Gorbaciov agli italiani: «Siate orgogliosi di riceverlo»
E sulla Russia: Putin, una garanzia anche per l’Occidente
ROMA - «Questo Summit dei Premi Nobel per la Pace si riunisce ogni anno come una grande famiglia per parlare dei temi rispetto ai quali la politica è in ritardo». Anche il leader religioso del Tibet, il Dalai Lama, «ci ha aiutato, laicamente, con grande umanità e parole democratiche, a cercare le risposte di cui il mondo ha bisogno». Ed «è stato un piacere consegnare il Peace Summit Award 2007 a George Clooney, per il suo impegno di pace, l’intelligenza e la passione politica. Hollywood ha già dato in passato un bel contributo alla presidenza degli Stati Uniti e dopo averlo conosciuto meglio non mi stupirei se la cosa dovesse ripetersi». Così, seduto in una poltrona rossa, durante una pausa dei lavori dell’ottavo incontro dei Premi Nobel per la Pace, Mikhail Gorbaciov racconta il dietro le quinte dell’incontro che si sta tenendo in queste ore al Campidoglio. Con un occhio agli avvenimenti che, proprio in questi giorni, stanno cambiando il profilo del potere di Mosca.
Lei sa, Mikhail Sergheevic, che ci sono state molte polemiche in Italia sul comportamento più opportuno da tenere nei confronti del capo spirituale tibetano.
«Il Dalai Lama è un Premio Nobel per la Pace che ci mette di fronte alle grandi questioni che affliggono il mondo. Sono sicuro che per l’Italia sia un onore ospitare questo Summit dei Premi Nobel. Essi sono qui anche grazie al Comune di Roma e al sindaco Veltroni, capace di gestire un avvenimento di questa portata con misura e cultura».
Perché, tra i tanti attori americani impegnati in iniziative umanitarie, avete deciso di premiare George Clooney?
«Mi piace molto come attore e poi la politica lo appassiona, ho notato che è al corrente dei fatti fino ai risvolti più sofisticati e delicati. E nel suo impegno umanitario mette tutta la sua sapienza di attore, i suoi modi liberi e disinvolti che rendono più facile la comunicazione. Abbiamo deciso che mi verrà a trovare e io andrò da lui».
Dmitrij Medvedev, il delfino di Putin. Può aiutarci a capire chi è questo personaggio che dovrebbe guidare la Russia nei prossimi anni?
«In questo momento, Dmitrij Medvedev è la figura più adatta a raccogliere l’eredità di Putin. Innanzitutto sul piano personale: è un uomo del tutto normale, capace, intelligente, che sa come comportarsi. Soprattutto, è la candidatura di Putin. Una persona di sua fiducia, che conosce bene. Sono amici, si frequentano, si conoscono da almeno 25 anni. Può fidarsi e dunque rappresenta per lui la soluzione migliore».
Anche per la Russia lo è?
«Per la Russia è meglio se Putin resta in politica. Altrimenti si aprirebbe un periodo di lotte per il potere. Sarebbe peggio, la Russia non ne ha bisogno. Anche per l’Occidente Medvedev è una figura che da garanzie, avendo una visione del mondo moderna e europea. Non un uomo che grida dai palchi per farsi notare, ma un moderato, che sa il fatto suo».
Dunque, Putin lascia la presidenza e diventa premier per poter restare in sella in attesa delle prossime elezioni?
«Credo che sia prematuro parlare oggi del futuro di Putin. Sono convinto che egli stesso non abbia ancora preso una decisione definitiva».
Le ultime elezioni in Russia, però, si sono svolte in un clima lontano dalle aperture della perestrojka. Basti pensare all’arresto di Kasparov.
«Le misure adottate contro Kasparov sono per me del tutto ingiustificate. Se non altro per il rispetto dovuto ad un campione mondiale. Non c’era nessun bisogno di arrestarlo. Però a mio avviso non bisogna neanche esagerare dall’altra parte. Tutti i timori, i tentativi di arrivare alle estreme conclusioni, di suonare il Requiem per la democrazia in Russia, non sono giustificati. Spesso mi sento ripetere la stessa domanda: «Ma come può sostenerlo, proprio lei?». Il fatto è che, certo, la Russia è ancora lontana da un sistema propriamente democratico, perfino la legge elettorale è tutta giocata a favore di un solo partito, Russia Unita, il partito del Presidente. Io stesso ho più volte mosso delle critiche attraverso la stampa. Ma ciò significa che siamo ancora lontani dal traguardo, è già tanto se siamo riusciti a compiere metà della strada. E c’è un dato importante da non sottovalutare: sia Medvedev che Putin hanno sempre detto a chiare lettere che il loro obiettivo è di costruire uno Stato democratico. Cioè, nessuno dei due ha intenzione di diventare un dittatore».







