2008: Finanziamenti pubblici all'editoria - Il caso di Radio Radicale
Altre pagine di questo documento:
- Salvare un servizio pubblico di informazione, non Radio Radicale
- 2008: Finanziamenti pubblici all'editoria - Il caso di Radio Radicale
- Dossier: Il taglio ai fondi pubblici all'editoria e la libertà di stampa
- Perché 10 milioni a Radio Radicale?
1975: manifesto di Radio RadicaleTestate storiche come il Manifesto, Liberazione, Il Secolo e l'Avvenire rischiano la chiusura o un forte ridimensionamento a causa dei tagli dei fondi pubblici all'editoria previsti per organi di partito, cooperative editoriali e testate no profit dalla manovra finanziaria del governo. Le testate che finora beneficiavano dei contributi diretti perdono il "diritto soggettivo" ad avere la loro quota predefinita. Potranno beneficiare soltanto di una percentuale dei fondi totali previsti, che però la manovra riduce di 357 milioni di euro nei prossimi 3 anni.
Da questo taglio dei fondi è esclusa Radio Radicale, che continuerà a riceverli in quanto impresa di informazione di interesse generale riconosciuta dalla legge.
Questa esclusione causa diversi attacchi rivolti a Radio Radicale da esponenti politici e organi di informazione.
Pro e contro
Pannella rivendica «l’eccezione Radio Radicale»
Altra inezia è quella che ha coinvolto Radio Radicale, in particolare “come si sia materialmente agito in questi giorni per l’operazione ‘errore materiale’ contro una proposta del governo a favore di Radio Radicale”. “Ho il ricordo di un emendamento ‘ammazza-debiti’, una cosa strana che interessò tutti gli editori e che divise noi soli da una parte, e tutti gli altri - dal Manifesto al Secolo d’Italia - d’accordo con gli editori che volevano questo emendamento. Adesso ci ritroviamo opposti a tutti loro. Vediamo perché: il governo ritiene, nell’intervento che fa sull’editoria, di prendere ufficialmente posizione diversa nei confronti di Radio Radicale. Perché esistono, per Radio Radicale, delle caratteristiche di diritto positivo, di riconoscimento di funzioni, diverse dagli altri. Funzioni per le quali chiedevo, già 25 anni fa, che Rai e Radio Radicale concordassero alcuni passi comuni in merito ai servizi pubblici che si configuravano. Il Governo prende questa responsabilità. A questo punto mantiene un emendamento che porta questa eccezione per Radio Radicale. A questo punto, un giorno prima delle votazioni, ci si rende conto che c’è un errore nell’emendamento, un ‘5’ al posto di un ‘3’ nel numero della legge cui si fa riferimento. Quando un sottosegretario e noi ce ne accorgiamo, andiamo da Vegas; il riflesso di Vegas, ed anche dei funzionari addetti, è stato: ‘Ma vabbè, è un classico esempio di errore materiale’. All’improvviso giungono notizie che i funzionari affermano di non poter reputare questo errore come errore materiale; secondo loro dovrebbe essere il Governo a dire che si tratta di errore materiale. A questo punto sorge una vicenda di nottetempi, nei quali un deputato della Lega - ma lo stesso Umberto Bossi all’interno del Governo - afferma che questa cosa per Radio Radicale non si poteva accettare”. “E’ stato votato quindi l’emendamento così, con l’errore materiale. L’unica cosa che non sappiamo è chi abbia fatto questo errore materiale”. “La parte esecutiva include comunque delle deleghe al Governo, che deve avvenire entro 60 giorni”. “Questa è un’ottima occasione per vedere se noi non dobbiamo fare una bandiera di questo riconoscimento dell’impossibilità di equiparare Radio Radicale a tutto il resto dei finanziamenti dell’editoria”. La lista degli enti sovvenzionati da questa legge: “un museo degli orrori”.
“Io dico che l’eccezione radicale è giusta, doverosa, perché è un merito ed occorre farne una bandiera. Perché sarebbe una irresponsabilità di Radio Radicale se non affermasse questo”. “A questo punto sorge: occorrono altri motivi di correzione della legge? Altri giornali evochino altre ragioni che però non coincidono con la nostra, per spiegare che non è opportuno che Manifesto, Liberazione, vadano all’aria. Ma non è la stessa cosa”.
