Global Voices: il summit dei blog che sfidano la censura

Pubblicato il 1 Luglio 2008
Budapest Global Voices Summit 08 (Fornita da Flickr)

Dal 27 al 28 giugno si è svolto a Budapest il quarto summit annuale di Global Voices Online, una comunità virtuale di blogger e attivisti per la libertà di espressione su internet proveniente da ogni angolo del mondo.

Sara Tescione ha realizzato per RadioRadicale.it alcune interviste ai blogger che sfidano quotidianamente la censura e ai responsabili dei progetti di Global Voices, compresa la nuova versione in italiano.

IL REPORTAGE DI RADIORADICALE.IT DA BUDAPEST

COSA E’ GLOBAL VOICES

Nasce a seguito di un convegno di blogger internazionali svoltosi nel dicembre del 2004 al Berkman Center for Internet and Society presso la Harvard Law School. L’idea originale si deve Rebecca MacKinnon e Ethan Zuckerman. Ex corrispondente della CNN dalla Cina e dal Giappone, Rebecca MacKinnon racconta così la scelta di lasciare la sua carriera di giornalista affermata per dedicarsi al mondo dei blog e del giornalismo partecipativo: “Ad un certo punto ho capito che quello che mi interessava non era tanto parlare al mondo, ma conversare con il mondo”. Coinvolgere blogger, attivisti e semplici cittadini in una conversazione globale per dare voce a storie, punti di vista e realtà troppo spesso dimenticate dai media tradizionali è esattamente l’obiettivo che Global Voices si prefigge.

Nato inizialmente come sito per aggregare le voci più interessanti e meno ascoltate della blogosfera globale, Global Voices è nel corso degli anni cresciuto fino a diventare un’associazione non-profit indipendente, che gestisce e finanzia vari progetti di alfabetizzazione digitale presso varie comunità emarginate e si batte in favore della libertà di espressione su internet in giro per il mondo.

Come sostenere il progetto

Global Voices in Italiano

Il progetto Lingua punta ad amplificare Global Voices in lingue diverse dall’inglese grazie all’apporto di traduttori volontari. I traduttori volontari ricevono specifica menzione nel titolo di ogni testo tradotto e possono così farne buon uso nel proprio curriculum vitae. Quel che più conta, tuttavia, è il contributo a creare ponti tra mondi diversi e ad amplificare la voce di chi non ha voce. Se vuoi convolgerti, contatta qui i collaboratori del gruppo italiano.

COME FUNZIONA

Ad oggi, il progetto conta circa un centinaio di blogger attivi da ogni angolo del mondo (esclusa l’Europa e il Nord America, già abbondantemente coperte dai media tradizionali internazionali), per un totale di 40.000 post suddivisi in 347 categorie, che spaziano da aree geografiche a diverse tematiche. I post originali vengono tradotti in 15 lingue da una squadra di traduttori volontari.

La redazione virtuale di GV è strutturata su base regionale. Ogni regione del mondo ha un proprio coordinatore editoriale che si occupa di coordinare e verificare il materiale sottoposto dagli autori, che poi fanno capo ad un direttore generale di base a New York. Esiste poi un coordinamento regionale dei vari traduttori che lavorano su base volontaria.

GV è finanziata dal Berkman Center for Internet and Society, dalla MacArthur Foundation, Knight Foundation, dall’Open Society Institute, e dall’organizzazione olandese Hivo

IL SUMMIT DI BUDAPEST

L’appuntamento di Budapest ha rappresentato per i membri di questa grande comunità virtuale un’occasione per incontrarsi dal vivo, tentare un bilancio di quanto realizzato finora, e discutere delle priorità future.

Il primo giorno è stato dedicato alle sfide e ai principali ostacoli alla libertà di espressione online e al diritto di accesso all’informazione. Attivisti e blogger di vari paesi del mondo, dalla Bielorussia all’Iran, dall’Egitto a Hong Kong, dal Pakistan al Kenya, si sono ritrovati a parlare di censura e condividere le proprie esperienze nel tentativo di gettare le basi per la costruzione di un network globale anti-censura.

Tra i primi ad intervenire, un attivista e blogger bielorusso, Andrei Abozau che ha parlato della realtà della censura in Bielorussia, dove tv, radio e gran parte giornali sono pesantemente controllati dal governo e l’uso di internet è piuttosto ristretto. Già da qualche anno blogger e attivisti impegnati sul web e critici nei confronti del regime di Alexander Lukashenko vengono controllati, in alcuni casi arrestati per le loro pubblicazioni su internet. Si sono registrati anche casi di avvelenamento, come nel caso di Andrei Suzdaltsev. Da qualche tempo inoltre il regime si avvale di un sistema di filtraggio della rete, che si basa su tecnologie cinesi, che non serve tanto a bloccare l’accesso a determinati siti ma come sistema di sorveglianza e controllo. Il blocco dell’accesso ai siti internet è fatto sporadicamente dal regime. Durante le elezioni, referendum, e altre occasioni importanti, i siti dell’opposizione bielorussa vengono temporaneamente bloccati.

