Il rischio Vesuvio: sempre più evidente la sottovalutazione della pericolosità del vulcano

Pubblicato il 16 Febbraio 2007 da Michele Lembo
La drammatica immagine dell'eruzione del 1944La drammatica immagine dell'eruzione del 1944

30 agosto 2007 - Intervista a Giuseppe Mastrolorenzo, vulcanologo dell'Osservatorio Vesuviano, sul rischio Vesuvio

Il convegno di Torre del Greco e il nuovo libro sul Vesuvio di De Novellis e Di Donna

(a cura di Giovanni De Pascalis) A Torre del Greco, uno dei Comuni circumvesuviani affacciati sulle acque di quello straordinario anfiteatro naturale che è il Golfo di Napoli, sabato 10 febbraio 2007 si è tenuto un convegno/tavola rotonda sulla questione del “rischio Vesuvio”, con Giuseppe Luongo, vulcanologo, già direttore dell'Osservatorio vesuviano, l'attuale direttore dell'osservatorio, Giovanni Macedonio, e Aldo Loris Rossi, architetto e urbanista. Lo stesso giorno, sempre nella stessa occasione, è stato presentato al pubblico un libro appena pubblicato: “Terno secco al Vesuvio” (sottotitolo: “Un'idea per la riduzione del rischio vulcanico”). Gli autori sono il geologo Vincenzo De Novellis e il divulgatore scientifico Gennaro Di Donna. Non tragga in inganno il titolo alquanto stravagante: si tratta in realtà di un libro interessantissimo ed utilissimo, denso di informazioni importanti, la cui lettura è consigliabile a tutti: si sia o non si sia abitanti di Napoli o della Campania. Un libro che andrebbe forse distribuito gratuitamente nelle scuole. Ma che ci permettiamo di segnalare, in particolare, alla classe politica di ogni ordine e grado. La prefazione al libro è stata scritta dal prof. Luongo. Egli scrive che: “Gli autori sviluppano un percorso partendo dall'affermazione che il Vesuvio è una straordinaria risorsa a rischio, e ciò per il cattivo uso del territorio [su cui il Vesuvio insiste, n.d.r.] realizzato in assoluto contrasto con le sue caratteristiche di vulcano altamente pericoloso, capace di manifestazioni eruttive ad elevata capacità distruttiva.(...) I nodi da affrontare sono la vulnerabilità del territorio e il valore esposto. Per le aree a rischio obiettivo prioritario è infatti quello della riduzione del numero degli abitanti dell'area, e il Vesuvio non sfugge a questa regola. (...) La proposta di De Novellis e Di Donna si basa su una pianificazione urbanistica dell'intera Piana Campana, per una più equilibrata distribuzione degli abitanti delle aree vulcaniche a rischio del Vesuvio e dei Campi Flegrei, nonché di quelli della città di Napoli, ridistribuzione che ridurrebbe il rischio nelle aree più “calde” del Vesuvio e della caldera flegrea. Il riequilibrio dovrebbe trovare incentivi nella fiscalità, nella realizzazione di servizi e di sistemi di trasporto efficienti e a costi vantaggiosi. Nelle aree a rischio, inoltre, bisognerebbe puntare su attività produttive dolci e poco invasive del territorio, come le attività inerenti i parchi naturali, i parchi archeologici, i musei all'aperto, i beni ambientali e culturali diffusi, le strutture per il tempo libero, le attività artigianali, i centri tecnologici e di ricerca e l'alta formazione. Un tale progetto non solo avrebbe valenza sociale di alto profilo, ma la sua realizzazione sarebbe anche un affare per le comunità a rischio e per l'intero Paese.” Il passaggio fondamentale è il seguente: “Il Vesuvio è un vulcano altamente pericoloso, capace di manifestazioni eruttive ad elevata capacità distruttiva.” Tutto il resto non è che la logica conseguenza del riconoscimento di questa straordinaria pericolosità. Vediamo dunque perché è giusto riconoscere (e quindi smettere di disconoscere) questa pericolosità grave e attuale di quello che è probabilmente, ancora oggi, il più famoso vulcano del mondo.

La drammatica attività eruttiva del Vesuvio dal 1631 al 1944

Dopo la tragica, violentissima eruzione del 79 d.C., che distrusse Ercolano e Pompei, il Vesuvio sembra tornato tranquillo. Già a partire dal II secolo popolazioni dedite all’agricoltura si reinsediano ai piedi del vulcano. Ma a partire dalla seconda metà del Cinquecento la situazione cambia. A questo punto vogliamo proporvi il drammatico racconto di quello che accadde nel 1631 come si legge nel già citato libro di De Novellis e Di Donna “Terno secco al Vesuvio”:

