Intervento di Claudio Martelli nella seconda sessione del XXXVI Congresso del Partito Radicale
6 febbraio 1993
Ascolta l’intervento di Martelli
Ho portato spesso il saluto dei socialisti italiani ai congressi radicali ma effettivamente è la prima volta che parlo da iscritto. Lo sono da un anno, da quando mi iscrisse Marco Pannella mettendomi con le spalle al muro in un anfratto di Montecitorio dopo una caccia durata una decina d’anni. Rinnoverò la tessera nel 1993 e chiederò - come sto facendo - ad amici e compagni di fare altrettanto. Naturalmente non so se riusciremo a raggiungere il traguardo delle 30.000 iscrizioni entro martedì per cui scongiuro di darci una qualche dilazione di un qualche tempo.
Merito del congresso è quello di avere assunto come centrali e non come ornamento i temi internazionali in un momento in cui finita la guerra fredda cìè una tendenza diffusa di molti soggetti politici a rifluire in spazi più ristretti ed talvolta in orizzonti più provinciali. La nostra stessa crisi socialista, la sventura e la sofferenza che stiamo attraversando penso che guadagnerebbe qualcosa se venissero collocate in un più vasto scenario di incertezza di difficoltà politiche ed elettorali del socialismo europeo ed internazionale.
C’è nel mondo una ferita aperta tra nord e sud, una ferita che si allarga e rischia di approfondirsi tra quel misto di saturazione e di paura che occupa la comunità occidentale e il duello quotidiano di tre quinti dell’umanità con la fame, la miseria, le malattie e con il sottosviluppo.
C’è in Europa più profondo della ricollocazine geopolitica di interi popoli dopo il crollo comunismo, uno sconvolgimento sociale economico, culturale che rischia di produrre - come abbiamo appena sentito - una vera e propria disintegrazione. La fine del comunsimo non è la fine della storia, anzi ad esse si accompagna una reinsorgere di sentimenti nazionali, di pulsioni etniche, di bisogni di identità e indipendenza acuiti ogni volta dal riesplodere dell’immigrazione: i 120 milioni di cittadini che ogni anno si muovono dalle loro case per riconquistare il diritto alla vita e alla dignità, sono un vero e proprio sesto continente alla deriva, tra patria da cui si fugge e patrie che non sanno accogliere i nuovi ospiti.
Il capitalismo rampante degli anni Ottanta sembra non disporre delle ricette per governare la nuova situazione, per organizzare liberi mercati, democrazia politica e cooperazione ecomica internazionale. Il nostro mediterraneo con la crisi dei balcani e le due crisi del medioriente contiene il massimo di tensioni, ancora una volta, perchè ospita il più gran numero di nazioni e di popoli, di religioni storiche in guerra con altri o con se stessi da migliaia di anni. Crescono i disordini e parallelamente si moltiplicano gli appelli e i progetti di un etica mondiale e di un governo mondiale di una unica forza mondiale legale internazionale, per dirimere non solo i contrasti tra gli stati, ma anche per difendere il diritto, perfino il diritto di ingerenza per scopi umanitari.
Qualche settimana fa proprio il pontefice ha lanciato una sfida al diritto internazionale in nome dell’etica mondiale. Paradossalmente gli Stati Uniti e la comunità internazionale che promossero due anni fa l’intervento nel golfo vennero allora criticati proprio dal pontefice per aver applicato quel diritto all’ingerenza che oggi lo stesso pontefice, con tutte le cautele, invoca come un dovere in nome dei diritti umani. Penso che il pontefice abbia detto una cosa giusta e perciò stesso ha animato un dilemma tra coerenza e coesistenza: coerenza nell’affernmare il rispetto di regole universali, coesistenza di culture particolari, di realtà, valori, interessi diversi.