Il fatto
Il 5 agosto la Camera con 312 voti a favore e 239 contro ha votato la fiducia posta dal Governo sull’approvazione del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria. Il decreto prevede un consistente taglio dei contributi diretti all’editoria (357 milioni di euro in 3 anni). Contestualmente abolisce il “diritto soggettivo” delle testate che beneficiano dei fondi (anzitutto giornali di partito, testate edite da cooperative e media no profit) a ricevere i contributi previsti. I fondi verranno elargiti in base alla disponibilità di risorse complessive, e suddivisi tra tutti i beneficiari.
Radio Radicale è esclusa da questo ridimensionamento dei fondi e mantiene il diritto soggettivo alla sua quota in quanto l’articolo 44 del decreto legge prevede, a seguito di un emendamento presentato dal governo stesso, il «mantenimento del diritto all’intero contributo previsto dalla legge 7 agosto 1990, n. 250 e dalla legge 14 agosto 1991, n. 278, anche in presenza di riparto percentuale tra gli altri aventi diritto, per le imprese radiofoniche private che abbiano svolto attività di interesse generale ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 250».
In realtà l’articolo contiene un errore, in quanto la legge che riconosce le “imprese radiofoniche private che abbiano svolto attività di informazione di interesse generale” è la numero 230 (e non 250) del 7 agosto 1990. Questa legge assegnava fondi pubblici alle emittenti radiofoniche che avessero nei tre anni precedenti «trasmesso quotidianamente propri programmi informativi su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore comprese tra le ore sette e le ore venti» e avessero «esteso il numero di impianti al 50 per cento delle province e all’85 per cento delle regioni».
L’emendamento radicale
Il parlamentare radicale Marco Beltrandi presenta in Commissione bilancio, tesoro e programmazione un emendamento all’articolo 44 del decreto che cancella il limite massimo di spesa previsto dal governo per i contributi all’editoria.
Marco Beltrandi nel presentare l’emendamento osserva:
«Due sono gli aspetti che danneggiano l’editoria:
L’articolo in esame attribuisce ad un regolamento cioè al Governo, l’individuazione delle procedure di accesso e dei criteri di erogazione dei contributi stessi, con ovvie conseguenze in ordine al potere sottratto al Parlamento.
Le somme erogate non sono quelle previste da disposizioni di legge (quest’anno, in base alla normativa vigente, il fabbisogno è pari a 589 milioni di € ) ma quelle complessivamente stanziate nel bilancio dello Stato (per il 2008, al 25 giugno, sono stati stanziati 414 milioni di € cioè 117 mln in meno rispetto a quanto previsto dalla legge)».
Il ragionamento politico con cui Beltrandi propone l’emendamento era il seguente: può anche essere opportuno riformare la materia dei contributi all’editoria, ma lo si faccia riformando la legge, non attraverso un “regolamento di delelegificazione” adottato dal Governo entro 60 gg. dall’entrata in vigore del decreto. In questo modo, chiaramente la Presidenza del Consiglio dei Ministri viene ad avere una discrezionalità assoluta nel fissare i criteri per la ripartizione dei fondi tagliati.
L’emendamento viene dichiarato incomprensibilmente non ammissibile dalla Commissione V, così come i tanti altri emendamenti presentati in materia con le stesse finalità da altri deputati, compresa la Lega Nord, con l’eccezione di uno del PD (Levi) che sarà poi bocciato.
Radio Radicale, dal canto suo, ha sempre proposto che i contributi fossero legati alla effettiva disponibilità a mettere a disposizione un patrimonio (l’impresa radiofonica, la concessione e la rete di trasmissione) per fornire un servizio pubblico ai cittadini e che l’entità del contributo fosse strettamente legato a questo principio.
Per chiarire con due numeri la questione basta dire che i costi di gestione della rete di Radio Radicale sono di 3,750 milioni di euro l’anno per l’esercizio di 220 impianti in tutte le province italiane, ma questo le da diritto allo stesso contributo di una emittente che lo richieda con un solo impianto e con costi tra i 15.000 ed i 50.000 euro l’anno.
Le accuse a Radio Radicale
Ad aprire la polemica nei confronti dell’esclusione di Radio Radicale dai tagli dei fondi per l’editoria è Il Manifesto, che in un editoriale del 31 luglio intitolato “Radio Radicale, un caso misterioso” scrive:
«Complimenti! Al governo e ai radicali. Messa così, la misura pare clamorosamente priva di ogni decenza. E fa pensare ad una trattativa mancante di ogni trasparenza e di qualsiasi evidenza pubblica, ma coronata da un clamoroso quanto infelice successo, tra una parte del gruppo parlamentare del Pd (i radicali, appunto) e il vertice del governo.
