Il Partito Democratico dei Ds e della Margherita
Altre pagine di questo documento:
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- Primarie dei Giovani Democratici: si vota venerdì
- Il Partito Democratico dei Ds e della Margherita
- La candidatura di Marco Pannella per il Partito Democratico
- Dopo la caduta del governo Prodi del 1998 e il fallimento dell'Ulivo, il confronto sul partito di sinistra del nuovo millennio: Democratico o Socialdemocratico? Veltroni dice "no" al Partito Democratico
- '93-'94. La "Lista Pannella per il Partito Democratico": per la riforma americana e la rivoluzione liberale
- Dopo la Bolognina l'intervento di Occhetto al Congresso radicale. Le lettere di Pannella al Pci e le iniziative radicali per la costruzione della Federazione Democratica
- Anni '80. Dinanzi al crescente debito pubblico e l'aggravarsi della crisi economica, la proposta di Marco Pannella di riformare il sistema partitico
Prodi e VeltroniIl Manifesto per il Partito Democratico di Michele Salvati e la scelta di Rutelli e Fassino favorevoli alla nascita del nuovo partito. Il dibattito sulla laicità e il rapporto con la Rosa nel Pugno. I Congressi, le scissioni nei Ds, il confronto sulla costituente e la scelta del segretario.
Il Manifesto di Salvati e la scelta di Rutelli e Fassino per la nascita del nuovo partito
Il manifesto per il Partito Democratico di Michele Salvati (il Foglio, 10 aprile 2003)
«[…] E’ stato notato tante volte che la debolezza strutturale della coalizione di centro-sinistra dipende dall’assenza di un forte partito di sinistra moderata (o di centrosinistra, senza trattino: è la stessa cosa) che competa ad armi pari con Forza Italia nella caccia all’elettore mediano. […] Le soluzioni al problema sono solo tre, ci sembra: (a) la Margherita cresce rapidamente a spese dei Ds e conquista l’egemonia sulla coalizione; (b) i separati in casa si dividono, i riformisti radicali confluiscono in un soggetto politico che raccoglie, sotto la direzione di Cofferati, anche gran parte delle forze di sinistra disperse tra partitini e movimenti, e i riformisti moderati confluiscono con Margherita in un nuovo partito di centrosinistra (o sinistra moderata); (c) i Ds nel loro insieme confluiscono con la Margherita nel partito di cui abbiamo detto e diremo meglio in seguito. Per ora chiamiamolo Partito Democratico.
[…] La prospettiva del Partito democratico è esaltante: è la riunione di tutte le correnti riformistiche moderate della storia italiana di cui tanto si è parlato a proposito dell’Ulivo. Gli elettori (oltre che i commentatori politici esteri) apprezzano la semplicità, la rapida comprensibilità. Verrebbe finalmente a formarsi un partito di sinistra moderata (o centrosinistra, se si preferisce), con un nome immediato, semplice e fortemente evocativo (basta con la botanica, con le Daisies e gli Olive trees che ci fanno prendere in giro nelle corrispondenze estere) nel quale la componente di lontana origine comunista non sarebbe dominante.
[…] Si sarà notato che abbiamo usato le espressioni “sinistra moderata” e “centrosinistra” come equivalenti, proprio come abbiamo considerato equivalenti le espressioni destra moderata” e “centrodestra”. In un sistema politico bipolare lo sono di fatto: si riferiscono esattamente alle stesse politiche, alla stessa visione del mondo. Se fossimo in un paese dove esiste un sostanziale bipartitismo e un unico grande partito copre (quasi) interamente l’arco della sinistra riformista (Germania, Regno Unito, Spagna), la prima espressione, sinistra moderata, sarebbe quella propria, quella che i commentatori adotterebbero. In Italia le cose stanno in modo diverso e definire di sinistra moderata il Partito Democratico potrebbe urtare qualche suscettibilità: se così è, chiamiamolo di centrosinistra (togliamo almeno il trattino) e finiamola lì. Strettamente connesso è il secondo problema: a quale raggruppamento del Parlamento europeo dovrà aderire í] Partito Democratico? Non neghiamo che si tratti di un (piccolo) problema che andrà risolto, ma se un disegno politico come quello che proponiamo si fa frenare da queste difficoltà è meglio neppure cominciare […]».
