Finanziamento all'editoria
I diversi tipi di contributi all'editoria
Nonostante abbia contribuito notevolmente a far passare i fondi all'editoria come un tutto indistinto, tanto che il referendum di Grillo che si richiama esplicitamente a "La casta dei giornali" prevede il taglio indiscriminato di tutti i sussidi (vedi il box qui a fianco), Beppe Lopez chiarisce in alcuni passaggi del suo libro come esistano due diverse tipologie di finanziamento: dirette e indirette.
«"Contributi pubblici ai giornali" - si legge a pagina 91 del libro -: per l'opinione pubblica questa espressione significa, in sostanza, "contributi ai giornali di partito". E' il risultato della rara e distorta informazione in materia veicolata negli anni, in particolare dai grandi organi di stampa. In realtà la somma dei contributi ("diretti") che vanno a finire nelle casse degli organi di partito e assimilati sarebbe di 60 milioni di euro. Meno di un decimo dell'intero esborso ufficiale. Il grosso (attraverso i "contributi indiretti") se lo assicurano proprio i grandi giornali "indipendenti"».
Secondo i dati raccolti dalla trasmissione di Report "Il finanziamento quotidiano" sui finanziamenti ai grandi gruppi editoriali:
«Sommando le voci tra periodici e quotidiani nel 2004 La Repubblica-Espresso riceve 12 milioni di euro, RCS e Corriere della Sera 25 milioni di euro. Il sole 24 Ore della Confindustria, 18 milioni di euro. La Mondatori 30 milioni di euro. Sono contributi indiretti, ad esempio, Il Sole 24 Ore è il quotidiano che ha più abbonati in assoluto, ogni volta che il giornale viene spedito invece di 26centesimi ne spende 11. La differenza ce la mette lo stato. Nel 2004 ci ha messo 11 milioni e 569 mila euro».
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Leggi sull’editoria
Pro e contro
Il dibattito sui giornali
I sussidi alla stampa non sono un fenomeno unicamente italiano. Tutti i paesi caratterizzati da un ruolo interventista dello Stato, e tutti i paesi che nel libro “Modelli di giornalismo” Daniel C. Hallin e Paolo Mancini classificano come “democratico-corporativi”, prevedono sussidi pubblici alla stampa, sia di tipo diretto che indiretto. Parliamo quindi di paesi come Francia, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Svizzera. Scrivono Hallin e Mancini:
Sulla questione dei sussidi c’è sempre stato un aspro dibattito, soprattutto perché molti ritengono che questo sistema potrebbe esporre i giornali a pressioni da parte dello Stato rendendoli meno propensi a esercitare il previsto ruolo di “guardiani del potere”. Non ci sono però evidenze che questo sia successo. Infatti, i giornali erano più rispettosi delle élite politiche negli anni Cinquata, prima dell’attuazione di questi sistemi di sussidi, che negli anni Settanta: la crescita del “professionismo critico” nel giornalismo dell’Europa del Nord è avvenuta nel periodo in cui i sussidi sono stati più ingenti. (p. 146)
Subito dopo però i due studiosi aggiungono che nei paesi democratico-corporativi, diversi da quelli “pluralisti-polarizzati”, come l’Italia, i sussidi:
sono stati accordati secondo criteri trasparenti, compatibili con il funzionamento dell’autorità razionale-legale che, assieme alla tendenza alla negoziazione e al compromesso, caratteristiche del corporativismo democratico, rende difficile la manipolazione dei sussidi per farne strumento di pressione sui giornali. (p. 147)
La tesi esposta da Beppe Lopez ne La casta dei giornali è diversa. Lopez sostiene che difendendo i sussidi alla stampa come garanzia di qualità e pluralismo, «ci si è attardati in una concezione vecchia dell’informazione, in base alla quale la libertà di un illuminato opinionista, ad esempio, appare di fatto più importante delle straordinarie opportunità offerte al settore e alla democrazia italiana dalla nascita del mercato e dallo sviluppo delle tecnologie. (…) La sinistra e i giornalisti amanti del proprio mestiere dovrebbero finalmente essere costretti a superare la logica della libertà di informazione come libertà individuale, aziendale o corporativa e cominciare a pensare alle condizioni strutturali di autonomia della professione e del settore».
