamente eleggere deputato indipendente dalla direzione del partito comunista italiano. Avrei volentieri accettato di dibattere con lui, ma a lungo, pubblicamente, le sue e le mie ragioni. Egli ha preferito di no.

Ma con Stefano Rodotà ci siamo lasciati più di 17 anni fa, quando con Giovanni Ferrara, Lino Jannuzzi ed Eugenio Scalfari egli non ebbe fiducia, o non ritenne praticabile, credibili o condivisibili, le nostre scelte di fare del Pr il partito socialista, laico, libertario, mobilitato per l’unità, l’alternativa e il rinnovamento dell’intera sinistra, a cominciare dal Pci: il partito (e non il “movimento”) della non-violenza e dei diritti vivili, della Lega italiana per il divorzio e della Lega degli obiettori di coscienza, del movimento di liberazione della donna e delle grandi lotte civili e sociali per lo Stato di diritto, cioè della Costituzione e del movimento democratico di classe, sulle orme dell’intuizione gobettiana che solo sulle gambe del mondo operaio e del lavoro, socialista autogestionario, le grandi idealità della rivoluzione borghese e liberale possono divenire realtà.

Eravamo dei pazzi, e Stefano era un savio. Siamo dei pazzi, e Stefano si conferma un savio. Lo turbano il nostro contegno e la nostra intransigenza. Ma contegnosità e serietà non sempre coincidono o s’implicano. La politica è certo l’arte del possibile; ma è soprattutto l’arte di “crearlo” questo possibile, non di consumarlo e ridurne sempre più la consistenza.

“Ci rimprovera”. Stefano è stato anche lui molto turbato dal nostro atteggiamento di fronte alla violazione del “santuario” per eccellenza del sistema e non solamente del regime italiano: la Banca d’Italia. Non ha compreso che noi siamo certo convinti e consapevoli che Baffi e Sarcinelli sono stati colpiti mentre stavano probabilmente cercando di far rientrare nella legalità e nella correttezza, almeno parziali, la banca centrale, ma che è indubbio che il loro senso di lealtà allo Stato li aveva in passato portati a cooperare a disegni e pratiche politiche delittuose e scorrette, imperanti con Guido Carli, e che nel presente si rendevano o s’erano resi colpevoli di omissione di atti di ufficio contro le responsabilità dei loro predecessori e, subordinatamente, loro proprie.

Mi dicono, poi, che Stefano sia fra coloro che, ora, ci rimprovererebbero non so quale nostro “anticomunismo”: egli sa bene che questo nostro “anticomunismo” non esiste. Per la buona ragione che l‘“anticomunismo” è sovente il modo ignobile che gli abusatori del comunismo e della democrazia hanno di tentare di liquidare, moralmente prima che politicamente, il dissenso dei loro eventuali oppositori interni o dei democratici antistalinisti o radicalmente antifascisti; o pretesto per fascismi, interclassismi classisti, “unioni nazionali”, “blocchi d’ordine”, salvezza dell’ordine e della patria.

“Tanti auguri”. Come spesso accade, questo “savio” si è ora imbarcato in una impresa temeraria, non coraggiosa. Egli è antinucleare e solo il Pci potrà far passare la scelta nucleare. Come solo l’infausta politica del vertice del Pci è in grado di difendere le leggi Rocco e Reale, le novellistiche cosiddette “antiterroristiche”, così come i presidenti Leone e le esigenze democristiane sul piano economico, giuridico, internazionale, il trasformismo parlamentare e la menzogna antidemocratica. Per questo gli formulo tutti gli auguri fraterni dei quali ha bisogno, lui che se ne va a cogliere gli allori della vittoria avendo una volta di più fatto la sua scelta fra le rose dei moralisti e le spine della moralità. E perché “solidarietà” deve pur essere “solida”, m’espongo volentieri a questa procedura che consiste nell’accettare, facendo finta di non aver capito, di “tirargli” la corsa, lasciando l’ultima parola, la risposta al finora irridotto maestro di indipendenza di sinistra che egli certamente è. I radicali,

com’è noto, sono invece dei “dipendenti (ma) di destra”. Mi auguro che Stefano Rodotà non sia troppo severo con noi, e i pericoli per la democrazia, la tolleranza, l’unità della sinistra che noi - notoriamente, non altri - rappresentiamo.