Dove mancano coerenza e coesistenza la situazione esplode fino alle guerre fratricide cui troppo a lungo ha assistito inerte l’Europa comunitaria come nel caso della iugoslavia. Anche quì un titolo di merito va all’iniziativa di Marco Pannella e dei radicali, ed ispirati anche da quell’esempio che abbiamo deciso su proposta italiana, ministri della giustizia della Comunità europea di riunirci a Sarajevo perchè anche sotto le bombe si possa dare stimolo alla giustizia, risprire i tribunali, cominciare a celebrare i processi contro crimini orrendi.
Il Partito radicale con il suo carattere nuovo transpartito e transnazionale, cui si rise, anche da parte mia, con troppa superficialità qualche tempo addietro, sta creando un vero e proprio forum, un assise democratica internazionale permanente di cui c’era grande bisogno. Saprò cambiare ma questo non esclude che possa continuare a sbagliare in altre circostanze. Non è il Partito democratico a cui penso e alla cui creazione spero tanti si dedichino e però è un laboratorio, un embrione, un esempio di come e di che cosa dovrebbe ispirare un futuro Partito democratico.
La nonviolenza innanzitutto o al massimo la mite violenza della ragione, e quindi come prima bussola quella di scoraggiare, dissuadere, sanzionare severamente la violenza; sia la violenza esplicita, sia la violenza criminale, sia la violenza dei poteri, qualunque potere politico, militare, economico, ma anche la violenza del potere giudiziario e del potere dell’informazione. Ha ragione Marco a lamentarsi di tanto in tanto, o forse molto spesso della scarsa informazione che i media dedicano non a lui ma alle giuste battaglie che ispira. Anche quel silenzio è violenza: violenza rispetto a verità e valori che hanno bisogno di essere proclamati difesi e diffusi specie in una società come quella italiana che ha un disperato bisogno ed una fame atavica proprio di verità e valori.
Questa della difesa della sfera dei diritti è l’ambito nel quale più facilmente ci siamo trovati nel passato e che ci ha accumunato in tante diverse battaglie, e che ha addirittura trovato nella storia un campione comune, un amico per tutti indimenticabile come Loris Fortuna.
C’è stata pur nella sfera dei diritti tra di noi, socialisti e radicali, negli anni passati e recenti una rottura sul tema della droga e sulla punibilità della droga. Anchio ho esitato non solo tra la ragione di partito e le mie convinzioni, ma tra due ragioni che mi parevano entrambe non disprezzabili. Alla fine, forse un pò ipocritamente, ho fatto di necessità virtù, ho accettato il proibizionismo come legge dello stato subito adoperandomi per attenuarne le conseguenze penali e poi per sostituirle con sanzioni solo amministrative. Penso che quella ferita tra di noi si sia almeno in parte rimarginata, anche se so che il compromesso recente non è la soluzione del problema e della tragedia delle droga che durerà in questa forma fino a quando la droga rappresenterà il punto di incontro tra una umanità derelitta e disperata e il crimine organizzato.
Consentitemi di rivolgere anche ai radicali un rimprovere per non esserci stati, per non aver dato il loro contributo e il loro segno per un’altra battaglia per i diritti come è stata la battaglia per dare diritti a chi diritti in Italia non aveva e cioè gli stranieri e gli immigrati. Così come non siamo stati sempre in sintonia sui modi con i quali fronteggiare e lottare la mafia, che voi riconducete, non senza ragioni all’antiproibizionismo, e che io ho dovuto affrontare come uomo di governo, inasprendo questa lotta con le armi della legalità, subendo ogni sorta di minaccia ma alla fine cogliendo, dopo la morte di un amico e tra i più cari, risultati credo importanti per tutti.
Ora parliamo del futuro, del futuro che ci sta a cuore e che penso potrebbe incardinarsi politicamente intorno all’idea di una costituente democratica e di una nuova legge elettorale uninominale e maggioritaria. Di un sistema in cui la posta in gioco non sia più la quota percentuale per il Psi del 10-12%, per il Pds del 14-16%, per il Pri del 3-5% e via almanaccando, ma in cui la posta in gioco sia tutta la posta e cioè la maggioranza del paese. Ma per poter soltanto competere per la maggioranza è indispensabile un nuovo progetto politico. Certo non avrà subito la forma di un nuovo partito, ma piuttosto quella dell’alleanza, della federazione, o unione di forze diverse ancorchè affini o accumunate da specifici tratti o elementi. Penso che dobbiamo saper resuscitare la disponibilità a superare questi partiti in epoche diverse, già manifestata sia dal Psi che dal Pds come dai repubblicani, per dar vita ad una nuova formazione, non da soli ma con altri, per dar vita appunto ad una costituente democratica.