Sembra un caso classico di quei rapporti oscuri tra stampa e regime, di cui si occupa nella sua splendida rassegna stampa Bordin».
Il quotidiano della Conferenza episcopale italiano Avvenire denuncia la «vistosa eccezione (uno scandalo, in tutti i sensi) dello specialissimo riguardo riservato a Radio Radicale».
Non è la prima volta che Radio Radicale finisce sotto accusa per la percezione di fondi pubblici. Nel corso della famosa puntata di Report dedicata ai fondi pubblici all’editoria, il servizio si sofferma così sull’emittente:
«La legge sulle provvidenze per l’editoria dice che un partito può scegliere di ottenere il contributo per un giornale, oppure per una radio. Il Partito Radicale da sempre ha scelto di farsi finanziare la radio. Prende 4 milioni di euro l’anno. Ma non erano contrari al finanziamento pubblico?»
Beppe Lopez, l’autore del pamphlet “La casta dei giornali” reso celebre dal V2-day di Beppe Grillo, riprende sul suo blog i dati sui contributi diretti alle radio di partito riportati da Panorama, e cita un’interrogazione parlamentare (peraltro introvabile sul sito del Senato) del responsabile editoria di An Alessio Butti, secondo cui «il finanziamento a Radio Radicale è inutile spreco di denaro pubblico».
Un inutile spreco di denaro pubblico?
Per quale motivo Lopez sente il bisogno di accomunare Radio Radicale ad emittenti di partiti creati all’uopo per assicurarsi i fondi pubblici destinati alle radio di partito, parlando di «trucchi e sotterfugi grotteschi e scandalosi, ai danni – è bene ricordarlo – di tutte le altre radio»? Perché cita un articolo di Panorama sull’assenza di controlli rispetto alle dichiarazioni di un qualsiasi parlamentare che inventa il nome di un movimento politico inesistente, quando nello stesso articolo Panorama avverte il lettore che «non c’è dubbio che la Lista Pannella abbia una sua identità politica, e così pure Radio Radicale, che nel 2006, secondo l’Audiradio, vantava 545 mila ascoltatori in media».
Report accusa i radicali di incoerenza per la loro battaglia contro i finanziamento pubblico dei partiti. Ma Radio Radicale è nata proprio come strumento di quella battaglia. Per anni il Partito radicale ha devoluto il finanziamento pubblico incassato, invece che per alimentare le sue strutture e le proprie attività (o il proprio giornale), per creare un’emittente radiofonica che ha trasmesso fin dalla sua nascita le sedute del Parlamento, i congressi di tutti i partiti, i processi giudiziari, i dibattiti organizzati dalle maggiori associazioni del paese. Restituire ai cittadini il finanziamento pubblico sotto forma di informazione, facendo da megafono per la maggior parte del tempo di trasmissione a soggetti e contenuti contro cui i radicali si battevano politicamente.
Radio Radicale riceve ogni anno 8,33 milioni di euro per la convenzione con lo Stato per la trasmissione delle sedute del Parlamento, e 4 milioni 431 mila euro dai fondi per l’editoria in quanto organo della lista Marco Pannella.
Radio Radicale è l’unico soggetto tra quelli che ottengono i contributi ad avere una rete nazionale e spende oltre 3,7 milioni di euro l’anno solo per la gestione tecnica della rete, ed è anche l’unica a destinare la quasi totalità del palinsesto per mandare in onda programmi di servizio pubblico.
Nel 2007 Radio Radicale ha sostenuto costi per 2,986 milioni di euro per la produzione di programmi audio-video relativi a eventi politici di tutti i partiti, delle associazioni, delle diverse istituzioni. Queste produzioni sono state per quanto possibile trasmesse per radio, e comunque tutte archiviate e pubblicate in internet in forma integrale.
Nella gran parte dei casi, la registrazione di Radio Radicale continua ad essere l’unica effettuata. Quando quindi si parla dell’archivio di Radio Radicale, ormai riconosciuto da tutti un patrimonio unico, non bisogna mai dimenticare che, la mancata continuità nell’attività di produzione attuale, avrebbe come conseguenza la perdita irrecuperabile della documentazione puntuale di moltissimi degli eventi in questione.
