I cattolici per il voto

Di Michele Lembo - 1 giugno 2005

“…Non penso si voglia andare verso uno stato teocratico. E’ fondamentale pertanto rispettare la divisione dei ruoli fra la Chiesa e lo Stato con le sue Leggi. Basterebbe citare l’articolo 98 del Testo Unico della Legge Elettorale, completata con la numero 352 del 1970, riguardante i referendum: A ministri, a prelati, vietata la propaganda astensionista. Per sintetizzare tutti i miei modesti interventi vorrei citare la mia chiusura della trasmissione del TG3 del 30 maggio scorso: Il Genus della democrazia, il voto. Don Andrea Gallo, firmatario dell’Appello di Adista e richiamato dai vescovi per la sua attività in favore del voto”. Giugno 2005

“…I valori si propongono non con le leggi ma con la vita e la testimonianza”. Don Luciano Scaccaglia, sacerdote, Modena, giugno 2005. Accusato di disobbedienza sul giornale della Curia di Parma per aver distribuito, invece dell’invito all’astensione al referendum, l’appello di Adista.

“Noi, ex dirigenti e militanti delle Acli invitiamo ad andare a votare

Siamo “nati” alla vita civile e sociale nelle Acli. Molti di noi hanno avuto responsabilità rilevanti nell’Associazione. Siamo stati conquistati e motivati, giovanissimi, da un sistema di valori che aveva i suoi cardini nella partecipazione alla vita della comunità e nell’autonoma assunzione di responsabilità dei laici cristiani nelle concrete scelte sociali e politiche (Costituzione conciliare “Gaudium et spes”, n. 75). Ci ha motivato l’idea che fosse bene spendere le nostre vite occupandoci anche “degli altri” e non solo di noi stessi. Una convinzione che ha segnato la nostra formazione e che ci ha accompagnato in tutto il nostro percorso personale e politico.

Per questi motivi, l’indicazione della Conferenza Episcopale Italiana, fatta propria dalle Acli, di astenersi dal voto nel referendum sulla procreazione assistita, ci ha particolarmente stupito e amareggiato. Siamo stati abituati a pensare ad una Chiesa e a dei laici cristiani che si battono per promuovere i propri valori in una società pluralista, senza nascondersi dietro escamotages umilianti.

Ci hanno spiegato che l’astensione è legittima, ed in effetti non è questo in discussione; ma dubitiamo che essa sia la scelta giusta dal punto di vista etico e civile. Oltretutto, ci sembra un pessimo messaggio per le nuove generazioni, di cui si lamenta spesso il disinteresse per la cosa pubblica. Ci dicono che l’astensione non è disimpegno e fuga, ma essa non permette certo di distinguersi da coloro che non vanno a votare per apatia e disinteresse per la comunità.

Noi riteniamo che i Vescovi abbiano il dovere di richiamare i principi della dottrina cristiana, ma rivendichiamo ai singoli cristiani il diritto, nel rispetto della laicità dello Stato, di compiere le scelte che essi, in coscienza, ritengono meglio corrispondere, in un determinato momento, alle esigenze della convivenza civile.

Pur avendo, nel merito dei quesiti referendari, posizioni diverse, noi andremo a votare”.

Andrea Amato - Pier Paolo Benedetti - Pinuccia Bertone - Gianna Itto - Mariangela Bogliaccino - Geo Brenna - Francesco Almarini - Anna Ciaperoni - Maria Coscia - Giovanna Cumino - Tom Alessandri - Francesco De Falchi - Dolores Deidda - Antonietta De Santis - Costanza Fanelli - Marta Farinati - Toni Ferigo - Maria Filippi - Emilio Gabaglio - Maria Gallo - Renzo Innocenti - Lorenzo Loporcaro - Lucia Magnano - Anna Maria Marlia - Salvo Messina - Franco Passuello - Antonio Picchi - Carlo Pignocco - Sandra Ramadori - Giuseppe Deburdo - Lorenzo Scheggi Merlini - PierGiuseppe Sozzi - Fausto Tortora. Appello degli ex dirigenti e militanti delle Acli

