Il grande satyagraha per la pace: tentativi di contributo
(Scrivo questo testo dietro sollecitazione di Valter Vecellio, che stimo come giornalista e direttore oltre che come compagno, nella speranza di riuscire a dare qualche apporto e stimolo di contributo. Il mio è e vuol essere l’apporto di un attivista ed anche di “un dilettante (nel senso di chi ne ricava anche piacere)” delle strategie nonviolente. Mi permetto, pertanto, sin dall’inizio, di invitare chi legge a considerare mie insufficienze espressive come, anche, la dimostrazione di quanto con la passione si possa superare persino l’intenzione. E’ indirizzato a tutti i compagni della galassia radicale, ma, specialmente, oltre che al direttore Vecellio e a Bernardini, a D’Elia e a Stanzani come i leader di associazioni - emblema di lotta nonviolenta transnazionale, a Mellano come al referente e propugnatore delle iniziative a favore del Tibet che continua in estremo oriente la tradizione aperta da Olivier Dupuis e (oltre che all’indispensabile, ubiqua Bonino) a Pannella, presidente, anche, del Partito Radicale Nonviolento Trasnazionale e Transpartito ).
Il Satyagraha, ovvero il modo con cui si indica in sanscrito “la giusta azione”, giusta nella sua finalità/meta (la meta/destinazione è chiamata in spagnolo, come lo ha recentemente ricordato Pannella ,“destino”) ed, inscindibilmente ad essa, “prefigurandola“, per i mezzi ed i metodi con cui essa viene attuata, si fonda e fa leva sulla verità che essa è in grado di svelare liberandone la straordinaria forza da cui viene sostenuta.
La verità che è possibile far prorompere di fronte al mondo con l’iniziativa di un Satyagraha concepito “per la pace” ed ad essa destinato è che senza una condizione di pace condivisa da tutto il mondo non è possibile assicurare all’umanità quella dignità per la quale essa è divenuta tale; non solo, quindi una qualunque specie, vivente e sensibile, fra le altre ma una specie consapevole, e per questo responsabile del proprio e del comune destino del mondo.
E se verità, come credo, richiede in primo luogo che si faccia chiarezza estrema su ciò che si intende perseguire e di denunziare trasparentemente le mistificazioni eventualmente esistenti, bisogna che la parola pace, sempre così frequentemente mistificata e strumentalizzata, sia, resa non equivoca, restituita al suo significato più degno oltre che ai suoi reali propugnatori.
A questo fine (rinviando al tempo stesso gli interessati al testo dell’intervento inserito nei siti radicali riferiti al Congresso di Padova 2 per alcune specifiche “proposte per il Satyagraha“, che in quell’intervento avevo avanzato e che considero inutile riprendere qui perché da considerare politicamente già recepite, e riguardanti segnatamente Cambogia ed Israele) riprenderò, argomentandola meglio, la parte introduttiva del mio intervento in commissione congressuale.
Per pace si può intendere semplicemente l’assenza di uno stato di guerra ed in termini più estesi una condizione di assenza di turbativa (da ciò, quindi, pacificazione come quiete raggiunta, cessazione di dolore, di disarmonie, di ansia da carenza di una condizione agognata, o di alterazione di funzioni fondamentali), quella condizione per il raggiungimento della quale sono identificati una categoria di farmaci, chiamati irenici (come gli psicofarmaci in genere ed in senso più lato ansiolitici, analgesici, sonniferi…) in quanto in grado di ripristinare quello stadio di pace detta appunto, in greco, “irene”. Pace che è sedazione di stimoli in eccesso, e può essere desertificazione delle emozioni e spegnimento delle passioni, “pur che cessi il dolore e l’insulto”.
E’, questa, soprattutto, “la pace a tutti i costi” (il “dono di Natura o Divino” di tutti i cosiddetti “pacifismi”, da preservare in famiglia come fra i popoli e gli stati (anche al costo, come appunto troppo sovente avviene, della confusione fra vittime e carnefici).