STEFANO RODOTA’:

“Caro Marco”

Dopo aver letto la prosa di Marco Pannella, so che avevo ragione nel ritenere inopportuno quel confronto a cui egli allude: a che può servire, se non a sciocchi sfoghi, una discussione tutta condotta sul filo del risentimento di cui gronda la mia lettera? Da risentimento acre, che lo porta a non rispettare la personalità e le scelte altrui. Ma ammettiamo pure per un momento che io mi sia contraddetto: perché mai quel fecondo diritto alla contraddizione che Sciascia orgogliosamente rivendica accettando la candidatura radicale, non dovrebbe essere riconosciuto a chi fa una scelta diversa?

Sono probabilmente colpevole d’aver accettato, come Marco scrive, di farmi “tranquillamente eleggere deputato indipendente dalla direzione del Pci”, invece che personalmente da lui (è bene che i lettori sappiano che Marco si era direttamente preoccupato di garantirmi la più tranquilla delle elezioni). Che dire? forse soltanto che preferisco ancora le delibere collegiali alle investiture carismatiche.

“Staremo a vedere”. Ma non è questo il punto. Marco Pannella fa incursioni fra passato e avvenire, trascurando però di riflettere sulle concrete divergenze tra il suo e il mio modo di guardare al corso politico italiano. Divergenze che, certo, non avevano impedito un mio sostegno a specifiche iniziative radicali (ma perché dimenticare quello a iniziative del Pci o del Psi, in una mia ingenua ricerca di un terreno comune per la sinistra?); divergenze che, però, mai avevano consentito una mia adesione alla linea del Pr. Questo perché da anni scrivo di ritenere indispensabile, oggi e qui, l’unità delle sinistre; perché non accetto la riabilitazione che egli fa del fascismo di fronte al presente regime politico; perché non condivido il suo giudizio sula gestione del parlamento nell’ultima legislatura.

Mi era sembrato che questi aspetti negativi della linea radicale cominciassero a stemperarsi in una più ricca gestione della politica, quale era trapelata da altre iniziative. Invece, proprio Marco Pannella ha impresso un’accelerata brusca all’altra linea, mettendo vistosamente al centro della sua analisi la convinzione che oggi in Italia il nemico numero uno sia il Pci. Rispetto questa sua opinione, ma non posso condividerla: la trovo, anzi, pericolosa. E, non avendo palingenesi da offrire, ho scelto un più umile impegno, accettando la candidatura come indipendente nelle liste del Pci, nella convinzione che questo possa davvero consentire un onesto lavoro per l’unità della sinistra.

Quanto al futuro, staremo a vedere. Ma, mentre Marco fa ipotesi sul mio futuro di antinucleare, faccio constatazioni sul suo presente di libertario. Dov’è finita l’intransigente difesa della libertà personale di chiunque, bandiera sua e degli avvocati radicali, nel caso dell’incarcerazione di Mario Sarcinelli? Marco intorbida le acque in modo sospetto, anticipa giudizi su responsabilità che sono almeno dubbie, dirotta l’attenzione sulla politica generale della Banca d’Italia: usa, cioè, proprio la tecnica che abbiamo sempre combattuto in chi, senza prove sicure, spiccava mandati di cattura per intimidire lo studente o l’operaio. E so bene quale sgomento abbia determinato in tanti militanti radicali.