«La partecipazione di 4 milioni e 350 mila cittadini alle primarie dell’Unione, il larghissimo successo di Romano Prodi, l’alto senso civile di partecipazione e passione democratica di chi ha scelto di votare in ogni parte d’Italia […] il quadro che scaturisce dalla giornata del 16 ottobre 2005 è straordinario, incoraggiante per il futuro, e ci chiama a tirare precise valutazioni e conseguenze politiche nel segno dell’unità, della qualità del progetto politico e del contributo programmatico delle forze democratiche e riformiste per puntare a vincere nella primavera 2006 e a governare stabilmente e con forza il paese nella prossima legislatura.
[…] Il terreno di gioco non è quello limpido delle primarie, ma quello avvelenato della nuova legge approvata dal centrodestra. Per portare avanti questo processo occorre una Margherita più forte. Perchè occorrono idee, proposte, e la fatica collettiva di un lavoro che tocca alle forme democratiche della politica sviluppare. Una Margherita che cresce è in grado di investire sulla crescita del disegno di un centro-sinistra innovativo ed equilibrato. Nelle nuove condizioni la Margherita lancia la sfida per il Partito Democratico. Un percorso che può svilupparsi nella prossima legislatura.
Un nuovo inizio che richiede condizioni impegnative e scelte coraggiose: una collocazione internazionale non riconducibile alle tradizionali famiglie del Novecento; un profilo programmatico chiaramente riconoscibile e innovativo rispetto alla sinistra tradizionale; un riconoscimento pieno del pluralismo culturale e della pluralità dei gruppi dirigenti; un equilibrio nei rapporti di forza organizzativi.
Realizzando con coraggio e decisione queste condizioni, la spinta degli oltre quattro milioni di elettori può far nascere in Italia un disegno di portata strategica.»
Relazione introduttiva di Piero Fassino al Consiglio federale dei Ds (l’Unità, 15 novembre 2005)
«[…] Il Partito Democratico è l’approdo di un cammino non breve e di un progetto politico molto ambizioso, che non si può realizzare nel giro di pochi mesi. E’ una sfida che dovrà impegnare energie politiche, culturali e sociali, un processo ampio ed aperto. Graduale, per tappe, che non passa per la dissoluzione dei partiti, ma farà leva sul loro protagonismo e sul loro radicamento. E’ del tutto caricaturale qualsiasi tendenza a spiegare un processo politico nuovo come la negazione del socialismo europeo e della sinistra. Noi - forti di una storia, di una esperienza, di una cultura in cui si identificano in Europa milioni di donne e di uomini - vogliamo fare incontrare la nostra cultura con quella di altri riformismi, a partire da quello cattolico che in Italia ha un rilievo ed una consistenza più pregnanti che in altri paesi. Ds e Margherita possono unirsi in Italia nell’Ulivo per dare una guida riformista forte al centro-sinistra italiano e contemporaneamente lavorare in Europa, ciascuno nel proprio campo, per una convergenza tra riformismi europei, a cominciare dall’incontro tra famiglia socialista e famiglia liberal-democratica. In questo percorso è essenziale il rapporto tra i Ds e la Margherita […]».
I Congressi e le scissioni nei Ds
Il congresso della MargheritaMozione politica unitaria della Margherita
Mozione di Gavino Angius per il IV Congresso Nazionale dei Democratici di Sinistra
Mozione di Fabio Mussi per il IV Congresso Nazionale dei Democratici di Sinistra
Mozione di Piero Fassino per il IV Congresso Nazionale dei Democratici di Sinistra
[…] Il suo è un “no” è senza “se e senza ma” dettato da quali perplessità?
