Il dibattito sul processo a Saddam Hussein e l'eventualità della condanna a morte
Altre pagine di questo documento:
- L'Unione Europea presenta la risoluzione Onu per la moratoria della pena di morte. Tutte le tappe di una vittoria radicale
- Dossier: alcune ragioni per opporsi alla pena di morte a Saddam Hussein
- Il dibattito sul processo a Saddam Hussein e l'eventualità della condanna a morte
- La situazione della pena di morte nel mondo
- Previsioni di voto su una risoluzione per la moratoria Onu delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale
- Marcia di Pasqua. Per la moratoria, subito, delle esecuzioni capitali
E’ iniziato ieri a Baghdad il processo a carico di Saddam Hussein per crimini contro l’umanità. Il fatto preso in esame è il massacro di 143 abitanti di un villaggio sciita. L’ex dittatore iracheno ha dapprima contestato la legittimità della corte («Chi siete? cosa volete?» ha intimato ai giudici), poi si è dichiarato innocente. Il presidente del tribunale ha accolto solo parzialmente la richiesta dell’avvocato difensore, aggiornando il dibattimento al 28 novembre. Tutto l’Iraq si è fermato per seguire il processo trasmesso in mondovisione. Sui giornali si è aperto il dibattito sull’eventualità molto concreta che l’ex dittatore venga condannato a morte e sulla regolarità del processo.
Marco Pannella rilascia le sue impressioni a il Riformista: Saddam non deve essere condannato a morte, per questo «sarebbe servito un altro processo rispetto a quello che si sta svolgendo». La responsabilità è dell’amministrazione americana rea, da alcuni anni a questa parte, «di contrastare con ogni mezzo, soprattutto quello degli accordi bilaterali con i governi, le ratifiche del Tribunale penale internazionale». Il processo all’ex raìs si sarebbe dovuto svolgere «in sede internazionale» perché, spiega, «quello in corso in Iraq assomiglia pericolosamente al processo di Norimberga e non tiene conto delle evoluzioni del diritto internazionale maturate nel corso degli ultimi sessant’anni».
La questione del processo a Saddam veniva affrontata da Marco Pannella ed Emma Bonino all’indomani della cattura del dittatore. L’obiettivo doveva essere quello di rafforzare la legalità internazionale. Secondo i radicali più di uno strumento giuridico era a disposizione, ma occorreva che l’Onu e l’Ue elaborassero al più presto su questo un’iniziativa politica. Per Pannella non andava ignorata la Corte penale internazionale, ma Emma Bonino riteneva di escludere la possibilità della giurisdizione della Corte, poiché appariva insuperabile il limite giuridico della irretroattività, seppure il Consiglio di Sicurezza dell’Onu avesse deferito alla Corte il ‘caso Saddam’ superando il fatto che Iraq e Stati Uniti non sono tra i paesi firmatari del trattato istitutivo. Due i punti fermi per la Bonino, che in un’intervista al Corriere lanciava lo slogan “Nessuno tocchi Saddam”: «ci vuole un processo che si svolga in Iraq e si celebri in arabo» e un tribunale «davvero neutrale, perché non ci deve neppure essere il dubbio che il processo possa degenerare in una vendetta», né dovrà essere un processo dei vincitori ai vinti. Per questo la Bonino, rispetto ad un tribunale solo iracheno, magari con esperti internazionali, preferiva un «tribunale misto, composto anche da giudici internazionali, un po’ come è avvenuto in Sierra Leone». A giudicarlo avrebbe potuto essere quindi «una corte ad hoc, creata con l’accordo tra il governo iracheno e le Nazioni Unite, che non abbia limiti di tempo e con una composizione equilibrata di giudici internazionali e giudici locali. Sicuramente una corte mista e decisa insieme alle Nazioni Unite darebbe più garanzie».