Solo una disattenzione momentanea? Speriamolo. Questo, però, dovrebbe almeno indurre ad andare cauti nell’usare parole come “intransigenza” o “moralità”. Qui, davvero credo che nessuno possa impartire lezioni, meno che mai qualche lettore ala corte del principe radicale. Le mie scelte saranno, pure state ispirate a “saggezza”, ma mai a calcolo, convenienza o interessi più o meno confessabili.

Stefano Rodotà

DIRE NO A TUTTO, PER RENDERE INGOVERNABILE LA REPUBBLICA

di Emanuele Macaluso

Leonardo Sciascia, accettando di essere candidato nelle liste del Partito radicale, ha collegato la sua scelta di oggi a quella fatta negli anni in cui votava per il partito di Ernesto Rossi, Pannunzio, Arrigo Benedetti, Vittorini e altri. Francamente non vediamo quale filo ideale culturale e politico leghino Ernesto Rossi a Pannella, Pannunzio a Mimmo Pinto, Benedetti a Cicciomessere e Vittorini alla Bonino. Il nucleo centrale del Partito radicale, negli anni ‘60, fu costituito dal gruppo del “Mondo” che condusse una battaglia (aspra anche nei nostri confronti) da sponde opposte rispetto a quelle oggi occupate da Pannella e dalla sua variopinta compagnia. Uno dei punti centrali di quella battaglia fu il costante e sferzante attacco al qualunquismo, al pressappochismo, alla demagogia che sono oggi la bandiera di Pannella e dei suoi seguaci.

Il partito di Pannella non è più nemmeno quello che, con lo stesso Pannella, era ieri; ha cambiato pelle. Qualche anno fa lottava per fare affermare sacrosanti diritti civili con metodi che noi non abbiamo certo condiviso, ma con una azione di stimolo anche nei nostri confronti che sarebbe meschino non riconoscere. Oggi il Partito radicale è diventato il punto di raccolta di tutto ciò che - comunque e dovunque - si contrappone allo Stato, ai partiti, ai sindacati, alle istituzioni centrali e locali. A Pannella non interessano più le motivazioni per cui un certo gruppo “si contrappone”, non interessano le caratteristiche dei personaggi che confluiscono nel calderone radicale: essenziale è dire “no” a tutto e a tutti con l’obiettivo di rendere sempre più ingovernabile la Repubblica.

Alcuni esempi? Gli avvocati radicali hanno volontariamente portato la loro assistenza a Ventura da una parte e a Piperno dall’altra, nel fondato convincimento che sono due punte dello stesso piccone per colpire le istituzioni; i deputati radicali da un lato combattono la legge Reale, dall’altro fanno l’ostruzionismo, con il Msi, per farla restare in piedi; da un lato sostengono tutte le rivendicazioni corporative, dall’altro criticano lo sperpero e la mancanza di fondi per l’infanzia. Per sollecitare il qualunquismo di marca fascista, Pannella riscopre la vicenda di via Rasella con gli argomenti di Guglielmo Giannini e di Almirante e, per sollecitare il qualunquismo di “sinistra”, si scaglia contro il preteso connubio del Pci con la DC. La polemica contro il centralismo e i partiti appare feroce ma nei fatti, come ha rilevato il dimissionario segretario dei radicali fiorentini, le liste la ha “confezionate” tutte Pannella, così come un tempo Giannini confezionata quelle di Uq.

Comunque il fatto che queste insorgenze qualunquistiche trovino un certo credo deve farci riflettere. Ad alimentarle sono le forze colpite o minacciate da una politica nuova e al tempo stesso il fatto che il nuovo non è prevalso. Pesa l’eredità del malgoverno, delle disfunzioni che spesso paralizzano le istituzioni democratiche e la pubblica amministrazione.

Per combattere il qualunquismo non basta la denuncia che pure va fatta con vigore. E’ necessario che le forze popolari non gli lascino spazio, sviluppando una iniziativa politica e di massa capace

di dare sbocchi positivi e costruttivi alla protesta e al malcontento. A questa esigenza dobbiamo dare una risposta anche la nostra campagna elettorale.