Certo, si può considerare questo finanziamento come uno spreco di denaro a causa della trasmissione delle sedute parlamentari già assicurata dalla Rai con la rete Gr Parlamento. Così come l’esclusione di Radio Radicale dai tagli dei sussidi diretti all’editoria può essere interpretata come frutto di una oscura contrattazione tra radicali e governo.
Tuttavia, questa interpretazione rende poco comprensibile il motivo per cui, quando il governo Prodi nel 1997 aveva rifiutato di rinnovare la convenzione con Radio Radicale per la trasmissione del parlamento e la Rai si accingeva a creare la propria rete radiofonica con 7 anni di ritardo dalla legge che la istituiva, personalità del calibro di Norberto Bobbio, Carlo Bo, insieme a tutti i senatori a vita, otto presidenti emeriti della Corte Costituzionale, abbiano chiesto al governo di considerare decaduta la disposizione della legge Mammì che imponeva la realizzazione della rete radiofonica Rai per il Parlamento, di prorogare per altri 3 anni la convenzione con Radio Radicale, e di affidare la convenzione in occasione del rinnovo successivo tramite una gara.
Un accurato dossier realizzato dai radicali con le dichiarazioni rilasciate in sedi istituzionali dagli stessi vertici Rai, dimostrava come i costi necessari per la realizzazione di Gr Parlamento fossero notevolmente maggiori di quelli necessari per la convenzione con Radio Radicale.
Il totale dei fondi all’editoria secondo i calcoli di Lopez sfiora i mille milioni di euro ogni anno, la maggiore parte di quali va nelle tasche dei grandi editori sotto forma di “contributi indiretti” (agevolazioni fiscali, rimborsi del costo della carta, delle spese postali e per altre spese e investimenti). Meno di un decimo dell’intero esborso, sempre secondo i dati riportati da Lopez ne “La casta dei giornali”, va nelle casse degli organi di partito e delle testate no profit, dove pure si rintracciano innumerevoli abusi.
Il costo complessivo della Rai è, secondo il bilancio 2006 pubblicato sul sito, di 2.434 milioni di euro. Secondo un recente servizio dell’Espresso, la Rai impiega 13.248 dipendenti più 43 mila collaboratori. Sul rapporto del Comitato istruttorio per l’Amministrazione sulla “Situazione dell’organico del gruppo Rai” citato dal settimanale si legge: «Abnorme il numero delle strutture a diretto riporto dal Vertice. Duplicazioni di attività. Onerosa rete di controllo formale sulla cui efficacia è legittimo nutrire più di un dubbio. Eccessiva polverizzazione delle testate giornalistiche che non ha confronto con gli altri servizi pubblici europei».
Invece di tentare di orientare i finanziamenti pubblici all’editoria verso scopi di interesse generale, e arginare gli abusi, risulta certamente più facile per il governo tagliare indiscriminatamente i finanziamenti, e per i paladini della libertà di stampa far apparire i fondi per Radio Radicale come un sussidio clientelare, più scandaloso degli altri in quanto devoluto all’organo di un partito che si professa contro la stampa di regime e il finanziamento pubblico dei partiti (per l’abolizione del quale ha proposto 4 referendum, vincendone uno con più del 90% dei voti).
E se proprio perché “radicale” fosse garanzia di servizio pubblico?
«Il successo di Radio Radicale - ha affermato in più occasioni Pannella - è che è la radio di partito, di un partito laico e libertario, di una laicità ed un laicismo vissuti in accordo con la democrazia, mentre in Italia tutta la comunicazione è al di fuori della regola democratica».
Sembra paradossale che lo Stato debba finanziare l’emittente di proprietà del leader di un partito politico per assicurare un servizio pubblico altrimenti non svolto da nessuno, e da sempre fonte di riconoscimenti unanimi per la sua qualità. Eppure tra le tante anomalie del sistema mediatico italiano, questa può rappresentare forse una felice peculiarità italiana. Bisogna andare negli Stati Uniti per trovare, nell’emittente via cavo C-Span, qualcosa di simile a quello che Radio Radicale per oltre trent’anni ha assicurato ai cittadini italiani.
Non sono i radicali a sostenerlo. Quelle che seguono sono citazioni tratte dal convegno organizzato presso l’Università “La Sapienza” sull’archivio multimediale di Radio Radicale.
