Intervista a Furio Colombo sul colloquio tra Aznar e Bush in merito alla possibilità di un esilio politico per Saddam Hussein
Intervista di Paolo Martini ad Emilio Colombo sulla campagna “Iraq libero”, la proposta di esilio di Saddam Hussein, le rivelazioni di questi giorni: che morale trarre?
29 settembre 2007
Paolo Martini. Siamo con Furio Colombo, con lui vogliamo parlare della questione Iraq, Saddam Hussein ed esilio, dopo le rivelazioni di Luis Aznar premier spagnolo all’epoca della guerra in Iraq. Dice Aznar, che attorno al 23 febbraio arrivò concretamente sul tavolo degli incontri con George Bush la possibilità concreta di concedere questo esilio al dittatore iracheno; voleva però un miliardo di dollari e allora Bush disse che “bisogna sbarazzarsi di questo uomo, non accettiamo” e la cosa non si fece. Quella che quindi sembrava una cosa campata in aria, lanciata da Pannella qualche settimana prima, arrivò addirittura a colloquio a così alto livello. Dice oggi Pannella “se lo sapeva Aznar, doveva saperlo anche Berlusconi” e sapeva che quindi Bush mentiva sulla inevitabilità della guerra. Noi vogliamo parlarne con Furio Colombo, che è stato l’unico direttore di giornale ad appoggiare concretamente con molti editoriali questa campagna politica in quelle settimane, e quindi vogliamo cercare di trarne anche una conclusione alla luce di quello che è successo. Ne parlò già – con indiscrezioni - la stampa americana e Colombo lo sa bene; adesso però queste sono parole di un ex presidente del consiglio…
Furio Colombo. La storia è molto importante perchè è carica di quelle che nei racconti esemplari si direbbe la “morale”: che morale trarne da questa storia. Ma prima della morale si traggono dei percorsi logici, ed il primo è che il progetto di Pannella – perchè non era una idea campata in aria, ma era un progetto politico fondato – ha subito attratto la mia attenzione perchè invece di essere fatto di desideri che si mandano al cielo, sia pure con le migliori intenzioni e con la migliore coscienza, per dire che “la guerra è male, non si deve mai fare ecc”, perchè invece di invocare principi universali che fanno parte di una cultura, quella nonviolenta e davvero per la pace, che bisogna riconoscere non abbiamo ancora costruito, nei più scettici, nei più appossionati, si veniva avanti con un progetto concreto. Cioè che fare, c’è il rischio di una guerra, una guerra immensa e disastrosa – e infatti lo è stata – questa guerra porterà comunque a un primo gravissimo danno, e questo lo si diceva di coloro che hanno a cuore l’America. Quale danno porterà? Quello di fare l’America parte combattente di un mondo che avrà tante ragioni per antagonizzarlo, compresi coloro che non sono nemici dell’America, o che non sarebbero nemici dell’America. Quindi una serie di risultati negativi, il più grave dei quali era di togliere all’America la sua capacità – essendo davvero la grande potenza, la grande democrazia del mondo - di mediare, di organizzare, guidare, perchè diventava invece violente parte in causa. Ecco che cosa si sarebbe evitato. Molto ma molto di più della distruzione fisica di Saddam Hussein. E si otteneva dalla rimozione di Saddam Hussein molto di più che la fine di una dittatura, ma anche un gesto esemplare: le dittature non solo sono coperte dalla loro forza, non solo non sono minacciate dall’antagonismo di forze avverse, ma possono essere disciolte in processi politici e diplomatici di pace, condotti con fermezza ed intelligenza, se le parti del mondo che contano vedono per tempo che questo si può fare. Quello che allora sembrava poco realistico o anche una specie di variazione del sogno pacifista, era invece un solido progetto, con un suo percorso logico che stava addirittura per compiersi. E quindi naturalmente appare penoso che abbiano creduto così poco da non farne una loro bandiera i deputati e i senatori italiani che pure avevano visto che questo percorso c’era e avevano dato segni di attenzione a questo segnale; che di questo non si sia accorta la democrazia europea: una Europa come sempre assente, un pò sorda un pò cieca, un pò ammaccata, un pò ansiosa di stare in seconda fila; che di questo non si siano accorti i Democratici italiani che avrebbero potuto fare di questa proposta una bandiera che anche adesso potrebbe essere rivendicata in tempo elettorale, contro l’errore doppiamente grave - si vede adesso - del Presidente degli Stati Uniti. E’ naturalmente logico quello che dice oggi Pannella, cioè che Berlusconi sapeva: sì, Berlusconi sapeva, sapeva benissimo. Non possiamo però accusarlo d’altro che di voler piacere ad un uomo molto potente e di cassare, usare, parte di quella potenza nella politica interna del suo paese. Berlusconi più di essere accusato di aver gettato una grande causa civile per futili ragioni, piuttosto le ha fatte per modeste ragioni di politica interna, per una volta, non tanto diverso, purtroppo, dalla maggior parte dei nostri politici.
Paolo Martini. Colombo, questa vicenda ci dice qualcosa - sempre a proposito di morali da trarre - anche sulla stampa e sull’informazione: perchè la stampa americana indagò, pure essendo fortemente coinvolta nel conflitto, anche con dibattiti interni, con la rilevazione di indiscrezioni dalla fonte più varie… La stampa italiana?
Furio Colombo. A noi non resta purtroppo che la ripetizione di quella frase che io spesso includo nelle mie lezioni, nei libri sul giornalismo: l’America è il solo paese in grado di denunciare - con la sua stampa - i problemi, gli errori, gli eventi gravi commessi da quel paese. L’America è il solo paese che si denuncia da solo. Noi siamo talmente presi da una sorte di autoglorificazione che ancora adesso nessun serio giornalista italiano ha rivisto in nessun aspetto ciò che è avvenuto dal punto di vista della presenza italiana in Iraq. E non si tratta di denunciare, certamente coloro che sono stati costretti ad andare in quella guerra hanno fatto il loro dovere, sono stati bravi come sempre. Si tratta però di sapere una infinità di cosa che tuttora non sappiamo. Loro le sanno. Loro le scoprono una al giorno. Noi nulla.