“Per noi e per molti cristiani, di fronte al referendum sulla procreazione assistita la partecipazione in solido alla condizione umana porta necessariamente a partecipare anche alla trasversalità interna a ognuna delle aggregazioni che si creano in base a contrastanti opinioni e opzioni politiche attinenti direttamente all’etica..” Appello di Adista, per il rispetto della sacralità della coscienza in occasione del referendum del 12 e 13 giugno per la modifica della L. 40/2004 (procreazione assistita)

“I referendum hanno il merito di sollevare i gravi problemi che stanno al di sotto della legge in discussione e di aprire un dibattito pubblico, molto utile riguardo ai problemi giuridici, scientifici, etici e religiosi che quelle scelte implicano.. L’indicazione di non andare a votare della Cei è poco limpida perchè tende a utilizzare e a fomentare il disinteresse per le questioni in gioco, sommandolo alla scelta contraria alle richieste dei referendum, tende a svilire l’istituto del referendum e a favorire un atteggiamento di irresponsabilità. L’appello alla non partecipazione al voto è inopportuno e, in particolare ai credenti, appare come un’incomprensibile e ingiustificata pretesa della gerarchia ecclesiastica di dettare norme che riguardano non i principi e gli orientamenti di fondo ma il dettaglio e le tecniche dei comportamenti politici..” Appello al voto degli storici e filosofi cattolici. Tra i firmatari dell’appello figurano storici della Chiesa come Franco Bolgiani, padre Achille Erba e Mario Rosa, filosofi come Claudio Ciancio, Marzio Galeotti, Maurizio Pagano, Ugo Perone, storici come Gian Giacomo Migone e Gian Carlo Jocteau, giuristi come Franco Balosso e Gustavo Zagrebelsky.

“Il Movimento [delle Comunità di Base] ha già richiamato l’inopportunità della decisione dell’Episcopato italiano in questa materia; e cio’ della direttiva di astensione che mantiene la gente nell’ignoranza e nell’indifferenza su di un problema così delicato e complesso.

Ciò che ora meraviglia è il silenzio dei vescovi. Nessuna voce si è levata ad esprimere almeno perplessità sulla scelta dell’astensione. O, più oltre, perplessità sull’Istruzione dell’87, sul suo presentarsi come dottrina “immutata e immutabile”, sul suo carattere autoritativo e autoritario, anzichè di proposta aperta alla discussione e all’apporto di tutti. Sull’opportunità che questa materia, tutt’altro che definita nonostante le pretese dell’Istruzione, fosse affidata alla coscienza dei fedeli, a quella libertà di coscienza, che è prerogativa fondamentale della dignità e diritto della persona umana, e che la Gerarchia ecclesiastica continua ad ignorare.

Quando ci fu il referendum abrogativo della legge sul divorzio, nonostante che la direttiva ecclesiastica fosse per il si, voci autorevoli di vescovi si alzarono ad invocare proprio la libertà di coscienza; e certo il matrimonio indissolubile non si poteva imporre per legge agli ebrei, ai protestanti, ai non cattolici in genere.

Ora la stampa ha riferito una sola voce di dissenso, quella del vescovo emerito di Foggia, Giuseppe Casale; ma di nessun vescovo in carica.

E questo, mentre i maggiori teologi non accolgono il “principio di natura” su cui si basa l’Istruzione, ma lo trascendono nel “principio di persona”; dell’uomo che, fatto ad immagine di Dio, ha ricevuto un potere sulla natura, e quindi anche sulle proprie funzioni biologiche; specie quando la natura vien meno. Come in questo caso. Valga per tutti il documento su La sessualità umana, curato dall’Associazione dei teologi cattolici americani.

Inoltre i maggiori teologi non riconoscono all’embrione lo statuto di persona. Valgano per tutti i nomi di Karl Rahner e di Bernhard Hèring, il maggiore teologo teoretico e il maggiore moralista del ‘900. Sembrerebbe giusto che le ricerche, gli studi, l’esperienza dei teologi, specie dei maggiori, fossero tenute in grande considerazione; che anzi i maggiori teologi fossero interpellati prima di sottoporre un documento all’attenzione della chiesa intera.

Il Movimento si aspetta che le voci dei vescovi si alzino in qualche misura a confortare le attese dei fedeli, che non sono univoche, che dalla chiesa si aspettano un’adeguata vivacità e vitalità d’idee e di posizioni; specie in materia etica, in materia discussa. Oppure dovremmo condividere la persuasione del vescovo Casale che “i vescovi tacciono, confondendo spesso l’obbedienza con l’acquiescenza e forse temendo anche per la loro carriera?” Il silenzio dei vescovi italiani sul referendum dopo la direttiva di astensione, Appello ai vescovi delle Comunità di Base, maggio 2005.