«Il Partito Radicale ha compiuto una scelta non solo in funzione di se stesso come forza politica. Non ha cioè raccolto o archiviato una documentazione che potesse andare solo a chiarire, ad approfondire, a mantenere una memoria del Partito Radicale. Ha fatto un servizio pubblico, ha fatto un servizio politico. Ha conservato un patrimonio che è patrimonio della storia di tutti. E questo è veramente importante. Chapeau Pannella!»
Simona Colarizi, ordinaria di Storia Contemporanea presso l’Università la Sapienza di Roma
«L’archivio di Radio Radicale è assolutamente prezioso e completamente complementare con l’archivio della Rai. Non c’è ombra di dubbio che l’archivio di Radio Radicale è una fonte preziosa per la storiografia contemporanea e per chiunque, a livello di documentario radiofonico, voglia ricostruire la storia, per lo meno della seconda parte del Novecento»
Barbara Scaramucci, direttrice delle Teche Rai
«Che i materiali audiovisivi siano importantissimi per lo studio della storia contemporanea è una verità autoevidente, non c’è bisogno di spenderci su molte parole: è sicuramente così (…). Il ritardo grave e per certi aspetti non rimediabile è quello delle istituzioni, degli enti che dovrebbero provvedere alla conservazione e non solo»
Giovanni Sabbatucci, ordinario di Storia Contemporanea presso l’Università la Sapienza di Roma
«L’archivio di Radio Radicale è particolarmente rilevante (…) perché colma una lacuna di documentazione che altrimenti sarebbe difficilmente coperta dal punto di vista della memoria collettiva»
Giovanni Paoloni, ordinario della Scuola Speciale Archivisti e Bibliotecari dell’Università la Sapienza
Come si è arrivati a finanziare Radio Radicale con fondi pubblici
Radio Radicale tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976 per iniziativa di un gruppo di militanti radicali in un appartamento di 60 mq situato in via di Villa Pamphili nel quartiere Monteverde di Roma.
Il primo investimento consistente da parte del partito riguardò la connessione via cavo delle varie radio esistenti sparse per il territorio. Si proseguì poi con l’acquisto di nuovi impianti e ripetitori. Le risorse necessarie furono assicurate dal Partito radicale, che aveva deciso di devolvere alla radio gran parte del proprio finanziamento pubblico. Nel 1978 infatti, a seguito della vittoria del “no” sul referendum per l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti, il congresso radicale aveva deciso di utilizzare parte dei fondi pubblici per la costituzione di un “centro di produzione radiofonica e di assistenza tecnica per le radio radicali”
Grazie ai fondi assicurati dal finanziamento pubblico del Partito radicale, in breve tempo Radio Radicale fu in grado di trasmettere su una parte consistente del territorio nazionale.
I costi di gestione ed esercizio della radio andarono tuttavia aumentando con un incremento di circa 300 milioni l’anno fino a quando, nel 1986, l’emittente si trovò a fronteggiare una grave crisi finanziaria che minacciò la sua stessa sopravvivenza. Mentre il bilancio di previsione per il 1986 indicava una somma di più di 3 miliardi di lire, il finanziamento pubblico a disposizione del Partito radicale non superava i 2 miliardi e mezzo.
Si scelse allora di porre l’esistenza di Radio Radicale come un problema di interesse generale, del quale investire le istituzioni.
Il primo elemento che si tentò di mettere in luce fu la discriminazione subita dalle radio private nei confronti della stampa. I giornali, infatti, grazie ai benefici previsti dalla legge per l’editoria, godevano di consistenti contributi per l’acquisto della carta, di agevolazioni per le spese postali, elettriche e telefoniche oltre che dell’accesso agevolato al credito per gli investimenti di ammodernamento degli impianti. Niente di tutto questo era previsto per l’emittenza radiofonica.
Sempre più lo strumento della convenzione apparve essere quello più adeguato per la soluzione del problema di Radio Radicale ed è su questo obiettivo che si concentrò l’azione politica dei radicali. Alla logica assistenziale dei finanziamenti a fondo perduto, che caratterizzava in Italia tutti gli interventi di sostegno all’editoria, si contrapponeva la richiesta della creazione di un vero e proprio mercato, quello delle convenzioni da stipulare con emittenti private per la fornitura di servizi di informazione di pubblica utilità.
