Intervista a Fabrizio Dragosei sulle prossime elezioni legislative e presidenziali in Russia
Ada Pagliarulo: Parliamo di Russia, della Russia di Putin, e lo facciamo con il corrispondente a Mosca del Corriere della Sera, Fabrizio Dragosei. La Russia si avvia ad una prima tappa importante nella sua vita politica e istituzionale: ci sono le elezioni legislative quest’anno e nel marzo dell’anno prossimo, nel 2008, si terranno le elezioni presidenziali. Putin, secondo la Costituzione, non può candidarsi per un terzo mandato, anche se non mancano le proposte… Tra queste l’ultima è del Presidente del Consiglio della Federazione Mironov, perchè si ripresenti per un terzo mandato. Chiediamo a Dragosei di descriverci il clima in cui sta procedendo la campagna elettorale, sia per le legislative che per le presidenziali in Russia. Lei negli ultimi tempi ha descritto questa Russia, anche la generazione che è cresciuta con Putin, questo movimento giovanile al quale Putin tiene molto, i “Nashi” (i Nostri) un titolo più che esplicito…
Fabrizio Dragosei: Certo, l’appuntamento elettorale è fondamentale in questo momento per la Russia e io credo che vada tenuto presente sempre per capire molte delle cose che succedono in questo paese, anche dei fatti esterni di politica internazionale, perchè spesso si tende a dimenticare che è una scadenza fondamentale per la Russia. La Russia è diventata indipendente con lo scioglimento dell’URSS nel 1991, ha conosciuto un lunghissimo periodo, come molti sanno, di grandi incertezze e di grandi problemi, anche per l’assoluta mancanza di un vertice vero e proprio: ai tempi di Eltsin il presidente era quasi una macchietta internazionale. Poi è arrivata la grande stabilizzazione di Putin. E oggi siamo di nuovo ad una terza transizione: per la prima volta la Russia dovrà affrontare probabilmente il “dopo-Putin” oppure dovrà affrontare un cambiamento costituzionale per far rimanere in sella Putin. Ricordiamoci che si tratta di un cambiamento epocale, una cosa molto, molto delicata. Allora moltissime delle cose che accadono, delle affermazioni, delle prese di posizione, anche internazionali, sono dettate proprio dall’assoluta necessità per il Cremlino e per Valdimir Putin di riaffermare completamente il consenso che nel paese c’è oggi per Putin e che lui dovrebbe eventualmente trasferire a un suo successore se decidesse, come per ora tutto lascia credere, di voler lasciare la mano. Se invece il Cremlino decidesse di muoversi verso una riforma costituzionale - ricordiamo che il presidente russo, come anche il presidente americano (la costituzione russa è stata proprio modellata su quella degli Stati Uniti), non può essere eletto più di due volte, non può svolgere più di due mandati - di nuovo servirebbe un enorme consenso nel paese. E moltissime delle mosse fatte finora servono proprio a rafforzare questo consenso, a fare in modo che il “rating” di Putin - che oramai è vicino all’80% - rimanga tale fino al momento decisivo. A dicembre, come avete ricordato voi, ci saranno le elezioni parlamentari per il rinnovo della Duma, ma quelle sono molto scontate: nel senso che oramai non esiste un solo partito “filo-Putin”, ne esistono in realtà tre! Quello centrale, fondamentale, “filo-Putin” e altri due, che vanno a coprire la destra e la sinistra… Nel senso che il Cremlino non vuole avere sorprese di alcun genere, per cui ha creato delle formazioni abbastanza fittizie per andare a dare fastidio ad un’eventuale ripresa di consensi da parte del Partito comunista a sinistra e anche a destra, per coprire l’ala ultranazionalista che in Russia è molto presente.
