I radicali e i reati di opinione
Marco Travaglio in una lettera di risposta al comunicato stampa dell'esponente radicale Simone Sapienza che accusava Grillo di aver omesso dall'elenco dei parlamentari condannati il portavoce dell'Italia dei Valori, scrive tra l'altro che «l'esponente radicale ha un concetto un po' singolare di "reato di opinione"».
Questo concetto singolare deriva forse dal fatto che i radicali hanno subito decine di processi per reati di opinione, e hanno tentato di abrogare il reato con appositi referendum.
E’ stato per questo “servizio” che il bavaglio che la legge poneva all’esercizio della libertà di stampa è caduto per centinaia di pubblicazioni dei movimenti studenteschi, della nuova sinistra, di anarchici e pacifisti.
Marco Pannella ha subito personalmente decine di processi per reati di vilipendio, diffamazione a mezzo stampa, e altri reati di opinione. Nel 1971 è stato processato insieme a Pio Baldelli, Roberto Roversi, Piergiorgio Bellocchio, Gianfranco Pintore e Pierpaolo Pasolini, per aver dato il suo nome come direttore responsabile di Lotta Continua.
Nel 1975 Marco Pannella viene imputato di vilipendio al governo e di istigazione a commettere un reato per aver diffuso una mozione in cui si accusava il governo Andreotti di essere “illegale” perché privo di una maggioranza parlamentare, di aver imposto delle “elezioni truffa”, e si invitavano gli elettori a protestare votando scheda bianca o astenendosi (ricorda niente Grillo?).
Infine, a ben due riprese, insieme al referendum per l’abolizione dell’ordine dei giornalisti, nel 1974 (senza riuscire a raccogliere le 500 mila firme necessarie) e poi nel 1977 (quando il referendum fu impedito dalla Corte costituzionale, come decine di altri referendum), i radicali promossero un referendum per l’abolizione dei reati di opinione, strumento legislativo usato dal potere per imbavagliare la stampa.