Il tema è stato di recente riproposto a livello internazionale da Jürgen Habermas, partendo da una riflessione sulla crisi del mercato pubblicitario e delle vendite che ha colpito la stampa e sta portando al ridimensionamento di molte testate storiche del giornalismo mondiale. In un articolo intitolato SOS giornali, tradotto in Italia da Repubblica, Habermas scrive:
La comunicazione pubblica sviluppa una forza stimolante che al tempo stesso orienta la formazione delle opinioni e delle volontà dei cittadini, e contemporaneamente obbliga il sistema politico alla trasparenza e alla mediazione. Senza gli impulsi di una stampa che forma le opinioni, che informa accuratamente e commenta in modo attendibile, la collettività non è più in grado di produrre una simile forza. Quando si tratta di gas ed elettricità, lo Stato è costretto ad assicurare alla popolazione l’approvvigionamento energetico. Però non dovrebbe essere costretto anche quando si tratta di un’altra forma di “energia”, senza la quale emergono disturbi che danneggiano lo stesso stato democratico? Non è un “errore di sistema” se in singoli casi lo Stato cerca di proteggere il bene pubblico della stampa di qualità. Rimane solo la pragmatica domanda di come vi possa riuscire nel modo migliore.
Le lotte radicali sull’editoria
I radicali si sono occupati molte volte nella loro storia sia di finanziamento pubblico ai partiti che di editoria.
La loro lotta contro il finanziamento pubblico dei partiti si è sempre accompagnata a proposte di finanziamento per servizi e strutture per attività politica, da contrapporre ai fondi erogati ai vertici ed utilizzate per rafforzare la burocrazia di partito. Nella relazione alla proposta di legge per la modifica del finanziamento pubblico presentata dai radicali in Parlamento nel 1981 si legge:
l’attuale legislazione privilegia il finanziamento della struttura dei partiti piuttosto che quello delle attività e delle iniziative politiche da essi svolte o assunte nei momenti in cui ai cittadini, ed alle organizzazioni che sono espressione del loro diritto di libertà di agire collettivamente nella vita politica, è dato modo di influire sulla vita delle pubbliche istituzioni. Il presente disegno di legge è invece ispirato al concetto opposto: quello cioè di assicurare una adeguata provvista di mezzi alle attività ed alle iniziative di partecipazione popolare alla vita ed all’indirizzo delle istituzioni attraverso l’opera dei partiti, escludendo invece il finanziamento di essi in ragione della loro stessa esistenza ed in funzione della loro organizzazione permanente.
Per quanto riguarda i finanziamenti all’editoria, i radicali sono stati in prima linea, già a fine anni ‘70, nell’opporsi ai finanziamenti a pioggia destinati ai grandi editori, denunciando le manovre di potere che si nascondevano dietro questi provvedimenti.
Entrati in Parlamento, si sono opposti con ogni mezzo, incluso l’ostruzionismo parlamentare, all’introduzione della legge sui finanziamenti pubblici per l’editoria e hanno chiesto una riforma dell’editoria che garantisse la trasparenza degli assetti proprietari e norme contro le concentrazioni editoriali. La loro battaglia contro il così detto “decreto salva debiti” contribuì a portare alla luce le connessioni tra il gruppo editoriale Rizzoli, la p2 e la legge di riforma dell’editoria.
Più di recente, Marco Pannella ha firmato i referendum proposti da Grillo, compreso quello per l’abolizione di tutti i sussidi pubblici all’editoria.