Ada Pagliarulo: Hanno anche innalzato notevolmente la soglia per accedere alla Duma, arrivata al 7%…
Fabrizio Dragosei: Esattamente. In Russia negli anni Novanta c’è stata l’esperienza del “parlamento ingovernabile” e quell’esperienza ha portato poi ad una reazione di questo tipo, anche perchè, lo dicevamo all’inizio, il Cremlino non vuole correre rischi. L’altro grosso rischio che il Cremlino potrebbe correre, soprattutto alle elezioni parlamentari più che a quelle presidenziali, è il rischio giovani. L’esperienza di quello che è avvenuto in Georgia prima, in Ucraina, e poi anche in Asia Centrale, cioè questi movimenti sorti dal nulla per il rispetto dei diritti fondamentali, dei diritti di espressione, dei diritti di libertà civili, è una cosa che mette molto paura al Cremlino e per questo da molto tempo è in corso una campagna per “conquistare” i giovani, per assicurarsi che non possano esistere in Russia movimenti come quelli tipo “Pora”, che si era sviluppato in Ucraina e che prendeva le mosse dal movimento nato in Serbia all’epoca della sconfitta di Miloševic. Ed è per questo che il Cremlino ha creato Nashi - prima si chiamava “Idushchiye Vmeste”, “Camminiamo Insieme” - il partito dei ragazzi filoputiniani, che si esprimono contro gli estremismi e contro le opposizioni. Anche nel settore giovanile, come in Parlamento, di nuovo il Cremlino non vuole correre rischi e quindi copre a 365°: accanto al movimento Nashi, che è quello più ufficiale, controllato direttamente dal Cremlino, ne sono sorti altri che vanno a coprire ad esempio l’ala nazionalista, estremista e quasi neonazista, che è molto presente in Russia. Ce n’è un altro creato dalla Chiesa, che va a coprire l’ala ultrareligiosa, dei giovani influenzati magari da Solgenitsin, e ce n’è un altro ancora di sinistra che prende il posto dei vecchi movimenti dei pionieri del Komsomol la “Giovane Guardia”, che non a caso è il titolo di un famoso romanzo popolarissimo in Russia nel dopoguerra e fa degli idoli quei ragazzi che combattevano insieme ai partigiani dietro le linee tedesche durante l’invasione nazista. Questa è un po’ la situazione in vista delle elezioni di dicembre. Dopo dicembre arriviamo alle elezioni presidenziali, che saranno a marzo, e lì ancora bisogna capire cosa succederà… E l’incertezza è ancora cosa farà Putin: se lui decidesse, come tutto lascia dire, di abbandondare la partita e di passare la mano, ci sono già due candidati che potrebbero succedergli, due delfini designati, tra cui per ora uno sembra avere maggiori possibilità di successo. È l’ex ministro della difesa e attuale vicepremier, Sergej Ivanov, anche lui uomo proveniente dalle file del KGB come Putin e Ivanov, è il rappresentante dell’ala militarista, degli “uomini dei gruppi di potere”, dei ministeri di forza, soprattutto ex-KGB e militari; invece l’altro delfino, Dmitrij Medvedev, rappresenterebbe il vecchio gruppo dei democratici riformisti di San Pietroburgo, anche lui vicepremier e ai vertici di Gazprom, ma che per ora sembra leggermente più in difficoltà rispetto a Ivanov.
Ada Pagliarulo: E comunque parliamo di preferenze dei possibili elettori di un 12-13%, ben lontani dagli score che raggiunge Putin…
Fabrizio Dragosei: Sì. Infatti prima delle elezioni Putin, se deciderà di lasciare la mano, dovrà scegliere il candidato, portarlo avanti e dargli molto spazio per fargli aumentare il rating. Ricordiamoci “l’esperienza Putin” che è quella che qui in Russia è rimasta storica ed è rimasta anche un esempio fondamentale di successo di questo modo di procedere politicamente. Nel 1999 Putin da capo del FSB, successore del KGB, divenne primo ministro e ancora nel dicembre del 1999 era abbastanza poco conosciuto e soprattutto poco popolare: proprio il 31 dicembre 1999 Eltsin passò la mano e nel giro di tre mesi Putin ebbe qualla possibilità di apparire in prima persona, di rimanere sotto la luce dei riflettori che lo rese così popolare da essere poi eletto clamorosamente alle presidenziali del 2000.
Ada Pagliarulo: Ci sembra che comunque - chiamiamolo patriottismo di stato, chiamiamolo orgoglio nazionale o anche nazionalismo - questa sia la chiave fondamentale di questi anni di Putin e di quelli che intende segnare per il suo successore.
