Intervento di Sergio Stanzani nella riunione con le associazioni radicali locali del 1 settembre 2007
Vorrei riuscire ad aggiungere un granellino, in un momento che è difficilissimo e questo lo sappiamo tutti. La necessità - adoperando un termine marinaro suggerito da Valeria - è quello di confendere la bussola con la scocca - è che ad un certo punto si tratta sempre di prevedere, anticipare, però gli strumenti, i mezzi, i modi per farlo differiscono a seconda di quello che è l’obiettivo. Allora il problema è qual’è l’obiettivo di questo incontro. La verità è che non è facile anche se sembrerebbe banale, perchè il nostro obiettivo è quello di essere radicali. Ma già dicendolo in questi termini adotto un linguaggio che forse è comprensibile per voi, per noi, ma che già di per se - per gli altri - è già difficoltoso e siccome non hanno nessuna voglia, nessuna motivazione di comprenderlo e di farlo camprendere - salvo pochissimi - quello che vogliamo essere, evidentemente quì si chiude un primo cerchio. Come facciamo a spezzarlo? Il dilemma della storia radicale, cioè di conservare, mantenere unità di visione e di azione politica garantendo una presenza, una iniziativa che sia il più possibile completa di per se io la ritengo impossibile. Se non si ha ben chiaro che la nostra storia, la nostra peculiarità, il nostro essere, il nostro essere stati capaci - ed è per questo che dobbiamo se siamo quì ancora a parlare - è di riuscire, in qualche modo, a rappresentare un momento unitario di prospettiva, di previsione, non rinunciando a nulla di quelle che sono le opportunità che di volta in volta vengono offerte e che noi dobbiamo e possiamo utilizzare.
La terminologia noi una volta l’avevamo un pò più chiara, mentre oggi - nella complessità del discorso che si è man mano sviluppato - si è perso. L‘“alternanza per l’alternativa” è un termine chiaro: significa che noi diamo priorità al momento di prospettiva, che è quello dell’alternativa, perchè noi vogliamo e dobbiamo essere una alternativa. E allora il metro di valutazione, il modo di comportarci, quando ci poniamo il problema di essere alternativi ci preclude ad un certo punto dall’uso - almeno con certe modalità - dell’alternanza. Ma noi non possiamo fare a meno dell’alternanza per dare alimento e continuità alla nostra presenza politica. Queste cose sembrano - e forse un pò lo sono - fantasticherie; io dico che è un modo per tentare di far capire.
Adesso introduco un altro modo per porre il problema. Il problema organizzativo è un modo per affrontare e tentare di risolvere il nostro percorso. Però noi abbiamo sempre avuto paura - questo lo dico io, ne sono convinto - della organizzazione, ed è una contraddizione voluta, caratteristica - anche questa - del linguaggio radicale o di Pannella in particolare: dici che non vuoi una cosa perchè in quella circostanza non la puoi e non la devi volere, anche se quella cosa in quel momento è assolutamente indispensabile. L’unica cosa che noi abbiamo trovato storicamente per tentare di risolvere questo problema - che poi non è una esigenza solo nostra, noi lo affermiamo in questo modo perchè noi ci vogliamo distinguere e riteniamo che nella distinzione e nella differenza ci sia la forza che noi vogliamo proporci e proporre agli altri.
In partenza noi credevamo che il problema fosse semplice nell’essere federalisti, ma il problema è poi quello di essere federalisti o federati, e quand’è che diventiamo federati in una realtà che non è e non vuole essere federalista. Ed è la contraddizione dal centro e dalla periferia: come far sì che il centro sa di essere centro e che ha tra i suoi obiettivi fondamentali quello di rendere comprensibile il discorso dell’unità radicale, innanzitutto agli iscritti e a noi stessi, con il problema del federalismo che se lo avessimo adoperato e tentassimo di adoperarlo come il nostro elemento caratterizzante del nostro essere organizzati, io non credo che ci farebbe portare molti risultati a casa.
