Intervento scritto di Diego Galli nella riunione con le associazioni radicali locali del 1 settembre 2007
- Il contributo di RadioRadicale.it
Parto con alcune segnalazioni. Grazie al lavoro di Mario Moroni, un giovane studente che sta svolgendo uno stage, e direi anche un periodo di militanza radicale, presso RadioRadicale.it, abbiamo pubblicato online una sintesi degli interventi della riunione precedente (inviateci pure integrazioni o correzioni), e la trascrizione di alcuni interventi. Trovate tutto sul sito www.radioradicale.it in evidenza.
Inoltre, ormai da alcuni mesi, a partire da un’inchiesta portata avanti sul sito “Fai notizia” con la collaborazione di molti di voi sugli strumenti di democrazia diretta azionabili a livello locale, abbiamo iniziato ad approfondire gli strumenti di intervento sul territorio a disposizione di associazioni o gruppi che vogliano promuovere riforme o svolgere azioni per il rispetto della legalità. Abbiamo in preparazione un evento di dibattito su questo e un lavoro più complessivo che già nei prossimi giorni inzierà con una raccolta di informazioni sulle attività della associazioni radicali locali che condurrà Simone Sapienza.
- Partito radicale e politica sul territorio. Una questione aperta dal 1967 e (per fortuna) ancora mai chiusa
Ascoltando la riunione precedente emergevano chiaramente una serie di difficoltà, che appaiono spesso strutturali e non solo contingenti, che rendono difficile e a volte apparentemente impossibile l’azione politica radicale sul territorio. Si tratta di una questione da sempre aperta dentro il Partito radicale, e credo che il fatto che non abbia mai trovato una soluzione definitiva sia quello che ha mantenuto viva la possibilità di soluzioni creative.
Ci siamo tutti potuti render conto, soprattutto i radicali presenti sul territorio, come una delle cause del fallimento della Rosa nel pugno sia stata proprio la resistenza dei potentati locali dello Sdi a confluire in un progetto riformatore.
Se si ripercorrono i lavori di preparazione dello statuto radicale del 1967 risulta evidente dell’attenzione e dell’importanza “strutturale” che era assegnata all’attività autonoma dei Partiti regionali e delle articolazioni locali del partito. Solo un partito che fosse vissuto di iniziative autonome locali, con un assetto federale, sarebbe potuto essere un partito libertario e vitale, capace di promuovere lotte politiche e non ridursi a minoranza settaria.
Già allora c’era chi sollevava le difficoltà che si sarebbero incontrate e che si mostrava pessimista sulla realizzabilità di un tale modello di partito. Riporto l’intervento di un tale Maselli, al convegno di Faenza preparatorio del nuovo statuto, nel 1966:
“Masetti”: Voglio portare la voce del partito della provincia, dove sentiamo molto il problema di mantenere i contatti nella nostra città, Ravenna, e di essere militanti efficienti sul piano politico. Come può la nostra base essere costituita di persone che abbiano il dinamismo sufficiente a essere individualmente delle cellule, che abbiano un addestramento personale tale da far in modo che il radicale in ogni circostanza sia capace di presenza politica e possa assumere su di sé del le responsabilità a nome del partito. Questo mette a disagio. Un operaio riesce a fare qualcosa di più che una testimonianza sul luogo di lavoro? O occorre essere persone che fanno eroicamente della politica?
http://www.radioradicale.it/exagora/2-il-convegno-di-faenza-dellottobre-1966-2-parte
I radicali hanno avuto la forza, contro efficientismi, entusiasmi del momento o illusioni sulla possibilità di consolidare il potenziale di lotta radicale strutturandosi sui moduli tradizionali di insediamento istituzionale, di rinunciare a possibili strumenti di potere, e quindi certo anche di potenzialità di azione, per mantener fede a una aspirazione e a un disegno politico molto lucido, che purtroppo non si è potuto realizzare, per lo stesso motivo per cui a livello nazionale non si è riusciti a provocare quella rivoluzione liberale che in tanti modi diversi e con tanti strumenti diversi si è tentata dal 1955 ad oggi.
Panebianco, Strik Lievers, Corleone e Teodori individuavano molto lucidamente già nel 1979 alcune cause:
(…) non si può ignorare il fatto che finora il Pr è vissuto prevalentemente su impulso dal centro e che quindi le iniziative e i meccanismi di intervento regionale autonomi ne sono rimasti sacrificati. Ma il nodo non sta tanto in un conflitto tra centro e periferia, quanto nel fatto che l’attacco al potere e le battaglie di libertà che i radicali hanno finora condotto sono state tutte riferite ai dati centrali e nazionali e quindi su di essi è cresciuto lo stesso modo di funzionare dell’organismo partitico radicale.