Con questo suo significato essa è un risultato perseguibile nei modi più diversi, fondando sostanzialmente sul principio di efficacia. Di un risultato di cessazione di un disordine ma senza garanzie di riduzione delle probabilità della sua riproducibilità. Se applicato in campo sociale e politico esso può essere rappresentata efficacemente dal ricorso e dall’applicazione del principio di “legge ed ordine” (sia la legge imposta dal più forte o prodotta dal consenso, e l’ ordine subìto piuttosto che voluto ed accettato). E’, anche la pace dei grandi cimiteri sotto la luna e delle acque e delle spiagge del nostro Mediterraneo , quello purtroppo anche dei profughi e degli scafisti.
Questa non è, però, l’unica accezione con cui il termine di pace viene utilizzato ed inteso.
L’”altro senso” della pace è quello (di derivazione latina: da “pactum”, patto/accordo) con cui si intende far riferimento ad una condizione di non conflitto stabilmente assicurato, voluta come tale e conseguita attraverso la volontà espressa da parte delle persone che hanno accettato di stabilirlo fra loro e ne intendono godere, anche se a fronte di alcune limitazioni poste alla propria autonomia privata. Proprio la situazione pretesa ed auspicata di normalità civile nei rapporti fra i cittadini e fra le nazioni che viene prospettata e promossa dai principi di democrazia liberale.
Tale patto può costituirsi più o meno liberamente (la “pax romana” è stata spesso imposta con la forza, anche se poi garantita dall’estensione della comune cittadinanza anche ai popoli inizialmente sottomessi con le armi), ma certo la sua durata e la sua stessa possibilità sono direttamente proporzionali alla pienezza della libertà fruita, e percepita, con cui le parti lo hanno assunto.
Per cui, con tale significato, la condizione indispensabile che garantisce la permanenza del patto, risiedendo nella libera riconferma della volontà del rispetto del patto assunto, è oltre alla “libertà”, la “giustizia“ come realtà garantita, e percepita, di assenza di violenza e sopraffazione. Pace che sgombrando il campo dai “rumori di fondo” delle battaglie e dei negozi inutili, costituisce la condizione base dell’”otium” dei classici, l’ unico che lascia libero spazio alla creatività.
Tale pace è prodotto della responsabilità di esseri che si assumono l’onere morale della sua conquista. E “Giustizia e Libertà” (e “non c’è pace senza giustizia”) sono espressioni della promessa di questa pace. Giustizia, che per l’ umanesimo dei Radicali, intrisi della “religione della libertà”, è intrinsecamente ed indissolubilmente legata alla “legalità”, ovvero alla” rule of law”, quindi allo “stato di diritto” ed al “primato della legge” che sono condizione e prodotto di un processo che solo sistemi di democrazia liberale sono stati storicamente in grado di assicurare.
E’ questa è la pace, democraticamente fondata su scelte ed accordi liberamente condivisi, come noi la intendiamo e per cui è degno impegnarsi per assicurarla a tutti gli uomini. E che impone, quindi, di denunziare e combattere ogni regime illiberale così come ogni ipocrisia istituzionale che copra con rivendicazioni fittizie di democraticità le realtà di regimi intrinsecamente illiberali.
Il “caso Italia“ in tale prospettiva può diventare, da problematica e contestata denunzia politica nazionale, anche un “legato” di lotta politica per tutte le situazioni in cui anche l’esistenza di una democrazia conclamata e rivendicata come una conquista dopo l’ esperienza di regimi autoritari può determinare il tragico errore che si sospenda, irresponsabilmente, il costante ed attivo controllo sui connotati identitari necessari di una democrazia, contribuendo a determinare, oltre alla svalutazione di una formula e di un regime istituzionale che molti popoli ancora sognano e che resta del tutto ignota persino come opzione a molti nel mondo, anche il suo possibile tramonto.
E’ una responsabilità transnazionale ed universale (“laicamente cattolica”) che ci anima quando evochiamo l’Organizzazione della e delle democrazie, quindi. Come condizione per la pace.
La giusta azione a livello mondiale, dunque, è la sfida che tale responsabilità ci richiede di onorare.
Dopo questa premessa che permette di prendere in considerazione e di poter confutare se del caso le stesse ragioni di validità della nostra iniziativa per come è stata annunziata e di valutarne la congruità del metodo alle premesse e finalità è necessario esaminarne le prospettive di realizzazione.
Per realismo, oltre che per impreparazione non tenterò nemmeno di affrontare tutto il ventaglio teorico delle possibilità di tradurre in azione le premesse, ma di vagliare quella , o meglio quel filone di iniziative, che sembra offra in grado maggiore di altre caratteristiche di corrispondenza alle nostre intenzioni ed ai nostri obiettivi.