“Il cristiano maturo va certamente illuminato dalla parola di Dio, ma poi decide con la libertà della coscienza che ha prevalenza sulle leggi civili o ecclesiastiche. Uno stato laico non si identifica in una religione cristiana o ebraica o islamica. Il che non significa essere amorali, ma unire varie culture e varie fedi, mediando nella legislazione problemi gravi come questi. Al referendum voterei serenamente Si per tre quesiti. Sono perplesso sull’eterologa”. Don Luciano Scaccaglia, sacerdote, Modena, maggio 2005.

“Il disagio è diffuso. Non ha i mezzi organizzativi e finanziari come il Comitato Scienza e Vita, fiancheggiato dal giornale dei vescovi Avvenire. E’ piuttosto una rete di disagi individuali, semisommersi, sparsi per l’Italia”. Marco Politi. Editorialista La Repubblica. Maggio 2005

“Quel che sta accadendo di fatto nella istituzione ecclesiastica [?] va nella direzione di un progressivo e incontrollato espandersi dei confini del sacro, un progressivo e incontrollato ricomprendere, entro di esso, ambiti sempre più vasti dell’esistenza umana, fino al tentativo di ricomprendervi la totalità dell’esistente, affermando l’accattivante formula della “sacralità della vita”.

Per quanto paradossale possa sembrare, è evidente che l’effetto di un tale processo - precisamente voluto e perseguito dalle gerarchie ecclesiastiche attualmente dominanti - comporta due conseguenze che vanno entrambe nel senso del più radicale materialismo e della più compiuta secolarizzazione: allargare fino a rendere onnicomprensivo lo spazio del sacro significa:

1) Estendere il potere di casta dei sacerdoti e delle gerarchie, in quanto potere che opera nell’ambito del sacro, sul tutto dell’esistenza umana

2) Distruggere la sacralità del sacro, distruggere il sacro in quanto spazio precisamente e rigorosamente delimitato in funzione del suo scopo specifico: quello dell’incontro col Mistero e con Dio. [Così si spiega il fenomeno che è ] sotto gli occhi di tutti: il bisogno che le gerarchie avvertono di impartire ordini e direttive ai fedeli su ogni aspetto della vita individuale, sociale e politica, tendenza di cui l’invito di Ruini ad astenersi ai referendum segna oggi l’apice finora non attinto: quello di una delle maggiori autorità ecclesiastiche che impegna se stessa, e il proprio ministero, su una questione non tanto politica, quanto di vero e proprio tatticismo politico”. Antonio Tombolini, ex vicepresidente Azione Cattolica, intervento al comitato radicale, marzo 2005

“Al referendum non si voterà sugli embrioni. Quello è un tema che appartiene alla meditazione, al mistero. Si vota su norme positive, su convenzioni, come la legge che regola la morte cerebrale e l’espianto degli organi”. Antonio Tombolini, ex vicepresidente Azione Cattolica.

“Impedire la libera espressione del pensiero del popolo è un atto illiberale. Anche su questo argomento [il referendum] i cittadini hanno il diritto di esprimersi così come è stato fatto sul tema del divorzio e dell’aborto”. Vescovo della Diocesi di Isernia - Venafro, monsignor Andrea Gemma, gennaio 2005

“Anche in questi giorni, Signore, di fronte a scelte totalmente nuove, difficili e complesse, sollecitati dal referendum sulla procreazione assistita, si preferisce puntare su cattolici obbedienti e ignoranti piuttosto che su persone libere e coscienti. E pensare, Signore, che tu per i discepoli e per tutte le persone che hai incontrato mai, ma proprio mai, hai adoperato la parola obbedienza: la libertà di figli, anche a costo del fallimento della storia. La lista tenderebbe ad allungarsi…” don Albino Bizzotto, Beati costruttori di Pace, Pasqua 2005. Ha sottoscritto l’appello di Adista.