Passare da un centro che manda impulsi alla periferia, a una molteplicità di impulsi che provengono da più aree - territoriali ma anche e soprattutto istituzionali e sociali - significa anche saper individuare la molteplicità e complessità delle strutture di potere e, rispetto a esse, far crescere le battaglie, i militanti e i relativi gruppi dirigenti in grado di saperle condurre, e gli strumenti di lotta a misura della gente nei luoghi in cui essa vive quotidianamente.
La contraddizione, tra, da una parte, la centralizzazione inerente alla vita e alla lotta politica d’oggi a cominciare dagli stessi strumenti che è indispensabile usare per ottenere efficaci risultati anche nella diffusione delle lotte e, dall’altra, l’aspirazione anticentralista radicale è anche la chiave reale di comprensione del rapporto tra il Pr ed il suo leader Marco Pannella.
http://www.radioradicale.it/exagora/radicali-o-qualunquisti-5-il-pr-come-partito-bifronte
La sfida è oggi proprio quella di trovare quegli strumenti che, senza venir meno agli obiettivi di fondo della presenza radicale nel paese, possano risultare “efficaci” per condurre lotte autonome sul territorio, in un rapporto virtuoso con il centro, e non di semplice cinghia di trasmissione di impulsi e iniziative il cui obiettivo, come è giusto e naturale che sia, è il centro della politica nazionale, e non il territorio, proprio per ragioni di efficacia e di limitatezza non solo di mezzi, ma di possibilità di azione.
Si tratta di una sfida che non riguarda soltanto i radicali, ma credo la democrazia italiana. Riuscire a inventare strumenti, a dimostrare l’efficacia di azioni individuali organizzate, dell’impegno personale militante, per produrre cambiamento, controllare l’operato delle istituzioni, organizzare denunce, far circolare informazioni, dimostrare il potenziale democratico e civile del contributo di ogni singola persona, realizzare tutto questo attraverso forme organizzative alternative a quella della partitocrazia e dell’associazionismo parastatale, rappresenta un contributo di azione e di teoria (teorie dei fatti) per il rinnovamento di tutta la politica, in un momento in cui tutti denunciano la disillusione, la sempre più scarsa partecipazione, l’apatia come una delle principali cause del deterioramento della democrazia reale.
- L’esempio di Mjaft!
L’anno scorso, in un viaggio in Albania, ho avuto modo di visitare i quartier generali di un’organizzazione di cui avevo sentito parlare in riferimento alle rivoluzioni colorate in Ucraina, Serbia e Georgia. In realtà Mjaft, che in albanese significa “basta!” ha poco a che fare con Pora, Kmara o Otpor, anzitutto perché opera in un contesto già democratico, in cui il suo ruolo è quello di promuovere riforme e fungere da “cane da guardia” del potere, soprattutto riguardo il rispetto della legalità e dei diritti individuali.
Il ciclo di vita delle iniziative nasce generalmente dal gruppo di ricerca, che elabora proposte e analisi, passa per la discussione prima in mailing list, poi nelle riunioni e eventualmente per il voto a maggioranza. Si traduce in azioni immaginate attraverso riunioni di brainstorming da cui emergono anche le idee per forme innovative di protesta.
Il primo step è rappresentanto da interventi sui media, anche attraverso il contributo di esperti, per sollevare una determinata questione (l’assenza di acqua, i black out di elettricità, l’analfabetismo nelle campagne, scandali che coinvolgono il governo). Si chiede al governo di rispondere sulle questioni sollevate avvalendosi della legge sul diritto all’informazione e all’accesso dei documenti ufficiali. A questo seguono le azioni di protesta.
La cosa interessante è che Mjaft non si limita a proporre soluzioni e protestare. Gestisce infatti programmi di azione sul campo per tentare di affrontare, grazie al lavoro concreto di volontari, le questioni che tenta di denunciare a livello politico. Durante la campagna contro il degrado ambientale la scorsa primavera, decine di militanti si sono spostati per l’Abania pulendo le città dai rifuti e attaccando sui cestini adesivi che invitavano al rispetto dell’ambiente (purtroppo l’albania è cosparsa di rifiuti gettati ovunque). La scorsa estate, in contemporanea con la campagna contro l’analfabetismo (raggiunge l’80% in Albania e rappresenta uno dei maggiori fallimenti della transizione democratica che aveva ereditato dal comunismo un tasso elevatissimo di alfabetismo), Mjaft ha promosso progetti nelle aree rurali di ricostruzione di scuole, campus estivi con docenti volontari, distribuzione di manuali e libri di testo.