Alla fine, l’unica soluzione prospettata fu quella della revisione della legge sull’editoria che estese alla radio i contributi del finanziamento pubblico previsti per la stampa di partito. Fu allora che la radio dovettero divenire, nonostante il rifiuto dei radicali di considerarla tale, “organo di partito”.
Nel 1990, tuttavia, un’altra grave crisi finanziaria della radio portò i radicali a porre di nuovo la questione del riconoscimento da parte dello Stato del servizio fornito dalla radio con la trasmissione delle sedute parlamentari. L’obiettivo era questa volta l’approvazione di un provvedimento ad hoc, già sottoscritto da 542 parlamentari, corrispondenti alla maggioranza assoluta del Parlamento, che assegnasse all’emittente un contributo una tantum di 20 miliardi. Fu così che venne approvata la legge 230 del 1990 che riconosce le “imprese radiofoniche private che abbiano svolto attività di informazione di interesse generale”.
Contemporaneamente, il Parlamento approvava la cosiddetta legge Mammì di riordino generale del sistema radiotelevisivo, dove all’articolo 24 si obbligava la RAI a predisporre “una rete radiofonica riservata esclusivamente a trasmissioni dedicate ai lavori parlamentari”.
Nell’ottobre del 1993, non avendo la Rai ancora provveduto alla costituzione della rete radiofonica dedicata al servizio delle dirette dal Parlamento, la Camera dei Deputati istituiva una Comitato tecnico per la comunicazione e l’informazione parlamentare, che impegnava ancora una volta il Governo a sollecitare la realizzazione della quarta rete radiofonica della Rai e, nelle more, a stipulare una convenzione con Radio Radicale. Il 23 dicembre del 1993 il Governo Ciampi inseriva nel cosiddetto decreto “salva RAI” una disposizione con la quale veniva istituita la convenzione con un concessionario privato, da scegliere tramite gara. Alla gara, indetta nel 1994, partecipava soltanto Radio Radicale.
Nel 1997, con l’approssimarsi della scadenza della convenzione, Radio Radicale aveva avanzato alla Rai un’offerta di collaborazione triennale per la realizzazione della quarta rete radiofonica parlamentare. L’offerta venne rifiutata dalla Rai, che si dimostrava interessata all’acquisto delle sole frequenze, per un prezzo assai inferiore a quello giudicato economicamente ammissibile (vedi il dossier sull’interna vicenda).
Il 17 dicembre tutti i capigruppo della Camera dei deputati sottoscrivevano un ordine del giorno che giudicava “un incomprensibile passo indietro” la realizzazione, a sette anni di distanza dall’approvazione della legge che la prevedeva, della quarta rete radiofonica della Rai dedicata alle sedute parlamentari. L’ordine del giorno, accolto dal Governo, impegnava l’esecutivo «ad individuare le vie economicamente meno onerose per la realizzazione di tali obiettivi, prima fra tutte quella del ricorso ad una convenzione con un concessionario» scelto attraverso una gara. Il 14 gennaio i senatori a vita Francesco Cossiga, Giovanni Agnelli, Giulio Andreotti, Carlo Bo, Norberto Bobbio e Giovanni Leone presentavano al Senato una mozione in cui si chiedeva di “considerare superato e decaduto” l’obbligo previsto dalla legge Mammì in capo alla Rai di dar vita alla rete radiofonica parlamentare e di rinnovare la convenzione con Radio Radicale fino alla data di decorrenza della nuova convenzione, che sarebbe dovuta essere stipulata a seguito di una gara «da realizzarsi nel pieno rispetto della normativa comunitaria e nazionale a tutela della concorrenza».
Il Governo presentava infine al Senato un disegno di legge che prevedeva l’affidamento del servizio di trasmissione delle sedute parlamentari tramite gara. Nel frattempo però, il Governo aveva concesso alla Rai l’autorizzazione a iniziare le trasmissioni di Gr Parlamento, la rete radiofonica dedicata alle sedute delle Camere, per cui il disegno di legge non poteva che prendere atto della situazione determinatasi. Dopo un serrato confronto politico, accompagnato da manifestazioni e forti iniziative nonviolente condotte dai radicali, il disegno di legge veniva approvato definitivamente l’11 luglio del 1998. Mentre la legge confermava “lo strumento della convenzione da stipulare a seguito di gara” e nelle more rinnovava la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore trienno, veniva mantenuto l’obbligo per la Rai di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all’entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni.