«Su un importante quotidiano si è aperto un dibattito sul fatto se il socialismo sia ancora attuale oppure no. Persino il maggior teorico della morte del socialismo Antony Giddens, ha detto che probabilmente il socialismo è morto ma la sinistra no. Ora, dar vita a un partito che in un modo o nell’altro abbandona, o discute, l’ancoraggio con il socialismo e indebolisce persino la parola “sinistra” crea resistenze di chi è di sinistra. Inoltre, questo si chiama “Partito Democratico” ma nasce da un processo oligarchico, verticistico, senza coinvolgimenti più ampi. Infine non credo che serva affatto alla maggioranza e all’Unione perchè indebolisce il versante del centro democratico e moderato, le ragioni sono state elencate molte volte, adesso vogliamo che la parola torni al sovrano, gli iscritti ai Ds. I leader, invece, ci vengano a dire quale partito vogliono configurare, quali sono le posizioni sulla linea della biotica, se sono quelle di Paola Binetti o Stefano Rodotà e quale sarà la collocazione internazionale. Non possono dire che deciderà il nuovo partito: gli iscritti ai Ds devono sapere di cosa si parla prima, non dopo».
“Credo nel socialismo. Lascio i Ds”, intervista a Gavino Angius (l’Unità, 25 aprile 2007)
[…] Perchè non ha annunciato l’addio al Congresso, senatore Angius?
«Sono andato a Firenze per un ultimo tentativo di correggere la rotta. Anche se, a dire la verità, questa speranza era andata attenuandosi già nel corso della campagna congressuale, anche per effetto del carattere perentorio che veniva impresso alla costruzione del cosiddetto Pd. Però ho atteso fino alla conclusione dei due congressi, non solo quello dei Ds».
Perchè?
«Perchè quello che fa testo, in questa vicenda politica, sono le risoluzioni comuni prese dai Ds e dalla Margherita. Le risoluzioni comuni, quelle che dettano gli orizzonti ideali, politici, culturali, programmatici del nuovo partito. Non mi hanno convinto. E non posso mettermi a costruire una forza di cui non sono convinto».
Non l’hanno convinta le risposte che ha ottenuto sulle questioni che ha sollevato, apertura ad altre forze e una parola più chiara sul Pse?
«Più chiara… una parola chiara. Che purtroppo è venuta, nel senso che si è detto che il Pd lavorerà “con” il Pse. E devo dire che è un piccolo ma significativo segno dei tempi il fatto che abbiamo sentito tante bellissime musiche al congresso, ma neanche una nota dell’Internazionale. Ma a parte questo la questione che ho posto a cui più di tutte tenevo è che gli orizzonti ideali, i contenuti politici e programmatici del nuovo partito venissero discussi e definiti da un arco più ampio di forze del riformismo italiano, cioè che ci fosse un coinvolgimento pieno già nella fase della stesura del Manifesto fondativo alle forze socialiste, laiche, ambientaliste».
Fassino ha detto che il Manifesto sarà discusso e modificato da una larga platea.
«Nel dispositivo votato dai due congressi è scritto che si “assume il Manifesto dei saggi di Orvieto come orizzonte ideale e punto di riferimento in relazione ai contenuti politici, culturali e programmatici».
Il confronto sulla Costituente e la scelta del segretario
Per le cronache è il “deus ex machina” dei Ds romani, colui che fa e disfa i destini di consiglieri, assessori e sindaci. Un tempo in ottimi rapporti con Massimo D’Alema, oggi il senatore Goffredo Bettini, che di recente ha lasciato l’Auditorium per la Festa del Cinema, è legato a Walter Veltroni da un importante sodalizio culturale e politico. Senatore Bettini, Fassino si difende, dice che non si processa un leader che ha vinto tutto?
«I Ds attraversano una fase di travaglio molto forte, che deriva da un eccesso di generosità. Siamo la forza che ha dato più sangue al processo unitario e al governo Prodi ed è normale che in un momento di stallo del Partito Democratico e in una difficoltà di rapporti tra Palazzo Chigi e la gente, chi paga il prezzo più alto sono i Ds. Quando Fassino si sente messo sotto accusa e reagisce con orgoglio ed un pizzico di rabbia, io lo capisco, è un leader che ha dato moltissimo e soffre quando qualcuno lucra sulle nostre difficoltà».