Se la forma di manifestazione collettiva nonviolenta è rappresentata, oltre che da azioni mirate a rendere evidente l’ingiustizia di una disposizione legale (disapplicandola espressamente), da forme di sospensione di atti considerati necessari ad assicurare la salute e la sicurezza fisica e psicologica di coloro che li adottano come manifestazione dell’impossibilità di accettare lo statu quo denunziato (come lo sciopero della fame e della sete soprattutto, anche se non solo) e considerando che questa forma di lotta deve essere orientata “non contro” ma “per” e rivolta verso coloro che sono i responsabili delle situazioni che si intendono denunziare e superare ( “in primis” coloro che sono responsabili della negazione ad altri della possibilità di accesso ad un diritto umano storicamente acquisito quale l’espressione democratica dei propri diritti e della impossibilità di esercitare libertà garantite dallo status di cittadino), ne deve scaturire la proposta di un Satyagraha nelle forme di un’azione a valenza fortemente paradigmatica e dai tratti anche fortemente innovativi, se possibile, per eludere tutte le difese che sono state sperimentate al riguardo e che possa essere considerato atto a rappresentare efficacemente simili forme di lotta nonviolenta adottabili anche in situazioni analoghe, avendo come riferimento la dimensione mondiale.
L’attualità ci offre la Cina come incrocio di contraddizioni ed emblema della difficoltà di affrontare con possibilità di successo complesse realtà internazionali in forma nonviolenta.
Per questo e nella tradizione di chi ha sempre visto la lotta del popolo tibetano non degenerare in violenza anche come una speranza offerta al mondo e non come forma di supina accettazione di rapporti di forza assolutamente sbilanciati credo sia prospettabile un’ azione radicale nelle forme di:
- un digiuno (ancor meglio se unito ad una marcia) per l’espressione di un voto in un referendum che reclami autodeterminazione e libertà culturali dei tibetani/cinesi offerto come modalità d’azione nonviolenta comune a tutti coloro che nel mondo e sotto tutte le bandiere si facciano carico di una soluzione giusta di tale questione al punto da considerare alla stregua di un interesse anche proprio la soluzione nonviolenta del problema costituito della condizione inaccettabile di denegato accesso all’esercizio di diritti fondamentali dell’uomo (fra cui prioritarie quella della negazione delle libertà religiose e della conservazione delle proprie cultura e tradizioni, oltre che dell’identità del territorio) in cui sono stati lasciati da troppi anni gli abitanti del Tibet e che intendano testimoniarlo attivamente impegnandosi su questo obiettivo. E reclamando, così, la titolarietà di un diritto di ingerenza nonviolenta anche attiva in merito.
Non è certo l’unica scelta possibile. Si deve riconoscere come non manchino situazioni, “altrettanto o anche più gravi”, giunte a punti di evoluzione prossimi a deflagrare in violenze anche inimmaginabili come la questione israelo/palestinese, dell’Iran, del Pakistan, di Taiwan (degli Uiguri e dei Montagnard), della Russia persecutrice della mai dimenticata Cecenia, e non trascurando Irak ed Afghanistan, e Birmania, Laos e Vietnam, per non dire dell’Africa, l’”hopeless Africa” del Darfur…).
Ma il Tibet è un coacervo unico di tematiche, che vedono, in assenza di democrazia (ma di una “democrazia popolare”), potere religioso e potere civile indistinti nelle sue tradizioni e da più di mezzo secolo la presenza di “liberatori”, anche “economici”, che conculcano, in assenza di un movimento internazionale che ponga questione di legittimità all’ordine del giorno ONU o presso altre istituzioni internazionali di cui si avverte sempre meglio l’espressione dei diritti umani; oltre alla peculiarità di una rivendicazione che non mira a riconquistare una totale sovranità a mezzo di una petizione di indipendenza nazionale che viene espressa da un leader religioso (per riferimento alla “religione atea“ del buddismo) il 14° Dalai Lama Tenzin Gyatzo cui nel 1989 è stata attribuita la dignità del Premio Nobel per la pace.)