Nell’agosto 2007 il Presidente Alexander Lukashenko in un’intervista ha dichiarato l’intenzione del governo di intervenire per fermare “l’anarchia di internet”. Di fronte al rischio di una nuova legge sui media che portasse ad un inasprimento delle misure di repressione, alcuni blogger hanno lanciato sul web una campagna di protesta, denominata LuNet, che provocatoriamente è partita nel giorno del compleanno dello stesso Presidente Lukashenko.

E’ intervenuto anche Alaa Abdel Fatah, famoso blogger egiziano, arrestato nel maggio 2006 per aver partecipato ad una manifestazione a favore dell’indipendenza dei giudici e della separazione dei potere giudiziario e politico. Il suo arresto e la sua detenzione, durata 45 giorni, ha suscitato aspre reazioni di protesta da parte della blogosfera. Anche Global Voices si è mobilitata a lungo a favore della sua liberazione. Alaa ha spiegato come la censura del regime sull’uso di internet funzioni in modo leggermente diverso in Egitto, rispetto a situazioni come la Bielorussia. In Egitto il governo tende non tanto a bloccare direttamente i siti o le piattaforme blog, ma crea piuttosto un clima di forte intimidazione, perseguitando e punendo singoli blogger, e spingendoli così all’autocensura. Sono stati mostrati alcuni esempi di come internet è utilizzato da attivisti e blogger egiziani, tra cui tortureinegypt.net, un blog che raccoglie e documenta casi e episodi di torture e abusi da parte della polizia, riportando anche i nomi dei poliziotti coinvolti. Serve come database di documentazione che può essere utilizzata per procedure legali e in tribunale.

Il sistema di censura in Egitto si avvale del sistema legale, come dimostra il caso di un attivista che sul suo blog ha documentato uno stabilimento che riversava rifiuti industriali in un lago. Il blogger è stato poi portato in tribunale dall’azienda con l’accusa di diffamazione. Esiste una legislazione piuttosto severa in Egitto in tema di diffamazione, voluta dal governo. Di fatto, i tentativi di silenziare il blogger si sono avvalsi di questa legislazione che rende di fatto molto difficile per l’accusato dimostrare la propria innocenza.

Yazan Badran, blogger siriano che vive in Giappone, ha invece parlato della situazione siriana e della campagna “Free Tariq” partita da un gruppo di blogger per chiedere la liberazione di Tariq Biaisi, blogger siriano arrestato nel luglio 2007 per aver pubblicato dei commenti critici nei confronti del governo su un forum online. La campagna, che ha lanciato anche una petizione online per chiedere la liberazione di Tariq, non ha raggiunto il suo intento perché non è riuscita a coinvolgere l’attenzione e l’azione di un numero adeguato di persone in Siria. Il concetto stesso di libertà di espressione, ha sottolineato Yazan, rischia di diventare un concetto elitario, nel momento in cui in situazioni come quella siriana sono per lo più attivisti che risiedono all’estero, esponenti della diaspora siriana, a farsi carico e promotori della sua difesa.

GLI STRUMENTI PER AGGIRARE LA CENSURA

La giornata è poi proseguita con una sessione un po’ più tecnica, sugli strumenti tecnologici che sono disponibili per aggirare i filtri e i tentativi di censura e per garantire l’anonimato. Uno degli strumenti più diffusi e utilizzati in questo senso è TOR.

Tor è un sistema di comunicazione anonima per internet, che protegge gli utenti dagli attacchi mirati alla lesione della privacy, come l’analisi del traffico, permettendo il traffico anonimo in uscita e la realizzazione di servizi anonimi nascosti. E’ gestito da The Tor Project, una associazione senza fine di lucro. Il funzionamento della rete Tor è semplice: i dati che appartengono ad una qualsiasi comunicazione non transitano direttamente dal client al server, ma passano attraverso i server Tor che agiscono da router costruendo un circuito virtuale crittografato a strati. Anche se la funzionalità più popolare di Tor è quella di fornire anonimità ai client, può anche fornire anonimità ai server. Usando la rete Tor, è possibile ospitare dei server in modo che la loro localizzazione nella rete sia sconosciuta. Un servizio nascosto può essere ospitato da qualsiasi nodo della rete Tor, non importa che esso sia un relay o solo un client, per accedere ad un servizio nascosto, però, è necessario l’uso di Tor da parte del client. In altre parole, è possibile offrire un servizio (ad esempio un sito web) in modo totalmente anonimo, come “hidden service Tor”.