[…] Come uscire dalla crisi?
«Riconquistare una più forte autonomia di profilo politico dei Ds nei confronti del governo, recuperare un nostro rapporto con il Paese e ridare respiro al Pd come progetto strategico e di lunga durata e non un accrocco da fare per necessità, con una marcia forzata».
In concreto?
«Per esempio, uscire dall’idea che chi è stato candidato a premier e lo è diventato con grandi difficoltà, debba, come in una matrioska russa, essere considerato il capo del Pd. Questo intreccio è negativo per la prospettiva unitaria».
Prodi ha detto che il Pd lo sta costruendo per gli eredi…
«Devono essere gli eredi a costruirlo. Il processo unitario deve mettere in campo da subito facce nuove e il congresso Ds è una delle occasioni più importanti per questo ricambio».
Pensa che il segretario debba farsi da parte?
«No ma penso che leader come Prodi, D’Alema, Amato, debbano essere considerati sempre più risorse della Repubblica. Mentre il nuovo soggetto politico, se vuole suscitare qualche entusiasmo, deve nascere da un sommovimento delle classi dirigenti. Che appeal può avere una nuova forza che ha per simboli i rappresentanti di una classe dirigente che ha attraversato gli anni ‘80 e ‘90 e ne conserva le glorie, ma anche le ferite?»
[…] E chi sarebbe la persona giusta? Veltroni?
«Walter è una risorsa straordinaria, ma oggi fa il sindaco e lo fa benissimo. Al momento opportuno si verificherà democraticamente, anche attraverso le primarie, se è come io credo una carta fondamentale, oppure se ce ne sono altre».
[…] Quali requisiti dovrebbe avere la fase costituente?
«Deve essere veloce, perchè prima serviva la pazienza per convincere, da lunedì prossimo andrà avanti chi è già convinto. Secondo requisito, costituente totalmente aperta a tutte quelle persone, movimenti, associazioni, che si riconoscono nell’Ulivo e nel progetto del Pd pur non avendo un’appartenenza ai Ds o alla Margherita. Terzo e più importante: nella fase costituente molta politica. Si affronteranno i temi dello statuto, delle regole, delle famiglie politiche europee. Ma la gente si aspetta che il Pd affianchi all’azione di governo, la capacità di parlare dei grandi problemi: i cambi climatici, lo scontro tra civiltà, la globalizzazione, il lavoro».
Segretario Fassino, Prodi vuole la Costituente del Partito Democratico ad ottobre. Per Rutelli ancora cinque mesi di attesa sono troppi. Secondo lei?
«Per la maggioranza degli italiani già c’è. Nella società della comunicazione l’evento produce il fatto. Quindi c’è bisogno di rapidità ma che sia sensata. Ormai è assurdo pensare a marzo 2008 come alla data per il congresso di fondazione: troppo lontano. Però un’assemblea a giugno rischierebbe di essere caratterizzata dal semplice accordo di due partiti. Occorre un itinerario rapido e allo stesso tempo partecipativo».
Torniamo ai tempi segretario…
«Immediata costituzione in tutta Italia di comitati promotori che da qui ad ottobre promuovano iniziative di presentazione del Pd, organizzino confronti sul manifesto del partito al fine di arricchirlo e lancino una vasta campagna di adesioni. Contemporaneamente definiamo il regolamento per le elezioni dell’assemblea costituente che sia anche il congresso di fondazione del Pd. Così possiamo avere l’ambizione di avere un milione di persone […]».
Chi coordinerà il Pd in questa fase transitoria? Massimo D’Alema non nasconde che vedrebbe bene lei in quel ruolo.
«D’Alema pone un problema vero. Un partito non si costruisce senza una struttura e una responsabilità politica che guidi il percorso ogni giorno. Ma ora non apriamo un toto-coordinatore. Prodi è il leader dell’Ulivo e del Pd? Decida chi e in che modo deve governare la delicata transizione. E noi siamo pronti ad accogliere la sua decisione senza aprire negoziati e discussioni».
