I tre versanti del satyagraha

Di Francesco Pullia - 3 gennaio 2008

Sono almeno tre i versanti su cui deve insistere un satyagraha mondiale per la pace e tutti e quattro sono legati tra loro, strettamente interdipendenti. Esaminiamoli brevemente

1) Versante geopolitico

Buona parte del pianeta, contrariamente a quanto si possa pensare, è in fiamme. L’umanità, inutile negarlo, sta sull’orlo di una polveriera. La globalizzazione e l’informatizzazione hanno sicuramente contribuito a rendere sempre più labili e porosi i confini dei singoli stati lasciando intravedere una comunità mondiale che si regge, però, non su una orizzontalità dialogica, sul concorso responsabile e democratico alla gestione della cosa pubblica, ma, al contrario, sulla disparità di trattamento, sull’estrema precarietà delle politiche, su una deterritorializzazione che si allarga a macchia d’olio e che se da un lato dimostra la fatuità, la labilità del feticcio della sovranità nazionale, dall’altro apre le porte a scenari inquietanti, non sempre chiaramente decifrabili.

Ben distanti dalla prospettiva di una società aperta, viviamo le contraddizioni di una società frammentata in cui s’intersecano, come schegge di un’erosione, elementi molteplici, diversificati e contraddittori.

Alla caduta della nazione come tratto distintivo di una riconoscibile collettività sono subentrati singoli, talora minimali anche se consistenti, rigurgiti identitari che fanno leva non tanto su sostrati ideologici (le grandi narrazioni antecedenti l’epoca della postmodernità, foriere di tragici e ben noti inganni, sono sì crollate ma, purtroppo, non dissolte, essendosi mimetizzate invece in sfaccettature percettibili anche se non perfettamente definibili) quanto su caratteristiche etniche, di casta (ben più che di classe), religiose (non spirituali), di appartenenza (emblematici sono, in questo senso, gli episodi di violenza in occasione di eventi agonistici, principalmente calcistici).

La società ci appare, quindi, sempre più frastagliata, spaesante e tormentata da una sorta di conflittualità permanente in cui al posto delle grandi masse sono subentrate le moltitudini.

Ciò comporta una destabilizzazione mondiale che non può assolutamente essere fronteggiata o controllata da organismi internazionali ormai di vecchia concezione.

All’internazionalismo, ispiratore di grandi idealità ma anche di immensi disastri e inenarrabili tragedie (ci riferiamo alle versioni terzomondiste), si sostituisce un sovranazionalismo che necessita, però, di uscire da una condizione informe, magmatica, per delinearsi come “forma data da contenuti specifici”.

Questi “contenuti” sono la democrazia, che da delegata deve tramutarsi in capitinianamente omnicratica, cioè coinvolgente, non avvolgente, una moltitudine intesa non come azzeramento ma, al contrario, come arricchimento delle individualità, e la sfera dei diritti, in una pluralità che esorbita il semplice vincolo giuridico – legislativo (in altri termini, dal diritto ai diritti).

In ogni angolo del pianeta si riscontra un’incandescente rivendicazione di diritti che spesso finiscono per collimare, scontrarsi tra loro.

Il punto non sta nel privilegiarne uno a scapito di un altro ma nel convogliarli tutti verso una direzione feconda quale quella, appunto, della omnicrazia.

Perché ciò accada occorre, però, che, come recitava un’abusata massima negli anni passati, si chiudano gli arsenali e si aprano i granai. E questo è uno dei compiti, forse il più difficile, che spetta al satyagraha.

Infatti, perché si spalanchino le porte dei granai è indispensabile che la gestione dei serbatoi di ricchezza non sia concentrata nelle mani di poteri (multinazionali ma non sovranazionali) esclusivi che hanno tutto da guadagnare dal perpetuarsi di una generale situazione destabilizzata e destabilizzante.

2) Versante economico e ambientale

E qui veniamo al secondo punto. Il versante economico non differisce da quello ambientale. Infatti oggi il controllo e lo sfruttamento delle risorse primarie, che chiameremo con un neologismo ecocrazia, si connette al primo, a quello cioè geopolitica.

A partire da singole aree o bacini, investe e coinvolge (sconvolge) equilibri naturali e, appunto politici, nell’intero pianeta.

In un mondo in cui la crescita demografica si avvicina ad un indice annuo costante del 5% e interessa maggiormente zone già caratterizzate da profonda indigenza, il problema della ripartizione e distribuzione delle risorse si fa centrale.