Non potremo competere altrimenti con la Democrazia cristiana e non potremo contrastare la duplice contestazione di rifondazione e delle leghe restando all’infinito in questa incertezza tra continuità e innovazione, curando soltanto ciascuno la propria identità e disertando il terreno comune di una nuova costruzione politica.
Partiamo pure dal Partito radicale, partiamo dal rinnovamento e dalle altre posizioni rinnovatrici che possono esprimersi nel Partito socialista. Partiamo dalla stessa feconda incertezza del Pds. Partiamo dall’esperienza della sinistra di governo che pur non raccogliendo tutte le forze di ispirazione socialista a costituito per tutti uno stimolo e un’occasione di confronto. Partiamo da quel che c’era di buono anche nell’idea di Alleanza democratica. Appreziamone il loro significato e per la prospettiva che dischiudono le disponibilità repubblicane, liberali, dei verdi e dei federalisti.
Quale può essere una impostazione in grado di federare queste forze non sommando sigle e organizzazioni tradizionali ma aprendo un grande varco alle esigenze popolari di giustizia, di onestà, di lavoro, di educazione, di riforma e di cultura. Il primo appuntamento è con la legge elettorale ed è con il no deciso a ibridi compromessi, a pasticci che confondono l’essenza maggioritaria e uninominale di una riforma degna di questo nome. Ancora una volta meglio i referendum che i papocchi. Ne si capisce perchè a questo punto ci si debba ostinare in tentativi di riforma della legge elettorale del senato anzichè accogliere il modello referendario per il senato ed eventualmente concentrarsi per la camera su un sistema elettorale maggioritario diverso da quello del senato poichè non si comprenderebbe perchè dobbiamo avere, unico paese al mondo, due camere che fanno lo stesso identico lavoro e che sono formate sulla stessa identica base elettorale.
Ma per dar vita ad una alleanza, una federazione, una costituente di tutte le forze democratiche, non basta e non basterà parlare di riforme elettorali. Dobbiamo interpretare una certa idea dell’Italia. Una idea possibile e avveniristica d’un tempo e dobbiamo misurarci ora e subito con i problemi che incombono, il debito, la disoccupazione, il rifacimento dello stato sociale, la legge elettorale dei comuni, l’autorevolezza e la stabilità degli esecutivi ad ogni livello, un nuovo ordinamento dello stato su base regionale e federale, e dobbiamo continuare ad incalzare la criminalità organizzata.
Bisogna insomma arginare la frammentazione. Uscire in avanti dalla crisi spaventosa in cui è precipitato il sistema politico. Dare un ordine ai conflitti e concordare un metodo per risolverli. La democrazia del resto è innanzitutto questo: un metodo per risolvere i conflitti. Sulla base delle libertà individuali essa esprime se non un imperativo di uguaglianza almeno un ideale di parità o di quasi parità dei punti di partenza. Quindi il dovere di ripristinare opportunità per chi nasce in condizioni meno favorite. E in questo sviluppo logico la democrazia si congiunge, diviene - o divenne nel passato - socialismo riformista: socialisti con i socialisti, radicali con i liberali, democratici con i democratici, possiamo e dobbiamo assumere questa responsabilità. E per questa responsabilità è il mio impegno di socialista, di radicale e di democratico sarà pieno e convinto. Sono certo che voi condividete con me la speranza che al più presto un partito socialista, radicalmente rinnovato, reso più forte e più limpido da questa terribile bufera, riprenda il suo posto in questa lotta per rinnovare la Repubblica.