Via libera al regolamento del Pd. Più liste ma bloccate e quote rose (Repubblica.it, 11 luglio 2007)
Liste plurime bloccate, elezione diretta dei segretari regionali il 14 ottobre e il 50% dei candidati ad un posto per l’assemblea costituente e dei capilista saranno donne. Le candidature devono essere presentate entro il 30 luglio, le liste entro il 22 settembre. Quasi tutto come previsto, a parte il blitz delle donne democratiche che hanno imposto, e ottenuto, minacciando un voto contrario in massa, le quote rose al 50 per cento.
Convocato per le 16 e 30, iniziato dopo le 17 con l’arrivo di Prodi, dopo tre ore di incontro serrato in piazza Santi Apostoli, sede dell’Ulivo, il comitato dei 45 - il gruppo incaricato di definire le regole per l’elezione del segretario e dell’assemblea costituente - ha così sciolto tutte le riserve. Adesso che i pezzi del puzzle ci sono tutti, si può dire che il Partito democratico esiste un po’ di più. Non senza dolori e ferite che potrebbero però, se non curate, trasformarsi in strappi. Come quelle evidenti provocate dai voti contrari dei parisiani, di qualche ulivista e di Rosy Bindi. Il ministro della Famiglia ha chiesto fino in fondo il voto disgiunto tra liste e candidati alla segreteria “per avere vere primarie”, per coivolgere il più possibile ed evitare decisioni che nascono blindate. Anche il ministro della Difesa ha votato contro: le liste plurime ma bloccate e collegate allo stesso segretario parlano di una gara di cui sembra già deciso il vincitore. E siccome lui combatte da sempre per “il rinnovamento”, per “mettersi in gioco mescolandosi”, questo gioco preconfezionato non gli piace. Di sicuro “le regole” decise stasera costringono eventuali altri candidati alla segreteria a pensarci bene se correre oppure no. “Dopo l’approvazione di queste regole devo riflettere bene” dice, alla fine della riunione, Enrico Letta, l’unico candidato forte in alternativa al ticket Veltroni-Franceschini.
Le liste - “Ci sarà pluralità di liste” comunica alla fine, soddisfatto, Romano Prodi spiegando che è stata una decisione “a larghissima maggioranza”. L’opzione approvata prevede di collegare le liste per l’elezione dei delegati all’assemblea costituente al candidato alla segreteria. Significa che, molto probabilmente, ci saranno molte liste diverse, ognuna rappresentativa di una corrente, ma tutte in appoggio allo stesso segretario. Si annuncia un voto plebiscitario per Veltroni. La decisione è passata a maggioranza con il voto contrario di alcuni prodiano, tra i quali il ministro della difesa, Arturo Parisi. […]
15 ottobre 2007: il voto
Alle primarie, il sindaco di Roma ha vinto la gara per la leadership della nuova formazione politica con il 75,7% dei consensi. Rosy Bindi ottiene il 13,3%, Enrico Letta al 10,8%, Mario Adinolfi e Pier Giorgio Gawronsky allo 0,1% ciascuno. Walter Veltroni è il primo segretario del Partito democratico. Secondo quanto comunicato dai coordinatori del partito, i votanti sarebbero stati più di tre milioni e in diversi seggi è stato necessario prolungare l’orario di apertura dei seggi (il termine delle operazioni era stato inizialmente fissato nelle ore 20). Enrico Letta ha rivolto i propri auguri a Veltroni sottolineando che «sarà un ottimo primo segretario del più grande partito italiano»; Rosy Bindi ha evidenziato come il sindaco di Roma fosse la persona «che d’altra parte avrei votato se non mi fossi candidata».
Quale laicità per il Pd
“Dov’è finito il Partito Democratico?”, di Biagio De Giovanni (il Riformista, 19 novembre 2005)
[“Non pensino di far tacere noi cattolici”, intervista a Paola Binetti (Libero, 19 aprile 2007)](http://www.radioradicale.it/non-pensino-di-far-tacere-noi-cattolici-intervista-a-paola-binetti-libero-19-aprile-2007](“Non pensino di far tacere noi cattolici)
Il rapporto con la Rnp
Candidature e Manifesti
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