Nel 2001, 2004 e 2006 la convenzione con Radio Radicale è stata rinnovata ogni volta all’interno delle disposizioni della legge finanziaria. La convenzione prevede l’impegno da parte della concessionaria a trasmettere, nell’orario tra le ore 8.00 e le ore 21.00, almeno il 60% del numero annuo complessivo di ore dedicate dalle Camere alle sedute d’aula. Tali trasmissioni non possono essere interrotte, precedute e seguite, per un tempo di trenta minuti dal loro inizio e dalla loro fine, da annunci pubblicitari o politici.
Il Parlamento risulta inadempiente rispetto alla legge approvata nel 1998, e non è più stato rispettato il principio, introdotto grazie all’azione radicale, dell’assegnazione del servizio pubblico in ambito radiotelevisivo attraverso una gara. La stessa Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è intervenuta in questo dibattito con la segnalazione a Governo e Parlamento del 9 marzo 1998 riguardo al disegno di legge su Radio Parlamento:
«Nel corso della sua attività istituzionale, l’Autorità ha più volte sottolineato come un servizio pubblico o una parte di esso possano essere efficacemente svolti da soggetti diversi dal concessionario pubblico, garantendo comunque il pieno raggiungimento degli obiettivi di interesse generale. In particolare, è stato più volte evidenziato come da un lato l’universalità del servizio non implichi l’esclusiva a favore del soggetto pubblico, e dall’altro come la procedura della gara sia la più adatta a riprodurre i positivi effetti della concorrenza laddove, per vari motivi, non sia possibile prevedere l’accesso di più di un solo operatore.
L’Autorità perciò rileva con soddisfazione come tale principio sia stato recepito nel disegno di legge AS 3053 per la porzione di servizio pubblico radiofonico costituita dalla trasmissione dei lavori parlamentari.
Il disegno di legge sospende inoltre, fino al 31 dicembre 1998, l’efficacia dell’art. 14 del contratto di servizio tra la Rai e il Ministero delle Comunicazioni, che prevede l’avvio della rete parlamentare da parte della stessa Rai. L’Autorità ritiene che debba essere non sospeso ma abrogato quest’obbligo della Rai, perché nel caso la Rai risultasse vincitrice della gara, sarà la successiva convenzione con lo Stato a disporre i relativi obblighi, e nel caso di vittoria da parte di un’altra emittente si avrebbe un’inutile duplicazione del servizio finanziata dal canone di abbonamento».
Conclusione: un vero servizio pubblico necessita di fondi pubblici
Radio Radicale svolge dunque un servizio pubblico che va oltre quanto previsto dalla stessa convenzione. Non si limita infatti a registrare le sedute del parlamento. Basti pensare che il suo archivio, in gran parte digitalizzato e reso disponibile online con ingenti investimenti tecnologici, contiene oltre 380.000 documenti audiovisivi che racchiudono i più importanti avvenimenti della storia istituzionale, politica, sociale e culturale italiana: registrazioni integrali e non selezioni, per permettere a ciascuno di conoscere e rivivere l’evento nella sua integralità.
Si tratta di un’offerta informativa di interesse generale, come riconosciuto dalla legge 230 del 1990. Un’attività che può essere svolta soltanto se finanziata pubblicamente.
Secondo i dati diffusi dalla Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni i network che hanno una rete nazionale paragonabile per capacità di diffusione al segnale a quella di Radio Radicale sul territorio nazionale raccolgono somme dal 30% al 600% maggiori della somma che il ministero dispone per la prosecuzione dell’accordo con Radio Radicale. Solo per fare un esempio, sempre secondo quanto riportano i dati ufficiali dell’Autorità, Radio 24 ha raccolto con la vendita di spazi pubblicitari per l’anno 2004 (ultimo anno di cui sono disponibili i dati) 13,307 milioni di Euro; Rtl ne ha raccolti 31,656, mentre Radio Deejay ne ha raccolti 64,912.
Altre pagine di questo documento:
- Salvare un servizio pubblico di informazione, non Radio Radicale
- 2008: Finanziamenti pubblici all'editoria - Il caso di Radio Radicale
- Dossier: Il taglio ai fondi pubblici all'editoria e la libertà di stampa
- Perché 10 milioni a Radio Radicale?








