I lavori del 4° Convegno Ecclesiale nazionale
Il card. TettamanziHa preso il via a Verona il 4° Convegno Ecclesiale nazionale, che vede la partecipazione di oltre 2.700 delegati all'evento e circa 15.000 persone radunate nell'Arena nel giorno dell'apertura dei lavori. Dal sito convegnoverona.it in diretta i lavori del convegno.
Il convegno di Verona si apre all’insegna della speranza come «stile virtuoso - come anima, clima interiore, spirito profondo - prima ancora che come contenuto». L’invito che, in apertura del decennale appuntamento ecclesiale, il cardinale Dionigi Tettamanzi ha rivolto ai 2.700 partecipanti è stato dunque quello di parlare non solo “di” speranza, ma “con” speranza. Tettamanzi ha poi parlato del vero e proprio «caso serio» della Chiesa, che sta vivendo oggi «una stagione di singolare urgenza e indilazionabilità», nella quale per il cardinale «registriamo una più diffusa ed esplicita consapevolezza della ‘distanza’ che nel nostro contesto socio-culturale e insieme ecclesiale esiste tra la fede cristiana e la mentalità moderna contemporanea». Più che della distanza, ha sottolineato, però, la preoccupazione ci dovrebbe essere per la “differenza”, per la “specificità” della fede cristiana. «Inserendoci nell’orizzonte del convegno, diciamo: siamo chiamati a custodire, ossia conservare, vivere e rilanciare l’originalità, di più la novità, unica e universale, della speranza cristiana, il Dna cristiano della speranza». Essa mette in questione non solo «la fine, la conclusione della vita, ma il fine, il senso o logos della vita dell’uomo». Infine, la speranza in Cristo «genera un rinnovato pensiero antropologico». Coinvolge l’uomo nella sua “totalità e radicalità”. Sia per ciò che riguarda la cultura “alta” sia per quella che «contagia e modula ogni persona e ogni gruppo sociale nella loro concretezza quotidiana». Il cristianesimo con la novità dei suoi contenuti può formare una rinnovata «figura antropologica sotto il segno della speranza», ha aggiunto il porporato, che ha poi concluso con una citazione di sant’Ignazio di Antiochia: «Quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede sino alla fine. E’ meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo».







