Il Pci e il divorzio
Il primo dicembre del 1970 il progetto Fortuna-Baslini è approvato definitivamente alla Camera. In Italia, dopo anni di lunghi conflitti, il divorzio è legge dello stato. Lo stesso giorno dalle colonne del quotidiano “L’Avvenire”, portavoce della Conferenza Episcopale Italiana, un comitato di intellettuali cattolici capeggiato dal giurista Gabrio Lombardi annuncia che è già partita l’iniziativa per abolire la legge appena approvata, per mezzo di un referendum abrogativo.
Nei mesi precedenti le cronache politiche dei giornali italiani hanno parlato del lodo Fanfani. “La legge per il divorzio – scrivono Augusto Barbera e Andrea Morrone nel loro libro “La Repubblica dei referendum” - sarebbe stata approvata solo dopo il varo della disciplina sul referendum abrogativo, e, quindi, solo dopo aver reso effettiva la possibilità del fronte antidivorzista di disporre di un’arma per sconfiggere la maggioranza parlamentare favorevole al progetto Fortuna-Baslini”.
Negli anni della battaglia parlamentare per l’approvazione della legge sul divorzio il Partito Comunista Italiano era rimasto ben ancorato alla sua condotta politica indirizzata a rincorrere in qualche modo i vasti movimenti operai che in quei momenti cominciavano già a sfuggire all’indirizzo dei sindacati e del partito. La discussione sul divorzio era vista più che altro come una questione tipicamente borghese, mentre “ben altri” erano gli obiettivi del partito dei lavoratori. Il voto a favore in Parlamento era venuto più per motivi di opportunità politica che per impegno diretto. Non a caso la proposta di legge
sul divorzio era venuta cinque anni prima dal socialista Loris Fortuna e il Pci di fatto era rimasto sempre ai margini della battaglia di opinione condotta sui quei giornali che i comunisti italiani si ostinavano nel continuare a chiamare “borghesi”.
Nell’ottobre del 1968 Luigi Longo, segretario del Pci, è vittima di un ictus cerebrale. Continuerà per qualche anno a svolgere una certa attività pubblica, ma non sarà più in grado di dirigere il partito. Dal quel momento le redini del più grande partito comunista d’occidente passano di fatto nelle mani del vice-segretario Enrico Berlinguer.
Il 24 dicembre 1971 Enrico Berlinguer e Aldo Moro – racconta Chiara Valentini nella sua biografia del leader comunista – hanno il loro primo incontro riservato, a quattrocchi. La questione di cui dibattono è l’elezione del presidente della Repubblica. Si tratta per un voto comune. L’accordo sul nome da votare salta (si discuteva dello stesso Moro). Tuttavia su una cosa i due si trovano perfettamente d’accordo e lo rimarranno anche negli anni a seguire: la Dc e il Pci non vogliono fratture nel paese, “perché sulle fratture non si costruisce nulla”, afferma Moro nel corso dell’incontro.
Il Pci era sempre stato fermo nell’idea che la battaglia politica sul divorzio avrebbe aperto una temuta frattura fra laici e cattolici, mentre la necessità di andare incontro alle esigenze delle masse cattoliche è un leit motif della tradizione del comunismo italiano almeno dagli anni Quaranta del Novecento. E questa scelta per i comunisti italiani precludeva la via alla istituzione il divorzio. “La nostra opera laica andava fatta lentamente” spiega Giorgio Amendola, intervistato da Oriana Fallaci nel 1974: “La famiglia italiana era già travagliata: non poteva essere condotta su posizioni moderne attraverso una nuova guerra interna. A capire il divorzio bisognava ci arrivasse da sola, con una presa di coscienza”.