“La logica politica di Ruini certamente ha dato fastidio ai cattolici nella sua natura di scelta arbitraria, di tentativo di collocare il mondo cattolico che è articolato e complesso, sul piano di una battaglia politica. L’istituzione cattolica indica principi e valori. La traduzione dei valori spetta al singolo credente. Per questo motivo il cattolico deve avere come gli altri una visione laica dello stato. All’interno di uno stato liberale che tiene insieme vari modelli di fede e vari modelli di ‘vita buona’, ci dovrebbe essere la volontà di confrontarsi con le altre posizioni e cercare di non tradurre le proprie posizioni etiche in politiche senza adoperare un ‘filtro’”. Emilio Carnevali, redattore dell’agenzia Adista, intervistato da Radio Radicale

“La nostra laicità, che ispiriamo al Vangelo, ci impegna a cercare soluzioni possibili e che tengano conto di valori di fondo ma anche degli interessi collettivi e delle aspettative di tutti i soggetti in causa tra i quali ci sembra che, nella legge n. 40, sia particolarmente penalizzato lo status della donna. Questa campagna è un grave errore fondato su argomentazioni palesemente contestabili e non rispettose del metodo democratico del referendum che, in situazioni abbastanza simili (divorzio, legge n. 194) è stato invece fortemente sollecitato. Per noi cattolici l’invito dei vescovi all’astensione dal voto a difesa di principi irrinunciabili e di una legge da preservare ad ogni costo si scontra direttamente contro la convinzione che ci troviamo di fronte a questioni opinabili sui quali la gerarchia cattolica, per il compito che le è proprio, non dovrebbe dare indicazioni vincolanti ma, al più, riflessioni che tengano anche conto delle diverse posizioni presenti nel mondo cattolico, nell’associazionismo e tra gli stessi studiosi”. Appello della associazione internazionale Noi siamo Chiesa.

“Chiamate/i ad un referendum che coinvolge ed interpella vita personale e coscienze individuali, noi donne ed uomini delle Comunità cristiane di base italiane, riunite/i a Chianciano (23/25 aprile) per il XXIX incontro nazionale, rivendichiamo il diritto-dovere di assumere direttamente la responsabilità della scelta andando a votare.

Prendiamo la parola a causa delle ripetute prese di posizione della gerarchia cattolica che ha fatto obbligo ai cattolici di astenersi dalla votazione al fine di far fallire il referendum con il mancato raggiungimento del quorum. Noi riteniamo che tale posizione violi in modo flagrante la libertà di coscienza dei cattolici.

Consideriamo poco rispettosa dei diritti di tutte/i cittadine/i ed evangelicamente poco credibile l’operazione che neutralizza - attraverso il mancato raggiungimento del quorum - l’espressione di volontà di chi non è credente o non aderisce alla Chiesa cattolica, e che presenta come morale soltanto il proprio punto di vista.

La posizione della CEI rischia anche di rendere molto difficile - in tanti quartieri di città e soprattutto nei piccoli centri - la libera espressione di voto e la sua stessa segretezza, in quanto la sola partecipazione al voto di tanti cattolici potrà essere giudicata come visibile manifestazione di disobbedienza religiosa.

Per quanto ci riguarda, pur nel rispetto di ogni diversa scelta circa l’uno o l’altro dei quesiti referendari che non sia di pura logica di schieramento politico, proponiamo di orientarsi verso un voto che elimini i limiti e le norme vessatorie contenuti nella legge”. Comunicato delle Comunità di base di Pinerolo, maggio 2005

“Requiem per il cattolicesimo liberale italiano. Questo è il risultato dell’operazione di convincimento e di intimidazione della Conferenza episcopale italiana sui cattolici perchè disertino il voto referendario. La vittima più illustre è Romano Prodi, costretto ad una sofferta giustificazione che certamente non rafforza la sua leadership. Eppure per un liberale (laico o cattolico) gli argomenti usati per invitare alla diserzione non sono affatto convincenti. Anzi sono in flagrante contraddizione con la gravità della posta in gioco che motiva tanto impegno della Chiesa italiana.

