Intervento di Simona Colarizi alla presentazione del libro Marco Pannella: a Sinistra del Pci. Interventi parlamentari 1976-1979
Marco PannellaTrascrizione non rivista dall’autrice dell’intervento al dibattito di presentazione del libro “Marco Pannella: a Sinistra del Pci. Interventi parlamentari 1976-1979” (Kaos Edizioni), a cura di Lanfranco Palazzolo.
Palazzolo ci ha offerto un bel libro, un libro molto utile perché negli studi della storia contemporanea la storia parlamentare è poco percorsa, e questo è un grandissimo difetto.
Bisogna incoraggiare gli studi di storia parlamentare, bisogna prima di tutto andarsi a vedere i dibattiti parlamentari, perché sono molto significativi, al di là di tante carte e di tante fonti della storia, ma non si riesce a capire perché i più giovani storici non percorrano la strada del Parlamento, o forse lo si riesce a capire perché, ma si dovrebbe riuscire ad invertire la tendenza.
Questa lettura dei discorsi di Pannella in Parlamento è una lettura che io consiglierò a tutti i miei studenti, e che comunque consiglio a tutti i giovani storici perché è una miniera d’oro.
Questo per quanto riguarda il discorso sulla storia parlamentare, naturalmente questi discorsi in Parlamento di Pannella aprono una finestra su un periodo storico che è cruciale.
Vale a dire gli anni ‘70, su cui adesso comincia ad aprirsi un dibattito storiografico ed interpretativo. Gli anni ‘70 sono anni importantissimi, direi che sono il culmine per un sistema politico e come sempre dal culmine poi si discende, anche perché questo sistema politico non è stato in grado di rinnovarsi.
Questa ormai è un punto d’arrivo, un’interpretazione abbastanza condivisa dai contemporaneisti, anzi addirittura negli ultimi tempi si è cominciato a dire: “In realtà la Prima Repubblica è finita negli anni ‘70, quello che c’è negli anni ‘80 è già un’agonia che dovrebbe prefigurare una transizione”, una transizione che nel 2007 non è ancora finita. In quei momenti viene anticipata questa questa agonia del sistema.
Mi sembra che nella inconsapevolezza della classe politica sul fatto che il sistema fosse in una crisi mortale, ove non si trovassero meccanismi per rivitalizzarlo, mi pare che non ci possano essere dubbi che Pannella e il gruppo dei radicali abbiano la capacità di capire quello che sta succedendo, di analizzare gli elementi del declino del sistema, e di indicare la strada, l’unica strada percorribile e l’unica strada possibile.
Perché dico questo? Gran parte di questi interventi di Pannella, anche se poi spaziano su altri argomenti, sono incentrati sul discorso del “compromesso storico”, che per Pannella non è un compromesso storico ma “di potere”, che porta a un pastrocchio, che fa sì che non esista più una opposizione. Io citerei una frase di Pannella, ve ne cito qualcuna, non tutte, tanto qui c’è Marco che ha memoria di sé, ma mi sono annotata questa frase perché è impossibile non riportarla all’attualità di oggi: “Dove non c’è una grande opposizione non c’è un grande governo”.
Così come, e il discorso qui si allarga, ci sono alcune indicazioni molto nette. Il compromesso storico, di cui si riconosce come padre Berlinguer, Pannella, molto correttamente dal punto di vista storico, non lo attribuisce a Berlinguer, non è stato Berlinguer a scoprire il compromesso storico, dice Pannella, perché questo compromesso esiste da trent’anni prima. E motiva questa affermazione quando collega la linea Berlinguer alla linea di Togliatti, la linea di Togliatti è quella che ha seguito Berlinguer, cioè la linea della “non alternativa”. È questo il filo del discorso. Perché entra in crisi il sistema negli anni ‘70? Secondo questa interpretazione il sistema politico, arrivato al suo culmine, che è entrato nella spirale discendente, è un sistema bloccato. Questa interpretazione è sostenuta anche dagli storici, su questo c’è largo consenso.