Palmiro Togliatti e Nilde Jotti nel 1947 sono membri della Prima Sottocommissione che in seno all’Assemblea Costituente vota a favore dell’introduzione dell’Art. 5 (poi 7 nella Costituzione), che accetta l’integrazione dei Patti Lateranensi nella Costituzione Repubblicana. Piero Calamandrei in uno scritto apparso su “Il Ponte” nel 1947, ricostruisce come il Pci passò dal voto contrario in sede di commissione al voto favorevole in seduta plenaria sull’Art.7. (l’Art.7 è approvato con 350 voti: favorevoli sono i democristiani, comunisti, qualunquisti, monarchici, gran parte dei liberali, tra essi Orlando, Nitti e Bonomi; 149 i contrari, che invece sono i socialisti, repubblicani, azionisti, demolaburisti e alcuni liberali).
Quella situazione è percorsa da tensioni che in qualche modo diverranno di nuovo percepibili dopo il 1970. In sede di discussione plenaria per l’approvazione del testo Costituzionale, ricorda Calamandrei, Alcide De Gasperi afferma: “la questione fondamentale [è] se la Repubblica accetta l’apporto della pace religiosa che questo Concordato le offre”. E proprio in nome di questo concetto di pace religiosa Togliatti nel suo intervento in plenaria ribatte che “la classe operaia non vuole una scissione per motivi religiosi”. Secondo voci circolate sui giornali in quei giorni, in quell’occasione De Gasperi avrebbe minacciato con i suoi di sottoporre a un referendum popolare l’intera carta costituzionale se in essa non fossero stati inclusi i Patti Lateranensi. Mosso a questa convinzione il leader della Dc lo era molto probabilmente, in quanto certo dell’esito a lui favorevole della consultazione popolare. “Il referendum era considerato dal mondo cattolico – spiega Diana De Vigili nel suo La battaglia sul divorzio – una buona arma per il successo della sua causa. La Chiesa si dimostrava molto sicura del suo ascendente sui cittadini”.
Togliatti doveva essere dello stesso avviso, se in una riunione del comitato Centrale del Pci affermava: “dobbiamo in ogni caso evitare i referendum”. Secondo Calamandrei i comunisti ottennero comunque con quel voltafaccia che i partiti di ispirazione cattolica non avrebbero “più potuto sventolare di fronte agli elettori il vanto di essere riusciti a salvare la religione con le loro sole forze”. A dimostrazione di ciò Calamandrei tra l’altro cita un suo colloquio con un deputato comunista di cui non fa il nome: “Abbiamo voluto evitare che nella prossima campagna elettorale i democristiani ci possano rappresentare come anticlericali…” “Ma non temete - risponde Calamandrei – che così qualcuno possa combattevi come alleati dei clericali?” E il deputato del Pci risponde: “Certo questo accadrà. Ma saranno voti che andranno ai socialisti…”. Nella condotta del Pci Calamandrei legge la volontà di un partito che assume una condotta che si può riassumere nel “non provocare brusche fratture, e lasciare aperte le strade verso le mete sociali. Per ottenere questo sono pronti ad ogni transazione nel campo dei ‘princìpi’: le ‘questioni di principio’ sono, per loro, vecchi pregiudizi borghesi; è ingenuità da giuristi prendere molto sul serio l’approvazione di un articolo, del quale, anche dopo averlo approvato, è sempre possibile rifiutare in sede politica le conseguenze”.
Il contesto non è molto dissimile da quello descritto da Calamandrei nei giorni in cui, sul finire del 1970 e l’inizio del ‘71, si comincia a capire che Lombardi riuscirà facilmente a portare a compimento la raccolta firme per l’abrogazione della legge sul divorzio. Il Pci sceglie di attaccare l’istituto stesso della consultazione popolare diretta, per tentare di tenere ferma la situazione politica. In questo senso si inserisce l’iniziativa parlamentare di Giomo, Bozzi e Cottone nel maggio del ‘71, iniziativa che propone una revisione della legge approvata sui referendum. L’obiettivo è ottenere che la richiesta di referendum debba essere espressa ad almeno tre anni dall’approvazione della legge che si intende abrogare.