Infine, Marco Beltrandi, deputato radicale, ha proposto un emendamento all’articolo 44 del decreto che cancella il limite massimo di spesa previsto dal governo per i contributi all’editoria, dichiarato poi inammissibile dalla V Commissione della Camera.
Come si è arrivati a finanziare Radio Radicale con fondi pubblici
Radio Radicale tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976 per iniziativa di un gruppo di militanti radicali in un appartamento di 60 mq situato in via di Villa Pamphili nel quartiere Monteverde di Roma.
Il primo investimento consistente da parte del partito riguardò la connessione via cavo delle varie radio esistenti sparse per il territorio. Si proseguì poi con l’acquisto di nuovi impianti e ripetitori. Le risorse necessarie furono assicurate dal Partito radicale, che aveva deciso di devolvere alla radio gran parte del proprio finanziamento pubblico. Nel 1978 infatti, a seguito della vittoria del “no” sul referendum per l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti, il congresso radicale aveva deciso di utilizzare parte dei fondi pubblici per la costituzione di un “centro di produzione radiofonica e di assistenza tecnica per le radio radicali”
Grazie ai fondi assicurati dal finanziamento pubblico del Partito radicale, in breve tempo Radio Radicale fu in grado di trasmettere su una parte consistente del territorio nazionale.
I costi di gestione ed esercizio della radio andarono tuttavia aumentando con un incremento di circa 300 milioni l’anno fino a quando, nel 1986, l’emittente si trovò a fronteggiare una grave crisi finanziaria che minacciò la sua stessa sopravvivenza. Mentre il bilancio di previsione per il 1986 indicava una somma di più di 3 miliardi di lire, il finanziamento pubblico a disposizione del Partito radicale non superava i 2 miliardi e mezzo.
Si scelse allora di porre l’esistenza di Radio Radicale come un problema di interesse generale, del quale investire le istituzioni.
Il primo elemento che si tentò di mettere in luce fu la discriminazione subita dalle radio private nei confronti della stampa. I giornali, infatti, grazie ai benefici previsti dalla legge per l’editoria, godevano di consistenti contributi per l’acquisto della carta, di agevolazioni per le spese postali, elettriche e telefoniche oltre che dell’accesso agevolato al credito per gli investimenti di ammodernamento degli impianti. Niente di tutto questo era previsto per l’emittenza radiofonica.
Sempre più lo strumento della convenzione apparve essere quello più adeguato per la soluzione del problema di Radio Radicale ed è su questo obiettivo che si concentrò l’azione politica dei radicali. Alla logica assistenziale dei finanziamenti a fondo perduto, che caratterizzava in Italia tutti gli interventi di sostegno all’editoria, si contrapponeva la richiesta della creazione di un vero e proprio mercato, quello delle convenzioni da stipulare con emittenti private per la fornitura di servizi di informazione di pubblica utilità.
Alla fine, l’unica soluzione prospettata fu quella della revisione della legge sull’editoria che estese alla radio i contributi del finanziamento pubblico previsti per la stampa di partito. Fu allora che la radio dovettero divenire, nonostante il rifiuto dei radicali di considerarla tale, “organo di partito”.
Nel 1990, tuttavia, un’altra grave crisi finanziaria della radio portò i radicali a porre di nuovo la questione del riconoscimento da parte dello Stato del servizio fornito dalla radio con la trasmissione delle sedute parlamentari. L’obiettivo era questa volta l’approvazione di un provvedimento ad hoc, già sottoscritto da 542 parlamentari, corrispondenti alla maggioranza assoluta del Parlamento, che assegnasse all’emittente un contributo una tantum di 20 miliardi. Fu così che venne approvata la legge 230 del 1990 che riconosce le “imprese radiofoniche private che abbiano svolto attività di informazione di interesse generale”.
Contemporaneamente, il Parlamento approvava la cosiddetta legge Mammì di riordino generale del sistema radiotelevisivo, dove all’articolo 24 si obbligava la RAI a predisporre “una rete radiofonica riservata esclusivamente a trasmissioni dedicate ai lavori parlamentari”.