Negli anni ‘70 il blocco del sistema è di fronte a tutti, è un sistema che è bloccato dalla incombenza della “conventio ad escludendum”, fondato su una presenza anomala rispetto alla democrazie occidentali di un forte Partito Comunista che nel 1976 raggiunge il 34.4%, e che nel 1975 è a due passi dalla Democrazia Cristiana, ciò rende il sistema in teoria ingovernabile. In realtà con il referendum sul divorzio, con la vittoria della parte divorzista, che è un’altra vittoria che in gran parte non è certo merito della classe politica, ma è merito del movimentismo condotto in gran parte dai radicali che ha spinto, che ha condotto la classe politica al referendum, nel momento in cui si ha la vittoria referendaria si ha un fatto dirimente nella storia, vale a dire che per la prima volta nella storia della repubblica la Dc va in minoranza.
Si prefigura la possibilità di uno schieramento alternativo, politicamente parlando lo schieramento divorzista non è uno schieramento politicamente percorribile come alternativa, però con le elezioni amministrative del 1975, sappiamo che un Partito Comunista che ha il 33-34%, il Partito Socialista un 12%, e tutte le giunte più importanti italiane, tutti i sindaci delle città più importanti di Italia, da Torino, a Milano, a Firenze, a Roma e persino a Napoli, prefigurano un discorso di alterativa, tanto è vero che Riccardo Lombardi, lancia la strategia della alternativa. La possibiltà di arrivare a un alternativa c’è, ci sono le resistenze dei socialdemocratici, resistenze a livello nazionale che per esempio in periferia non ci sono.
In periferia le giunte si fanno anche con i socialdemocratici e con i repubblicani per cui diciamo che la possibilità di arrivare alla fatidica soglia del 51% e rivitalizzare un sistema bloccato c’è.
Questo è un sistema che è governato nei 30 anni precedenti dalla Dc ed è paralizzato dalla Dc.
Allora a questo punto l’interrogativo è: perché non si fa l’alternativa, perché non ci si mette a lavorare all’alternativa?
Gli equilibri delle giunte locali, gli equilibri delle giunte delle elezioni del 1975 sono molto importanti perché nella storia della Repubblica gli equilibri politici delle giunte locali hanno sempre anticipato gli equilibri nazionali. È stato così per il centrosinistra, il quale a partire dal 1955 e poi con la valanga del ‘76 si creano le giunte del centrosinistra, sembrava un’evoluzione possibile il fatto che nel 1955 si andasse verso questo tipo di equilibrio nazionale.
Sappiamo che Berlinguer non accetta il 51% anzi si ingaggia in una polemica molto aspra con Riccardo Lombardi dicendo che con il 51% non si governa.
Perché lo fa? Perché non credono nel bipartitismo, non possono crederci perché sono legati ancora a Mosca, Berlinguer procederà nel distacco, nei passi di distacco, però, diciamo, il legame con Mosca rimane operante per cui l’unica alternativa per il Partito Comunista di accreditarsi all’interno di un governo è “l’Unità nazionale”, è l’unica cosa, non lo può fare, ecco perché il Cile interviene.
Però lì entriamo nell’altro tipo di discorso, quello che fa sì che il dialogo Berlinguer- Moro decolli, ed è il discorso sul “paese debole”.
Se gli avvenimenti del Cile sono così dirimenti per Berlinguer, io non penso che siano la causa, è perché l’Italia degli anni ‘70 viene descritta come il Cile. Questo è un falso storico, come si può paragonare l’Italia degli anni ‘70 al Cile? La presenza dei servizi, il condizionamento americano (c’è Carter), in secondo luogo e a me questo pare l’elemento più importante, l’Italia sta in Europa, non è il Cile, nel ‘79 ci saranno le elezioni europee.
È questo il vero nodo perché per Moro e per Berlinguer questo tutoraggio di una società italiana che può essere governata solo da un accordo delle elìte partitiche perché il paese è giovane, perché il paese è immaturo, perché il paese è conflittuale, perché il paese è un bambino che ha ancora bisogno di essere curato, questo è la democrazia debole, ecc
E’ vero che questa è l’Italia degli anni ‘70, anche qui i radicali hanno tirato su il famoso velo: questa è un’Italia che si sta muovendo e chiede democrazia, unità, diritti, è un’Italia in cui le rivolte della fine degli anni ‘60 hanno scoperto un’ Italia di tipo democratico, pensiamo a tutto quello che è l’associazionismo nella società civile che si attiva in questo periodo.
