I fallimenti del sistema educativo italiano (ed europeo)

Pubblicato il 25 Settembre 2006 da Federico Punzi
LaureatiLaureati

Uno studio dell'Ocse boccia la scuola italiana, troppo costosa a fronte di scarsi risultati. Newsweek sui sistemi educativi europei: «... sotto-finanziati, antiquati e super-burocratizzati, stanno rovinando una nuova generazione». Venerdì un convegno di Radicali italiani

Uno studio dell’Ocse, Education at a glance 2006 (Uno sguardo sull’Istruzione 2006), di cui parla stamane il quotidiano la Repubblica, boccia la scuola italiana troppo costosa a fronte di scarsi risultati.

Viene smentito il mito dell’università italiana come università di massa. La massa c’è in entrata, ma non in uscita. L’Italia, infatti, è al penultimo posto dei paesi Ocse per numero di laureati: appena 11 su cento nell’età compresa fra 25 e 64 anni. Solo la Turchia è sotto di noi, perfino Cile e Messico sono sopra. I paesi asiatici (Giappone e Corea) ci surclassano (37 e 30 rispettivamente), così come Stati Uniti e Australia. I dati non cambiano prendendo in considerazione l’età compresa fra i 25 e i 34 anni. E il divario fra l’Italia e la media dei paesi dell’Unione europea (a 19 stati) si amplia per numero di laureati nelle facoltà scientifiche.

Anche nelle performance, in materie come Matematica e Lettura, i ragazzi italiani sono decisamente più scarsi rispetto ai coetanei irlandesi, neozelandesi e polacchi. Eppure, in Italia, rispetto agli altri paesi Ocse, ci sono più classi, si svolgono più ore di lezione, e ci sono più insegnanti: 11 alunni per insegnante nelle scuole superiori, contro i 13,3 della media Ocse.

Sono questi i fattori che fanno lievitare i costi dell’istruzione italiana. Prendendo in considerazione i 13 anni del percorso scolastico dalle elementari alle superiori, ogni alunno costa allo Stato 100 mila dollari per alunno, 23 mila in più della media Ocse (pari a 77 mila dollari). Eppure, nelle scuole scarseggiano anche i computer (77 per scuola, contro i 115 dei paesi Ocse) e i collegamenti a internet. Ma dove vanno a finire questi soldi, se fino al 2004 l’Ocse registra che gli investimenti indirizzati verso la scuola, da quella dell’infanzia alle superiori, e l’università - sia in termini di percentuale sulla spesa pubblica totale che in rapporto al Pil - ci vedono al di sotto della maggior parte dei paesi? Perché il nostro sistema scolastico costa tanto e non produce?

Il 29 settembre si terrà nella sala del Cenacolo alla Camera dei Deputati il convegno “Scuola, dalle grandi riforme alle riforme necessarie”. Tra gli organizzatori, Lorenzo Strik Lievers, intervistato da Radio Radicale. Dobbiamo rispondere a una domanda, spiega Strik Lievers: quale politica per la scuola oggi è una politica di sinistra, socialista, democratica? Se l’obiettivo è «la tutela dei più deboli», il mezzo non può che essere «una scuola di qualità». E’ sbagliato tradurre lo slogan blairiano “Education Education Education” in “Scuola pubblica scuola pubblica scuola pubblica”. Esso, infatti, ha a che fare con la qualità dell’educazione, non con la difesa della scuola pubblica intesa come statale. Il «vero problema» del nostro sistema scolastico è capire «perché non c’è, e come si fa a stimolare, una domanda di qualità». Occorre liberarsi da una «logica corporativo-sindacale e burocratica che oggi governa la scuola», una cultura che appartiene a «certa parte della sinistra, ma anche in certa parte della destra».

Il 12 giugno scorso, Newsweek ha pubblicato un’inchiesta davvero impietosa sui sistemi scolastici e universitari europei: «… sotto-finanziati, antiquati e super-burocratizzati, stanno rovinando una nuova generazione». La Sapienza, con i suoi 150 mila iscritti, viene presa a massimo esempio negativo, ma non si salva nessuno dei sistemi europei, con l’eccezione della Gran Bretagna. Le università europee, rispetto agli iscritti, «producono troppo pochi laureati e spesso con competenze sorpassate». Altro che «equità sociale», ciò che si realizza è proprio diseguaglianza e discriminazione, persino razziale, con gravi deficit di integrazione.

Gli abbandoni raggiungono «la spaventosa percentuale del 60% nelle università italiane», con un’«incredibile spreco di talento, tempo e risorse». «L’Italia è uno dei molti paesi che non ha alcun sistema di test e valutazione, così non c’è modo di sapere come ciascun istituto stia funzionando». Ogni riforma di questi obsoleti sistemi, osserva il settimanale americano, «è stata bloccata a lungo da una combinazione di ideologia e di desiderio di nascondere la testa sotto la sabbia».

«Nessuno di questi paesi sta compiendo un dibattito strategico su dove vogliono trovarsi fra 10 dieci anni», commenta Andreas Schleicher, dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo. «Né sembrano voler affrontare le vere cause della malattia. Senza cambiamenti, il futuro dell’Europa sarà davvero tetro», conclude l’inchiesta.

Il rapporto Education at a glance 2006

L’OCSE boccia la scuola italiana (Salvo Intravaja, la Repubblica)

Where the Future Is a Dead End (Newsweek)