Nell’ottobre del 1993, non avendo la Rai ancora provveduto alla costituzione della rete radiofonica dedicata al servizio delle dirette dal Parlamento, la Camera dei Deputati istituiva una Comitato tecnico per la comunicazione e l’informazione parlamentare, che impegnava ancora una volta il Governo a sollecitare la realizzazione della quarta rete radiofonica della Rai e, nelle more, a stipulare una convenzione con Radio Radicale. Il 23 dicembre del 1993 il Governo Ciampi inseriva nel cosiddetto decreto “salva RAI” una disposizione con la quale veniva istituita la convenzione con un concessionario privato, da scegliere tramite gara. Alla gara, indetta nel 1994, partecipava soltanto Radio Radicale.
Nel 1997, con l’approssimarsi della scadenza della convenzione, Radio Radicale aveva avanzato alla Rai un’offerta di collaborazione triennale per la realizzazione della quarta rete radiofonica parlamentare. L’offerta venne rifiutata dalla Rai, che si dimostrava interessata all’acquisto delle sole frequenze, per un prezzo assai inferiore a quello giudicato economicamente ammissibile (vedi il dossier sull’interna vicenda).
Il 17 dicembre tutti i capigruppo della Camera dei deputati sottoscrivevano un ordine del giorno che giudicava “un incomprensibile passo indietro” la realizzazione, a sette anni di distanza dall’approvazione della legge che la prevedeva, della quarta rete radiofonica della Rai dedicata alle sedute parlamentari. L’ordine del giorno, accolto dal Governo, impegnava l’esecutivo «ad individuare le vie economicamente meno onerose per la realizzazione di tali obiettivi, prima fra tutte quella del ricorso ad una convenzione con un concessionario» scelto attraverso una gara. Il 14 gennaio i senatori a vita Francesco Cossiga, Giovanni Agnelli, Giulio Andreotti, Carlo Bo, Norberto Bobbio e Giovanni Leone presentavano al Senato una mozione in cui si chiedeva di “considerare superato e decaduto” l’obbligo previsto dalla legge Mammì in capo alla Rai di dar vita alla rete radiofonica parlamentare e di rinnovare la convenzione con Radio Radicale fino alla data di decorrenza della nuova convenzione, che sarebbe dovuta essere stipulata a seguito di una gara «da realizzarsi nel pieno rispetto della normativa comunitaria e nazionale a tutela della concorrenza».
Il Governo presentava infine al Senato un disegno di legge che prevedeva l’affidamento del servizio di trasmissione delle sedute parlamentari tramite gara. Nel frattempo però, il Governo aveva concesso alla Rai l’autorizzazione a iniziare le trasmissioni di Gr Parlamento, la rete radiofonica dedicata alle sedute delle Camere, per cui il disegno di legge non poteva che prendere atto della situazione determinatasi. Dopo un serrato confronto politico, accompagnato da manifestazioni e forti iniziative nonviolente condotte dai radicali, il disegno di legge veniva approvato definitivamente l’11 luglio del 1998. Mentre la legge confermava “lo strumento della convenzione da stipulare a seguito di gara” e nelle more rinnovava la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore trienno, veniva mantenuto l’obbligo per la Rai di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all’entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni.
Nel 2001, 2004 e 2006 la convenzione con Radio Radicale è stata rinnovata ogni volta all’interno delle disposizioni della legge finanziaria. La convenzione prevede l’impegno da parte della concessionaria a trasmettere, nell’orario tra le ore 8.00 e le ore 21.00, almeno il 60% del numero annuo complessivo di ore dedicate dalle Camere alle sedute d’aula. Tali trasmissioni non possono essere interrotte, precedute e seguite, per un tempo di trenta minuti dal loro inizio e dalla loro fine, da annunci pubblicitari o politici.