Le risorse per svolgere queste attività derivano in parte dalle iscrizioni e in parte da progetti finanziati da fondazioni private e anche dalle ambasciate di paesi esteri n nell’ambito delle azioni di promozione della democrazia (Stati Uniti, Olanda, Germania, Spagnia… niente dall’Italia ovviamente).
Nel 2004 Mjaft riceve il premio Onu per la società civile. In Albania, in tre anni, è divenuto uno degli attori principali della vita politica.
Certo l’Albania è molto diversa dall’Italia, e l’esempio di Mjaft solo in parte è calzante rispetto agli obiettivi radicali. Tuttavia è una dimostrazione di come un gruppo possa condurre autonomamente delle campagne di riforma utilizzando strumenti diversi da quelli della presenza istituzionale, utilizzando azioni dirette, strumenti innovativi di comunicazione e una professionalità legata all’uso di strumenti di “imprenditoria sociale”, cioè gestione di progetti legati alla società ma con un intento dichiaratamente riformatore e politico.
Per quanto politicamente molto distanti, e anche diversi come obiettivi e caratteristiche, la struttura dei meetup di Beppe Grillo, ad esempio, si è dimostrata efficace nel mobilitare e portare avanti iniziative innovative di comunicazione e partecipazione. Potrebbe essere utilmente studiata.
- La proposta di Pannella
La proposta di Marco Pannella della creazione di un’inchiesta nazionale sulla situazione dei malati terminali, o dei malati privi della possibilità di comunicare, rappresenta uno strumento di azione di questo tipo, che unisce azione di giornalismo militante (o partecipativo, come diciamo noi di “Fai notizia”), denuncia di una questione sociale, e proposte di soluzioni politiche al problema.
E’ anche un’azione allo stesso tempo impossibile da portare avanti se non a livello locale, ma di intrinseco rilievo nazionale, che si presta quindi a strutturarsi attraverso una compartecipazione virtuosa tra le varie realtà della galassia radicale.
E’ infine un’iniziativa che consente di entrare in contatto con situazioni sociali, con le potenzialità di adesione, iscrizioni, nuovi militanti che questo può portare.
- Gli strumenti istituzionali di partecipazione
E’ stato Mario Staderini, in un intervento al comitato di Radicali Italiani in cui sono stati resi noti i risultati dell’inchiesta collaborativa sui referendum locali, a proporre una possibile strada per l’uso efficace di questi strumenti, che presi singolarmente sono inefficaci, di democrazia diretta previsti dagli statuti degli enti locali. Cito dal suo intervento:
È oggi possibile, dunque, che dei cittadini si organizzino per rivolgere al Sindaco interrogazioni ed interpellanze con cui chiedere spiegazioni su fatti precisi o chiarimenti circa la posizione dell’amministrazione comunale su temi di carattere generale. Raccolte le firme, che non richiedono le formalità stringenti cui siamo abituati per i referendum nazionali, il Sindaco ha 60 giorni di tempo per dare una risposta.
Parimenti, con alcune migliaia di firme – sempre di agevole autenticazione e quindi senza i costi proibitivi del cancelliere - possono essere presentate delibere comunali di iniziativa popolare, per le quali è previsto un termine –di norma 6 mesi- entro il quale devono essere calendarizzate.
Anche le semplici petizioni sono spesso valorizzate dagli statuti, che vi collegano un obbligo del sindaco di rispondervi per iscritto in un termine temporale breve, oltre alla pubblicazione sul Bollettino comunale.
Un discorso più complesso, ma ugualmente percorribile, è quello dei referendum locali, previsti nella duplice versione di referendum abrogativi e consultivi.
Alcuni statuti hanno poi introdotto l’azione popolare, ovvero la possibilità per il cittadino elettore di far valere in giudizio le azioni e i ricorsi che spettano al Comune.
Sino ad oggi le potenzialità di questi strumenti di democrazia civica sono rimaste sostanzialmente inespresse.
A mio avviso, ciò è dovuto all’interesse dei partiti politici ad evitare che la gestione della cosa pubblica veda il controllo ed il coinvolgimento diretto dei cittadini.
Noi radicali, ancora una volta, possiamo essere degli “attivatori di democrazia”, tirando fuori dalla polvere questi strumenti di partecipazione popolare, e con essi dotarci di mezzi più efficaci per le nostre politiche sul territorio.
La trasparenza dei processi decisionali, il rendimento dei costi della politica, la gestione delle aziende municipalizzate, la laicità dell’amministrazione comunale, sono alcuni dei fronti su cui potremmo dire la nostra.
Attraverso le interrogazioni, le petizioni, le delibere di iniziativa popolare, le azioni popolari, un’associazione radicale locale (o anche singoli militanti) sarebbe in grado di mettere in campo iniziative quotidiane alla pari di un consigliere comunale.
