Le sovvenzioni pubbliche all'editoria e i legami tra il gruppo editoriale Rizzoli e la P2

Pubblicato il 24 Aprile 2008

Nel corso di una tribuna politica sulla Rai, il 3 febbraio del 1981 un giornalista chiede a Pannella spiegazioni sulla sua dichiarazione di avere le prove delle "radici chiaramente sindoniane, mafiose, criminali delle fortune dell'impero editoriale più forte d'Italia". Marco Pannella risponde:

Il gruppo editoriale più importante d'Italia, che viene chiamato gruppo editoriale Rizzoli e personalmente ritengo che se la sigla, la ditta è questa sia molto meno chiaro in realtà quale sia la proprietà, si trova a livello dei giochi di proprietà in stretta connessione con quella grande vicenda criminale che il nostro paese ha conosciuto degli agganci con la p2.

Racconta il deputato radicale Massimo Teodori nel dossier P2: la controstoria:

«A noi premeva - dichiara Angelo Rizzoli - che la legge sull’editoria contenesse una modifica al progetto originario. In particolare ci stava a cuore un emendamento che consentisse il consolidamento dei debiti dei quotidiani giacché avevamo interesse a trasformare in esposizione a medio termine a tasso agevolato quella a breve termine che caratterizzava la posizione debitoria della Rizzoli».(33) I punti cruciali sui quali il Parlamento restò a lungo bloccato, per opera dell’opposizione radicale, definita da molti ostruzionismo, furono le norme riguardanti la trasparenza della proprietà, l’inclusione delle Società in Accomandita Semplice, e un emendamento all’articolo 37 chiamato a ragione "cancella debiti". Tutti e tre i punti si riferivano alla situazione della Rizzoli e avevano a che fare con la sua condizione di gruppo che voleva sfuggire ai controlli sulla proprietà pretendendo, di contro agevolazioni e finanziamenti dallo Stato.

Il caso Rizzoli-Corriere della sera

Il convegno organizzato dai radicali il 9 marzo 1983 con Leonardo Sciascia, Giorgio Galli, Massimo Alberizzi, Massimo Fini, Gianpaolo Pansa, Gianluigi Melega, Gianni Riotta

Cronologia

  • Inizio anni ‘80: grazie ad alcuni movimenti finanziari Roberto Calvi (presidente del Banco Ambrosiano) e altri uomini della P2 (Gelli, Ortolani, Tassan Din) diventano formalmente proprietari del gruppo Rizzoli

  • Punto di partenza di tale acquisizione fu l’iniziale appesantimento debitorio del gruppo e lo stato di ricattabilità che derivava da tale situazione, di cui si giovano aspiranti proprietari e potenziali beneficiari politici

  • Settembre 1980: si costitusce il nuovo assetto proprietario della Rizzoli detto anche il “pattone”: Angelo Rizzoli: proprietario del 40% del gruppo, la Società istituzione italiana del 10,2%, una Fiduciaria del 40%, la Rothschild del 9,8%.

  • Calvi diventa proprietario del 40% delle azioni del nuovo capitale fino alla sua carcerazione avvenuta nel 1981 e alla sua successiva morte nel 1982. La P2 e il banco Ambrosiano si spartiscono il controllo proprietario.

  • Tutto avviene sotto la supervisione di Licio Gelli. Le firme del patto erano quelle di Gelli, Calvi, Ortolani, Tassan Din e Angelo Rizzoli. Il “pattone”, che si realizzò concretamente tra marzo e maggio del 1981, suggellava di fatto il formale passaggio della proprietà alle finanziarie del gruppo Ambrosiano.

  • Il Consiglio d’Amministrazione è presieduto da Angelo Rizzoli e l’Amministratore Delegato era Tassan Din. L’acquisizione è compiuta in prima persona dal vertice P2 con il consenso dei tre maggiori partiti: Dc, Psi, Pci

  • La struttura di potere della P2 opera anche a livello giornalistico effettuando pressioni, determinando trasferimenti, immissioni, ponendo persone “giuste” nei ruoli chiave. Il compromesso con il potere diviene la linea portante della gestione Di Bella

  • Il 21 maggio 1981 viene arrestato Roberto Calvi (presidente del Banco ambrosiano) con l’accusa di esportazione di capitali. Il presidente del Consiglio si decide allora a rendere pubblico l’elenco degli iscritti alla P2 trovato nell’archivio del fuggiasco Gelli e sul quale circolavano molte indiscrezioni. Nell’elenco compaiono 28 giornalisti, 4 editori (uno è Angelo Rizzoli) e 7 dirigenti editoriali tutti del maxigruppo, capitanati da Tassan Din; fra i 28 giornalisti i direttori sono 7: 4 dirigono testate Rizzoli, a cominciare dal direttore del Corriere della sera Franco Di Bella

  • I debiti del gruppo salgono a oltre 200 miliardi nel ‘77, a 261 miliardi nel ‘79 e a 600 miliardi nell’81

  • Quando inizia in Parlamento la discussione sulla riforma dell’editoria, il gruppo Rizzoli si mobilita per trarre tutti i vantaggi possibili nel tentativo di farsi ricompensare per i favori offerti ai partiti

  • Alla Rizzoli interessava che la legge sull’editoria contenesse finanziamenti all’editoria, previsti da un emedamento all’art. 37

  • La norma, con l’emendamento, avrebbe ripianato i debiti della Rizzoli attraverso denaro pubblico. Fra i fondi della contabilità nera della Rizzoli risultò, in seguito, la dicitura «Operazione per la legge sull’editoria», attraverso la quale si esercitarono pressioni per l’approvazione di tale normativa

  • L’emendamento, come ricorda Paolo Murialdi nel libro “Storia del giornalismo italiano” (Il Mulino, 2000) non passò grazie alla sola opposizione dei radicali che ne impedirono l’approvazione

In un intervento alla Camera del 6 aprile 1981 la deputata radicale Adelaide Aglietta illustra le interpellanze sul caso Rizzoli presentate per conoscere a quanto ammontasse l’indebitamento del gruppo. I deputati radicali avevano infatti presentato 2 interpellanze con lo scopo di fare chiarezza sull’assetto proprietario e sull’ammontare effettivo dei debiti della Rizzoli, che secondo i radicali dovrebbe ammontare a 500 miliardi. La Rizzoli sarebbe ufficilamente in bancarotta. Si chiedono inoltre chiarimenti su alcuni personaggi del gruppo, Ortolani e Tassan Din.