Anche il mondo cattolico appare gravemente diviso di fronte alla prospettiva del
referendum. In un altro incontro riservato tra Berlinguer e Moro quest’ultimo parla di Lombardi come di una persona che non comprende “la follia di lanciare il paese in una guerra di religione”. La Dc infatti anche in caso di vittoria del sì, con l’abrogazione della legge, avrebbe comunque registrato di fatto un insuccesso. Il risultato nei fatti avrebbe sconfessato dinanzi ai cittadini la via moderata seguita nel corso della campagna per l’approvazione della legge sul divorzio e avrebbe comunque accreditato i gruppi clericali più conservatori che si erano fatti carico della raccolta firme.
Il Pci di Berlinguer, in nome della dichiarata intenzione di evitare quello che agli occhi del gruppo dirigente appare come un grave conflitto per il paese, sceglie di sostenere la Dc e cerca tutte le vie per evitare il referendum. Le possibilità che i due più grandi partiti italiani hanno davanti sono sostanzialmente tre: includere il divorzio nell’ambito di una revisione bilaterale del Concordato e di una riforma del diritto di famiglia; modificare la legge Fortuna-Baslini; oppure sciogliere anticipatamente le Camere.
In particolare il Pci si impegna quale chiaro sostenitore della necessità di “migliorare” la legge in Parlamento. In questo senso Tortorella (Pci) afferma apertamente nel giugno del 1971 che è possibile una ampia iniziativa politica volta ad evitare il referendum. Nel settembre dello stesso anno nel corso di un convegno organizzato per discutere espressamente del problema del divorzio, la linea che il partito assume è quella di una riedizione del concetto di “unità nazionale” sancito da Togliatti nella svolta di Salerno. Ma se nel 1944 il problema era di accantonare tutte le altre discussioni con le altre forze politiche per unirsi contro il nazismo, qui si accetta di sospendere la dialettica politica “per evitare che la Dc – afferma Bufalini – fosse spinta in un fronte clerico-fascista. […] Il referendum avrebbe dovuto essere fermato con un accordo politico fra tutte le forze […] laiche e cattoliche che […] sono preoccupate di preservare l’Italia dal pericolo di un ritorno a conflitti religiosi laceranti”. In questo quadro nasce la proposta Giomo-Bozzi (nota come proposta Bozzi) che la Lid (Lega italiana divorzisti) definirà una proposta truffa.
A definire i tratti del contesto politico italiano di quell’oramai lontano 1971 ci ha pensato il radicale Gianfranco Spadaccia con il suo Divorzio e Concordato. Il comportamento dei partiti laici, uscito su La Prova Radicale, proprio nel 1971. Spadaccia usa la sintesi di Marco Pannella che aveva significativamente parlato di “paura di aver vinto” per spiegare il comportamento del Pci e dei partiti laici dopo l’approvazione della legge Fortuna. Quella paura emerge dalle parole di Enrico Berlinguer contenute in una articolo apparso su “l’Unità” del 6 dicembre 1970, e che Spadaccia riporta. Il Pci intende tenersi lontano da “storture, esasperazioni settarie, irresponsabili provocazioni di gruppi anticlericali”. Lo scontro aperto con il Vaticano comporterebbe “l’apertura di un conflitto di religione e la rottura del quadro democratico”. Aldo Tortorella, del Pci (citato ancora da Spadaccia) accusa i divorzisti di essere “servi dei padroni, per voler ostacolare la politica dell’incontro e del dialogo con i cattolici”. Al coro delle accuse alla Lid si aggiunge anche il liberale Malagodi che per l’occasione risfodera l’accusa di “vieto anticlericalismo”. Sul pericolo di una rottura del quadro democratico Berlinguer insisterà molto in quegli anni. Su di lui ebbero sempre grande effetto i gravissimi fatti di sangue che hanno costellato la vicenda italiana negli anni della cosiddetta “strategia della tensione”. La “festa
laica” della vittoria del referendum del 1974 (su cui torneremo più avanti) infatti per il Pci dura solo pochi giorni. Il 28 maggio, pochi giorni dopo la consultazione popolare, a Brescia scoppia una bomba nel corso di una manifestazione sindacale. Le livide foto dei cadaveri sul selciato e dei lavoratori in lacrime per i compagni morti riportano subito il Pci sul quel binario già illustrato in tre articoli apparsi su Rinascita, divenuti poi celebri, (Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, Enrico Berlinguer, Rinascita 28 settembre 1973; Via democratica e violenza reazionaria, Enrico Berlinguer, Rinascita, 5 ottobre 1973, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, Enrico Berlinguer, Rinascita, 12 ottobre 1973) in cui si teorizza la necessità del “compromesso storico” come unica risposta possibile ad una svolta di tipo cileno vista come imminente anche in Italia.