“Vari sono i prodromi del risveglio del Vesuvio, infatti i documenti storici riportano molti eventi sismici negli anni 1568, 1575, 1582, 1594, che interessano l’area vesuviana e sono avvertiti nella città di Napoli. Questi eventi anomali non destano preoccupazione tra la popolazione, che ormai si è abituata, come già accaduto prima dell’eruzione del 79 d.C. Solo nel dicembre del 1631 la situazione comincia a precipitare: oltre al fenomeno dell’intorbidamento delle acque nei pozzi, le scosse di terremoto divengono più forti e vicine nel tempo. L’evento catastrofico inizia nella serata del 15 dicembre con una preoccupante attività sismica che spaventa Francesco Buoncompagni, arcivescovo di Napoli, costretto a lasciare Torre del Greco. Alle 7 circa del giorno seguente sul cono vesuviano si avvista una nube insolita. Il fenomeno desta curiosità, ma più tardi genera timore, allorquando la nube diventa più densa ed imponente. Si sviluppa così una grande colonna eruttiva che assomiglia, negli scritti pervenutici, a quella raccontata da Plinio. Secondo studi recenti pare che questa abbia raggiunto i 20 km di quota… Si diffonde la paura e lo sgomento tra gli abitanti, in preda al panico e, ormai, in fuga dall’area colpita. Man mano le esplosioni diventano sempre più forti, i lapilli e le pomici lanciati hanno dimensioni sempre più grandi, tali da distruggere intere porzioni di territorio. Blocchi molto pesanti colpiscono per una distanza compresa tra i 20 e i 90 km, arrecando gravi danni a Lauro, Avellino, Melfi. (…) I napoletani, già da diverse ore, si raccolgono in processioni e si abbandonano a lunghe preghiere. I fenomeni vulcanici, però, riprendono con straordinaria violenza nella mattina del 17. Il collasso del cono vesuviano segna l’inizio della ripresa. I materiali del cono si distribuiscono fino al mare, scivolando in distruttive correnti piroclastiche che sconvolgono del tutto il paesaggio costiero. Un territorio esteso per 300 chilometri quadrati risulta essere completamente danneggiato e si contano più di 4.000 vittime…!!!

I danni provocati dall’eruzione sono ingenti, anche perché il lungo silenzio del Vesuvio aveva consentito l’espansione del tessuto urbano ai suoi piedi.(…) Il viceré di Napoli, scosso dalla potenza distruttiva del vulcano, fa apporre a Portici [dove, per chi proviene da Napoli, inizia il territorio più prossimo alla bocca del Vesuvio] nei pressi del Granatello, una lapide ammonitrice:

“O posteri, o posteri, udite: venti volte da che splende il sole, se non sbaglia la storia, arse il Vesuvio. Sempre con strage immane di chi a fuggir fu lento.

Affinché dopo l’ultimo lutto più non vi colpisca, io vi avviso.

Questo monte ha grave il seno di bitume, allume, zolfo, ferro, oro, argento, nitro, di fonte d’acque. Presto o tardi si accende, ma prima geme, trema, scuote il sonno, mescola e fumo e fiamme e lampi scuote l’aria, rimbomba, tuona, muggisce, scaccia ai confini gli abitanti.

Tu scappa finché lo puoi.

Ecco che scoppia e vomita di fuoco un fiume che vien giù precipitando e sbarra la fuga a chi s’attarda. Se ti coglie è finita: sei morto! Disprezzato oppresse gli incauti e gli avidi cui la casa e le suppellettili furono più care della vita.

Ma tu, se hai senno, di un marmo che ti parla odi la voce; non ti curar dei lari; senza indugio fuggi”.

Anno di salute 1632. Filippo IV Re: Emmanuele Fonseca Vicerè

Oggi, a 375 anni da quello che può essere considerato il primo documento di protezione civile, dobbiamo desumere che i suggerimenti e le ammonizioni del vicerè sono stati incautamente disattesi, tanto che appare condivisibile l’idea di chi ha ribattezzato l’epigrafe come il paradosso del Granatello.”

L’eruzione del dicembre 1631 fu dunque, senza ombra di dubbio, violenta, gravissima e largamente “catastrofica”, anche se caratterizzata da minore energia rispetto all’altra, ben più famosa, eruzione, quella del 79 d.C.. Per questo motivo i vulcanologi l’hanno definita, tecnicamente, “sub-pliniana”. Ed è strano che sia così poco nota, oggi: quasi sia stata rimossa dalla coscienza collettiva e dalla memoria storica.