Infine la giornata si è conclusa con una piccola tavola rotonda dove rappresentanti di organizzazioni non governative impegnate nella difesa della libertà di espressione, come Human Rights Watch, Reporters Without Borders o Amnesty International hanno discusso di come si possano creare sinergie con gli attivisti che si battono nei rispettivi paesi.

SECONDA GIORNATA

La seconda giornata è iniziata con la proiezione di un video illustrativo del progetto RISING VOICES. Rising Voices consiste nello stanziamento di fondi e know-how tecnico per alcuni progetti di alfabetizzazione digitale a favore di alcune comunità emarginate. Ogni sei mesi viene organizzata una competizione per finanziare 5 micro-progetti di alfabetizzazione all’uso degli strumenti partecipativi sul web. All’inizo della giornata sono stati presentati, da alcuni attivisti locali, i risultati ottenuti in Colombia, Kenia, Bolivia e Madagoscar.

QUANDO INTERNET INFLUENZA LA POLITICA

La giornata è poi continuata con una discussione sullle concrete applicazioni di strumenti, come Facebook, Twitter, Youtube e Flickr e altre applicazioni di media partecipativi ad una varietà di situazioni, dai processi elettorali fino a situazioni di disastri naturali. Questi strumenti, compreso l’uso dei cellulari e degli sms, consentono ormai a normali cittadini di partecipare in modo più attivo al processo democratico. Alcuni casi in particolare sono stati analizzati più nel dettaglio, come per esempio l’impatto che questi strumenti hanno avuto sulle recenti elezioni in Kenya, Armenia, Iran e Venezuela.

Onnik Krikorian (coordinatore regionale di GV per il Caucaso) si è soffermato in modo particolare sul caso delle elezioni generali armene del febbraio 2008, in cui per la prima volta nella storia armena i blog sono diventati uno strumento di azione politica. Mentre i media tradizionali, tv, radio e giornali, erano palesemente controllati dal governo, internet rappresentava il mezzo naturale per disseminare informazione alternativa. Rapidamente la blogosfera è diventata un surriscaldato terreno di dibattito politico, riflettendo la forte polarizzazione della stessa campagna elettorale tra Ter – Petrossian, candidato opposizione e Sargsyan, candidato governativo. Quest’ultimo ha vinto la consultazione riportando il 53% contro il 22% dell’avversario. Nonostante lo stesso Consiglio d’Europa avesse dichiarato il processo elettorale sostanzialmente in linea con gli standard internazionali, nei giorni successivi al voto Youtube è stato sommerso di video di vari cittadini che testimoniavano irregolarità ed episodi di violenza presso i seggi elettorali. Il vero e proprio momento di gloria per i blog è arrivato il 2 marzo 2008 – a due settimane dal voto e il giorno successivo ad una serie di scontri violenti tra i sostenitori radicali dell’opposizione e le autorità che hanno registrato almeno 10 morti e centinaia di feriti. E’ stato dichiarato lo stato di emergenza per 20 giorni e a tutti i media è stato consentito di riportare solo le notizie basate su fonti governative. Di conseguenza a quel punto la blogosfera è diventata l’unico spazio libero per la circolazione delle informazioni. Mentre siti come Youtube sono stati bloccati, lo stesso non è avvenuto per i blog. Non solo questi hanno costituito per circa 20 giorni l’unica fonte di informazione indipendente e non controllata dal governo, ma il neo presidente è stato anche costretto dalla grande mobilitazione online a rispondere sul web alle domande di cittadini allarmati e esponenti della diaspora armena.

Anche il Kenia offre esempi interessanti di come internet possa essere utilizzato in modo creativo ed originale come strumento di intervento politico. Ory Okolloh, ad esempio, è un avvocato keniota, attivista e blogger, nonchè la fondatrice di Mzalendo, un sito internet che si occupa del monitoraggio della performance dei parlamenti kenioti. E’ anche tra i fondatori di USHAHIDI, un sito internet nato a seguito della crisi politica verificatasi successivamente alle elezioni generali del 2007 che consente a semplici cittadini e a blogger in giro per il paese di segnalare e mappare episodi di violenza.

GLOBAL VOICES ITALIA

Un’ intera sessione è stata dedicata al multilinguismo e ai problemi che le barriere linguistiche rappresentano per il progetto di conversazione globale che Global Voices sta cercando di promuovere. E’ stata presentato ed illustrato l’immenso lavoro che viene fatto dai traduttori che giornalmente traducono i post più interessanti nelle 15 lingue in cui GV è ad oggi dispobilie. Questa è stata anche l’occasione per il lancio ufficiale della localizzazione italiana, coordinata da Bernardo Parrella, giornalista freelance e traduttore su tematiche legate al mondo dei nuovi media. Il sito italiano di Global Voices è attivo già da qualche settimana, ed è animato da un piccolo gruppo di traduttori che su base volontaria traducono i vari post dalle lingue originali. A Budapest, a rappresentare il gruppo italiano, era presente Eleonora Pantò.