Il Parlamento risulta inadempiente rispetto alla legge approvata nel 1998, e non è più stato rispettato il principio, introdotto grazie all’azione radicale, dell’assegnazione del servizio pubblico in ambito radiotelevisivo attraverso una gara. La stessa Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è intervenuta in questo dibattito con la segnalazione a Governo e Parlamento del 9 marzo 1998 riguardo al disegno di legge su Radio Parlamento:
«Nel corso della sua attività istituzionale, l’Autorità ha più volte sottolineato come un servizio pubblico o una parte di esso possano essere efficacemente svolti da soggetti diversi dal concessionario pubblico, garantendo comunque il pieno raggiungimento degli obiettivi di interesse generale. In particolare, è stato più volte evidenziato come da un lato l’universalità del servizio non implichi l’esclusiva a favore del soggetto pubblico, e dall’altro come la procedura della gara sia la più adatta a riprodurre i positivi effetti della concorrenza laddove, per vari motivi, non sia possibile prevedere l’accesso di più di un solo operatore.
L’Autorità perciò rileva con soddisfazione come tale principio sia stato recepito nel disegno di legge AS 3053 per la porzione di servizio pubblico radiofonico costituita dalla trasmissione dei lavori parlamentari.
Il disegno di legge sospende inoltre, fino al 31 dicembre 1998, l’efficacia dell’art. 14 del contratto di servizio tra la Rai e il Ministero delle Comunicazioni, che prevede l’avvio della rete parlamentare da parte della stessa Rai. L’Autorità ritiene che debba essere non sospeso ma abrogato quest’obbligo della Rai, perché nel caso la Rai risultasse vincitrice della gara, sarà la successiva convenzione con lo Stato a disporre i relativi obblighi, e nel caso di vittoria da parte di un’altra emittente si avrebbe un’inutile duplicazione del servizio finanziata dal canone di abbonamento».
Conclusione: un vero servizio pubblico necessita di fondi pubblici
Radio Radicale svolge dunque un servizio pubblico che va oltre quanto previsto dalla stessa convenzione. Non si limita infatti a registrare le sedute del parlamento. Basti pensare che il suo archivio, in gran parte digitalizzato e reso disponibile online con ingenti investimenti tecnologici, contiene oltre 380.000 documenti audiovisivi che racchiudono i più importanti avvenimenti della storia istituzionale, politica, sociale e culturale italiana: registrazioni integrali e non selezioni, per permettere a ciascuno di conoscere e rivivere l’evento nella sua integralità.
Si tratta di un’offerta informativa di interesse generale, come riconosciuto dalla legge 230 del 1990. Un’attività che può essere svolta soltanto se finanziata pubblicamente.
Secondo i dati diffusi dalla Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni i network che hanno una rete nazionale paragonabile per capacità di diffusione al segnale a quella di Radio Radicale sul territorio nazionale raccolgono somme dal 30% al 600% maggiori della somma che il ministero dispone per la prosecuzione dell’accordo con Radio Radicale. Solo per fare un esempio, sempre secondo quanto riportano i dati ufficiali dell’Autorità, Radio 24 ha raccolto con la vendita di spazi pubblicitari per l’anno 2004 (ultimo anno di cui sono disponibili i dati) 13,307 milioni di Euro; Rtl ne ha raccolti 31,656, mentre Radio Deejay ne ha raccolti 64,912.
La lotta contro i finanziamenti pubblici all’editoria
I radicali si sono sempre battuti contro i finanziamenti pubblici a pioggia all’editoria.
Nel gennaio del 1972 il segretario radicale Gianfranco Spadaccia denuncia:
La stampa è il quadro dove l’attuale situazione di regime, fondata su un intreccio di interessi pubblici e privati e su un equilibrio statico di coalizioni di potere, trova la sua più drammatica espressione. E’ qui la vera causa della mancanza di libertà di informazione, della inesistenza di quella pluralità di voci e di orientamenti che dovrebbe esserne il fondamento. (…)
Ogni ipotesi di riforma dovrebbe partire quindi da un censimento di tutti i finanziamenti pubblici e parapubblici, che non è del resto difficile accertare. In mancanza di questo necessario accertamento e di una vigorosa lotta, è inevitabile che la riforma sia considerata come un modo per consolidare la situazione esistente.
