Il cavaliere e l'occasione di salvare radio radicale

Di Anna Chimenti - 27 ottobre 2009

Il Riformista

Cosa hanno in comune Giulio Andreotti, Adriano Sofri, Francesco Cossiga, Gianni Letta, Rita Levi Montalcini e Gaetano Gifuni? Sono tutti ascoltatori di Radio radicale, uno dei primi gesti con cui cominciano le loro giornate è sintonizzarsi sulle frequenze dell’emittente del partito di Pannella e Bonino, per ascoltare la rassegna stampa di Massimo Bordin (foto) o una delle tradizionali dirette sugli eventi politici del giorno.

Anche questa singolare convergenza di ascoltatori provenienti dai partiti più lontani, o dalle formazioni più diverse, o anche, semplicemente, dalla società civile, fa di Radio radicale un’istituzione. Un’istituzione, certo, un po’ speciale, che custodisce nel suo archivio audio tante pagine importanti di storia della Repubblica, accompagnate dalle voci del pubblico variopinto e multiforme della Rosa nel pugno. E che oggi, ancora una volta, lotta per la sua sopravvivenza, in vista della scadenza della convenzione che fin qui gli ha consentito di vivere.

Radio radicale ha 34 anni. È nata alla fine del 1975, prima ancora che Pannella e i suoi deputati entrassero in Parlamento, e si può dire che intere generazioni si sono avvicinate alla politica, hanno partecipato ai primi referendum, hanno preso coscienza di problemi remoti, o trascurati dal resto delle forze politiche, come lo sterminio per fame nel mondo, ascoltando i suoi programmi, o al mattino la voce allora sconosciuta di Marco Taradash. La novità assoluta di una radio solo di “chiacchere”, la scelta dichiarata di occuparsi di politica, la lotta quotidiana per piazzare un microfono, e mandare in onda, le voci in diretta dei singoli protagonisti.

Così Andreotti, grazie all’emittente radicale, malato nei giorni del congresso nel 1989 che doveva dare il via al suo ultimo governo, potè seguirne lo svolgimento minuto per minuto seduto in poltrona a casa sua. E l’anno dopo, Berlusconi e Confalonieri, a pochi metri dal Senato, dove si stava votando la legge Mammì che per la prima volta consacrava giuridicamente le emittenti Fininvest, appresa dai microfoni la notizia dell’approvazione finale, brindavano nella casa romana del Cavaliere in via dell’Anima. E così, giorno dopo giorno, Radio radicale è entrata nella vita delle istituzioni oltre che del Paese, segnandone in molti casi e in tanti avvenimenti importanti il ritmo e l’evoluzione grazie a un modello di informazione unico.

Una formula via via imitata, ma mai eguagliata, che garantisce l’integralità degli eventi istituzionali e politici trasmessi senza tagli, né mediazioni giornalistiche, né selezioni legate alla linea editoriale. In questo senso la radio è forse la sola a onorare l’obiettivo di tenere i fatti separati dalle opinioni per mettere gli ascoltatori in condizione, come vuole il motto della casa, di “conoscere per scegliere”. Una voce dissonante, trasversale, alla ricerca dei cortocircuiti della politica italiana, sempre in difesa delle minoranze e di conseguenza antigovernativa. Basti solo pensare al ruolo avuto durante il caso Moro nel rappresentare il piccolo partito della trattativa, stretto tra i due grandi partiti della fermezza, con la voce libera di Leonardo Sciascia.

Radio radicale ha già rischiato due volte di morire, nel 1986 e nel 1993. Ed è riuscita a salvarsi grazie all’affermazione orgogliosa del proprio ruolo di “servizio pubblico”. Sì, quel servizio che la Rai dovrebbe garantire per legge e che svolge, se davvero lo svolge e quando ci riesce - basandosi su una parcellizzazione e un’infinita lottizzazione dei fatti e dei loro protagonisti, per non dire della cancellazione di una parte consistente della realtà e della società civile -, Radio radicale lo assicura in modo naturalmente istituzionale, con occhi e orecchie sempre aperti sul dissenso delle minoranze e su ogni avvenimento a prescindere da audience e share.

Ma se le altre volte è riuscita a salvarsi, magari grazie all’aiuto dei governi, dello stesso Andreotti o di Ciampi, e se invece adesso rischia seriamente di chiudere, una ragione dev’esserci. Mentre infatti la Radio ha continuato a mantenere il suo ruolo e ad assicurare il suo servizio con lo stesso impegno anche nei lunghi anni della transizione italiana, il Partito radicale, pur restando al suo posto, fermo sulle proprie posizioni liberali e in difesa delle battaglie più scomode, ha dovuto alla fine scegliersi una collocazione. L’alleanza con il Pd ha garantito a un piccolo drappello di radicali, a cominciare da Emma Bonino, il ritorno in Parlamento tra i banchi del centrosinistra. Ma ha anche spinto verso il centrodestra un altro gruppo di radicali, tra cui il vicepresidente dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello.

Berlusconi ha avuto finora rapporti non facili con i media, e non perde occasione per attaccare, anche pesantemente, i giornali che lo criticano. Eppure, oltre il problema, per il premier e il suo governo Radio radicale potrebbe diventare un’occasione per distinguersi: perché si tratta di decidere, non in base alla convenienza, ma al principio di tolleranza, di garantirne la sopravvivenza non in nome della maggioranza, ma al contrario per tutte le minoranze a cui dà voce.

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