Il «caso» D'Elia

Pubblicato il 14 Luglio 2006 da Michele Lembo

Si chiude per ora quello che giornali e le televisioni hanno chiamato il «caso» D'Elia, con il ritiro della mozione di Elio Vito e Sandro Bondi che chiedeva al Governo normative, «al fine di evitare che a cariche istituzionali di rilievo possano accedere coloro che siano stati condannati per reati gravi e violenti contro la persona e contro le istituzioni democratiche». Del percorso, della vita politica di Sergio D'Elia, poco o nulla è stato detto. In questo approfondimento alcuni spunti per saperne di più.

Sergio D'EliaSergio D'Elia

Con il ritiro della mozione presentata da Elio Vito, Sandro Bondi, Luca Volontè, Carlo Giovanardi e Antonio Leone, discussa alla Camera dei Deputati il 10 e 11 luglio, si è momentaneamente chiuso quello che i giornali hanno chiamato il “caso” D’Elia. La mozione chiedeva al Governo iniziative, anche normative, «al fine di evitare che a cariche istituzionali di rilievo possano accedere coloro che siano stati condannati per reati gravi e violenti contro la persona e contro le istituzioni democratiche». Il “caso” D’Elia scoppia sui giornali il 2 giugno 2006, dieci giorni dopo la sua elezione a Segretario d’Aula. Ad accendere la miccia è un comunicato di Carlo Giovanardi, che getta subito ombra sul contesto politico apertosi con la grazia a Bompressi, con l’annuncio del ministro della Giustizia Mastella sulla grazia a Sofri entro l’anno e la sua proposta alle Camere su amnistia e indulto. Giovanardi scende in campo con gli strumenti con cui negli ultimi anni ha contraddistinto la sua azione politica: l’attacco al “referendum nazista” sulla fecondazione assistita, la “politica nazista” dell’Olanda sulla eutanasia, e oggi la costruzione del “caso” D’Elia. Il quotidiano “Libero” raccoglie la provocazione di Giovanardi e dà avvio ad una feroce campagna stampa contro Sergio D’Elia, portata avanti per almeno 8 giorni, titolando in prima pagina: «Un terrorista segretario della Camera»; “il Giornale” dà voce al pentito Roberto Sandalo con un’intervista nella quale è falsamente attribuito un altro omicidio a D’Elia; il TG4 di Emilio Fede con un servizio ben studiato sull’intera vicenda omette del tutto di riferire il percorso rieducativo di D’Elia, presentato semplicemente come ex terrorista.

Conoscete Sergio D’Elia?

Del percorso, della vita politica di Sergio D’Elia, poco o nulla è arrivato sui media. D’Elia è arrestato a Firenze il 17 maggio 1979 in base ad una serie di mandati di cattura “a grappolo”, come succedeva in quegli anni di emergenza per il terrorismo politico. A partire dal giugno 1980, con l’arresto e la collaborazione dei primi pentiti di Prima Linea (Roberto Sandalo, Michele Viscardi e Marco Donat Cattin) i magistrati raccolgono ulteriori elementi sul ruolo dirigenziale di D’Elia all’interno di Prima Linea. A quel punto, in base al teorema emergenziale per cui il dirigente locale con responsabilità anche a livello nazionale deve rispondere di tutte le azioni condotte dall’organizzazione sul territorio di competenza, D’Elia viene imputato di tutti i fatti avvenuti a Firenze tra cui anche l’episodio dell’assalto al carcere delle Murate, in cui viene ucciso l’agente Fausto Dionisi. E proprio con la strumentalizzazione del dolore della vedova Dionisi, evocata nei comunicati di Giovanardi, prende il via il “caso” D’Elia. La fine di PL viene ratificata nel carcere di Torino (primavera-estate 1983) nei giorni dei primi processi. Le ragioni della condanna tout court della lotta armata vengono spiegate in un lungo documento-manifesto del giugno 1983, noto come “Il Muro”. Nel documento, gli ex di Prima Linea prendono le distanze sia dal continuismo brigatista, sia dai primi fenomeni di “dissociazione” intesi come pentitismo o mera collaborazione con la giustizia. Per gli ex di PL, «all’opposto – si legge ne “Il Muro” - è centrale il nodo della memoria, strumento prioritario di ogni opzione critica». La loro dissociazione dal terrorismo non significa la fine dell’impegno politico. «La posta in gioco è la ripresa adeguata di un processo rivoluzionario finalmente sgravato da ogni tesi totalizzante che depauperi l’enorme ricchezza e complessità delle pratiche antagoniste». Per gli ex di PL «si tratta di capire il desiderio profondo di libertà, delle libertà personali e collettive che percorre il corpo della società» e, quindi, si relazionano a quei movimenti che «compiono incursioni, attraversamenti, intrecci con l’assetto istituzionale della società, portando anche al suo interno critica radicale, interagendo con esso per reimporre modificazioni o ‘estorcere vittorie’. […] È il caso delle grandi opzioni popolari in tema di libertà sociali e di destini umani, aborto, divorzio, centrali nucleari, ecc.». La dissociazione di D’Elia e degli altri esponenti di Prima Linea segna quindi un colpo definitivo alla realtà che si era coagulata intorno al proposito devastante della rivoluzione armata. Sono le stesse Br con un documento interno a condannare a morte proprio i dissociati di Prima Linea, percepiti come il pericolo interno, e dunque determinante, nell’ambito dell’area della violenza politica.