Dalla fine degli anni ‘70 si discute la legge di riforma sull’editoria che viene approvata nel 1981 con il cosiddetto decreto salva-debiti che aumenta notevolmente i finanziamenti pubblici ai giornali. I radicali, attraverso l’ostruzionismo parlamentare, riescono ad allungare i tempi dell’iter di discussione della legge e a far esplodere il cosiddetto caso Rizzoli-P2.
Gli emendamenti radicali alla legge di riforma dell’editoria
I radicali propongono «l’emendamento all’emendamento», l’intento é quello di sostituire l’emendamento che riguardava il risanamento finanziario dei quotidiani “a pioggia” con un intervento mirato allo sviluppo tecnologico e con una limitazione del tetto complessivo delle provvidenze pubbliche.
Propongono con emendamenti l’esclusione della stampa di partito, che già beneficiava di fondi destinati, dalle provvidenze della legge per l’editoria.
Inoltre, l’elemendato all’articolo 1 del disegno di legge, prevede misure per rendere trasparente la proprietà dei giornali e evitare le concentrazioni editoriali.
Nella conferenza stampa del 17 luglio 1980 Adelaide Aglietta conferma la volontà da parte dei radicali di adottare l’ostruzionismo quale mezzo di protesta verso l’elargizione di soldi prevista dal decreto legge n. 27 del 15 febbraio ‘80, la cosiddetta “leggina sull’editoria”, alla cui scadenza è stato sostituito dal decreto n. 167 del 1980, sempre sulle provvidenze sull’editoria. Allo scadere dell’ultimo decreto, il governo ha presentato un disegno di legge, che prevede una sanatoria degli effetti derivanti dall’ultimo decreto. Inizia così l’opposizione radicale all’incostituzionalità dei metodi impiegati dal governo e contro l’elargizione “a pioggia” dei finanziamenti pubblici.
Lo stato dei finanziamenti pubblici all’editoria dagli anni ‘70 ad oggi
Anni ‘70: il panorama editoriale non è florido, le vendite non salgono e c’erano pochi introiti pubblicitari. È un momento drammatico per l’editoria, solo cinque quotidiani in Italia chiudono il bilancio in attivo. Avvengono in questi anni alcune trasformazioni organizzative. Nelle redazioni entrano la fotocomposizione, i videoterminali e le nuove tecniche di impaginazione. Alcune categorie professionali, come i linotipisti e i correttori di bozze, scompaiono. Ma l’ambiente avverte l’esigenza di investimenti massicci per potersi rinnovare.
1981: lo Stato interviene con la legge n. 416. La conseguenza è una riduzione dei poligrafici e la loro trasformazione in tecnici della produzione dei giornali.
Lo Stato finanzia la riconversione dei quotidiani, investendo tra l’81 e il ’90 circa mille miliardi di lire. Nonostante gli aiuti pubblici e l’innovazione i giornali hanno però ancora difficoltà nell’affrancarsi, non riescono ad allargare il pubblico, mentre la tv conquista sempre più spazio nel panorama dell’informazione, prendendo buona parte degli introiti pubblicitari.
Ancora oggi lo Stato italiano sostiene l’editoria in modo consistente.
Sono 60 milioni di euro all’anno i contributi (diretti) concessi agli organi di partito.
Nella finanziaria 2007, il governo Prodi ha previsto un taglio del 7% dei fondi pubblici per le sei testate: il Manifesto, Liberazione e L’Unità, Europa, Il Secolo d’Italia, La Padania.
La maggior parte dei contributi (per lo più indiretti) va ai cosiddetti “giornali indipendenti”.