Una specie di “gruppo consiliare radicale virtuale” , o di “consigliere comunale collettivo”, che eserciti insieme alla cittadinanza le attività tipiche degli eletti negli enti locali, anzi, con una forza in più.
Ci si profila, pertanto, la possibilità di percorrere una stagione di iniziative istituzionali e popolari con cui controllare la gestione della cosa pubblica e verificare la legalità dei processi decisionali.
Una riflessione a carattere nazionale su queste tematiche ci consentirebbe peraltro di arrivare a proposte simili in tutti i livelli territoriali, con l’effetto di dare carattere politico nazionale ad una campagna locale.
Un particolare tutt’altro che secondario è rappresentato dall’opportunità che queste iniziative ci consentiranno, ovvero l’acquisizione di indirizzari specifici e nuovi rispetto a quelli gia in possesso dell’area radicale. Nel raccogliere le firme per le interrogazioni popolari o le proposte di delibera (che possono essere fatte da chiunque anche porta a porta), ben potremmo chiedere anche le e-mail e gli indirizzi da autorizzare ai fini della privacy.
Molte associazioni radicali hanno già iniziato a far uso di questi strumenti, ed è quindi forse possibile già iniziare ad approfondire la questione partendo dai risultati, dalle difficoltà, e dalle idee sviluppate grazie alla visione della complessità di cui si arricchisce chiunque traduce un’idea in un’iniziativa concreta.
- Indirizzari e nuovi strumenti di comunicazione
Mario Staderini nel suo intervento parlava dell’importanza strategia della raccolta di indirizzari. Credo che questo sia un punto centrale che vada unito a un lavoro di creazione di strumenti nuovi di comunicazione che possano essere gestiti in partnership dal livello locale e da quello nazionale del partito. Una pubblicazione realizzata in modo snello e moderno, in parte redatta centralmente, in parte a livello locale, che venga inviata all’indirizzario raccolto dalle associazioni locali in una versione appunto “locale”, e diventi strumento non solo di diffusione di informazioni sull’attività politica radicale, ma di creazione di un network locale di sostenitori e militanti.
Nel corso della riunione si è anche parlato dell’importanza di internet e di strumenti possibili come l’organizzazione di mostre sulla storia radicale (e magari proiezione di filmati, anche di documentari su alcuni problemi sociali al centro dell’iniziativa radicale). Maria Serena De Santis ha proposta strumenti innovativi ad esempio per la produzione di volantini e opuscoli.
- La necessità di creare strutture per una politica radicale che passi per l’iniziativa sul territorio
Le esigue energie, e il fatto che alla fine le possibilità di successo o fallimento passano per il livello nazionale dell’iniziativa politica, hanno fatto sì che l’azione sul territorio dei radicali fosse lasciata alla sola autonoma iniziativa delle singole associazioni. Questo in parte è un bene, ma se si vuole che questa azione possa essere effiace, e fonte di sinergie e forza centripeta, non si può fare a meno di un’attività di coordinamento, di confronto e scambio continuo di esperienze, di creazione di servizi e strumenti in grado di facilitare e rendere più efficace l’azione sul territorio.
Provo ad avanzare delle proposte:
1) nel prossimo congresso di radicali italiani una sessione apposita deve essere dedicata allo scambio di esperienze tra associazioni radicali su strumenti, campagne, forme organizzative, creazione di sinergie;
2) deve essere creata una figura di coordinamento che si occupi di organizzare anzitutto gli strumenti per consentire questa sinergia tra associazioni locali e tra queste e i soggetti politici radicali, e che abbia anzitutto la funzione di facilitatore della creazione dei momenti e luoghi per lo scambio continuo o periodico di informazioni, proposte, lavoro comune, e che possa sollecitare gli organi dirigenti su proposte di azione politica comune basate sull’intervento sinergico sul territorio delle associazioni radicali (partendo ad esempio dalla proposta di Pannella);
3) occorre immagine soluzioni organizzative interne che consentano, anzi obblighino, a una strutturale revisione degli strumenti di iniziativa, dibattito e organizzazione del lavoro che si basino sulla partecipazione e il lavoro volontario di decine di persone sul territorio nazionale, e non solo di quelle che possono essere presenti a Roma, spostarsi, o hanno il tempo libero e le capacità già ascquisite necessarie per inserirsi in un’organizzazione del lavoro pensata per poche persone.
Sperando che queste riflessioni, rese un pò astratte dalla impossibilità di ascoltare il dibattito, possano avere una qualche utilità.
Ribadisco comunque la piena disponibilità di RadioRadicale.it a collaborare a questo progetto di rilancio dell’iniziativa radicale a livello territoriale.


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