La «consegna» al Pr. Nel novembre del 1986 numerosi detenuti appartenenti alle Brigate rosse, Prima linea ed altre bande armate, condannati all’ergastolo e a lunghe pene detentive, fra cui Sergio D’Elia e Maurice Bignami, si iscrivono al Partito Radicale, il partito del diritto e della nonviolenza. Inviano un messaggio al congresso radicale che in quell’anno si svolge a Roma. «Siamo venuti qua – affermano nell’intervento inviato al congresso - per giurare sulla democrazia (…). Ci dispiace tremendamente di aver fatto la lotta armata, ma, se questo è possibile, ci dispiace ancora di più di non aver fatto sin da subito la democrazia». Usufruendo di un permesso speciale un gruppo di ex terroristi, tra cui Sergio D’Elia, partecipa al 32° Congresso del Partito radicale (marzo 1987). «Noi vi consegniamo un’organizzazione terroristica, nuda, mani e piedi, cuore e anima finalmente liberati», afferma D’Elia nel suo intervento, nel quale consegna simbolicamente al partito della nonviolenza sè stesso e gli altri ex appartenenti e dirigenti alla lotta armata, neoiscritti al Partito radicale. «Vi abbiamo offerto disposizione dello spirito e piena dedizione, da voi ci aspettiamo un dono più grande, ci aspettiamo una tecnica della speranza e della nonviolenza, un sentimento della politica e della conoscenza, ci aspettiamo una filosofia politica ed una educazione sentimentale… finalmente al servizio della Democrazia». «C’è un profondo dispiacere per quanto di irreversibile la mia attività politica ha prodotto nelle famiglie, soprattutto nelle famiglie delle vittime. Mi rendo conto di aver apportato dei guasti irreparabili, a cui è impossibile anche pensare, sarebbe volgare pensare in termini di risarcimento». Al termine del Congresso, D’Elia viene chiamato a far parte della Segreteria federale del Partito radicale.

Il 15 gennaio del 1991 D’Elia viene scarcerato per fine pena e dal 1993 è segretario dell’associazione Nessuno tocchi Caino. Sotto la sua segreteria Nessuno tocchi Caino promuove iniziative su casi emblematici di condannati a morte, promuove le marce internazionali a S.Pietro nel ‘94, ‘95, ‘98, organizza le conferenze internazionali a Tunisi, Mosca, New York, Ginevra. Nel 1994 promuove la presentazione per la prima volta all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di una risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni. Dal ‘97 al 2005 promuove la presentazione della risoluzione per la moratoria delle esecuzioni alla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra che l’approva in tutte le sessioni. Dal 1993 ad oggi, grazie anche alla campagna di Nessuno tocchi Caino e, in particolare, alle sue iniziative all’Onu e nei confronti di paesi mantenitori, sono state ottenute nel mondo 44 tra abolizioni, moratorie legali e di fatto della pena di morte. Dal 1997 Sergio D’Elia collabora alla realizzazione del rapporto annuale di Nessuno tocchi Caino sulla pena di morte nel mondo, curato da Elisabetta Zamparutti ed edito da Marsilio. Nella sua attività di lobbying promuove e partecipa a missioni del Senato e della Camera dei Deputati nei paesi mantenitori della pena di morte: Filippine, El Salvador, Guatemala, Cuba, Caraibi, Kirghizistan, Uzbekistan, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Zambia. In tali occasioni è ricevuto da capi di Stato e di Governo. Nel settembre del 2000, una ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Roma, con parere favorevole del Procuratore Generale, riabilita completamente D’Elia, cancellando in tal modo l’interdizione dai pubblici uffici che gli fa riacquistare i diritti politici. È eletto deputato alle elezioni politiche dell’aprile 2006 nelle liste della Rosa nel Pugno, e il 22 maggio 2006, D’Elia viene eletto, e non nominato, come invece hanno insistito nel dire giornali e Tg nei giorni del “caso” D’Elia, segretario d’Aula in rappresentanza del gruppo della Rosa nel Pugno.

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