Nell’invito a disertare le urne sono usati due argomenti: uno giuridico formale, l’altro di sostanza. Il primo si appella al principio della logica referendaria che non ha la stessa forza vincolante di una consultazione di carattere generale. Ma si tratta di un argomento specioso che mette sullo stesso piano un referendum sulla caccia con quello sulla regolazione della fecondazione assistita, che tocca questioni cruciali di etica pubblica. Qui entra in evidente contraddizione con il secondo argomento, che insiste sulla complessità e sulla delicatezza dei problemi sul tappeto. La questione - si dice - è troppo grave per poter essere risolta con un referendum, che per sua natura ha carattere soltanto negativo-abrogativo, anche se la legge approvata non è affatto perfetta.

Sembra un argomento di buon senso (paternalistico) ma dissimula il fatto che la legge non è stata approvata da un comitato di saggi sopra le parti, dopo attenta riflessione. Ma è il prodotto di una operazione politica della maggioranza, giocata con le regole aritmetiche del Parlamento. A questo punto non si può declassare il referendum ad un optional del cittadino. Non ha senso presentare e approvare la legge sulla fecondazione come prova di civiltà, a favore del “primato della vita”, respingendo tutte le ragionevoli controproposte correttive, e declassare ora il referendum come un inutile e pericoloso espediente.

In questa ottica, non è sufficiente neppure l’atteggiamento “pragmatico” (decidere quesito per quesito) suggerito da alcuni liberali laici per evitare uno “scontro di civiltà” ( Angelo Panebianco sul Corriere). Per cominciare, l’intero dibattito è già stato impostato come un problema di civiltà morale - non solo da parte della Chiesa ma anche dal Comitato Scienza e Vita, che nel suo manifesto si esprime con toni di militanza ideologica anzichè di confronto ragionato di argomenti.

La decisione su singoli quesiti implica di volta in volta precisi convincimenti sulla natura e sulla qualità del processo biologico e quindi su corrispondenti criteri etici che non si possono ricondurre ad atteggiamenti puramente pragmatici. Decidere sul destino degli embrioni soprannumerari o sulla piena legittimità della diagnosi pre-impianto - non sono soluzioni pragmatiche. Su questi punti collidono necessariamente “visioni della vita” in contrasto. Anzi una democrazia autenticamente laica deve fare i conti espressamente con ethos divisi e divisivi dei suoi cittadini. Ma nel contempo - proprio per non esporsi all’obiezione di relativismo etico - deve ricercare principi etici comuni e quindi definire normative ragionevolmente consensuali. In ogni caso deve evitare norme coercitive dettate da una “visione della vita” che nega la dignità etica di un’altra. Questo manca non solo nello spirito e nella lettera della legge approvata ma nel confronto oggi in atto”. Gian Enrico Rusconi, La Stampa, marzo 2005.

“Alla base c’è la paura che i referendum possano vincere, c’è il terrore che l’opinione maggioritaria degli italiani sia per il sì. E allora si è scelto un escamotage come l’astensione. Ci si è aggrappati a una legge votata in condizioni speciali, da un Parlamento dove nè la maggioranza berlusconiana nè una parte della Margherita volevano perdere la primogenitura nel rapporto con la Chiesa. Non rendendosi conto che non solo stavano minando la laicità dello Stato, ma che facevano un gran male alla Chiesa stessa, trasformandola, per così dire, in istrumentum regni. […] Le leggi dello Stato non possono essere la traduzione meccanica dei principi etici della religione cattolica. Questi principi devono essere mediati dalla dialettica politica, devono tener conto di altre sensibilità, di altre convinzioni. Le leggi sono sempre frutto di un compromesso fra le varie opinioni in campo. Se così non fosse avremmo uno stato teocratico”. Monsignor Casale, arcivescovo emerito di Foggia, L’Espresso

“Con la diagnosi preimpianto forse è stato violato un nostro modo di intendere la morale cattolica, ma non dimentichiamoci che il messaggio biblico e la scienza procedono su piani diversi. Ad esempio Galileo diceva che la Bibbia non insegna come vada il cielo, ma come si vada in cielo. Per passare dalla questione cosmologica a quella etico-biologica, direi: la Bibbia insegna non come la vita dal non essere venga all’essere; ma piuttosto i modi in cui, venuta all’essere, la vita debba essere vissuta. […] Le cellule staminali promettono risultati di grande portata terapeutica, la nostra morale a mio giudizio non dovrebbe a priori negarne lo sviluppo”. Giovanni Reale, filosofo cattolico al quale Giovanni Paolo II ha affidato la revisione e la pubblicazione delle proprie opere filosofiche, Corriere della sera