Ecco di seguito alcune di quelle che mi appaiono fra le principali argomentazioni che, a mio avviso permettono di proporre la presa in considerazione di un Satyagraha per la pace declinato su questa ipotesi.
Il primo argomento consiste nell’evidenza della necessità di una pace non parziale, ma mondiale.
Perché, la pace, in ogni caso ed a qualsiasi latitudine reclamata non può non essere per tutti, “anche mia”. Perché, se è solo “degli e per“ altri, allora è certo che con tale affermazione, è la mia possibile guerra che mi viene sottratta, che mi è impedita in ipotesi. Ed è quella guerra che sognerò e che prima o poi vorrò combattere; o che venga combattuta, comunque la si chiami, guerra o guerriglia, terrorismo o rivoluzione, di popolo o di liberazione, di conquista o riconquista…Perché la guerra degli altri è , e sarà, anche guerra sempre contro di me e probabilmente mai “per me”. Perché non mettere invece in atto un’azione nonviolenta, consapevole e finalizzata, volta a donare oltre a se stessi qualcosa di essenziale ad altri?
Ed è possibile, poi una tale azione senza evocare, dimostrando lo scandalo della sua assenza, la democrazia come strumento per la pace, con i suoi riti che le impediscono di fare guerra “entro e fra se stessa“ anche se non di rispondere (quando non la si eviti per viltà) ad una guerra di aggressione, ma non ancora adeguatamente di “interferire lecitamente” se non in nome di un mandato troppo condizionato in realtà dove i diritti umanitari siano evidentemente calpestati?
Dovendo lottare con forme di lotta nonviolente, resta da stabilire con quali in particolare.
Ma dovrà essere, sarà in auspicio, un Satyagraha “cautelativo” per il mondo, “di garanzia” (come l’omonima azione legale, basato sugli stessi presupposti). Ed è certo quindi che si deve lottare per ottenere uno strumento “democratico e transnazionale” agibile, per tutti coloro che condividano un giudizio della sua “necessità ed urgenza”.
Necessità perché la guerra è, ormai, “sempre mondiale” anche quando è locale (o, viceversa “glocal” con neologismo emigrato, con l’apparizione di Al Quaeda, dal settore del management a quello del confronto strategico) in quanto può essere combattuta anche “altrove” e con mezzi che producono effetti distruttivi ben al di là del loro “teatro”. Ed urgenza perché, una volta sdoganata dopo i tragici primi test in Giappone, la bomba nucleare come ordigno (appunto) di teatro, e riabilitati, come di uso non impossibile in ipotesi, il gas ed il virus letali, sin dall’inizio” sarà sempre troppo tardi”. Quello sarà il nuovo livello in cui si dovrà combattere; e senza sapere se sarà possibile una vittoria.
Un’azione preventiva, quindi, di garanzia mondiale, cautelativa di un’umanità che non voglia interrompere il suo cammino verso il proprio destino. Il senso del Satyagraha dovrebbe essere quello di colpire al cuore la violenza nella sua forma di guerra mettendo in discussione, e riuscendo a confutarlo, un principio che, sacro in democrazia, si è ormai corrotto a divenire cieco moltiplicatore di insensatezze se, come troppo spesso accade, viene assunto meccanicamente come autoconfermantesi come sempre e comunque valido: quello del valore assoluto della quantità (come può essere espressa nei consensi) anche se non alimentata dalla qualità (dell’informazione preventiva, veridica e non verosimile) dietro cui si maschera l’assenza di giustizia che predica istancabilmente il rispetto della sovranità assoluta degli stati nazionali escludendo ogni possibilità di far concorrere nell’espressione di volontà validamente espresse altri che non siano esclusivamente coloro che vi siano autorizzati da uno specifico “documento di identità”.
Ogni uomo del nostro tempo che dovrebbe potersi proclamare cittadino del mondo per essere in grado di affrontare i problemi che gli si prospettano come i più gravi e pressanti (quasi sempre di origine ed estensione transfrontaliera, come l’inquinamento, o la penuria di materie prime…) è invece apolide (privo di una polis che lo rappresenti realmente e pienamente, cioè), tanto più quanto i principi di attribuzione della cittadinanza “per terra e sangue” si alleano a quello, sempre sotto traccia, dell’accertamento preventivo di matrice razziale (anche quando riferito al genere o all’etnia o alla cultura, o alla civilizzazione…).
