Inchiesta sulla famiglia (e sulla più profonda rivoluzione antropologica dei nostri tempi)

Pubblicato il 21 Marzo 2007 da Diego Galli

Altre pagine di questo documento:

  1. "Amore civile" - Nuove forme di convivenza e relazioni affettive
  2. Inchiesta sulla famiglia (e sulla più profonda rivoluzione antropologica dei nostri tempi)

I dati statistici, la sociologia, la ricerca psicologica, ci raccontano come la famiglia abbia già vissuto una rivoluzione antropologica che l'ha trasformata profondamente.

La crociata del Vaticano contro il riconoscimento delle unioni di fatto e omosessuali è soltanto il disperato ed estremo tentativo reazionario di difendere un ordine già inesistente. Nel vissuto delle famiglie italiane, nelle relazioni e nei valori che le tengono unite, emergono nuove moralità, sfide delicate, battaglie di emancipazione, forme di amore che si coniugano con l'autonomia e sfidano miti nefasti del passato.

L'inchiesta di RadioRadicale.it sulla famiglia, o meglio sulle famiglie, è un viaggio nelle trasformazioni dell'intimità iniziate negli anni '60, per rintracciare saggezze e valori che guidano oggi i comportamenti sessuali, emotivi e affettivi di milioni di persone.

La famiglia di diritto naturale

Nel manifesto con cui le più importanti associazioni cattoliche italiane hanno convocato il Family day per il prossimo 12 maggio si legge:

Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa. La famiglia ha meritato e tuttora esige tutela giuridica pubblica, proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e forma alla responsabilità sociale.

In tutte le dichiarazioni e i documenti ufficiali del Vaticano si ribadisce l’origine “naturale” della famiglia tradizionale, il cui fondamento è rappresentato dal “bene” della generazione dei figli.

Questa visione della famiglia, tuttavia, non è affatto naturale. La famiglia è una delle istituzioni sociali che più si è trasformata nel corso della storia e nei vari contesti culturali. Come ha scritto l’antropologo Franco La Cecla su Repubblica:

Ci sono società dove non esistono coppie fisse, ci sono famiglie poligamiche nel fondo dell’Amazzonia o in Senegal e ci sono ovviamente famiglie allargate. Siamo noi l’eccezione: la famiglia mononucleare – la solitudine di marito e moglie e dei loro figli - è una invenzione recente. C’è voluto l’avvento del capitalismo e del lavoro salariato che ha distrutto la famiglia allargata che era anche un’entità economica – gli antropologi parlano di “maison” o di “household” - e che ha creato la coppia come la conosciamo oggi.

La stessa etimologia della parola famiglia, dall’italico famel, che significa “casa”, rimanda a una dimensione relazione e non biologica o riproduttiva: la casa, il luogo dove stare, dove convivere.

Ascolta l’intervista a Maurizio Mori, fondatore e direttore della rivista “Bioetica”, docente di bioetica all’Università di Pisa

Il cambio di paradigma

Lo scontro sul riconoscimento delle unioni di fatto e omosessuali affonda le sue radici nella contrapposizione tra due visioni culturali e antropologiche opposte. Da una parte quella cattolica tradizionale, che il bioeticista Maurizio Mori e il ginecologo Carlo Flamigni chiamano della “sacralità della vita”, dall’altra quella laica o della “qualità della vita”. Questo scontro, che i due descrivono in questi termini in occasione del referendum sulla fecondazione assistita, investe pienamente la visione tradizionale della famiglia come società organica originaria, più importante dei singoli individui che la compongono in quanto «ordine oggettivo che rispecchia la “natura delle cose”».

L’etica della qualità della vita irrompe nella cultura occidentale non appena viene rotto quel legame ancestrale che lega la sessualità alla riproduzione. Sono i contraccettivi, ancor più e ancor prima dell’aborto, a rompere “l’ordine naturale”.

La famiglia oggi non è più fondata sulla riproduzione, a prescindere dal riconoscimento o meno delle unioni omosessuali.

Roberto Volpi, statistico, progettatore del Centro nazionale di documentazione a analisi per l’infanzia e l’adolescenza del ministero del Welfare, ha raccolta in un libro appena pubblicato, “La fine della famiglia”, alcuni dati statistici che dimostrano in modo incontrovertibile la scissione tra famiglia e riproduzione.