Antonio Cassese, ex presidente del Tribunale Penale internazionale per i crimini commessi nella ex Jugoslavia, interpellato da La Stampa, si spinge a sostenere che non sia un processo equo: «E’ come se la sentenza fosse già stata scritta: la presunzione di non colpevolezza è già andata a farsi benedire». Il processo ha il difetto di rispondere «soltanto alla volontà degli americani di fare giustizia nel modo che piace loro, e cioè controllando il processo stesso». Cassese formula un’accusa grave: «Le norme predisposte per il processo sono dubbie, non sembrano assicurare pienamente i diritti della difesa». Tutti giudici sono iracheni, scelti da un organo politico, e il processo è un «ibrido, metà accusatorio e metà inquisitorio». Inoltre, per evitare che l’imputato si difendesse trasformando il dibattimento in un processo alle vittime, seguendo l’esempio di Milosevic, gli è stato negato di potersi difendere da solo.
L’ex dittatore va processato e l’esilio non l’avrebbe consentito, ma il processo deve riguardare «tutti i crimini commessi da chicchessia», mentre - ricorda Cassese - lo statuto istitutivo di questo tribunale, all’articolo 14, prevede che possa pronunciarsi sull’aggressione contro un paese arabo, quindi il Kuwait, ma non contro l’Iran, che non è considerato un paese arabo. «Perché due pesi e due misure? - si chiede Cassese - L’aggressione all’Iran, sappiamo bene, fu sponsorizzata dall’occidente…». Oggi una nuova Norimberga, conclude, «non si giustifica più. Abbiamo strumenti internazionali indipendenti e imparziali in grado di accertare la verità. Non quella dei vinti sui vincitori ma la verità. Punto e basta».
La stampa e i commentatori americani, anche di orientamento liberal, preferiscono sottolineare altri aspetti del processo in corso. La questione pena di morte sì o no è decisamente in secondo piano, l’importante è il processo come operazione verità. Paul Berman, autore di “Terrore e Liberalismo”, che ha definito «antifascista» la guerra contro l’Iraq di Saddam, ha detto al Corriere che il processo riguarda «un dramma iracheno su cui decideranno gli iracheni»: «Si terranno parecchi processi contro il raìs, molti controversi, ma spero che alla fine daranno gli stessi risultati di Norimberga, che giovò soprattutto ai tedeschi: che aprano cioè gli occhi ai sunniti. Gli italiani uccisero Mussolini, un fatto che accetto, ma sarebbe stato meglio processarlo, avrebbe risanato alcune ferite». E tenta un paragone con la situazione sudafricana di vent’anni fa. «C’è un’analogia: da decenni i sunniti erano la classe dominante come i bianchi in Sud Africa. Ma lì l’ideologia della superiorità razziale stava vacillando, mentre in Iraq il baathismo non è crollato. Certi sunniti sono come i guerriglieri marxisti in America Latina: sono convinti di rappresentare il popolo anche quando il popolo elegge i loro nemici».Nonostante alcuni espedienti retorici e colpi a effetto che Saddam di certo tenterà, è importante far conoscere agli iracheni quali sono state, per tutte le componenti etniche, le sofferenze della dittatura. «Alla fine, è dalla qualità delle prove, e dalla chiarezza con cui è condotto, che questo processo dovrà essere giudicato. Il risultato è irrilevante… Nessuna punizione potrebbe far niente per le migliaia di vittime che ha ucciso, o per il terrore che ha inflitto al suo paese. Se i sunnti sapranno cosa ha fatto agli sciiti e ai curdi, se gli sciiti e i curdi sapranno cosa ha fatto ai sunniti, se gli iracheni realizzeranno che questo sistema di terrore totalitario li ha danneggiati tutti e se gli altri in Medio Oriente capiranno che le dittature possono essere destituite, allora il processo avrà raggiunto il suo scopo», ha scritto Anne Applebaum sul Washington Post.
Sul Times, Amir Taheri ha sottolineato la necessità che il mondo arabo veda questo processo: «Ciò che è in gioco è ben più che la sorte di un despota e del suo entourage. L’Iraq e, dietro di esso il mondo arabo, dove gli avanzi del panarabismo guardano a Saddam Hussein come il loro campione, hanno bisogno di una prolungata e giudiziariamente impeccabile lezione di storia ed etica politica. Saddam si sta avvalendo di ciò che ha negato alle sue vittime: un processo pubblico con avvocati difensori di sua fiducia, e fondato su prove considerate con il principio del ragionevole dubbio. Qui c’è un nuovo Iraq, basato sullo stato di diritto, che processerà il vecchio Iraq della crudeltà e della corruzione. Gli arabi vedranno e decideranno in quale dei due vorrebbero vivere. Il resto del mondo dovrebbe anche osservare quale parte sostenere nella lotta per il futuro dell’Iraq».