Ed, allora, , quale” maggior numero in sé”, anche se privo di libertà , quindi di verità e giustizia, è da considerare il simbolo di questa “dimensione sacra”, ovvero della quantità come espressione di potenza , se non quello rappresentato dalla popolazione cinese?
La Cina è l’aggregato statuale plurinazionale (lo Stato è “individuo collettivo”, quanto la Nazione è “persona storica”) più numeroso al mondo; non democratico ma che sembra in rapida corsa verso la conquista della posizione di maggiore potenza mondiale.
E’ quindi non solo possibile, ma quasi necessario considerarlo il “quasi naturale” riferimento per un’azione che voglia disinnescare nonviolentemente il pericolo di guerra nel mondo in modo possibilmente duraturo, o quantomeno “stabilizzabile” in una situazione di pace da considerare come uno “stato conseguito” dell’umanità; o meglio come un suo “stadio evolutivo“.
La data 08-08-08 che ne celebrerà il definitivo ingresso fra le nazioni civili con la celebrazione delle Olimpiadi (e che sembrerebbe un’indicazione misteriosofica per qabbalisti), si presta simbolicamente a rappresentare proprio gli estremi della dimensione della “quantità” accoppiando fra loro ed in sequenza i simboli delle sue alfa ed omega, ovvero sia dell’assenza di quantità (rappresentata dallo zero) che della sua teorica totalità (con la cifra dell’otto a rappresentare il simbolo dell’”infinito”). Essa potrebbe indicare che ”qualcosa“ è giunta al suo compimento.
Sotto il profilo dell’efficacia comunicativa, l’Olimpiade che vedrà congiungersi in Cina tutto il mondo costituisce l’occasione simbolicamente più forte e semanticamente più efficace perché è ormai comune come riferimento simbolico in tutti i linguaggi.
Alla sua origine i Giochi Olimpici erano stati il momento in cui si celebrava la fratellanza fra tutti i popoli e le polis della Grecia. Durante i loro svolgimento la guerra era vietata (ed il senso della loro riproposizione da parte di De Coubertin era stato proprio quello di richiamare quella disposizione sacralizzata).
Si tratterebbe oggi di rappresentare l’originaria “moratoria olimpica” al di là dello spettacolo che viene fruito, ma di costituirla, soprattutto poi (come con la pena di morte), come inizio di una olimpiade infinita, di “neverending world games”, dai quali viene espulsa, dopo essere stata sospesa, la guerra.
Ma come portare a concepire la perdita di sovranità di tutte le “potenze” (e delle impotenze) rispetto alla facoltà/diritto di dichiarare guerra, da annoverare fra quelli costitutivi delle ragioni dell’esistenza stessa dello stato?
Il 2007 terminerà, ne siamo sicuri (ma non possiamo certo limitarci a far solo voti al riguardo) con il voto in sessione plenaria delle Nazioni Unite sulla moratoria universale delle esecuzioni capitali. Qualcosa di analogo riguardo alle vere e proprie “esecuzioni capitali di massa” (certe sul “se” e spesso sul “quando“, anche se incerte sul ”quanto”), rappresentate dalle guerre e non immediatamente illegittime, come quelle individuali, secondo il diritto internazionale vigente, è davvero fuori dalla portata dell’umanità?
Ma quale deterrente sarebbe in grado di “portare a coscienza” mondiale questa opzione di conquista di uno spazio di ulteriore umanità, se non una sfida condotta sul filo della nonviolenza come filosofia guida della prassi politica e su quello della matrice della democrazia come riconoscimento ad essa di rappresentarne l’attuale massimo grado di sviluppo nel governo delle relazioni” infra” oltre che” intrastatuali”?
L’occasione è lì, da più di mezzo secolo, a testimoniare la condizione di vergognosa inadeguatezza degli strumenti pacifici di risoluzione delle controversie e di ripristino del diritto violato in campo internazionale nelle dispute fra stati sovrani: la questione tibetana, che parrebbe rappresentare per tutti i “realisti” proprio l’esempio dell’assenza di ogni spiraglio di intervento in una situazione ormai definitivamente sancita.
Chi come noi si è fatto promotore della costituzione del primo organismo di giurisdizione penale mondiale con il tribunale internazionale penale per delitti di violazione dei diritti umani non può trascurare di prendere atto, come non ha mai cessato di fare, che “c’è un altro passo da fare”.