Fabrizio Dragosei: Questo, di nuovo, è un fatto che si può capire ricordando la storia della Russia da ancora prima del 1991 in poi, dagli ultimi anni della Perestroijka di Gorbaciov in poi: sono stati anni di crisi economica gravissima, ma soprattutto, forse ancor più che di crisi economica, di crisi morale, politica e di identità nazionale. I cittadini russi abituati ad appartenere alla grande superpotenza che nel bene e nel male comunque gli garantiva tutto e che faceva di loro dei cittadini di un paese temuto e rispettato del mondo, sono diventati dei “paria globali”. E non solo i russi, ma anche tutti quegli appartenenti a quelle ex-repubbliche sovietiche che non avevano grossi contenziosi aperti con la Russia… Si pensi a tutte quelle repubbliche dell’Asia Centrale, comprese quelle islamiche come l’Uzbekistan, il Turkmenistan, il Tagikistan… Io ho viaggiato molto in queste repubbliche e ancora oggi chiunque si incontri da quelle parti rimpiange i vecchi tempi, ossia alla domanda: Si stava meglio ai tempi dell’Urss?», la risposta è sempre inevitabilmente: «Sì, si stava meglio»; alla seconda domanda: «Vi piacerebbe tornare indietro?» la risposta è: «No, oramai vogliamo la nostra indipendenza». Però quella grandezza, quella sicurezza, quella stabilità che dava l’URSS - ricordiamoci che l’ultimo periodo prima della grande confusione, con l’elezione di Cernienko, di Andropov e poi di Gorbaciov, quindi l’ultimo periodo di Brezhnev, è conosciuto come il periodo della “stagnazione brezhneviana”: un periodo in cui non accadeva nulla, ma non c’era neanche alcun turbamento, alcun problema… La gente comunque riceveva lo stipendio, non aveva beni di consumo, doveva aspettare anni per una macchina che in occidente non sarebbe stata acquistata da nessuno, però aveva il servizio sanitario, aveva gli ospedali, aveva le scuole, aveva vacanze pagate sul Mar Nero, aveva ogni tanto le vacanze all’estero (c’erano, come alcuni sanno, varie “categorie di estero” e varie “categorie di cittadini” che potevano andare all’estero: i cittadini “normali” non andavano all’estero, andavano in vacanza sul Mar Nero… Quelli che erano un poco più affidabili e che magari avevano qualche legame con il partito andavano in Bulgaria, che era considerato “estero, ma non tanto”, così che esisteva addirittura un detto in russo che paragonava la Bulgaria al pollo e diceva “Il pollo non è un uccello e la Bulgaria non è estero” giocando sulle rime e dicendo che la Bulgaria è un “finto estero”, una specie colonia dietro casa; poi per altri c’era la Cecoslovacchia, ambitissima, e ancora meglio la Germania dell’Est, che era il paese in cui si facevano gli acquisti dei “beni di consumo”, per modo di dire… Quelli che potevano andare in occidente erano proprio un numero limitatissimo). Ecco: tutto questo è crollato nel 1991. Dopo sono seguiti anni di terribile incertezza e Putin ha restituito ai russi l’orgoglio di appartenere ad un grande paese. Gran parte delle sue azioni in politica estera sono dovute proprio a questa frustrazione che hanno vissuto tutti i russi e che ha vissuto anche Putin personalmente: ricordiamoci che lui era un giovane brillante dell’élite russa, che era riuscito a frequentare la scuola del KGB (che era una scuola alla quale tutti volevano mandare i loro figli perchè era l’élite del paese), era riuscito ad andare all’estero - seppure la Germania Est, come dicevamo prima, fosse un estero per modo di dire - conduceva una vita brillante, sicuramente migliore di quella che avrebbe potuto condurre a San Pietroburgo. Poi si è ritrovato senza posto di lavoro, costretto a tornare in patria, a mettersi a fare il tassista: quindi potete immaginare come ha vissuto questo periodo Putin. E come lui l’hanno vissuto tutti. Oggi, il fatto che la Russia alle riunione del G8 venga ascoltata con grande attenzione, il fatto che di nuovo i vertici tra Russia e Stati Uniti hanno un senso e un interesse mondiale, certamente per i russi ha un grosso valore.
Ada Pagliarulo: Lei ha seguito anche in questi anni la crescita economica della Russia: si è sempre detto che il vero limite di questa crescita economica è il fatto che sia sostenuta soltanto dai prezzi per le materie prime, quindi che si basa sostanzialmente sull’esportazione di materie prime per cui vediamo grande vendita e produzione di armi. In questi anni si è articolata in qualche modo l’economia russa? Si è creata anche una classe media?
