Freedom House, Reporter sans frontiéres, Nadia Urbinati, Massimo L.Salvadori, Vincenzo Memoli: Italia, paese non democratico…
Vignetta di Altan del 2000: Uscita su "la Repubblica" il giorno delle votazioni sui 7 referendum radicali, per i quali svariate forze politiche incoraggiarono l'astensionismo.“L’Unità” di ieri, domenica 26 luglio, informa che siamo messi male. Umberto De Giovannangeli informa che Freedom House ha ulteriormente declassato il nostro Paese: dieci sono i paesi che hanno perso colpi in fatto di libertà di stampa (leggi Rapporto 2009); siamo in compagnia di Moldavia e Capo Verde.
Un altro rapporto, questa volta curato da “Reporter sans frontières” ci pone al 44esimo psto su 173, dietro a Ecuador, Uruguay, Cile e Argentina. Le ragioni della ulteriore retrocessione (da paese libero, “free”, siamo diventati semiliberi, “partly free”) sono descritte in questo significativo passaggio: “Nonostante l’Europa Occidentale goda a tutt’oggi della più ampia libertà di stampa, l’Italia è stata retrocessa nella categoria dei Paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell’eccessiva concentrazione della proprietà dei media”; e ancora: il punto cruciale è costituito “dalla concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei…”.
Qualche giorno fa ci siamo occupati su “Notizie Radicali” di un libretto di Nadia Urbinati, “Lo scettro senza il re”(leggi articolo), che si occupa di partecipazione e rappresentanza nelle democrazie moderne. “Nessuna delle costituzioni occidentali è attrezzata efficacemente per proteggere il diritto dell’informazione e il pluralismo delle fonti di informazione altrettanto quanto lo è il diritto di voto”, annota Urbinati, “Un diritto che difende sia la libertà di esprimere opinioni che la libertà di essere informati…”. L’informazione, si osserva, “è un bene pubblico come la libertà e il diritto, e come libertà e diritto non è discrezione della maggioranza. E’ soprattutto un bene che ci consente di avere altri beni: di monitorare il potere costituito, di svelare ciò che esso tende a voler tener segreto. Essa fa parte perciò dell’onorata tradizione dei poteri negativi e di controllo, anche se il suo è un potere indiretto e informale. Senza questo potere di controllo le democrazie moderne sono a rischio, anche qualora il diritto di voto non sia violato, anche qualora non ci sia più, nemmeno nell’immaginario, l’idea di un altrove rispetto alla democrazia; anche qualora la democrazia non abbia più nemici politici”.
Quasi contemporaneamente è stato pubblicato un altro interessante saggio, di Massimo L. Salvatori: “Democrazie senza democrazia” (Laterza, pagg.96, 14 euro). Si comincia con una riflessione sconsolata: “La cosiddetta sovranità popolare…si trova ad essere profondamente mortificata e largamente svuotata. E il tutto nel contesto di una incessante, assordante ‘ritualità democratica’ e santificazione ideologica della democrazia, alimentata dal fatto che mai come nell’era presente si sono dati nel mondo tanti Stati retti da regimi che si proclamano liberaldemocratici…”(pag.X); e ancora: “Proprio mentre conosce i suoi maggiori trionfi, la democrazia, sotto la cappa della sua glorificata ideologia, appare però tutt’altro che in buona salute, poiché nella realtà dei fatti e dei suoi concreti meccanismi di funzionamento, troppi dei suoi presupposti essenziali appaiono profondamente scossi da processi di natura insieme politica, sociale ed economica, sia all’interno dei singoli Stati sia a livello internazionale…” (pag.6). E infine: “Chi può oggi credere che abbia ancora un senso parlare di ‘sovranità popolare’, quando il ruolo del cittadino è ridotto dovunque a quello di un consumatore della politica che ha quale unica possibilità di cambiare fornitore? Sicuramente si tratta di un potere che, per quanto limitato, non è affatto trascurabile ed è senza alcun dubbio assai meglio di nessun potere. Le dittature negano anche questo. Ma possiamo definire democratici dei sistemi soltanto perché non sono dittature? Stando ai processi che effettivamente presiedono alla loro formazione, sembrerebbe più proprio definire i governi dei sistemi oggi chiamati ‘liberaldemocratici’ più propriamente ‘governi a legittimazione popolare passiva’”…(pag.86).
Sull’ultimo numero della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, il professor Vincenzo Memoli, che insegna “Metodologia della Ricerca Socio-Politica” all’università del Molise, ha pubblicato un interessante saggio, “Il sostegno democratico in Italia”: “Nonostante il moderato ottimismo generato dai risultati degli studi condotti negli anni Novanta”, scrive Memoli, “non sono pochi gli studiosi che ritengono oggi i cittadini più sfiduciati nei confronti della politica; più scettic nei confronti delle istituzioni; disincantati rispetto all’effettivo funzionamento dei processi democratici…”. Si ricorda uno studio condotto nel 1963 dai professori Gabriel Almond e Sidney Verba “The Civic Culture: Political Attitudes and Democracy in Five Nation” (Princeton University Press). Fin da allora emergeva un dato fondamentale che con il tempo si è consolidato e anzi, aggravato: “Il carente interesse per la politica e il basso livello di informazione condizionavano negativamente la relazione tra cittadino e Stato…”.
Da varie angolazioni, insomma, si arriva a una identica conclusione: il nostro paese è “governato” da un regime non democratico; e la cifra fondamentale di questo regime è la negazione della possiibilità di poter conoscere e di essere adeguatamente informati. C’è chi, come Urbinati e Salvatori individua in Berlusconi e nella sua scesa in campo il momento in cui questo processo si è maggiormente concretato; altri ci ricordano che si tratta di una situazione “antica”, che viene da lontano; e Berlusconi semmai è il punto terminale di un processo molto più complesso e articolato, che ha di fatto confiscato il cittadino dell’elementare principio liberale del “conoscere per poter deliberare”. Come sia un po’ tutti riconoscono che “troppi poteri di primaria importanza per la vita dei cittadini sono stati sottratti alle istituzioni figlie del voto popolare, troppi poteri formalmente attribuiti a siffatte istituzioni, sono sostanzialmente depotenziati e al limite annullati da altri poteri”.
Ed è quanto si ricava dal “libro giallo” curato qualche mese fa dai radicale, per poter documentare concretamente su cosa poggia la “peste italiana”. Un qualcosa che non viene più considerato con sufficienza, e che gli studiosi del diritto e gli analisti cominciano a riconoscere e studiare.
Dopo la brevissima stagione in occasione delle elezioni dove brandelli di informazione sono stati strappati e conquistati a prezzo di gravi, onerose iniziative nonviolente, il muro della censura e della disinformazione è tornato più che mai ad essere impenetrabile. Marco Pannella, Emma Bonino, i radicali sono oggi più che mai vieti e vietati, cancellati. E’ un problema urgente, una ineludibile questione con cui dovremo tornare a misurarci.