Resta l’incognita delle cooperative “fantasma”, cioè quei giornali che si riuniscono in cooperativa esclusivamente con l’intento di incassare i contributi pubblici, e così dopo le modifiche introdotte alla legge sull’editoria, l’Italia dal 2001 spende circa 667 milioni di euro all’anno [è da sottolineare il fatto che l’Italia e la Francia sono gli unici paesi in Europa a finanziare i propri giornali, ma la Francia lo fa spendendo 250 milioni l’anno e solo per i giornali politici.
I grandi gruppi editoriali, pur vendendo centinaia di migliaia di copie, godono di una quota maggioritaria della dotazione complessiva della legge per l’editoria, che secondo quanto scrive Beppe Lopez nel suo libro «La casta dei giornali», ammonterebbe a 450 milioni di euro di rimborsi per spese telefoniche, elettriche e postali, nonchè per la carta e per la riqualificazione professionale.
— 2004: La Repubblica-Espresso riceve 12 milioni di euro.
— RCS e Corriere della Sera 25 milioni di euro.
— Il sole 24 Ore 18 milioni di euro.
— La Mondadori 30 milioni di euro
I finanziamenti definiti “a pioggia”, dagli anni ‘70 ad oggi, non avrebbero fatto altro che favorire le grandi imprese editoriali, mettendo in difficoltà le piccole, chiudendo di fatto l’accesso al mercato editoriale e rafforzando il fenomeno della concentrazione.
Le sovvenzioni pubbliche all’editoria e i legami tra il gruppo editoriale Rizzoli e la P2
Nel corso di una tribuna politica sulla Rai, il 3 febbraio del 1981 un giornalista chiede a Pannella spiegazioni sulla sua dichiarazione di avere le prove delle “radici chiaramente sindoniane, mafiose, criminali delle fortune dell’impero editoriale più forte d’Italia”. Marco Pannella risponde:
Il gruppo editoriale più importante d’Italia, che viene chiamato gruppo editoriale Rizzoli e personalmente ritengo che se la sigla, la ditta è questa sia molto meno chiaro in realtà quale sia la proprietà, si trova a livello dei giochi di proprietà in stretta connessione con quella grande vicenda criminale che il nostro paese ha conosciuto degli agganci con la p2.
Racconta il deputato radicale Massimo Teodori nel dossier P2: la controstoria:
«A noi premeva - dichiara Angelo Rizzoli - che la legge sull’editoria contenesse una modifica al progetto originario. In particolare ci stava a cuore un emendamento che consentisse il consolidamento dei debiti dei quotidiani giacché avevamo interesse a trasformare in esposizione a medio termine a tasso agevolato quella a breve termine che caratterizzava la posizione debitoria della Rizzoli».(33) I punti cruciali sui quali il Parlamento restò a lungo bloccato, per opera dell’opposizione radicale, definita da molti ostruzionismo, furono le norme riguardanti la trasparenza della proprietà, l’inclusione delle Società in Accomandita Semplice, e un emendamento all’articolo 37 chiamato a ragione “cancella debiti”. Tutti e tre i punti si riferivano alla situazione della Rizzoli e avevano a che fare con la sua condizione di gruppo che voleva sfuggire ai controlli sulla proprietà pretendendo, di contro agevolazioni e finanziamenti dallo Stato.
Il caso Rizzoli-Corriere della sera
Il convegno organizzato dai radicali il 9 marzo 1983 con Leonardo Sciascia, Giorgio Galli, Massimo Alberizzi, Massimo Fini, Gianpaolo Pansa, Gianluigi Melega, Gianni Riotta
Cronologia
Inizio anni ‘80: grazie ad alcuni movimenti finanziari Roberto Calvi (presidente del Banco Ambrosiano) e altri uomini della P2 (Gelli, Ortolani, Tassan Din) diventano formalmente proprietari del gruppo Rizzoli
Punto di partenza di tale acquisizione fu l’iniziale appesantimento debitorio del gruppo e lo stato di ricattabilità che derivava da tale situazione, di cui si giovano aspiranti proprietari e potenziali beneficiari politici
Settembre 1980: si costitusce il nuovo assetto proprietario della Rizzoli detto anche il “pattone”: Angelo Rizzoli: proprietario del 40% del gruppo, la Società istituzione italiana del 10,2%, una Fiduciaria del 40%, la Rothschild del 9,8%.