Fabrizio Dragosei: Sì, una classe media si è creata, ma l’economia russa purtroppo non si è sviluppata molto al di fuori di questi settori che lei stava citando. Come per altri paesi l’aumento del prezzo del petrolio, il fatto di poter esportare petrolio, gas e altre materie prime di cui la Russia è grande esportatrice, è da un lato una benedizione e dall’altro una maledizione proprio perchè non consente all’economia di diventare più articolata e, in caso poi di nuove crisi e di deprezione dei prezzi del petrolio, potrebbe far ripiombare di nuovo il paese nella recessione. Per evitare questo i russi hanno creato un “Fondo di Stabilizzazione Petrolifero” che però ancora non si è chiarito bene a che cosa servirà: è un fondo enorme, nel quale oramai sono già confluiti svariati miliardi di dollari… In un primo momento si pensava di utilizzarlo per investire in valute pregiate, poi recentemente Putin ha parlato di usarlo per favorire lo sviluppo delle infrastrutture del paese, per costruire grandi centrali nucleari, per creare strade, collegamenti ferroviari… E questo sicuramente avrebbe una efficacia maggiore. In realtà, la cosa che ha un pochino modificato in meglio la situazione dell’economia russa è stata la grande crisi del 1998, quando il rublo è andato in default - cioè la Russia ha dichiarato di non essere in grado di pagare i suoi debiti sia privati che pubblici - e a quel punto, con una fortissima svalutazione del rublo nei confronti del dollaro e anche delle monete europee - parlavamo ancora ovviamente di marco, yen, lira, eccetera - l’economia, l’industria russa ha iniziato a produrre qualcosa che avesse un minimo di competitività. Però da allora in poi questa competitività è stata erosa, anche perchè qui il costo del lavoro è relativamente basso, ma non bassissimo e l’efficienza dei settori produttivi è molto bassa. Per cui oggi la Russia al di là delle materie prime non riesce ad esportare alcunchè e questo è sicuramente un gravissimo handicap per l’economia del paese in vista di un possibile nuovo calo dei prezzi delle materie prime.
Ada Pagliarulo: Un’altra cosa che si rimproverava in questi anni all’evoluzione della Russia putiniana, naturalmente come eredità del passato, era una assenza totale della società civile. Al di là della presenza di organizzazioni che sono creazioni artificiali, creature come il Nashi, le organizzazioni che hanno un ruolo di pubblica pressione come le ONG sono state soppresse: 600 dall’inizio dell’anno, quando è entrata in vigore la nuova legislazione sulle ONG.
Fabrizio Dragosei: Certo, da questo punto di vista la situazione in Russia è veramente drammatica. Dopo la grande euforia delle libertà dei primi anni Novanta, della prima presidenza Eltsin, c’è stato un attegiamento di gran parte della popolazione innanzitutto di nausea nei confronti della politica, e purtroppo di nausea nei confronti dei movimenti democratici e liberali che hanno avuto dei problemi oggi con Putin, ma che già originariamente avevano gravi colpe: la principale è stata quella di non riuscire ad unificarsi di fronte ai grandi avversari. Oggi ricordiamoci che alle ultime elezioni i partiti democratici, Yabloko, la destra liberale, non sono riusciti a superare lo sbarramento del 5%. Adesso stava nascendo un nuovo movimento di opposizione che raggruppasse un po’ tutti quanti, dallo scacchista Kasparov, al vicepremier Kasyanov: per cercare di creare comunque un gruppo che avesse una qualche forza avevano accettato di farci confluire tutta l’opposizione, anche i nazionalisti bolscevichi di Limonov, ma si sono già spaccati…
Ada Pagliarulo: Perchè si sono già spaccati?
Fabrizio Dragosei: Si sono frantumati perchè la scelta di chi dovesse essere il candidato da portare avanti per sfidare Putin ha diviso i vari “leaderini” di questo gruppo, per cui Kasyanov, l’ex-premier si è già candidato da solo; a quel punto il gruppo di Kasparov ha dichiarato che loro presenteranno un candidato diverso. È la storia di questi ultimi 17 anni in Russia: i movimenti democratici non appena hanno un minimo di possibilità di tentare di avere un minimo peso si spaccano. A questo bisogna aggiungere la politica del Cremlino, che naturalmente è una politica di fortissima repressione e di mancanza di qualsiasi spazio per le opposizioni sui mezzi di comunicazione di massa. Le televisioni sono oggi tutte controllare dal Cremlino, il Canale Uno è statale, il Canale Due è statale, MTV è diventata di proprietà del Gazprom Media, che fa quindi solamente quello che vuole il Cremlino… non esiste più una televisione nazionale e libera. I giornali sono anche questi tutti controllati tranne pochissimi: la Nuova Gazzetta, il quotidiano economico Vedemosti e poco altro, per cui è difficile per le opposizioni far sentire le loro voci. Però negli anni in cui le opposizioni potevano far sentire la loro voce erano comunque talmente insignificanti da non riuscire a superare lo sbarramento del 5%… Per cui adesso non crediamo soltanto alla favola di Putin che ha distrutto l’opposizione creando uno stato autoritario: lo stato autoritario si è creato e si sta creando certamente per iniziativa di Putin, ma non esisteva una vera opposizione credibile a questo regime.
Ada Pagliarulo: Quest’anno cade l’anniversario dell’inizio del grande terrore e si è parlato molto anche di questo sceneggiato su Stalin alla tv pubblica. C’è una rivalutazione del mito, della figura di Stalin?