In ogni caso, secondo la ricostruzione di Spadaccia, il Pci si pone in quel momento nel gioco della trattativa tra i partiti che lega in un rapporto diretto la revisione del Concordato e il divorzio. Alla revisione sembrano guardare gran parte degli ambienti politici ufficiali, degli apparati dei partiti e delle gerarchie ecclesiastiche come alla possibile conclusione positiva di un periodo di contrasti aperto con il divorzio. Con essa si spera di poter emarginare e liquidare le “pericolose e avventate posizioni anticlericali e abrogazioniste”, che hanno tratto forza proprio dallo scontro sul divorzio. Per far confluire in questo alveo la trattativa, il Pci si configura come mediatore offrendo da una parte concessioni su alcune clausole del Concordato e dell’altra chiedendo la rinuncia al referendum ai cattolici oltranzisti guidati da Lombardi. In questo quadro va interpretata la dichiarazione dell’8 aprile del 1971 del segretario generale Luigi
Longo, che, ormai sempre più lontano dalla scena politica, sente il bisogno di tornare in campo per legittimare la condotta del gruppo dirigente guidato da Berlinguer. “Noi comunisti – afferma Longo – ci siamo mossi in piena coerenza con la nostra politica degli anni della lotta di liberazione e della Costituente; che è quella di promuovere, nella salvaguardia della pace religiosa, della indipendenza e sovranità dello Stato e della Chiesa nel rispettivo ordine, il progresso democratico e sociale attraverso l’incontro del movimento operaio e di quello cattolico”. Il 22 maggio del 1971 su Rinascita Berlinguer ritorna su questo punto e chiarisce i termini della trattativa attaccando Forlani (che aveva firmato apertamente per il referendum) e ribadendo che se la Chiesa e la Dc si fossero impegnate direttamente nella campagna di raccolta firme, il Pci avrebbe rivisto le sue posizioni favorevoli alla revisione bilaterale del Concordato. Tuttavia la trattativa non porta a nulla perché il gruppo di Lombardi va avanti comunque, ponendo in grave imbarazzo la stessa Dc. Il 2 luglio dello stesso anno nel corso del Comitato Centrale del Pci Berlinguer ribadisce: “Noi abbiamo fatto di tutto per evitare il conflitto. Vogliamo fare di tutto perché sia ancora possibile evitarlo”. In questo intervento il vice segretario del Pci pone le basi di quello che poi si realizzerà l’anno dopo (come spiegheremo più avanti) nel 1972, con lo scioglimento anticipato delle Camere per evitare il referendum. Quello che già in questo momento appare chiaro è che il Pci, fin dai giorni dell’approvazione della legge sul divorzio, evita su tutti i piani una politica che faccia riferimento esplicito alle istanze laiche, largamente diffuse nella società italiana, una società che definisce sé stessa tendenzialmente sempre come cattolica, scegliendo di dare ascolto a coloro che nei vertici oligarchici dei partiti cercavano di riaffermare le istanze che venivano da Oltretevere. “È la scelta neotogliattiana – spiega Spadaccia – del nuovo astro nascente Berlinguer, ma attuata senza la fantasia politica, senza l’autorità e senza la tensione ideale di Palmiro Togliatti; quel che più conta, attuata in condizioni storiche e politiche diversissime dal 1947”. Infatti Berlinguer al comitato centrale del 2 luglio aveva detto: “Noi ci siamo sempre guardati dal cadere in una posizione di esasperato laicismo e di evitare qualsiasi contrapposizione di un fronte laico e un fronte cattolico che abbiamo sempre considerato esiziale in Italia per l’avvenire democratico del paese e per la causa stessa della rivoluzione socialista”. Nel 1974 il referendum dimostrerà che la contrapposizione in atto non era quella di un fronte laico contro un fronte cattolico, ma di una società in cui laici, credenti e credenti in altro si contrapponevano a coloro che cercavano di proporre uno schema filoclericale.