Ma ripercorriamo, sia pure sommariamente, la drammatica attività vulcanica del Vesuvio nell’arco di questo intero periodo. Ecco le principali eruzioni del Vesuvio tra il 1631 e il 1944:

15-17 dicembre 1631: eruzione di tipo “sub-pliniano”, la più violenta e distruttiva eruzione della storia recente, dopo quella dell’anno 79 d.C.; Si contano almeno 4.000 morti ed estese distruzioni;

1737: il Gran Cono si fonde con il cratere principale: l’eruzione, fortemente esplosiva, genera boati che spaventano la popolazione di Napoli;

1760: si formano una serie di bocche eruttive a circa 4 km dalla costa, dalle quali fuoriesce una colata lavica che si dirige verso il mare attraversando la città di Torre Annunziata;

1767: le colate di lava danneggiano la strada regia per le Calabrie;

8 agosto 1779: una grande eruzione con forte esplosione e getto continuo di brandelli di magma accompagnati dallo scoccare continuo di folgori. L’abate Ferdinando Galiani scrive un opuscolo intitolato “Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio la sera dell’otto agosto del corrente anno (1779), ma (per grazia di Dio) durò poco”;

giugno 1794: un’eruzione drammatica: la colata lavica travolge i 4/5 del territorio di Torre del Greco, travolgendo ogni cosa che si trovi sul suo percorso; il campanile di Torre del Greco, per metà sommerso dalla lava, è ancora oggi la testimonianza di questa drammatica eruzione;

1804-1805: si alternano diverse manifestazioni a carattere esplosivo, con produzione di vari flussi lavici. Le esplosioni sono caratterizzate da imponenti fontane di lava e di lapilli;

22-24 ottobre 1822: la più forte eruzione del diciannovesimo secolo: da una colonna eruttiva alta 3 km una pioggia di lapilli investe Torre Annunziata e Boscotrecase. Anche la città di Napoli viene ricoperta di cenere;

1834: una colata lavica scende fino a lambire Terzigno;

1858: un grosso flusso lavico circonda il colle del salvatore, nei pressi dell’Osservatorio, sbarrando la strada per San Vito;

8 dicembre 1861: si apre una frattura a meno di 2 km da Torre del Greco. La frattura scende quindi fino al mare, attraversando tutta Torre del Greco e provocando lesioni gravissime agli edifici. I campi sono invasi da gas tossici. La città appare distrutta come da un terremoto;

1872: due colate laviche scendono una verso Massa e San Sebastiano, l’altra verso Torre del Greco. L’Osservatorio vesuviano resta isolato, circondato e minacciato dai flussi lavici;

4 aprile 1906: la più forte eruzione del Novecento. Inizialmente diversi flussi di lava scendono verso varie direzioni, poi un flusso più imponente scende verso sud. A Napoli si depositano vari centimetri di cenere, mentre blocchi di lava, lapilli e massi vengono lanciati a grande distanza colpendo molti paesi intorno al vulcano. Il 6 aprile, mentre si verificano molte esplosioni di elevata energia, un nuovo flusso di lava raggiunge Boscotrecase in poche ore. Nella notte dell’8 aprile un gran numero di pomici vengono lanciate a grande altezza ricadendo poi al suolo, danneggiando i paesi ad est del Vesuvio, devastando le coltivazioni e facendo crollare molte dimore rurali. Ad Ottaviano 110 persone muoiono schiacciate dal crollo del campanile della chiesa di San Giuseppe, dove si erano riunite a pregare. Il 10 aprile crolla la tettoia del mercato di via Monteoliveto a Napoli, provocando la morte di decine di persone. Nelle settimane successive piogge torrenziali provocano colate di fango che arrecano gravi danni ai paesi alla base del Vesuvio;

5 giugno1929, una colata lavica raggiunge Terzigno;

18-19-20 marzo 1944: ultima eruzione del Vesuvio verificatasi fino ad oggi. A partire dal 18 marzo varie colate laviche iniziano a scendere verso la base del vulcano. Il 19 marzo San Sebastiano e Terzigno sono seriamente minacciate dalla lava. Nelle ore successive la lava invade e distrugge San Sebastiano. Il giorno seguente la nube vulcanica raggiunge i 5 km di altezza. Varie esplosioni e fontane di lava. Cenere e lapilli scendono e si depositano su un vasto territorio tutto intorno al vulcano. 21 persone perdono la vita a causa del crollo dei tetti o perché colpite dalle scorie incandescenti. Il campo di aviazione alleato nei pressi di Terzigno subisce gravi danni.


La quantificazione del rischio di nuove eruzioni, in termini di probabilità, secondo i più recenti studi

Probabilità di un’eruzione violentissima, simile a quella del 79 d.C. che distrusse Ercolano e Pompei (eruzione di tipo “pliniano”), entro i prossimi 100 anni: uno per cento.

Probabilità di un’eruzione “sub-pliniana” simile a quella del dicembre 1631 (quindi assai grave e pericolosa, in grado di provocare gravi ed estese distruzioni) entro i prossimi 100 anni: 27 per cento.

Probabilità di un’eruzione di tipo stromboliano-vulcaniano (quindi meno grave): 72 per cento.

Sulla base di questi dati, da parte di molti autori e studiosi si chiede di prendere in considerazione, come scenario di riferimento da porre a base del Piano di Emergenza del Vesuvio, proprio un evento tipo 1631.