Nella questione tibetana si confrontano sia il diritto internazionale classico che le sue stesse possibilità evolutive ma si riscontra, soprattutto, quell’espressione di contiguità senza contraddizioni fra pace /politica e guerra secondo la celebre sintesi della definizione della politica come “la continuazione della guerra con altri metodi”, datane da Von Klausevitz . Solo chi vedesse in questa frase solo un capolavoro di straordinario cinismo di un grande teorico di strategie militari, potrebbe non riconoscere che essa rappresenta compiutamente il senso ed il livello della legalità dell’annessione del Tibet da parte della Cina Popolare nel 1950. E’ stato infatti con una guerra al più basso livello possibile di intensità,come si può definire in gergo militare un’invasione fatta da forze così soverchianti da rendere quasi incredibile lo stesso tentativo di porvi resistenza, e quindi con un impatto dissuasivo che determina anche l’effetto della riduzione del numero dei caduti ben al di sotto di quello generabile dallo scontro fra forze equipollenti; che “politicamente si è risolta”, (dopo la caduta nel vuoto delle richieste di sostegno internazionale rivolte in particolare ad India Inghilterra e Stati Uniti da parte di chi veniva considerato, come teocrazia feudale, tecnicamente ,come il Vaticano, una Monarchia assoluta elettiva pur se in forme diverse, un “fossile politico”) la vertenza della rivendicazione, su basi improbabilmente “storiche”, della nascente nuova grande potenza asiatica nei confronti di un conclamato suo territorio.
E’ da considerare che sia stata, alla luce della continuità sopra richiamata fra politica (del tempo di pace) e (tempo di) guerra un’azione “politicamente perfetta”, sia nel senso di compiuta con mezzi adeguati sia per come essa non sia stata contrastata e neppure contestata dal novero delle nazioni cosiddette più civili.
Il “Sovrano/ Dalai Lama” ha avuto salva la vita anche se solo probabilmente per aver scelto di sottrarsi con l’esilio volontario al dominio dello stato rivoluzionario invasore; ed, addirittura, il popolo tibetano, rappresentato per suo tramite in occasione di scambi diplomatici “anomali” e confronti indiretti con i governanti cinesi ha rinunziato per dichiarazioni da riferire appunto al suo “preteso ed autoproclamato governo in esilio”, alla rivendicazione dell’indipendenza intesa come richiesta di secessione dalla Cina e ricostituzione di uno stato tibetano autonomo e sovrano. Chiedendo invece solo l’autodeterminazione e l’autonomia culturali (di professione religiosa, di lingua e di rispetto delle tradizioni del paese e delle sue caratteristiche anche ambientali).
Ma la quattordicesima reincarnazione del Dalai Lama è stata insignita dal Nobel per la Pace, con tutta l’evidenza della felice ambiguità insita nella denominazione del premio che indica contemporaneamente la possibilità di indicare che il Nobel sia attribuito per gli effetti sulla pace già generati dall’azione del premiato sia per ciò che egli potrebbe svolgere “per la pace” nel futuro; per aver evitato, cioè una guerra al suo popolo oltre che al popolo cinese oppure per non aver voluto affermare come imprescindibile il ricorso alla violenza bellica per il ristabilimento della giustizia e della legittimità internazionali, traguardando quindi in tal modo proprio la necessità di tali esigenze, da ricercare con altri mezzi, da non lasciar cadere o sconfessare.
Come è possibile dopo tale riconoscimento che “l’oceano di saggezza”, emblema della compassione universale del Buddha sia quindi e solo il rappresentante di un popolo/ o etnia/ o setta confessionale piuttosto che di un territorio e di una tradizione e non invece, “anche, scandalosamente”, la rappresentazione/testimonianza/simbolo di un illuminato ( Bodhisattva ) che rinuncia alla liberazione nel Nirvana per dedicarsi alla liberazione universale dal dolore senza la quale la pace non è sperimentabile?
Questa sua nuova e laica rappresentanza gli perviene per un’iniziativa dalla grande valenza politica come quella di un Premio attribuitogli per adesione ad un concetto di origine filosofico- religiosa d’origine orientale che non può non richiamare altre simile reminiscenze “più occidentali” quali quella cristiana ad esempio, quindi divenire codice universale non condizionato da valenze culturali particolari e parziali.