Taheri è dell’opinione che i crimini di Saddam vadano tutti portati in tribunale, anche gettando luce sul sostegno e le complicità di cui si è avvalso nella comunità internazionale, dagli Stati Uniti all’Europa. Un’operazione verità a 360°. I procuratori invece hanno optato per una strategia pragmatica, spiegndo che il caso del massacro di Dujail, tutto sommato “minore” rispetto ad altri eccidi di massa, è stato scelto per la gran quantità di testimonianze e prove incontrovertibili per un giudizio rapido. Questo per evitare, come insegna l’esperienza Milosevic, che il processo si perda nell’enorme mole di documenti e nella titanica impresa di ricostruire i crimini di decenni di dittatura. Un lavoro da storici. E c’è un rischio in più di cui si tiene conto. Molti baathisti fedeli all’ex raìs sono ancora in giro e incutono timore nella popolazione che ancora fatica a credere quella di Saddam un’epoca che non tornerà.
Il celebre blogger iracheno Iraq The Model ha visto il processo in tv con alcuni suoi amici e ci ha riferito le sue impressioni. Si sono chiesti per quale motivo avrebbero dovuto ascoltare Saddam e perché meritasse un processo corretto invece di un colpo in testa. Ma in breve tempo, racconta il blogger iracheno, hanno trovato le risposte che cercavano: «Appena l’accusa ha cominciato ad approfondire dettagli e fatti, il modo in cui vedevamo il processo ha cominciato a cambiare e quelli tra di noi che chiedevano un colpo in testa per Saddam sembravano contenti: “Non penso che voglio vedere quel colpo adesso, voglio vedere la giustizia fare il suo corso come dovrebbe essere”. Stavamo osservando un esempio di giustizia nel nuovo Iraq, un luogo dove a nessuno dovranno essere negati i propri diritti, neanche a Saddam».
Le opinioni
«Saddam sarà impiccato, Il presidente ma senza la mia firma», Jalal Talabani, presidente dell’Iraq (Corriere della Sera, 21 ottobre 2005)
«Nessuno tocchi Caino», Marco Pannella (il Riformista, 20 ottobre 2005)
Ma non è un processo equo, Antonio Cassese (La Stampa, 20 ottobre 2005)
«Sono contro la pena di morte. Ma per lui l’accetterei», Paul Berman (Corriere della Sera, 20 ottobre 2005)
Justice in Baghdad, Ann Applebaum (Washington Post, 18 ottobre 2005)
Don’t hurry over Saddam. The whole Arab world needs to watch this trial, Amir Taheri (Times, 19 ottobre 2005)
Let justice be served (Iraq The Model, 19 ottobre 2005)
L’ultimo canto del gallo, Fiamma Nirenstein (La Stampa, 20 ottobre 2005)
Speciale dopo la cattura: Processare Saddam. Ecco come (15 ottobre 2003)
«In Iraq, ma con giudici internazionali e neutrali», Emma Bonino (Corriere della Sera, 15 dicembre 2003)
«Ora occorre mutare armi», Marco Pannella (14 dicembre 2003)
Altre pagine di questo documento:
- L'Unione Europea presenta la risoluzione Onu per la moratoria della pena di morte. Tutte le tappe di una vittoria radicale
- Dossier: alcune ragioni per opporsi alla pena di morte a Saddam Hussein
- Il dibattito sul processo a Saddam Hussein e l'eventualità della condanna a morte
- La situazione della pena di morte nel mondo
- Previsioni di voto su una risoluzione per la moratoria Onu delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale
- Marcia di Pasqua. Per la moratoria, subito, delle esecuzioni capitali




Ora in onda