Fabrizio Dragosei: Su questo punto, un po’ come su tutto il rapporto con il passato, è un paese - e anche un vertice del paese - abbastanza schizofrenico e difficile da capire: perchè da un lato Putin va alle feste dei vecchi ?ekisti e festeggia e celebra le glorie della ?eka, del Nkgb e poi del Kgb; dall’altro lo stesso Putin festeggia e rende quasi un eroe nazionale Alexander Solgenitsin, il simbolo proprio dell’opposizione al regime staliniano.
Ada Pagliarulo: Però è anche uno slavofilo antioccidentale…
Fabrizio Dragosei: Questo è il vero punto in comune che unisce tutti questi russi, cioè l’atteggiamento di glorificazione della Russia in quanto “altro” rispetto all’Europa e all’Occidente. Anche su Stalin… Putin stesso ne ha glorificato le capacità militari e di comando, poi però ci sono anche questi sceneggiati, ovviamente autorizzati dal Cremlino, dai quali Stalin non esce benissimo. Sono stati trasmessi anche sceneggiati tratti da libri sicuramente anticomunisti, dal Dottor Živago ai Racconti della Kolyma di Salimov. Quindi è un paese che ancora non ha deciso bene che atteggiamento avere nei confronti del suo passato, ma certamente molti segnali sono abbastanza preoccupanti.
Ada Pagliarulo: Lei diceva all’inizio che vanno lette molte mosse, molte iniziative di Putin sullo scenario internazionale, in termini di propaganda interna. Per esempio, l’organizzazione dell’ultimo vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai - lo ricordiamo, questa organizzazione di cui fanno parte Russia, Cina, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan - e per esempio le esercitazioni militari cino-russe: si è parlato di questa organizzazione dicendo: “No, non è l’anti-Nato”, Putin sottolinea invece il valore della cooperazione energetica di questi paesi… Che valore ha e che valore intende dargli Putin secondo lei?
Fabrizio Dragosei: Innanzitutto ha lo scopo di rafforzare quella che è l’influenza della Russia su regioni tradizionalmente “sue”: tutta l’Asia Centrale è una regione che è sempre stata d’influenza russa dai tempi del Grande Gioco, quando gli Zar riuscirono a sconfiggere gli inglesi in questa zona al nord dell’Afghanistan. C’è stata la breve parentesi dopo il 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, quando Mosca autorizzò gli Stati Uniti ad aprire della basi proprio in Asia Centrale, in Uzbekistan, in Kirghizistan, per la guerra in Afghanistan (quello che per la Russia doveva essere una breve parentesi e che per gli americani è diventato un tentativo di aprire permanentemente delle basi in quella zona). Quindi il primo punto oggi è la Russia nuovamente forte che vuole stabilire la sua presenza lì: questo lo può fare anche grazie all’energia che la sta di nuovo trasformando in una superpotenza… Tutti questi paesi dell’alleanza di Shangai dipendono dalla Russia: la Cina perchè è un paese che deve acquistare le materie prime; Uzbekistan e Turkmenistan perchè il loro gas e petrolio per essere spostato deve necessariamente passare per i canali russi, altrimenti non può arrivare sul mercato europeo. Ecco, naturalmente Mosca sfrutta questa situazione per ripristinare la sua influenza in questi settori e in questa zona, che è stata tradizionalmente sotto la sua influenza
Ada Pagliarulo: Lei ha viaggiato in questi stati dell’Asia Centrale. Ad esempio, il Turkmenistan: sarà certamente consapevole del fatto che se non si dota di infrastutture che non risalgano ai tempi dell’Unione Sovietica e che quindi passino per la Russia, potrebbe esportare più vantaggiosamente direttamente verso l’Europa, per esempio. Possibile che nessuno di questi stati si muova in questa prospettiva e non faccia mai abbastanza per muovercisi?
Fabrizio Dragosei: Loro a volte ci provano e ci hanno provato, ma su questo campo la Russia poi fa sentire la sua pressione, politicamente e dove necessario anche militarmente. Per cui i tentativi che sono stati fatti di creare delle vie alternative - qualcosa è stato costruito - si sono poi scontrati con l’opposizione russa che magari in alcuni casi ha bloccato temporaneamente, con scuse di manutenzione, le esportazioni di petrolio di questi paesi. Quindi alla fine facendosi i conti hanno tutti deciso che era preferibile tenersi buono il grande vicino.
Ada Pagliarulo: Grazie a Fabrizio Dragosei, corrispondente a Mosca del Corriere della Sera.


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