Quando Gabrio Lombardi deposita in Cassazione le firme per il referendum (siamo al settembre ‘71) , il Pci organizza un convegno per mettere a punto la propria strategia. Il titolo è “La posizione dei comunisti sui problemi ideali e politici aperti dalla richiesta del referendum sul divorzio”, e si svolge alla scuola del partito che ha sede a Frattocchie, alle porte di Roma. A fissare i paletti entro i quali il partito dovrà muoversi è Bufalini, secondo il quale è necessario evitare in tutti i modi la consultazione che avrebbe spinto la Dc in un fronte clerico-fascista. Il referendum avrebbe dovuto essere fermato con un accordo politico “fra tutte le forze laiche e cattoliche che sono preoccupate di preservare l’Italia dal pericolo di un ritorno a conflitti religiosi laceranti”. La via che si sceglie è quella di “migliorare la legge per meglio tutelare il coniuge economicamente più debole e i figli”. In questo quadro prende forma la proposta della senatrice del Pci Tullia Carrettoni (gennaio 1972), la quale presentando il suo progetto afferma che l’iniziativa è sostenuta anche dagli altri partiti laici, ma viene immediatamente smentita sulla stampa nazionale.
La Dc rimane sempre più divisa al suo interno e non riesce a seguire una linea di condotta precisa. I più ormai protendono per la prospettiva dello scioglimento anticipato delle Camere per evitare il referendum. Su questa linea convergeva anche il Pci il quale anche senza l’incognita delle elezioni anticipate temeva comunque il confronto diretto, che secondo alcuni esponenti avrebbe potuto influenzare anche le elezioni fissate per il 1973.
Effettivamente, secondo quanto ritiene Diana De Vigili, “Il Pci temeva ogni tipo di
contrapposizione elettorale netta, che gli ricordava la sconfitta del 18 aprile del 1948 oltre che la disfatta delle sinistre in Francia, quando De Gaulle aveva sottoposto a referendum l’interno testo costituzionale”. Il Pci nella sua storia recente del resto mostra sempre una grande diffidenza di fronte ai referendum, anche quando vengono da iniziative interne. A dimostrazione di ciò basta ricordare l’iniziativa di Mario Barone, di Magistratura Democratica, che promosse un referendum abrogativo su 47 articoli di legge del Codice Penale che risentivano fortemente dell’impronta fascista. Il Pci non aveva apertamente
bocciato l’iniziativa ma di fatto non si adoperò mai per mettere in moto la “macchina organizzativa” delle sezioni per far partire la raccolta firme, e così anche l’iniziativa di Barone cadde nel dimenticatoio. Insomma nei primi mesi del 1972 appare evidente che tutto il sistema dei partiti risulta orientato a sciogliere anticipatamente le Camere. “Per non vincere il referendum avete perso le elezioni”, afferma Marco Pannella rivolto ai partiti che si rassegnano ad affrontare le prime elezioni anticipate della storia repubblicana. Il 18 gennaio del 1972 il Pri rifiuta la fiducia al governo Colombo sulla spesa pubblica. Tanto ferma era la determinazione di rinviare il referendum che il Quirinale ricorda che la consultazione per essere rinviata doveva essere prima indetta. Il 27 febbraio il Presidente Leone indice il referendum, il 28 scioglie le Camere.
Nel nuovo Parlamento si registra un sensibile arretramento delle forze cosiddette laiche. In settembre papa Paolo VI parla del divorzio come di un “vulnus” al Concordato. La stampa “borghese” insorge per la grave ingerenza del Vaticano nella vita politica dello stato italiano. “L’Unità” tace. Ancora il 24 settembre l’onorevole Nilde Jotti del Pci ribadisce che il modo per risolvere il problema del referendum è un “miglioramento” della disciplina del matrimonio religioso.