E non può questo codice reso così foriero anche di promesse di una “pace delle e fra le religioni”, conquistato all’umanità intera divenire ed essere considerato la “forma” della negazione della ineluttabilità del profetizzato” scontro fra civilizzazioni”?
La dimostrazione di nonviolenza (spesso considerata sotto l’ipotesi di insensata dabbenaggine) che egli (se si è disponibili a vederla) manifesta e mette in atto da anni per cercare di persuadere il “nemico cinese” che è nel suo interesse che il Tibet sia salvaguardato come “anche sua” ricchezza ed ulteriore opzione di salvezza, lo rende credibile a chi non sia solo oscurato da pregiudizi.
Una proposta del Dalai Lama-Premio Nobel, o l’avallo da lui dato alla proposta di iniziative che altri, non tibetani e non buddisti, dovessero riuscire a concepire ed a far conoscere e condividere dal mondo non sarebbe certo colta come solamente una forma di opportunismo strumentale dalla stragrande maggioranza delle persone che venissero raggiunte.
Perché, allora, non proporre “a lui” di essere colui che propone ai cinesi ed al mondo (ed a tutti gli abitanti della terra in grado di esprimersi al riguardo ed interessati a farlo responsabilmente e con un loro investimento personale), di dar vita ad una democratica manifestazione delle loro volontà, coscienza e responsabilità? In quanto, cioè ,facenti parte di un’umanità che si riconosce e si fa riconoscere nella tutela ed estensione dei diritti inviolabili dell’uomo in quanto tale?
Un referendum anche sulle libertà religiose del “Tibet in Cina“, aperto ad ogni persona disposta a manifestare ed a sostenere quello che è un fondamento della dignità di ogni persona umana sarebbe “contro” la Cina o “a favore” del mondo (quindi di tutti i cinesi oltre che dei tibetani intesi come coloro che si riconoscono nella tradizione culturale di una entità regionale/locale della Cina)?
La “formula giuridica” attraverso cui dar corpo a questa strategia politica nonviolenta è certo non agevole da rintracciare. E’ da definire, in particolare, chi lo possa chiedere (ritengo al riguardo che “naturalmente” i premi Nobel già insigniti siano da considerare il riferimento emblematicamente migliore (molti di loro sono ancora viventi, come anche Tutu e Mandela ma, cosa ancor più importante, per la prima volta un Nobel per la pace è stato assegnato, a Gore, per un’iniziativa mirata alla salvezza del pianeta e per da scongiurarne il tracollo ecologico, introducendo così in modo autorevole una relazione diretta fra tutela dell’equilibrio ecologico e ricerca attiva delle condizioni della pace). Al momento attuale credo ci si debba orientare, in attesa di maggiori e ben più qualificati apporti di esperti di giurisdizione anche internazionale, a far, almeno, riferimento al principio generale adottabile in tema di individuazione della legittimazione ad agire (in termini “di giudizio democratico” nel nostro caso), a quello che individua i portatori di un diritto ad adire alla giurisdizione in coloro che possono dimostrare di essere portatori di (specifici) interessi a farlo.
La Pace può non essere riconosciuta come un patente oggetto di interesse universale?
E del pari l’esclusione della guerra dai mezzi di componimento dei conflitti internazionali?
Ma, è da presumere che se l’impatto mediatico fosse adeguatamente alimentato puntando anche sull’effetto di moltiplicatore oltre che di volano delle Olimpiadi, potrebbe addirittura realizzarsi un fenomeno “poietico de jure condendo”, molto simile a quello che ha dato corpo formale di proposta alle iniziative della Corte Suprema Internazionale Penale di Giustizia e della Moratoria universale delle pene capitali cui “hanno dato (e cercano di dare corpo)“ molte istituzioni, nazionali e sovrannazionali..