Dal 1975 ad oggi si è passati da 2,4 a 1,2 figli per donna, dato che rende l’Italia cattolica il Paese con il più basso tasso di natalità al mondo. La dimensione media della famiglia è scesa da 3,35 a 2,6 componenti. Solo il 43% della famiglie è rappresentato da genitori con figli. Come scrive Roberto Volpi nel suo libro, «è la prima volta nella storia dell’umanità che si prefigura una famiglia sempre meno ancorata ai figli».

Questa rivoluzione dei comportamenti riproduttivi degli italiani ha una precisa data di inizio in Italia, ed è l’anno 1975. Se tra il 1973 e il 1974 la diminuzione delle nascite era stata di circa 6mila persone, dal 1974 al 1975 raggiunge le 40mila unità, e da allora continuerà a diminuire a un ritmo costante di gran lunga superiore a quello degli anni precedenti. La spiegazione di questo cambiamento epocale, secondo Roberto Volpi, non è spiegabile altrimenti che con l’effetto culturale dello scontro politico del referendum sul divorzio votato proprio nel 1974:

Il referendum di quell’anno segnò una presa di coscienza negli italiani del tema dei diritti civili, fino ad allora abbastanza defilato non solo nella lotta politica, ma anche nel dibattito culturale, e portato avanti quasi esclusivamente dalla pattuglia dei radicali di Marco Pannella.

Ascolta l’intervista a Roberto Volpi

Le trasformazioni dell’intimità

La trasformazione antropologica della famiglia non è il prodotto di un fenomeno di decadimento o disgregazione sociale, come sostiene il Vaticano. Delinea, al contrario, l’emergere di nuovi legami, relazioni e valori che tengono insieme gli individui.

Il più lucido ritratto di queste trasformazioni è quello fornitoci da Anthony Giddens, uno dei maggiori sociologi del nostro tempo, ex direttore della London School of Economics e consigliere politico di Toy Blair, nel libro “La trasformazione dell’intimità. Sessualità, amore ed erotismo nelle società moderne”. Come scrive Giddens:

Fra tutti i cambiamenti che sono in atto nel mondo, nessuno è più importante di quelli che riguardano le nostre vite personali: sessualità, relazioni, matrimonio e famiglia. E’ in atto una rivoluzione globale nel modo in cui pensiamo noi stessi e in cui formiamo legami e connessioni con gli altri. Anche se statisticamente il matrimonio è ancora la condizione normale, per la maggior parte della gente il suo significato è del tutto cambiato.

Secondo il sociologo, la comunicazione emozionale e la condivisione dell’intimità stanno sempre più sostituendo i legami che univano le vite individuali delle persone, basati su ruoli tradizionali.

Il fondamento dei legami affettivi non è più la riproduzione o la formazione di una famiglia come formazione sociale naturale e in qualche modo obbligata. I legami tradizionali sono stati sostituiti da quella che Giddens definisce “relazione pura”, «intendendo con ciò un rapporto basato sulla comunicazione emozionale, in cui i vantaggi derivati da tale comunicazione sono il presupposto perché il rapporto continui».

Parità di diritti tra uomo e donna, rispetto reciproco per l’autonomia altrui, relazioni basate sulla comunicazione e la fiducia nell’altro, assenza di potere arbitrario, coercizione e violenza. Giddens si spinge fino a parlare di “democrazia delle emozioni”, «tanto importante quanto la democrazia politica ai fini di migliorare la qualità delle nostre esistenze».

Una democrazia delle emozioni non fa distinzione di principio fra relazioni eterosessuali e omosessuali. Molto più degli eterosessuali, i gay sono stati pionieri nella scoperta del nuovo mondo di relazioni e nell’esplorazione delle sue possibilità. Hanno dovuto esserlo, perché una volta usciti allo scoperto, non sarebbero stati in grado di sfruttare il normale sostegno del matrimonio tradizionale.

Non si può non ricordare il passaggio dell’intervento di Marco Pannella in cui spiegava le ragioni per cui il Partito radicale, nel lontano 1970, decise, suscitando scandalo generale, di aprire le proprie sedi al primo movimento omosessuale italiano, il Fuori.

A tre quarti di secolo dalla rivoluzione freudiana; a più di un quarto di secolo dalle analisi e dalle teorizzazioni di Reich; quando ormai tutta la scienza tende a individuare nella repressione sessuale l’origine di infelicità e di piaghe sociali e umane tremende, i movimenti di massa di liberazione della donna, della moderna contestazione giovanile, i gruppi di omosessuali tentano di proporre un dibattito pubblico e civile, una consapevole scelta di politica e di atteggiamenti pubblici e “privati”, in diretta correlazione con le indiscusse acquisizioni culturali, perché si traducano anche in civiltà, concreta e organizzata.