Il 1973 per Enrico Berlinguer è un anno cruciale. Dal 1972 è ufficialmente alla giuda del Pci, dopo il periodo di reggenza seguito alla malattia di Longo. Grande effetto su di lui hanno i fatti dell’11 settembre del 1973 in Cile, dove una giunta militare prende il potere ed uccide il presidente Allende. Nelle tesi messe a punto su Rinascita nei tre articoli successivi sopra citati il leader dei comunisti italiani spiega la sua idea di “compromesso storico” da realizzare in Italia a partire dalla politica di avvicinamento ai cattolici.
“Sappiamo bene – scrive Berlinguer il 5 ottobre 1973 su Rinascita - che la politica di rottura dell’unità delle forze popolari e antifasciste […] ha interrotto il processo di rinnovamento avviato dalla Resistenza. Essa non è però riuscita a chiuderlo. Un esteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze a tutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, ha ripreso a svilupparsi, sul piano sociale e su quello politico, in forme nuove, certo, ma che hanno per protagoniste le stesse forze storiche che si erano unite nella Resistenza”.
Ovviamente nel quadro del progetto del compromesso storico è fondamentale il progetto di unità delle forze popolari che comprende le masse cattoliche. In questo senso il referendum appare ancor più temibile di quanto lo fosse stato fino a quel momento. Sul finire del 1973 il leader socialista De Martino si unisce la coro di quelli che chiedono una modifica della legge Fortuna in Parlamento per evitare di “scavare un solco profondo tra laici e cattolici”. Il “Corriere della Sera” in questo stesso lasso di tempo per mezzo dei suoi retroscenisti comincia a parlare di trattative private tra i partiti laici e il Vaticano. Secondo via Solferino alcuni incaricati dalla S. Sede, che avevano incontrato anche Cossiga per
conoscere la situazione all’interno della Dc, chiedevano di partire dal progetto di Tullia Carrettoni per sviluppare un progetto di riforma.
Ma ormai il tempo stringe. La Dc non trova più risorse al suo interno per costruire una mediazione e nel febbraio del 1974 accetta la sfida del referendum. Solo dopo la decisione democristiana Berlinguer accetta di abbandonare la via dell’accordo tra i partiti e cerca di unirsi alla campagna dei divorzisti. In ogni caso, come riferisce Chiara Valentini nella sua biografia di Berlinguer, il leader comunista era sicuro di perdere, memore di quanto la tradizione togliattiana insegnava.
Alla partenza della campagna referendaria vera e propria si stabiliscono le regole per le tribune politiche alla Rai-Tv. I partiti decidono che i comitati antidivorzisti e laici non avrebbero avuto diritto ad accedere alle trasmissioni televisive, che rimanevano riservate ai leader di partito. Marco Pannella, che era stato il leader della battaglia per l’approvazione della legge in Parlamento ed aveva animato la campagna della Lid per il referendum, non partecipa ad alcun dibattito televisivo.
Durante la campagna non esplosero insanabili guerre di religione né ebbero luogo scontri drammatici e devastanti. In quell’anno, certo, il paese era percorso da quella che si chiamerà poi la violenza politica, che però nelle sue variazioni di intensità non risentirà della scadenza del referendum, scadenza che passerà quasi inosservata a chi visse le fasi di quelle lotte, e passa inosservata oggi tra gli storici che amano raccontare dell’Italia solo quelle conflittualità e quelle tragedie e non una delle fasi della battaglia per la conquista dei diritti civili.
In quella occasione, spiega bene Diana De Vigili, si tenne invece solo e proprio un “dibattito vivace, spesso aspro, tra i due schieramenti che sostenevano, su una stessa questione, posizioni inconciliabili”. Il dibattito trovò il suo punto di scioglimento e la sua risposta nel referendum del maggio 1974.