Calvi diventa proprietario del 40% delle azioni del nuovo capitale fino alla sua carcerazione avvenuta nel 1981 e alla sua successiva morte nel 1982. La P2 e il banco Ambrosiano si spartiscono il controllo proprietario.
Tutto avviene sotto la supervisione di Licio Gelli. Le firme del patto erano quelle di Gelli, Calvi, Ortolani, Tassan Din e Angelo Rizzoli. Il “pattone”, che si realizzò concretamente tra marzo e maggio del 1981, suggellava di fatto il formale passaggio della proprietà alle finanziarie del gruppo Ambrosiano.
Il Consiglio d’Amministrazione è presieduto da Angelo Rizzoli e l’Amministratore Delegato era Tassan Din. L’acquisizione è compiuta in prima persona dal vertice P2 con il consenso dei tre maggiori partiti: Dc, Psi, Pci
La struttura di potere della P2 opera anche a livello giornalistico effettuando pressioni, determinando trasferimenti, immissioni, ponendo persone “giuste” nei ruoli chiave. Il compromesso con il potere diviene la linea portante della gestione Di Bella
Il 21 maggio 1981 viene arrestato Roberto Calvi (presidente del Banco ambrosiano) con l’accusa di esportazione di capitali. Il presidente del Consiglio si decide allora a rendere pubblico l’elenco degli iscritti alla P2 trovato nell’archivio del fuggiasco Gelli e sul quale circolavano molte indiscrezioni. Nell’elenco compaiono 28 giornalisti, 4 editori (uno è Angelo Rizzoli) e 7 dirigenti editoriali tutti del maxigruppo, capitanati da Tassan Din; fra i 28 giornalisti i direttori sono 7: 4 dirigono testate Rizzoli, a cominciare dal direttore del Corriere della sera Franco Di Bella
I debiti del gruppo salgono a oltre 200 miliardi nel ‘77, a 261 miliardi nel ‘79 e a 600 miliardi nell’81
Quando inizia in Parlamento la discussione sulla riforma dell’editoria, il gruppo Rizzoli si mobilita per trarre tutti i vantaggi possibili nel tentativo di farsi ricompensare per i favori offerti ai partiti
Alla Rizzoli interessava che la legge sull’editoria contenesse finanziamenti all’editoria, previsti da un emedamento all’art. 37
La norma, con l’emendamento, avrebbe ripianato i debiti della Rizzoli attraverso denaro pubblico. Fra i fondi della contabilità nera della Rizzoli risultò, in seguito, la dicitura «Operazione per la legge sull’editoria», attraverso la quale si esercitarono pressioni per l’approvazione di tale normativa
L’emendamento, come ricorda Paolo Murialdi nel libro “Storia del giornalismo italiano” (Il Mulino, 2000) non passò grazie alla sola opposizione dei radicali che ne impedirono l’approvazione
In un intervento alla Camera del 6 aprile 1981 la deputata radicale Adelaide Aglietta illustra le interpellanze sul caso Rizzoli presentate per conoscere a quanto ammontasse l’indebitamento del gruppo. I deputati radicali avevano infatti presentato 2 interpellanze con lo scopo di fare chiarezza sull’assetto proprietario e sull’ammontare effettivo dei debiti della Rizzoli, che secondo i radicali dovrebbe ammontare a 500 miliardi. La Rizzoli sarebbe ufficilamente in bancarotta. Si chiedono inoltre chiarimenti su alcuni personaggi del gruppo, Ortolani e Tassan Din.