Ritengo che un referendum non limitato e circoscritto ad un ambito geografico coincidente con la dimensione della titolarità formale del ricorrente e di coloro che possono pronunziarsi al riguardo, che non accolga fra i suoi “obiettivi” né esodi né secessioni (ma quello di determinare auspicabilmente e dichiaratamente, “per autodenunzia nonviolenta”, un vulnus emblematico alle prerogative di uno stato nazionale a sovranità assoluta di cui invece non è messa in forse l’esistenza come Istituzione Amministrativa), ma la ricerca dell’ottenimento delle garanzie di rispetto del dettato della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo recepita dallo statuto delle Nazioni Unite in una zona del mondo che ne è deprivata non potrebbe che diventare un utile precedente di “Democrazia Transnazionale”. E non potrebbe essere il primo passo perché l’ONU attuale possa, se vuole, adottarlo come strumento “erga omnes”?
In una mia proposta di qualche tempo si fa suggeriva di far ricorso (richiamando il peculiare valore del rifiuto dell’esclusiva e della conseguente esclusione, rappresentato dalla cultura politica radicale come intrinsecamente “trans…” e della sua prassi della doppia tessera), ad un “doppio passaporto” da richiedere in termini formalmente innovativi, come segno della legittimazione a pronunziarsi anche su questioni le cui possibilità di soluzione travalichino i confini nazionali, da parte di chi si voglia fare promotore di iniziative di autotutela che presuppongono la possibilità di influenza nelle prese di decisioni di paesi diversi da quello di appartenenza quale potenziale leva per superare la condizione di fatto di” apolidi con nazionalità“ nel e del mondo di coloro che si pongono temi di iniziativa non strettamente nazionali.
Il “secondo passaporto” (in effetti da concepire come non un duplicato di identificazione o un semplice attestato di doppia cittadinanza simbolica e certamente non da riproporre come unico elemento formale che “certifichi un’identità“ ma non consenta l’ identificazione del suo possessore come di chi partecipa di un progetto o si identifica in una missione) è da concepire e richiedere in termini mirati al progetto (nel nostro caso referendario); quindi, un passaporto “a tema, o a progetto/iniziativa” avrebbe potuto essere richiesto in forma condizionata alla testimonianza del “rispetto delle intenzioni espresse dal concedente”, ovvero da chi potesse rappresentare proprio il portatore di riferimento di un tale interesse (anche se privo del supporto di un potere statuale), trasversale ed universale, che solo la transnazionalità e la transpartiticità che sono le stigmate del Partito Radicale sono in grado di poter rappresentare politicamente. Nel nostro caso la figura del Dalai Lama si presta perfettamente a questo identikit d’assieme, quasi del tutto condiviso anche da chi, proprio attribuendogli solo il parziale riconoscimento di rappresentante legittimo di un popolo, indirettamente lo legittima come tale.
I mezzi tecnologici per poter realizzare una concreta attribuzione di tale “documento d’ identità finalizzata alla partecipazione ad un progetto/evento” sono ormai disponibili ed accessibili (le tecnologie delle tessere o dei riscontri per via telematica ed elettronica). Non mancano (sol) tanto le forze, ma forse fa difetto principalmente una “passione consapevole”.
Quella che fa considerare il limite, pur esistente, come un temporaneo intralcio, come “qualcosa da superare”, necessariamente, sia la forma di tale superamento lecita o illecita (e nel secondo caso dichiaratamente, esponendosi). Quella che fa intravedere la realizzazione anche dell’impossibile. Come è considerato poter ottenere una vittoria testimoniata anche dal numero, in una consultazione che veda”anche” la partecipazione dei cinesi, cui si offre un’esperienza di manifestazione di libera cittadinanza forse mai prima così pienamente vissuta, quale quella di dare o rifiutare un consenso verificabile ad una proposta che li riguarda ma che trascende il limite dell’”egotismo nazionalista” e pone nello stesso tempo sotto l’ accusa delle sue evidenti conseguenze il tragico inganno che in esso è celato.
Superare nel numero dei consensi, senza violenze e forzature, con un processo la cui credibilità sia garantita da un’entità politica autorevole ai massimi livelli attualmente possibili quale l’attuale l’ONU in assenza dell’Organizzazione delle Democrazie, e con il certo contributo di parte di loro stessi, la posizione di conservazione di uno status quo di denegata giustizia internazionale che è attribuita dai suoi rappresentanti alla volontà del popolo più numeroso del mondo, da ottenere liberando le potenzialità di ciascuna persona attraverso l’offerta di una buona causa che richiami la buona volontà sopita sarebbe, credo, una “giusta azione”.
Possumus, Valter,… Marco , compagni ?


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