Oltre a configuare uno scontro tra paradigmi interno all’occidente, la trasformazione dell’intimità rappresenta motivo di scontro tra la laicità e tutti i fondamentalismi, compreso quello islamico. Come scrive Giddens:

quella che ho descritto come un’emergente democrazia delle emozioni è la prima linea della battaglia fra cosmolopolitismo e fondamentalismo di cui ho parlato. La parità tra i sessi e la libertà sessuale delle donne, che sono incompatibili con la famiglia tradizionale, sono altrettanti anatemi per i gruppi fondamentalisti.

Ribalto anzi la tesi di politici e fondamentalisti, sostenendo che il persistere della famiglia tradizionale o di certi suoi aspetti in molte parti del mondo è più preoccupante del suo declino.

Le democrazia delle emozioni sta trasformando anche l’amore, un sentimento che si tende ad assolutizzare, trascurando i condizionamenti culturali che lo attraversano.

Come scrive la psicoanalista Enrichetta Buchli nel libro “Il mito dell’amore fatale”, «l’amore, come l’abbiamo inteso per secoli, è “un’invezione” dell’occidente. L’amore in quanto bene assoluto non riguarda la relazione tra due soggetti, incarnati nello spazio e nel tempo. L’occidente nell’epoca medievale inventa l’amore dell’amore. Non per te, per lei, per l’altro. E’ l’amore di Tristano e Isotta, i progenitori di tutte le storie impossibili».

L’antidoto all’amore assoluto, alla religione dell’amore fatale, è quello che la Buchli definisce “amore civile”, riprendendo le tesi sviluppate da Anthony Giddens.

“Civile” è un termine che utilizzo io, riferendomi al concetto di civiltà di Freud e di Jung. Ma cosa significa essere civili?

Negoziare sempre tutto, dunque dialogare, dichiarare, contrattare. (…) Le modalità di convivenza civile basate sui criteri della democrazia - nella mentalità diffusa confinata esclusivamente ai comportamenti “pubblici” - dovrebbe penetrare tra le mura domestiche, fin “dentro” la nostra psiche individuale. (…)

Ma a ben vedere non esiste nulla di meno “esilarante” di una visione democratica della coppia, nulla di più lontano dalle attrazioni fatali, dall’esaltazione dell’innamoramento, dalla totale anarchia degli amanti convinti che “in nome” dell’amore tutto è possibile. Nulla di più lontano dalla “religione dell’amore” e dalla divinizzazione dell’oggetto d’ amore. Nulla di più spoetizzante. (…)

La religione dell’amore è l’antitesi dell’amore. E’ “l’incapacità di mantenere la necessaria contraddizione della differenziazione, in cui riconosciamo l’altro ma continuiamo anche ad affermare noi stessi. In questo crollo, i due elementi della differenziazione diventano scissi: uno dei due afferma il proprio potere e l’altro lo riconosce tramite la sottomissione”. (…)

Nella svariata sfaccettatura delle condizioni di possibilità dell’amore civile, penso che in questa concezione dell’autonomia stia il nocciolo della questione.

Ascolta l’intervista a Enrichetta Buchli

Diverse normalità

Sebbene si tenti in tutti i modi di dare una rappresentazione della società italiana come fondata sulla famiglia tradizionale, mononucleare, basata su una coppia stabile, eterosessuale, con figli, i dati dimostrano che in tema di famiglia non esiste più una norma, ma tante normali diversità.

Secondo i dati Istat del 2005, in Italia ben 5milioni e 362mila persone vivono in famiglie che sono libere unioni, famiglie ricostituite e famiglie con un solo genitore. In quasi il 10% delle nozze uno dei due coniugi è al secondo matrimonio. Il 10% delle famiglie è composta da un solo genitori con figlio. A seguito del divorzio o della separazione, la famiglia cessa di essere mononucleare e diventa plurinucleare. Ai genitori biologici si affiancano i genitori acquisiti attraverso i nuovi legami affettivi del padre o della madre.

Non sono soltanto le coppie omosessuali quindi a mettere in crisi la famiglia tradizionale. Come spiega la psicologa Laura Fruggeri nel libro “Diverse normalità”, a partire dalla fine degli anni ‘80 la cultura della devianza ha gradualmente ceduto il passo alla cultura della differenza.

L’analisi approfondita delle discontinuità tra ruoli, tra funzioni e tra livelli di rapporto che le famiglie diverse da quella nucleare tradizionale presentano permettono di mettere a fuoco processi che nelle famiglie sono fondamentali a prescindere dalla loro struttura. (…) Lo studio della variabilità restituisce profondità a questi processi che, analizzati soltanto a partire dalla tradizionale famiglia nucleare, rischiano di venire appiattiti entro gli stretti confini di una scontata normalità.

