Il futuro dei partiti

Di Piero Ignazi - 10 settembre 2009

In tutte le democrazie mature i partiti soffrono di una crisi di legittimità. I cittadini contestano con sempre maggiore durezza le loro manchevolezze sia in termini di efficienza e rispondenza - non sono più in grado di interpretare le domande della società civile e di offrire risposte convincenti e/o realizzabili - che di onestà e trasparenza - curano solo i loro interessi trincerandosi dietro paraventi impenetrabili. Queste accuse riflettono sentimenti esasperati di estraneità e di alienazione rispetto alla politica, eppure sono così diffuse da suscitare la preoccupazione dei politici e la riflessione degli studiosi.

Al congresso annuale dei politologi americani svoltosi a Toronto la scorsa settimana, la crisi dei partiti è stata affrontata nei suoi diversi aspetti. Al centro di molte relazioni che guardavano soprattutto all’esperienza europea vi era il rapporto leadership-iscritti-elettori. I partiti americani, dal canto loro, fanno eccezione perché non hanno la stessa concezione dell’iscritto e del suo ruolo come ‘agente’ del partito nel territorio. Quelli europei, invece, hanno fondato la loro legittimità e la loro ragion d’essere nell’inquadrare, e così rappresentare, ampi strati della popolazione. Seguendo il vecchio mito del partito di massa novecentesco, più numerosi erano gli iscritti, più legittimo e più forte era il partito. Tutto ciò aveva senso all’epoca della rivoluzione industriale quando il numero ‘era’ la forza. Ma nella società post-industriale e post-moderna questi parametri non valgono più. La forza dei partiti non sta più nelle loro quantità, bensì nelle risorse che riescono ad estrarre dallo Stato, sia direttamente in termini di finanziamenti, strutture e personale, sia indirettamente attraverso la lottizzazione. Senza alcun dubbio oggi i partiti sono più forti di un tempo perché dispongono di più risorse e controllano più direttamente le politiche pubbliche. Ma sono giganti dai piedi d’argilla perché, oltre ad aver perso iscritti, hanno perso credito.

Per recuperare la loro posizione i maggiori partiti europei hanno deciso di agire su due leve: da un lato delegare maggiori poteri agli iscritti e dall’altro aprirsi alla società civile, ai simpatizzanti e agli elettori. Anche i partiti britannici, tra i più potenti e pervasivi di tutte le democrazie occidentali, hanno riconosciuto la difficoltà a utilizzare solo il canale interno, quello che passa attraverso i militanti. Per connettersi direttamente con la cittadinanza hanno aperto canali di comunicazione come il ‘Let’s talk’ dei laburisti, ‘giurie dei cittadini’ su temi scottanti, blog più o meno ufficiali, e reti di simpatizzanti come i ‘Friends’ dei conservatori e i ‘Supporters’ dei liberaldemocratici e dei laburisti. Ultimamente i conservatori sono andati anche oltre. Dopo aver rotto una tradizione secolare di imposizione vellutata delle candidature e aver coinvolto gli iscritti locali, da quest’anno hanno introdotto una sorta di primarie aperte per scegliere i propri candidati alle elezioni. La stessa procedura, dopo un lungo e infuocato dibattito, è stata riconfermata anche dal partito socialista francese proprio la scorsa settimana.

L’apertura alla società civile solleva però un altro problema: qual è il ruolo dell’iscritto? Se gli viene tolto il potere di selezione dei candidati e dei leader e anche le grandi scelte politiche vengono sottoposte al giudizio dei simpatizzanti attraverso blog e referendum elettronici, che senso ha iscriversi? In effetti il dilemma dei partiti contemporanei si concentra tutto qui. Per recuperare consenso e fiducia si aprono alla società, ma in tal modo sguarniscono ancora di più le loro fila, finendo quindi per essere di nuovo accusati di aver perso contatto con i cittadini, di non riscuotere più la loro fiducia e quindi, alla fine, di non vantare più alcuna legittimità. Una sorta di circolo vizioso, di trappola, nella quale rischiano di precipitare.

La soluzione che alcuni individuano consiste nell’affidare le sorti del partito a una leadership più o meno carismatica. Ma questo è un rimedio peggiore del male, in paesi a debole cultura liberal-democratica come il nostro. Un’altra via di uscita consiste nel bilanciamento tra una membership attiva e gratificata perché dotata di strumenti e poteri di intervento, e una leadership in grado di stimolare la partecipazione dell’opinione pubblica senza smobilitare i propri militanti. Una strategia che stimoli il rapporto diretto con i cittadini e il ruolo dell’iscritto riduce il rischio di ricacciare il partito nel girone infernale degli indesiderabili. Un rischio che invece il Pd sta correndo.

(10 settembre 2009)

L’Espresso

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