Noi ci siamo arroccati sulla associazione. Intendiamo, nella importanza che nella storia radicale c’è stata e c’è per il momento associativo, io presumo e azzardo che c’è il riscontro di una delle motivazioni originali del sorgere della storia radicale: se non ci fossero state l’associazione universitaria e le associazione goliardiche in un momento quale era quello del dopoguerra, come avremmo potuto noi mai avviare un discorso che si distingueva - già da allora fin dal primo momento - con i suoi valori democratici, liberali, dalla partitocrazia in luce, perchè ancora non c’era la partitocrazia affermata.
Siamo riusciti con poco a fare molto, così come oggi. Il problema è se basta. Ma noi non possiamo perdere la consapevolezza di essere unitari; il mio problema con Capezzone è quà: lui non è mai stato unitario, è stato un singolo, si è sempre occupato di se stesso. Ed è per questo che io sono quì, voi con le vostre presenze, i vostri volti, siete quì e lui sta da un’altra parte.
Quando Valeria io ho sentito che voi avete riproposto e riportato all’attenzione del Partito radicale il problema economico, in termini drasticamente e puramente liberali, cosa che noi che siamo nati liberali per anni non ce lo siamo permessi. E’ una conquista straordinaria, che non so se è nostra o dovuta all’opportunità, perchè è questo che ci offrono in questo momento.
L’importanza del momento organizzativo è fondamentale in questo contesto, anche se - a dirci la verità - noi abbiamo sempre visto nell’organizzazione una limitazione della nostra capacità, perchè se si organizza si riduce, si contiene, si condiziona la libertà; e la libertà è fondamentale anche per noi, per lo stare insieme. Quindi questo è un momento in cui o riuscite a rendervi conto che ci vuole il coraggio di vedere come - in mezzo a questo casino - è possibile ridare valore teorico al tavolo per la strada; anche con i mezzi che abbiamo bisogna avvertitìre l’importanza di quel mezzo - che a noi ha dato la speranza di avere qualcosa di più e di meglio per raggiungere i nostri fini - perchè anche gli altri, che sono quello che sono, se ne approprieranno, così come accade per il termine “radicale”.
Con questo discorso io vorrei convincervi che è necessario e non è tempo buttato via quello di fare delle riflessioni organizzate sulle organizzazioni. Ma stare attenti perchè non possiamo pensare agli aspetti organizzativi del momento radicale disgiuntamente; deve essere uno dei momenti che teniamo come fattore comune perchè se ci scappa anche quello faremo passi indietro, in un momento in cui l’ultimo passo stiamo riuscendo ad evitarlo. Il momento organizzativo oggi c’è e dobbiamo cercare di avere dei momenti di riflessione, di studio, proprio come facevamo una volta.
L’associazione come deve essere organizzata? Secondo il nostro statuto è organizzata dagli iscritti, che costituiscono il Partito radicale, che si associano o su un aspetto tematico o su quello localistico, e che attraverso quella associazione si danno un mezzo e un modo per dare una risposta organizzata, periferica, a quello che il Congresso mette come priorità nella sua mozione. Ma per avere questi gradi di libertà in questa configurazione politica, dobbiamo essere sicuri che anche in periferia ci siano delle condizioni che li rendano capaci di accogliere, dialogare e anche contraddire, con il momento unitario e nella loro specificità. Capisco che è un momento difficile e che noi radicali non siamo riusciti, finora, a dargli quell’attenzione necessaria, senza trascurare, ovviamente, il momento centrale della moratoria, dell’economia.
Prima facevamo il tavolo ed era di per sè esplicativo perchè era un tavolo antiregime, perchè il regime c’era, oggi non so se possiamo parlare di regime, perchè quello che si ebbe prima con la diffusione, la percezione, la compenetrazione di certi modi antidemocratici, violenti, che si consumavano momento per momento, già allora era difficile dimostrarlo, figuriamoci oggi, i nostri avversari ci riderebbero in faccia.


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