Viste da questa prospettive le famiglie diverse da quelle tradizionali vengono visti come ambiti che possono favorire lo sviluppo di particolari capacità individuali, relazionali e sociali. Laura Fruggeri passa in rassegna le varie tipologie familiari evidenziando le qualità relazionali che le caratterizzano.

Famiglie ricostituite

Un primo esempio in proposito può essere quello delle famiglie ricomposte: nel momento in cui tali relazioni non vengono vissute come alternative fra loro, compongono un contesto articolato nel quale gli individui imparano a coniugare vicinanza e distanza, intimità e autonomia.

Nelle coppie ricostituite c’è un gestione allargata della genitorialità, che richiede una buona flessibilità dei ruoli ricoperti da ognuno. Un altro aspetto saliente nelle famiglie ricomposte è quello relativo all’elevato grado di interdipendenza tra i diversi nuclei familiari che lo compongono, che implica una flessibilità nella definizione dei confini familiari, cioè la certezza su chi è dentro e chi è fuori a cui è solitamente legata l’assegnazione dei ruoli e delle funzioni familiari, e dunque una apparentemente più facile gestione dei rapporti interpersonali.

Famiglie con un solo genitore

Secondo l’ultimo rapporto Istat, negli ultimi 15 anni le famiglie monogenitoriali sono passate da circa un milione e mezzo (pari al 9,6% del totale dei nuclei) a oltre 2 milioni (pari al 12,2% nel 2003). Scrive Laura Fruggeri:

Dai dati raccolti da Everri (2003) emerge che i figli cresciuti in queste famiglie mostrano livelli di autonomia e maturità maggiore rispetto ai coetanei che crescono in famiglie in cui sono presenti entrambi i genitori.

Famiglie omosessuali

La coppia/famiglia omosessuale ha la possibilità, in assenza di modelli precedentemente esperiti a livello socio-culturale, di divenire norma a se stessa, ossia di ridefinire in positivo l’impossibilità del riconoscimento legale, centrando il proprio focus strutturante nel vissuto di ricostruzione dei propri riferimenti valoriali. (…) Il che ben si allinea con le attuali teorizzazioni sulla famiglia vista non iù come entità naturale, ma come artefatto culturale complesso e in un certo senso artificiale, creato dalla volontà e dai desideri dei singoli individui.

Comunità di famiglie

La nostra legge riconosce già le comunità di famiglie come forma di convivenza. La legge 184/1983 istituisce la comunità di tipo familiare come alternativa alla famiglia per l’affido di minori. La legge 328/2000 aggiunge che queste comunità devono essere caratterizzate da “organizzazione e da rapporti interpersonali analoghi a quelli di una famiglia”.

E’ proprio nella gestione dell’equilibrio fra pubblico e privato che si può cogliere il punto nodale d rottura che caratterizza la singolarità delle comunità di famiglie. La cura dell’intimità dei rapporti primari e l’apertura al contesto sociale costituiscono le due tensioni divergenti, ma interconnesse. La dimensione comunitaria, infatti, non annulla nè sostituisce la dimensione privata, intima e interpersonale. Anzi, quest’ultima viene alimentata dalla prima. Le comunità di famiglie ripropongono al centro dell’attenzione l’importanza che le relazioni sociali hanno nello sviluppo della vita familiare e dei suoi membri. Si propongono come antidoto alla eccessiva privatizzazione familiare che produce isolamento, solitudine, mancanza di sostegno e, conseguentemente, un impoverimento delle risorse a cui le famiglie possono ricorrere per far fronte agli inevitabili eventi critici che costellano il loro ciclo di vita. (…) Le comunità di famiglie costituiscono una riedizione di forme di socialità che in tempi più lontani si strutturavano spontaneamente all’interno delle reti informali in cui le famiglie sono iserite. Forme di socialità che alcuni autori hanno definito “famiglie più larghe della parentela”.

Il fenomeno LAT

Introdotto nel 1978 dal giornalista olandese Michel Berkiel, l’acronimo LAT (Living Apart Together) indica un tipo di relazione in cui i due partner si considerano una coppia stabile ma non condividono la residenza.

In Italia risultano in questa condizione circa il 40% dei giovani tra i 25 e i 34 anni che non convivono o non sono sposati.