Non si può vedere il ‘68 solo come la radice dl terrorismo, il ‘68 è la radice della democratizzazione della società, che poi ci siano le cellule impazzite del terrorismo, questa va messo in conto.
Però il problema è di capire. È una società debole? Stanno cadendo i pilastri di un autoritarismo e di un ingessamento della società che si sta liberando, ripeto, guardiamo a tutto quello che è l’associazionismo democratico, dai medici democratici, ai poliziotti democratici, le casalinghe democratiche, i genitori democratici, gli imprenditori democratici, questa è un’ondata che è molto più profonda del movimento. Questo è in totale contraddizione rispetto all’idea della società debole.
Ultima cosa: che cosa sta chiedendo questa società in movimento? Sta chiedendo un rinnovamento.
Perché questo si esprime dappertutto, sta chiedendo un rinnovamento della classe politica, perché se no noi non capiamo nemmeno le elezioni del 1975, queste elezioni sono una forte richiesta di rinnovamento, che scarica i voti del Partito Comunista sulla base di un fortissimo equivoco, sulla base dell’equivoco che il Partito Comunista si presenti come la forza del rinnovamento, si presenta come tale, l’investimento è questo, diciamo anche che tutti i nuovi ceti che votano comunista, votano sulla base del fatto che il Partito Comunista vuole assicurare il rinnovamento.
Siamo veramente in presenza di due facce, due strategie, una è quella di presentarsi come la forza del rinnovamento, l’altra invece è il rinnovamento insieme alla Dc, che è la contraddizione che viene sanata sulla base dell’emergenza.
Il problema è il fatto di considerare il paese debole, non adatto per un’alternativa e soprattutto di non avere un’idea di una democrazia che è necessariamente conflittuale. Nel momento in cui non c’è conflitto non c’è democrazia.
Allora che cosa succede? Ovviamente è chiaro che gli avversari maggiori per il Partito Comunista, ovviamente non c’è solo il discorso di sedere alla sinistra del Pci, o le risse durante le elezioni, sono i radicali. Sono i radicali i nemici, ovviamente culturalmente lo sono, ma lo sono anche perché vanno a compromettere il percorso del compromesso storico, lo compromettono in tutti i modi mettendo in difficoltà la Dc, e mettendo chiaramente in difficoltà i partiti laici.
Il caso del divorzio è emblematico perché noi sappiamo benissimo che a un certo punto il Partito Comunista era pronto a cercare un compromesso al ribasso sul divorzio con la Dc, e lì è la spinta delle piazze, della base, dei radicali che costringe il Partito Comunista, che è contro la Dc.
Tutto quello che stanno facendo i radicali negli anni ‘70 sui diritti civili è lo smantellamento dell’azione fascista, perché noi dobbiamo ricordarci che esiste ancora il codice Rocco, che mette in forte difficoltà la Democrazia Cristiana, è chiaro che per il Partito Comunista i radicali diventano il vero avversario da battere. Naturalmente la questione del compromesso storico a questo punto deve stabilizzare la situazione.
La contraddizione è che noi abbiamo un movimento, che è arrivato ad una svolta nella sua esistenza, che chiede giustamente un rinnovamento, chiede una nuova politica, la risposta che gli si dà è un compromesso tra i due maggiori partiti per stabilizzare quell’equilibrio, un equilibrio che ormai non esiste più.
È chiaro che quando il compromesso fallirà, e fallisce, perché ovviamente la Dc come ha un’alternativa fa fallire il compromesso storico, per la Dc è una questione vitale di non governare con i comunisti, perde la sua ragione di essere se continua a governare con i comunisti.
Il Pci non ha più un’altra strada, l’alternativa democratica di Berlinguer nel 1979-80 è una copertura di un’assenza di politica, Berlinguer a mio giudizio è l’uomo di una sola strategia, della strategia di Togliatti, della strategia di Berlinguer dell’accordo nazionale.
A questo punto il sistema si riimmobilizza e non può che morire. Tutti i tentativi di rivitalizzare il sistema falliscono, come per esempio il tentativo dall’interno di Craxi, è un tentativo che poi fallisce perché viene fatto all’interno di un potere che è rimasto sempre quello.