L’implementazione e la modificazione di colture in terreni inospitali o ad altra vocazione agricola unita a molteplici altri fattori, tra cui certamente quelli climatici generati anche dal dissennato antropocentrismo, contribuirà a provocare in vaste superfici un aumento consistente di desertificazione spingendo moltitudini incontrollabili al di là dei loro territori verso mete che via via risulteranno sempre meno accoglienti e sempre più problematiche in termini esistenziali (sicurezza, diritti, alimentazione, salute, cultura).

Questo esodo, di portata biblica, è già cominciato da almeno un decennio e non accenna ad arrestarsi. Anzi aumenterà ulteriormente se, come già avevamo intravisto al tempo della lotta allo sterminio per fame, non si invertirà la rotta e cioè se non si porrà fine a politiche predatorie (non soltanto in campo economico e ambientale). Ciò significa, ancora una volta, orizzontalità omnicratica versus oligarchia egemonica, cioè diritti e sfera partecipativa contro ogni tipo di assolutismo.

E, si badi bene, non si tratta più di riconsiderare un occidente affamatore nei confronti del sud del mondo.

Tra i paesi più affamatori oggi c’è indubbiamente la Cina, cioè quello dove appunto l’omnicrazia è negata da un ibrido tra statalismo livellatore comunista e sfrenato capitalismo illiberale.

Si impone altresì un drastico cambiamento nutrizionale. Le politiche di favoreggiamento degli allevamenti intensivi e quindi incentivanti il consumo di carne contribuiscono sensibilmente all’inasprimento del depauperamento mondiale condannando un numero crescente di moltitudini alla morte per fame e inedia nonché alla diffusione di malattie che coinvolgono (e, di nuovo, sconvolgono) il rapporto uomo-natura, uomo-altri animali (bastino per tutte le vicende della cosiddetta “mucca pazza” o dell’aviaria).

Dati alla mano, se un cinese consumava nel 1985 venti una media di chili di carne all’anno, oggi ne divora cinquanta. Considerato che per produrre un chilo di carne occorrono dai tre agli otto chili di cereali si facciano le debite conclusioni. I conti si gonfiano in modo considerevole e allarmante se si aggiungono i consumi degli occidentali.

3)Versante religioso

E da qui ci si sposta al terzo versante, cioè a quello religioso, delle religioni in cui, secondo il procedimento mimetico cui sopra accennavamo, si celano le cariatidi ideologiche.

Nelle religioni più diffuse nell’orbita terrestre, cioè in quelle monoteistiche, prevale, infatti, una concezione della natura (e, quindi, anche degli altri esseri senzienti) come estranea rispetto all’uomo.

Ciò ha finito per legittimare un atteggiamento violento, distruttivo, vorace anche in termini alimentari. Si è legittimato uno sterminio esercitato senza scrupoli sull’intera biosfera, con specie irrimediabilmente andate perdute.

La stessa vivisezione e la sperimentazione animale su cui lucrano gli imperi farmaceutici costituiscono un aspetto di questa criminosa concezione che affida centralità all’uomo, presunta immagine di Dio.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e non hanno bisogno di commenti. Certo è che il frammento identitario religioso (che non a caso aborre la spiritualità, intesa come esercizio di libertà interiore) è oggi un elemento di forte destabilizzazione perché si regge sull’assolutismo veritativo divenendo una sorta di enfatizzazione dell’ideale nazionalistico. Non a caso, si sono caratterizzate come discrimine penalizzante e identificativo, escludente non includente. Ciò vale per il cattolicesimo, soprattutto nella versione ratzingeriana, per l’islamismo, per l’ebraismo, in cui l’ortodossia è sempre più sciovinista, per l’induismo, le cui inquietanti propaggini estremistiche sono unicamente espressioni nazionalistiche.

Si salvano il buddhismo e il jainismo che, non per niente, non sono mai stati considerati come religioni ma come spiritualità. E’ sintomatico che proprio il buddhismo, che ci insegna tra l’altro l’interdipendenza di tutto, sia oggetto di persecuzioni da parte di sistemi totalitari, come quelli comunisti (cinese, vietnamita, birmano, laotiano), e preso di mira dal fondamentalismo monoteista. La distruzione dei Buddha di Bamiyan ad opera dei talebani islamici parla da sé così come la sprezzante definizione, da parte dell’attuale pontefice, della spiritualità orientale come mero onanismo.

La nonviolenza di cui il satyagraha è metodologicamente diretta espressione dovrà, quindi, laicamente, cioè in modo aperto e approfondito, direzionarsi su questi versanti per essere incisiva. Può farlo perché, gandhianamente “antica come le montagne”, è duttile, flessibile, avendo attraversato la storia.