Secondo il “Rapporto sulla popolazione” appena pubblicato dall’Istat:

Le motivazioni che sottendono alla scelta di questo tipo di relazione includono: la crescente condivisione dei valori individualistici; l’attenzione alla verifica della qualità emotiva della relazione intima prima di intraprendere un percorso più stabile e vincolante; il cambiamento dei ruoli di genere nella società che rendono piùm appetibili per le donne tutte quelle situazioni che le lasciano più libere dalle responsabilità domestiche; l’esigenza di flessibilità e mobilità nelle scelte lavorative e sentimentali.

Ascolta l’intervista a Laura Fruggeri, docente di psicologia sociale presso l’Università di Parma.

Aiutare le famiglie. Come?

L’Italia è il paese dove si fanno meno figli al mondo. In Europa la Svezia, dove sono unioni di fatto la metà delle coppie, o la Francia, con i suoi pacs, sono tra i paesi più prolifici d’Europa. Non sembra essere il riconoscimento delle coppie di fatto il principale nemico della famiglia e della natalità.

Il riconoscimento delle unioni di fatto non è quindi affatto un provvedimento contro le famiglie. Come afferma Piergiorgio Donatelli, docente di bioetica all’università La Sapienza:

questa sorta di grande battaglia morale contro le unioni civili ed i matrimoni gay, credo vada rovesciata. La moralità è dalla parte di chi difende queste istituzioni ed una notevole immoralità sta da parte di chi ostacola. Una società civile garantisce diritti e promuove beni, personali e sociali. Personali, cioè ha di mira che persone possano autonomamente cercare la propria felicità, ed è ovvio che i legami affettivi siano centrali per la ricerca della felicità. Però non è solo questo, nel momento in cui consentiamo di regolamentare legami, allora consentiamo pure alle persone di assumersi responsabilità, in particolare responsabilità degli altri. Stabilizzare legami vuol dire tenere unite le società. Questo tipo di scelta dunque, contrariamente a quanto si sostiene da molte parti con abbondante retorica, sta a favore della coesione della società e non è affatto una scelta individualistica e disgregativa. C’è molto da dire a favore dell’individualismo, ma in questo caso questo tipo di scelta non è a favore dell’individualismo, ma dei legami all’interno di una società.

Come affermano la maggior parte dei demografi e dei sociologi, una della cause principali della bassa natalità e del basso numero di giovani coppie in Italia è dovuto al ritardo nell’uscita dei giovani dalla famiglia di origine. L’Italia è il paese europeo nel quale i giovani se ne vanno più tardi dalla casa dei genitori. Vive con la famiglia il 70% dei maschi e il 50% delle donne tra 25 e 29 anni. Roberto Volpi legge il fenomeno come un processo di deresponsabilizzazione dei giovani. Al quale contribuiscono sia ragioni culturali, che Volpi chiama il “modello mediterraneo” di famiglia, sia ragioni economiche, come un welfare inadeguato, un mercato del lavoro che premia l’anzianità rispetto al merito (ridotti salari di ingresso), un mercato degli affitti molto salato, un’università che non fornisce borse di studio adeguate nè alloggi per i fuorisede.

C’è poi il problema per le donne di poter coinciliare lavoro professionale e impegni familiari.

Se si volesse intervenire per aiutare la creazione di nuove famiglie ci sarebbe soltanto l’imbarazzo della scelta: prezzi degli affitti e della case, mutui, riforma del welfare, costruzione di asili nido.

Gli strumenti di intervento devono tuttavia essere indirizzati agli individui e non alle famiglie come tali, per rafforzare le scelte di autonomia dei giovani, come afferma la sociologa Francesca Sartori, autrice di diversi studi sulla condizione giovanile in Italia.

Già oggi, infatti, in Italia la disparità di trattamento fiscale dei single rispetto ai nuclei familiari con più componenti è molto maggiore rispetto ad altri Paesi.

Come scrive Massimo Livi Bacci citando l’esempio francese

Il rafforzamento del sostegno per i figli, esteso a tutti i nuclei sotto determinate soglie di reddito; la costituzione di una dote per i neonati; la costruzione di adeguati ammortizzatori sociali per i giovani che affrontano percorsi di lavoro flessibili quando non precari, sono tutte misure in programma o già abbozzate che vanno nella direzione giusta ma che vanno rafforzate e integrate e volte allo scopo di potenziare giovani e donne. Verranno, poi, anche i figli.

Ascolta l’intervista a Francesca Sartori, docente di sociologia delle diseguaglianze di genere presso l’Università di Trento

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  2. Inchiesta sulla famiglia (e sulla più profonda rivoluzione antropologica dei nostri tempi)